
Sulla stessa linea di discorso di Giuseppe Resta sul “turismo responsabile”, delineando con toni pessimistici una situazione storica di “eclissi della ragione” e ponendo l’accento sui guasti profondi determinati da una razionalità strumentale protesa a “ trasformare tutto ciò che è nel cielo e sulla terra in strumento della propria sopravvivenza”, in contrapposizione alla natura anch’essa svuotata, degradata a nuda materia, oggetto di puro dominio, rifletto sulla “cultura turistica”. Nel 1982, con buona previsione, apparve opportuna la scelta di produrre un progetto di ampio respiro che potesse offrire, per la prima volta in provincia , una sintesi generale delle vicende artistiche e culturali di sette Comuni messapici ,contigui, che hanno identità di indole e che potevano accomunarsi sviluppando nel campo turistico, dell’agricoltura, dello sport, dell’industria, dell’artigianato, dello smaltimento dei rifiuti, interessi omogenei. Poi, “all’intenzion dell’arte” la materia restò sorda per regolamenti e leggi allora in vigore, diverse dalle attuali, ed anche per mancanza di serie conversazioni tra amministratori e consiglieri, non proprio inclini alla materia. Ci fu però lungimiranza insieme con l’esigenza di superare i singoli municipalismi, con una visione aperta a tutti gli apporti, interni ed esterni, con un piano programmatico più ampio che poteva dedicare rispetto e prestigio alla storia ed al territorio. Tuttavia, oggi, vi è ancora speranza e "necessità" che la tendenza dell’amministratore pubblico o privato, pure diretta ad incrementare turismo ed economia, non debba essere considerata come qualcosa che riduce l’individuo a una condizione di passività e di inerzia in questo processo di adattamento ai fini di incrementare e “vendere” cultura antica, senza rinnegarla o dimenticarla. Un adattamento, come espressione dell’irrequietezza dell’uomo, che gli permette di esercitare, ancora, vari modi di autoespressione e di estendere la portata della sua cultura senza infrangerne gli orientamenti fondamentali. Senza affidare, totalmente, ad un meccanismo che ricerca solo i vantaggi della produttività nel circuito delle merci e dell’economia acquisitiva. “Hoc erat in votis”. Hoc est in votis.

La frequente crisi della famiglia, lo sradicamento dalla tradizione, la caduta della speranza che si esprime con il collasso demografico, sono alcuni dei più significativi aspetti di quello che viene, in modo riduttivo, definito “il problema dei giovani”. In realtà si tratta di fenomeni riferibili ad un’intera società, in tutte le sue generazioni, che risultano unitariamente comprese in una difficile crisi di valori. Il disagio esistenziale dello sradicamento, assieme alla diminuzione delle opportunità di lavoro, sta alla base di molti comportamenti devianti che si confermano nella violenza criminale e terroristica, abuso di sostanze stupefacenti, suicidi e tentati suicidi. L’altro aspetto, anche se in sé positivo, ma che fa intravedere una esasperazione dei fenomeni, è il progressivo invecchiamento della popolazione, conseguente all’aumento della vita media, per effetto del benessere contemporaneo. A questo si aggiunge, poi, la diminuzione vistosa delle nascite che, negli ultimi anni, ha raggiunto proporzioni allarmanti in tutte le società tecnologicamente avanzate. Si tratta di una caduta senza precedenti, nella storia della fecondità dell’Occidente industrializzato,con una conseguenza che carica, sulle spalle dei giovani contemporanei, un peso enorme e senza uguali rispetto alle generazioni precedenti. Sta nascendo allora un’epoca in cui l’insofferenza degli anziani per i giovani e dei giovani per gli anziani ha raggiunto un suo culmine, in cui gli anziani non fanno altro che accumulare argomenti per dire finalmente ai giovani quel che si meritano e i giovani non aspettano altro che queste occasioni per dimostrare che gli anziani non capiscono nulla? Ricordando però di essere stati giovani, non si dimentica l’insofferenza, sicuramente l’indifferenza per rimproveri, critiche, esortazioni, consigli dello stesso genere, da cui l’espressione, “ non ha nessuna autorità per parlare”. La apparente posizione inconciliabile dipende, forse, dalla incapacità di trasmettere esperienza; così la vera distanza tra due generazioni può essere data dal proprio arrogante assolutismo e, per questo, dalla stessa mancanza di comunicazione. Di questo singolare paradosso della comunicazione, un effetto visibile è quello di un’identità generazionale strutturalmente instabile, ove potrebbero essere le Istituzioni a conferire identità, col risultato che ogni processo istituzionale diventi un grande riproduttore dei giochi in questione e non, al contrario, moltiplicatore dei conflitti delle identità.
E ciò avviene a molti livelli istituzionali e rispetto ai più diversi tipi di identità, compresa quella generazionale. Il giudizio della pretesa incapacità degli anziani, ed anche dei bambini sotto questo aspetto, ad essere elementi produttivi nella presente società, può dipendere dal concetto di “resa economica”; il dato cronologico passa da criterio di fissazione di diritti-doveri a criterio di selettività e di squalifica.
La spesa ingente, in assistenza e nella soddisfazione di bisogni indotti, scatena spirali nelle quali ogni bilancio pubblico rischia di affondare. Il benessere che ci consente di pensare a forme di assistenza sofisticata ed elevata è ottenuto, spesso, a prezzo di società o di gruppi, ai margini dello sviluppo economico e sociale. In tutti i casi, se l’uomo dovrà essere sempre più uomo, con scelte ed opzioni di natura ideale ed etica (politica, religiosa, civica), su cui sempre di più dovrà insistere con qualsiasi programmazione di risposta ai bisogni, esso dovrà anche cercare risposte che non drammatizzino ulteriormente i problemi, che non ghettizzino gli emarginati e che consentano a tutti, dalla culla alla bara, una potenziale serenità di vita. Vivere dignitosamente per morire dignitosamente, ciò che oggi scarsamente avviene tra chi conta meno.
Il presidente del vescovi, cardinale Bagnasco, dirige un appello al governo a far presto per interventi idonei ad affinare ed approntare buone politiche a favore dei singoli, della famiglia,dei salari, dei rifiuti. Anche buoni interventi per arrivare ad una “reale integrazione” dei cittadini nei confronti degli immigrati. L’elenco non è certamente completo, ma ciò che importa è tener presente un quadro che rispecchi la complessità del processo globale nei suoi molteplici aspetti interagenti. Il processo che bisogna sviluppare è quello di passare da un pensiero operatorio astratto ad un processo concreto e quindi il far prevalere risposte a situazioni contingenti e stimoli in base a piani, ipotesi, regole, di fronte alle crescenti aspettative e richieste che nascono dalla società in relazione a capacità di autocontrollo, autonomia, produttività, scelta e assunzione di rischio e responsabilità. Riuscire, cioè, a superare la prospettiva centrata sull’area limitata del presente e immediato futuro ad una molto più ampia, aperta verso mete più lontane in termini di progetti, scopi e persistenti impegni verso di essi. Significativamente, anche il passato personale di ciascuno di noi viene ora recuperato, rivisitato e usato per costruire progetti, mantenere la stima di sé o cercare sicurezza, di fronte all’incertezza e al cambiamento, per un mondo sociale che, da prevalentemente interpersonale, diventi anche un mondo in cui gli aspetti istituzionali entrano come elementi significativi sul piano sia cognitivo che motivazionale. Aspetto importante, nel tentativo di integrare le varie componenti sociali, è pure quello di trovare un principio di ordine per cui passato, presente e futuro possano formare una biografia coerente ove si possano trovare, per questa unità, anche la fedeltà e la necessità di essere coerente con i propri principi; perfino il senso della lealtà verso le tradizioni della propria cultura e il tentativo di rispondere alle attese della propria società non sono risposte passive, ma riflettono l’impegno e la responsabilità che caratterizzano un’identità adeguatamente sviluppata. Sforzandosi dunque di essere autonomi e coerenti, integri, diventando sensibili sulle questioni dei propri rapporti con gli altri, significa pure essere propensi a definire se stessi nel rapporto con la società nella quale si vive ed opera, in prospettiva morale. In fondo è possibile connettere l’auto opera individuale con modelli , ideali, aspettative della cultura, che ciascuno può liberamente accettare o porre in discussione; gli sforzi di ciascun individuo, per dare senso al suo essere entro una società e una cultura, possono concentrarsi in alcune aree, come il futuro lavorativo, la famiglia, la sessualità, gli ideali politici o religiosi. Infine, fedeltà e diversità, identificazione e individuazione possono essere, più che atteggiamenti alternativi e indipendenti, momenti strettamente legati e profondamente radicati nel rapporto con le norme e i valori, specialmente quelli in cui si possa ancora credere fermamente.

Lo specifico campo delle politiche culturali pubbliche rappresenta un segmento del campo culturale allargato che comprende una gamma, abbastanza articolata di aree di intervento e di spesa, riconducibile ad antiche presenze dei poteri pubblici nazionali e locali e a campi nuovi in corso di espansione o rivisitati, in chiave nuova, di scelte private. Il nuovo campo delle politiche culturali pubbliche coinvolge, quando avviene, ma non sempre avviene, varie attività di più tradizionale intervento ed intacca, se intacca, settori del welfare a più marcato spessore assistenziale, alcuni classici luoghi della creazione artistica, letteraria, musicale. In realtà, esaminando sia l’azione delle politiche culturali pubbliche, così come si è venuto configurando, sia l’attività di comunicazione che si va costituendo, nel settore pubblico e privato, quali le comunicazioni istituzionali e d’impresa con sponsorizzazioni, politiche d’immagine, i bisogni formativi che si vanno imponendo, diventano sempre più articolati e non possono essere visti solo nell’ottica riduttiva di aggiungere competenze economico- gestionali alle sole capacità tecnologiche o umanistiche. E’ necessario pensare a come correggere le deformazioni prodotte da una formazione atavica, a come innestare competenze di tipo progettuale, a come far integrare alle nuove tecnologie gli addetti che già operano nel settore per aprire le menti degli stessi a quel lavoro di lettura del sociale e del mutamento culturale e di comprensione del ruolo della comunicazione nella nostra società, senza cui non è neppure concepibile oggi un’attività di progettazione e di gestione orientata all’innovazione possibile. Anche il modo di dire e discettare, attraverso gli stessi vari ragionamenti liberi che si fanno sui blog, potrebbe rappresentare, a volte in modo solipsistico e di sfogo, un ingresso debole nelle tematiche della lettura del sociale e del funzionamento della comunicazione, senza cui non è possibile comprendere i macro scenari costituiti dai processi di globalizzazione dell’economia e della cultura che costituiscono lo sfondo e il punto di riferimento di processi sociali e culturali in atto. Il cammino da fare nella direzione di acquisire, anche qui consapevolezza, sul tipo di lavoro progettuale da pensare, non è né breve né facile, specialmente quando, anche in piccole comunità come la nostra, ci si trova al cospetto di incarichi “intuitus personae”, ipocritamente finalizzati a pensare ed a progettare, ma che, invece, colgono l’aspetto del favoritismo senza alcuna necessaria chiarificazione intellettuale legata alla possibilità di sperimentare il nuovo. Rompere, insomma, vecchie incrostazioni elitarie che impediscono di collegare i nuovi traguardi possibili alle esigenze di democratizzazione e competenze. Progettare per dotare il personale, in servizio e da assumere, delle competenze necessarie per una loro gestione ottimale, di scelta oculata delle vie possibili da seguire, facendo pure in modo che non si confondano, strada facendo, con letture ideologiche capaci di deformare i progetti e di renderli impossibili.
La crescita italiana per i primi tre mesi del 2008 è stata del risibile + 0,4%, ritenuto risultato, rispetto alle aspettative, confortante. Quindi abbiamo, mentalmente, ottenuto “la rendita del consumatore” che consiste nella differenza “psicologica” tra il massimo che un compratore è disposto a pagare ed il prezzo effettivo corrisposto al venditore, minore rispetto a ciò che si pensava dover pagare; rispetto alle aspettative, perciò, si ritiene aver avuto un vantaggio. Intanto Francia, Germania, Gran Bretagna crescono molto più di noi con una media complessiva dell’Ue a quota + 2,2%. Per il momento senza tenere conto dei molteplici e complessi problemi in gioco, un aspetto da non trascurare è quello che riguarda l’incidenza degli aumenti dei prezzi e la dinamica del costo dei servizi. Esso si alimenta soprattutto di fatti notati quotidianamente, che, pur lasciando da parte l’effettiva natura delle cause e delle responsabilità sottostanti, risultano significativi e palpabili dal punto di vista del consumatore. Di più una disparità di prezzo rilevabili tra diversi punti vendita, concessione di sconti importanti che lasciano supporre una disponibilità di margini commerciali molto sostenuti, rapidi cambiamenti apportati ai prezzi, ed ancora, fatto abnorme, prezzi di alcuni prodotti agricoli che, pur diminuendo a livello della produzione, si mantengono fermi od aumentano al dettaglio. Se ci apprestiamo a trattare il rapporto tra sistema distributivo e formazione dei prezzi al consumo, si avverte un immediato senso di disagio perché mancano costruzioni capaci di offrire la strumentazione logica idonea per spiegare e descrivere la natura ed il comportamento della pluralità di fattori che influiscono sulla formazione dei prezzi, ai vari stadi del processo distributivo. E’ diffusa la sensazione, comunque, che la distribuzione commerciale rientri tra i settori di rendita e che si appropri di una quota di reddito eccessiva, rispetto agli altri settori produttivi, tenuto conto della quantità e qualità delle merci e dei servizi offerti; le condizioni strutturali ed operative secondo cui svolgono la loro attività la più parte delle imprese commerciali, sono tali da non lasciare dubbi sull’esistenza di diffuse e gravi cause di inefficienza e disfunzioni che pesano sia nel senso di elevare i livelli dei costi commerciali, sia nel senso di offrire servizi inadeguati, soprattutto sul piano qualitativo rispetto alle effettive esigenze, sia della produzione, sia del consumo. Qualsiasi inefficienza, disfunzione o imperfezione che si manifesta nel funzionamento di uno degli stadi che compongono il processo distributivo si ritrova pertanto riflessa nei prezzi al consumo; anzi di frequente gli effetti di tali inefficienze si trasmettono, diffondendosi, tramite meccanismi che agiscono come forze di amplificazione degli effetti stessi. In una situazione di crisi, non sarebbe possibile una maggiore capacità di controllo sul mercato insieme con una ritrovata sensibilità ai prezzi, da parte del consumatore, verso nuovi criteri di valutazione dei prodotti a favore delle forme distributive moderne e occasioni di rifornimento a prezzi più contenuti? Forse la crescita italiana farebbe un passo avanti.
Con una parte di ragionamento su “L’Italia può rinascere”, il presidente di Confindustria, Marcegaglia, applaudita, ha esposto le difficoltà di una fase complicata come quella in cui viviamo e le misure idonee per affrontarle, in modo ottimistico, a condizione che vi sia una spinta, forte e seria, verso una crescita di consapevolezza collettiva con una diversa cultura dell’impegno civile, con l’aiuto di un’autorità pubblica capace di donarci “un mondo migliore”, a cui tutti aspiriamo. Giudicando il funzionamento del sistema pubblico, con il suo assetto funzionante in modo non certo efficiente, ha dato le sue ricette su burocrazia, fisco, università, riforme istituzionali. Perciò, non ci resta che trovare il luogo dove trovare una società civile consapevole insieme con una classe dirigente responsabile che non voglia, invece, scaricarsi dei pesi che si è assunta di portare, sulla solita considerazione che tanto ogni azione vedrà i suoi risultati solo dopo qualche tempo, preferendo, al contrario, le decisioni che comportano i piccoli vantaggi immediati. Nella realtà economica, la produzione, la distribuzione, il consumo sono interdipendenti e le relative decisioni di politica economica attivano simultaneamente molteplici strumenti, in modo che ne risulti investito il funzionamento dell’intero sistema economico. Potrebbe sorgere il dubbio, invece, che l’utilizzo di uno strumento specifico, spinto da interesse, per la realizzazione di un determinato obiettivo, sia più conveniente e che la connessione tra ciascun obiettivo di politica economica e le manovre ritenute prioritarie, possa cozzare con “il proprio giardino di casa”. Se si parla di libera concorrenza vera, che agirebbe in maniera positiva per far abbassare i costi di beni e servizi, va bene, a condizione che non ci si limiti alla sola enunciazione teorica; oppure, la si mantenga solo su quelli che del confronto con la concorrenza non possono fare a meno e non si tocchino gli altri, altrimenti tutto si blocca. Il tema fiscale è terreno insidioso e non appena si dice che la manovra delle entrate provoca conseguenze diverse sull’economia, a seconda che si modifichino le imposte dirette o quelle indirette, non c’è solidarietà che tenga; se non si tagliano i privilegi e non si riporta, entro le regole, il sommerso, si lasciano i lavoratori dipendenti e percettori di reddito fisso, che non possono evadere, soli ed indifesi soggetti, incisi dal carico tributario. Pertanto la ricostruzione di una società civile che cerca, in sé, i modi e le ricette per far guarire alcuni mali, specifici e locali, sarebbe oltremodo necessaria. Se ciò accadesse e , in sintonia si operasse costruttivamente, potremmo condizionare positivamente la politica che si vedrebbe costretta ad essere meno altezzosa e mettersi, al contrario, al servizio della società civile, per migliorarne anche l’immagine nei confronti di chi non ci considera credibili. Insomma far crescere un senso di appartenenza comunitaria, essendone tutti coinvolti, in assenza della quale, potrebbe sorgere un esercizio di egemonia sociale che susciterebbe sicure reazioni a catena e quello che comunemente viene chiamato il “bene comune” potrebbe diventare competenza della Chiesa che, come è già accaduto, verrebbe considerata quale altra ennesima ingerenza.

Il nuovo clima politico e culturale ha reso possibile il moltiplicarsi di nuovi fenomeni, nella società civile, e il profilarsi di nuovi orientamenti, nel sistema politico. Spentesi le ideologie, il potere di integrazione sociale dei sistemi di valore è diventato puramente residuo e solo scarsamente agisce come riferimento appropriato all’azione. I valori, come le ideologie, sono risorse sempre più scarse. “ Dalla logica del potere e del contropotere, che implicava il conflitto a colpi di ideologia e di obiettivi, linee politiche, calcolo razionale delle opportunità, il confronto si trasferisce sul piano simbolico, dove le tattiche e i programmi politici, perdono di significato, dove i costi e i benefici dell’azione non sono più misurabili, dove la logica è quella della sfida”. In questa direzione la protesta diventa una funzione stabile, mirando alla continua rottura e riformulazione delle regole del gioco e diventando un rituale privo di obiettivi, comunque privo di obiettivi politici. La politicizzazione degli obiettivi degrada negli interessi. E gli interessi possono trovare riconoscimenti, possono essere assorbiti. Oggi, forse, un clima politico più disteso, un numero ridotto di molto, rispetto al passato, delle rappresentanze partitiche in Parlamento, potrebbe rendere possibile il superamento, nell’ambito della produzione legislativa, della cosiddetta “cultura dell’emergenza”; una cultura che rispecchiava l’alto tasso di conflittualità presente nella società civile a causa anche di particolari politiche sociale, sindacali, fiscali e motivo dell’irrigidimento degli orientamenti espressi dai diversi partiti politici che sembrava essere, ormai, stabilizzato. Di questo ne ha risentito, come conseguenza, il sistema giuridico, sottoposto, da anni, ad un sovraccarico strutturale che ne ha compromesso la propria impalcatura, originariamente molto solida e scarsamente flessibile, costringendolo ad assumere forme evolutive prive di coerenza, e perciò, molto fragile. Entro un siffatto quadro giuridico e politico si può capire perché l’orizzonte evolutivo del sistema giuridico italiano sia ancora frastagliato, e, in particolare, perché, accanto ad elementi arretrati, ancora intrisi di principi concettuali originari, ma vecchi, coesistono elementi che presentano una evoluzione strutturale, così proiettata verso il futuro, che potrebbe ritenersi profondamente rischiosa. Sembra particolarmente difficile delineare la miriade di interessi che non sia toccata da forma alcuna di tutela compensativa, così come sembra particolarmente difficile individuare, se non in relazione a determinate contingenze, interessi oggetto di particolare attenzione legislativa, e quindi di pericolosa trasgressione. Diventa impossibile notare una consistente azione amministrativa conforme alla socialità, essendo i valori, come le ideologie, sempre meno sentiti. Per l’azione sociale diventa estremamente complicato orientare la propria carica di protesta contro il potere, perché il problema diventa quello di trovare e definire il “ potere”.
Se ci libereremo però, prima di tutto da atteggiamenti intellettuali di natura “giusnaturalistica”, sia perché sono riduttivi, sia perché costringono a parlare usando il linguaggio, spesso, ipocrita della politica, potremo risolvere alcuni problemi che nessuna teoria, pur valida che sia, può riuscire a risolvere, specialmente quando, si tratta di conciliare il dilemma tra coscienza ed ordine sociale.

Lo smaltimento dei rifiuti deve essere realizzato mediante una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento e deve essere condotto secondo principi di autosufficienza e prossimità. Quest’ultimo principio dovrebbe applicarsi solo ai rifiuti urbani e a quelli assimilati e non a tutti i rifiuti. I Comuni, pertanto, dovrebbero disciplinare la gestione dei rifiuti urbani con appositi regolamenti che, nel rispetto dei principi di efficienza, efficacia ed economicità, tra l’altro, devono stabilire le modalità di conferimento, della raccolta differenziata, e del trasporto dei rifiuti urbani al fine di garantire una distinta gestione delle diverse frazioni di rifiuti e promuovere il recupero degli stessi. Ora, perseguire obiettivi di efficienza ed efficacia della gestione del servizio, significa agire in base ad una corretta analisi e ad un adeguato controllo delle componenti di costo del servizio medesimo, in quanto, attraverso l’utilizzo di tale polivalente strumento, i Comuni dovranno determinare non più una tassa o imposta, ma una tariffa, raccordandosi al piano finanziario degli interventi relativi al servizio che gli stessi Comuni dovrebbero contestualmente adottare. Pagare, cioè, il servizio di smaltimento dei rifiuti urbani e speciali ad essi assimilati, in relazione a quanto effettivamente prodotto, in termini di rifiuto non recuperabile. Il Comune deve passare da un sistema di tassazione ad uno di tariffazione per raggiungere la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio della gestione del ciclo dei rifiuti urbani e assimilabili. Di più, responsabilizzare e far cooperare tutti coloro che sono coinvolti nella produzione, distribuzione, utilizzo e consumo di beni da cui si originano i rifiuti, nonché porre strumenti economici di incentivazione di comportamenti dei cittadini, coerenti con gli obiettivi di ridurre i rifiuti alla fonte, massimizzare il recupero e minimizzare il ricorso alla discarica, “autorizzata”. Se i Comuni non attivano la raccolta differenziata, oggi sono passibili di severe sanzioni finanziarie che, alla fine, inciderebbero sui cittadini; gli amministratori potrebbero essere sostituiti da “Commissari ad acta” che sanzionerebbero la incapacità gestionale di chi amministra. Questo, come è ovvio, è l’ultima “ratio”, che, si spera, non debba verificarsi, solo che, con buona volontà e diligenza, si senta la necessità urgente di voler tutelare l’ambiente fisico, naturale, umano nel suo significato culturale, economico e giuridico. Altrimenti che sia, in ultima analisi, la tutela giurisdizionale a sciogliere gli ostacoli e fornire concreta applicazione per la salvaguardia di diritti trascurati da chi, esercitando il potere politico ed economico, potrebbe essere portato alla perdurante mancanza o carenza di controlli amministrativi che, se correttamente e tempestivamente attuati, varrebbero ad escludere, nella maggior parte dei casi, il danno e, quindi, l’intervento giudiziario.
E’ presente nell’attività dei pubblici poteri il grave problema sociale dell’occupazione, nelle più generali problematiche che investono il settore del lavoro ed è, per l’appunto, in questo contesto che si indirizzano molte iniziative legislative, spesso, poco realizzate. Ogni persona deve avere la possibilità di guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente intrapreso. “Tutti i lavoratori hanno diritto ad eque condizioni di lavoro, ad un’equa retribuzione che assicuri a loro e alle loro famiglie un livello di vita soddisfacente.” (Carta sociale europea). In questo quadro vengono fissati i sussidi per coloro che svolgono lavori socialmente utili che riguardano le attività dirette alla realizzazione di opere e alla fornitura di servizi utili alla collettività. La legge identifica anche i settori di attivazione e i soggetti promotori che possono essere le pubbliche Amministrazioni (compresi gli Enti locali), Enti pubblici economici, società a totale o prevalente partecipazione pubblica, cooperative sociali e loro consorzi. E’ pure vero che l’orientamento va nel senso di una graduale sostituzione del sistema dei lavori socialmente utili con altre forme di politiche attive del lavoro, incentivi all’occupazione ed ammortizzatori sociali; intanto quale la prospettiva dei soggetti che abbiano, sinora, maturato diritti e le cui risorse già destinate, e non utilizzate, rimangono disponibili per la realizzazione di misure di politiche attive dell’impiego, mediante convenzioni tra il Ministero del Lavoro e singole Regioni? Dove si trovano le iniziative di approvazione di uno o più progetti, di competenza della Giunta comunale, per la realizzazione di interventi sul territorio, mediante lavori socialmente utili, da inviare alla Commissione regionale per l’impiego ai fini della relativa approvazione? Si dovrebbero, oppure no, creare opportunità occupazionali per quei lavoratori impegnati, in continuità, attraverso la promozione di società miste o di affidamento a terzi, scelti con procedura di evidenza pubblica? Se, al contrario, si volessero valutare le eccedenze di personale, con le conseguenze, sul piano sociale, dell’attuazione di simili proposte, bisognerebbe avere determinazione nel farlo, ove, peraltro, diventerebbe obbligatorio darne comunicazione alle rappresentanze sindacali, fornendo elementi di valutazione, con le conseguenti procedure dirette a consentire il passaggio ad altre Amministrazioni.
Se invece si considera che, tra i lavori socialmente utili, si può dedicare particolare attenzione ai lavori di pubblica utilità per realizzare nuove attività stabili nel tempo, non solo per chi già lavora, ma anche per aumentare le opportunità del lavoro, ancor più si dovrebbe sentire l’esigenza di promuovere progetti per nuova occupazione, stabile ed idonea, a sviluppare anche progetti formativi diretti alla crescita professionale in settori innovativi. I settori, e ce ne sono tanti, potrebbero essere quelli della cura della persona ( assistenza all’infanzia, agli anziani, riabilitazione); della cura dell’ambiente e del territorio (gestione di discariche, raccolta differenziata,bonifica dall’amianto; dello sviluppo rurale ( tutela assetti idrogeologici, rete idrica; del recupero e della riqualificazione degli spazi urbani e dei beni culturali ed altri settori ed ambiti di attività previsti dalla legislazione regionale. Tutto questo spesso manca o non viene programmato e, ciò che è peggio, non si tiene in debito conto la professionalità, acquisita o da acquisire - nel senso di realizzare un sistema integrato di istruzione, formazione e ricerca che si saldi con le politiche attive del lavoro - ma, soprattutto, della dignità sul lavoro.
Se la scelta del Direttore generale, che certo può risultare interessante, non si presenta né facile né agevole - in quanto in tale scelta si avrà, poi, una prima dimostrazione della capacità del Sindaco di determinarsi in modo autonomo rispetto alle spinte, non sempre disinteressate, che perverranno da organizzazioni politiche, professionali o di categoria, - di particolare rilievo sono le funzioni del Segretario Generale comunale, specialmente quando fornisce collaborazione e funzioni di assistenza giuridico-amministrativa nei confronti degli organi dell’ Ente, in ordine alla conformità dell’azione amministrativa, alle leggi, allo statuto ed ai regolamenti. Più in generale, sulla funzione di collaborazione e assistenza giuridico-amministrativa del segretario, si inserisce, con un discorso più ampio, la concezione di azione amministrativa, che vista nel suo complesso, è finalizzata al raggiungimento degli obiettivi di cura del pubblico interesse, ed esercitata secondo criteri di economicità ed efficacia, in attuazione del principio di buon andamento della Pubblica Amministrazione. Quindi l’attività del Segretario comunale è diretta proprio ad assicurare che la cosa pubblica sia gestita in conformità a tali criteri, collaborando con gli organi dell’Ente, nel rispetto delle norme – sia statali che locali – poste dall’ordinamento giuridico. Tale funzione dovrebbe essere svolta non soltanto nei confronti degli organi politici – monocratici e collegiali – ma anche degli organi burocratici, quali i dirigenti dell’Ente. Allora il primo problema che sorge dal ruolo di consulente giuridico- amministrativo, attribuito al Segretario comunale, è se la consulenza sia una funzione generalizzata o vada richiesta per ogni singolo atto deliberativo, cosa che, sia nell’uno o nell’altro caso, rischia di far considerare l’ufficio del Segretario comunale come un apparato dell’Amministrazione, al quale compete dare un parere non obbligatorio e non vincolante. Ma, a questo punto, quid iuris nel caso in cui il parere sia disatteso da parte degli organi e quale la motivazione del provvedimento preso in difformità dal parere reso dal Segretario? Il tutto si complica ancor più, allorquando si proceda alla nomina di un Direttore generale ove, è opportuno, da parte del capo dell’Amministrazione, provvedere a disciplinare i rapporti fra Segretario e Direttore, nel rispetto dei loro distinti e autonomi ruoli, considerando che il primo, è, o dovrebbe essere, il garante della legittimità, economicità ed efficacia dell’azione amministrativa e, il secondo, responsabile dell’attività gestionale in ordine al raggiungimento degli obiettivi dell’Ente; questione che suscita molte perplessità specialmente per ciò che concerne la economicità e l’efficacia dell’azione amministrativa, che sembrerebbe maggiormente rimessa alla cura e all’attenzione del Direttore generale che non al Segretario, al quale non compete attività di gestione. In definitiva assistiamo spesso ad una inefficiente e concreta organizzazione dell’Ente Comune ove il Sindaco, che procede alla nomina del Direttore generale, dovrebbe anche, molto opportunamente, introdurre, nella pianta organica, le modifiche necessarie ad individuare gli uffici direttamente dipendenti dal Segretario, per evitare che si possano creare conflitti fra lo stesso e il Direttore generale. Il Segretario potrà svolgere i propri compiti in modo effettivamente autonomo, solo se potrà contare sulla collaborazione di una propria struttura, sia pure di dimensioni essenziali e comunque proporzionata all’Ente e ai compiti assegnatigli, che non debba, in ogni caso, rendere conto al Direttore generale. Così potrebbe risultare opportuno affidare alla diretta responsabilità del Segretario gli uffici di supporto alla giunta e al Consiglio, fra i quali comprendere anche le segreterie della presidenza del consiglio, delle comunicazioni consiliari e dei gruppi consiliari . Diversamente, purtroppo, la mancanza di certezze e compiti, crea confusione. E se si aggiunge anche la complessità delle leggi e regolamenti, il risultato potrebbe essere: “plurimae leges, (plurimae actiones) corruptissima republica”.

Vagando per Galatone e dintorni, bighellonando qua e là insieme con Fernando Maglio, acuto osservatore e cultore di cose antiche interessanti, con veste di pubblici interlocutori, ritroviamo, soffermandoci a guardare, la cappella rurale - sulla via comunale vecchia per il mare, (subito dopo lo stabilimento AQP, non più in uso, detto “

Un fondamentale punto di incontro, non certo da salotto, tra ente locale e cittadinanza è rappresentato dall’Ufficio relazioni con il pubblico (URP). Questo strumento, però, non ha finora espresso appieno tutte le sue possibilità. La sensazione - avvalorata anche dai numeri relativi alla loro diffusione sul territorio - è che le amministrazioni, tanto quelle centrali quanto quelle periferiche dello Stato, abbiano vissuto l’URP più come un obbligo imposto dalla legge che come opportunità di dialogo, trasparenza e correttezza della macchina amministrativa con la propria collettività. E dire che, come ha precisato la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri (G.U. n.261 dell’8 novembre 1994), gli obiettivi dell’ufficio per le relazioni con il pubblico sono alti. Si potrebbe quasi affermare – per chi crede nel ruolo dell’ente locale – che gli obiettivi sono “nobili”. Tutti i cittadini devono quindi conoscere l’attività dell’amministrazione comunale per avere il diritto di giudicarla. Ma la sfiducia verso le istituzioni e la disaffezione alla vita politica, conducono sempre più i cittadini a guardare con disincanto a ogni prodotto dell’ente locale; pronti, quindi, a giudicarne, impietosamente l’utilità e a decretarne, pertanto, il successo o il fallimento. Ciò premesso avete mai provato a visitare il sito ufficiale del Comune di Galatone e voler “contattare” qualcuno? Se ci provate non riuscirete, e questo ormai da tempo, a comunicare qualcosa a qualcuno. Infatti dopo aver trovato il sito ufficiale del Comune, avete davanti una finestra che vi invita al contatto, con l’indicazione del campo, di: Sindaco, V. Sindaco, assessore cultura, bilancio e tributi, servizi sociali, urbanistica, polizia municipale, attività produttive, webmaster. Dopo dovete inserire il vostro nome, cognome, indirizzo, residenza, E-mail, l’oggetto della richiesta, la richiesta. Alla fine, inviando, scoprirete che per tutti, e per ogni richiesta, la risposta è “ IMPOSSIBILE TROVARE
Gli uffici dovrebbero assicurare risposte immediate o differite, ma qui il terreno si fa impervio e gli strumenti per raggiungere l’obiettivo della comunicazione e, quindi, della partecipazione della collettività alla vita amministrativa, diventa una farsa. L’albo pretorio, il volantinaggio, i cartelloni, i bandi se “fatti in casa”, non producono gli effetti dovuti ; se poi dalle reti civiche alle nuove frontiere della comunicazione, come internet ed intranet, non ci si può servire o non si è in grado di far funzionare il meccanismo relativo, allora il problema diventa più grave e complesso; sempre e comunque a tutto danno della collettività. Bisogna quindi meditare e reagire con i modi e le forme più appropriate, sperando che, intanto, qualcosa si possa, almeno sufficientemente, mettere a posto.
Il peso statistico degli anziani è in crescente aumento perché si è paurosamente ristretta l’aliquota percentuale dei giovani, per il noto fenomeno della denatalità, che colpisce tutte le popolazioni cosiddette sviluppate. Ed il fatto che i giovani si restringono a livello quantitativo può significare che si riduce la quota dei potenziali attivi e, di conseguenza, anche quella dei potenziali assistenti alla vecchiaia. Dunque, l’invecchiamento della popolazione significa un aumento consistente dei bisogni e la necessità di un’assistenza più adeguata, ove il restringimento quantitativo dei giovani la fa venir meno. Il cane che si morde la coda. La longevità perciò diventa un problema, in quanto è un dato incontrovertibile che la durata media della speranza di vita cresce in modo evidente, raggiungendo quote di tutto rispetto. Un processo che, di fatto, ha favorito l’effetto per cui si sono dati anni alla vita ma con il risvolto della medaglia. I bisogni di indole sanitaria, economica e culturale crescono ovunque e, ancor più, allorché si raggiunge il 70° anno di età; si vive più a lungo ma, la vita, oltre una data età, produce immancabili effetti negativi che vanno dai semplici acciacchi, senza conseguenze, sino alla non- autosufficienza e all’internamento in case di cura, con tutte le conseguenze legate ai tipi intensivi o continui di assistenza non domiciliare, od anche a spese eccessive per garantire l’assistenza domiciliare di “badanti”, spesso non idonee, di nazionalità italiana o estera. Ora, vale la pena di vivere a lungo se un tal genere di vita significa l’impotenza continua ed il bisogno indispensabile degli altri? I medici che hanno dato “anni alla vita” non riescono certo a dare “vita agli anni”, come forse si sperava, confidando nel progresso. Questi meccanismi riguardano l’ambito biologico su cui è difficile intervenire; e per quanto riguarda, invece, gli altri psicologici- culturali? La cessazione del momento produttivo può scatenare crisi esistenziali paurose. Il vuoto di ruolo affettivo e produttivo crea la sindrome dell’assenza di significato ed il senso della nostra ed altrui inutilità. Da un lato, come conquista sindacale, l’età di pensionamento con livelli sempre più bassi; oggi, la richiesta di non abbassare ulteriormente l’età di pensione e la concessione per chi va in pensione, di altra attività, se lo desidera. Ma questa necessità degli anziani diverge necessariamente con l’esigenza dei giovani di avere un lavoro. Come allora comporre questo dilemma traumatico? Le indagini assicurano che non è nemmeno vera l’equazione pensionamento degli anziani uguale a nuovi posti di lavoro per i giovani e non vi è nemmeno equazione tra secondo lavoro e occupazione di posti per i giovani, in quanto il secondo lavoro non toglierebbe posti ad alcuno. Quindi è da concludere che parlare di piena occupazione, secondo uno slogan che piace tanto ai nostri politici, e parlare di possibilità di un lavoro per gli anziani in pensione, è falso e bugiardo, ove non si concepiscano modi diversi di definire l’occupazione, il tipo di prestazione, l’orario di lavoro e così via. Il motto “lavorare meno, lavorare tutti” sembra essere una necessità per tutti i popoli sovra sviluppati che, in qualche modo, debbono assicurare il tenore di vita, sia per chi lavora, sia per chi non lavora. Urge una nuova definizione del significato di prestazione sociale ed economica ed urge anche una assise internazionale che distribuisca diversamente gli orari di lavoro, il sistema di concorrenza ed altri congegni similari. Commisurare il ricavo utile-salario, non alla produttività crescente, ma a gamme di prestazioni, anche socialmente utili, fornirebbe una qualche possibilità di impiego a coloro che si presentano menomati e diversamente abili rispetto a quella che è la normalità dei cittadini. Insegnando ad invecchiare diversamente, cioè a vivere diversamente, e puntando su una gamma vasta di potenziali possibilità esplicative del vivere sociale, stimolate opportunamente nella fase di prima e seconda socializzazione, si otterrebbe alla lunga anche un diverso interesse, variegato e multiplo per la vita, ed una diversa percezione dell’importanza della stessa, ad ogni età ed in ogni condizione.
L’odierno problema energetico e la produzione e il consumo delle macchine che divorano energia, comportano conseguenze negative che si riconoscono non più e soltanto a livello locale ma si fanno sentire a livello planetario. Le riserve di fonti di energia, l’inquinamento dell’aria e delle acque con effetti letali sulla salute dell’uomo, inducono a chiederci se è possibile continuare su questa strada senza compromettere ulteriormente le condizioni di vita e di salute nostre e delle future generazioni. Uno sviluppo umano sostenibile dovrebbe essere all’altezza di soddisfare bisogni di alimenti, abitazioni, energia, ma anche salute, libertà, dignità, indipendenza che lascino alle generazioni future condizioni tali da assicurare loro una vita dignitosa e soddisfacente. Benché si spera che si possa arrivare ad un’organizzazione sociale capace di svilupparsi in modo sostenibile, le attuali tendenze vanno verso consumi eccessivi tali da far pensare che chi ci seguirà dovrà far fronte ad un impoverimento dei beni ambientali con disastri ecologici, già in atto, di dimensioni catastrofiche. Al fianco delle crisi ambientali se ne prospettano altre, di carattere politico e sociale, frutto della maniera ineguale e ingiusta con cui l’energia viene usata e distribuita nel mondo. Si dice che far risuscitare il nucleare come possibile mezzo per ottenere energia, senza immissione di anidride carbonica nell’atmosfera, sia una panacea ma, si è pure ricordato, che tale soluzione lascerebbe l’eredità di residui radioattivi ai posteri e, quindi, in contrasto con il carattere sostenibile dello sviluppo umano futuro. E’ allora possibile l’avvento di una società solare dal punto di vista energetico? Si dice che questa energia non ci costerebbe un centesimo e che, come già avviene, si può sfruttare per riscaldare abitazioni, produrre ed accumulare acqua calda, cuocere cibi, estrarre sale dal mare, dissalare l’acqua marina e per molti altri usi che finora hanno richiesto un consistente tributo di combustibile e di energia elettrica. Molti si sono messi in moto per ottenere contributi economici ed investire in sistemi fotovoltaici idonei ad ottenere energia direttamente dalla radiazione solare. Ma si ha l’impressione che dopo un lungo periodo di transizione, dovuto alla pigrizia mentale delle varie idee a favore di uno sviluppo programmato, si voglia ora, per necessità, ma anche per moda nuova, cambiare il mondo con l’utilizzazione delle fonti di energia rinnovabili e non inquinanti. Non solo energia del sole, ma anche del vento e delle acque. Preme sicuramente anche la considerazione, di estrema preoccupazione, che i combustibili, finora tanto familiari, stiano andando ad esaurimento. Non è forse vero, però, che tutto ciò si poteva rilevare dalle relazioni del Club di Roma, sulla situazione dello sviluppo economico, pubblicate nel 1972 e 1974, ove si lanciava un allarme, addirittura, al limite delle possibilità di sopravvivenza dell’umanità in crisi, con la proposta del “progresso nello stato di equilibrio”, lavorando sui “ limiti dello sviluppo”? La necessità di mettere, quindi, “un alt allo sviluppo e realizzare una società nuova che non cresce più e che mantiene costanti la produzione dei beni indispensabili e la riproduzione della popolazione”. Esistono naturalmente ulteriori prospettive di creare, attraverso una futura azione comune, una società equilibrata su scala mondiale, per la durata di alcune generazioni e, se non vogliamo vivere in maniera spensierata, dovremo modificare al più presto i nostri orientamenti per uno stato di necessità che già ci assilla. A cominciare dalla riduzione dei nostri consumi sul piano pratico, con l’intento di coordinare le molte attività private e pubbliche con nuove regole economiche, e adottando diversi rivoluzionari tipi e forme di nuove energie, di nuove merci, di nuovi consumi. Del resto, nel corso della storia, l’umanità si è, gradualmente, abituata a rimpiazzare le fonti di energia esaurite con energia di altro genere. Nella preistoria il legname, che fu successivamente sostituito dal carbone; dalla candela alla lampada al petrolio e, successivamente, al gas illuminante, per arrivare, poi, all’elettricità. Percorreremo, ora, il processo inverso?
I modi attraverso i quali viene indicata una strada, la denominazione della stessa, lapide o altro ricordo permanente, sono svariati. Questo per dedicare, in luogo pubblico o aperto al pubblico, a persone che abbiano insignito le diverse comunità per le loro opere o azioni importanti ed indelebili, riconoscimenti, tali, da lasciare traccia ed esempio da imitare. Si vuole raggiungere lo scopo di sensibilizzare e diffondere conoscenza, perché prendano corpo, fatti ed opere che hanno lasciato un segno. Riconoscere questa influenza significa individuare punti importanti di riferimento per comprendere gli atteggiamenti critici di personaggi nei confronti dei processi politici e sociali che hanno caratterizzato o caratterizzano le varie realtà nei diversi periodi storici. Per questo bisogna ringraziare l’Amministrazione Comunale di Nardò che sulla provinciale Galatone- S. Maria, sull’incrocio da “vacanze serene”, prima dell’entrata alla marina, ha avuto la sensibilità, come anche arricchimento conoscitivo, di intitolare la via al nostro concittadino Antonio Galateo De Ferrariis, autore di molte pubblicazioni e, tra queste, il celebre De Situ Iapygiae.
Da qualche anno la data, però, riportata sul cartello, di nascita e morte del Galateo, a chiare cifre, è 1448 – 1527. Può anche essere non proprio certa la data di nascita, per dubbi che nascono sulla cronologia di alcune sue opere; il prof. Mario Marti, riaprendo un dibattito, propone con adeguate argomentazioni, la data della nascita al 1446. Il censimento demografico del 1508, comunque, riporta la data di nascita, anche se forse spostata, al 1448.
Non vi è alcun dubbio, al contrario, che Galateo, nella sua abitazione indicata dall’epigrafe “Apollini Aesculapio et Musis”, a Lecce, cessò di vivere il 12 novembre 1517. Quindi la data riportata nel cartello segnaletico va doverosamente corretta per dovere di informazione, ma soprattutto in ossequio alla statura culturale dell’uomo e dello studioso. Pertanto, con e-mail, è stata inviata richiesta di correzione al Sindaco di Nardò. Non così, al Sindaco di Galatone, per conoscenza, in quanto se provate a dare suggerimenti , nell’apposita pagina dedicata, tramite URP, alle comunicazioni, anche qui non hai possibilità di farlo perché, tanto per cambiare, ti viene oscurato il video.