Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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lunedì, 30 giugno 2008

RELIGIONE E DEMOCRAZIA

Ricercando le cause della vittoria della destra, Massimo D’Alema,  in un corso organizzato dalla fondazione “Italianieuropei” nell’analisi dell’Italia post voto, pone in risalto come la sinistra non abbia saputo dare risposte adeguate ai nuovi problemi, lasciando alla Chiesa cattolica un ruolo di supplenza, in una società smarrita “per gli effetti boomerang della globalizzazione”, che ha offerto risposta costruita “sull’alleanza tra potere e religione” e dettando il programma di governo alla maggioranza di destra che di più ha saputo interpretare bisogni e dare certezze sui relativi interventi risolutivi.  Ma la crisi delle ideologie e dei partiti ed una riduzione della partecipazione religiosa organizzata, con una perdita secca di idealità, può giustificare momenti di coagulo tra Stato e Chiesa, se non per momenti di natura effimera e di tipo emozionale? La gestione della cosa pubblica come anche una religione diffusa si presenta, oggi, come massa amorfa, ondeggiante, sensibile alla ricerca di miti, liturgie laicali con tentativi di aggregazione di ogni tipo, dalle sagre paesane ai movimenti e fenomeni settari, agli oroscopi, alle stregonerie, ai guaritori, ai paranormali. Allora sembra che questi fenomeni appartengono più a frammenti di religione, a desiderio di uno Stato rappresentativo, piuttosto che a forme di patti più o meno espliciti tra Chiesa e potere politico che può essere pure tentazione demoniaca, ma che, in realtà, non coglie sul senso civico e patriottismo che, nel nostro Paese, sembra in netta diminuzione; anche se, sarebbe auspicabile, che la società civile e religiosa fossero davvero uniti, come l’anima e il corpo, senza che ciò comportasse conflitto di opinioni e credenze o ingerenze pericolose. Sono in atto sistemi di massificazione ed eterodossia proprie delle società complesse la cui frammentazione, che porta verso un politeismo dei valori, ne è fenomeno sintomatico. Può sembrare che un laicato cattolico e il cosiddetto mondo “laico”, non in contrapposizione al mondo ecclesiastico ma al mondo confessionale, stiano procedendo per vie parallele al costituirsi di forze antagoniste che si modellano vicendevolmente rafforzando, contemporaneamente, l’aspetto antropologico ed umanitario alla ricerca di forme forti di vivacità intorno ai grandi problemi della pace, della sopravvivenza ecologica, della solidarietà universale. L’effetto combinato di queste due tendenze, mentre porta ciascuno dei due poli a costituirsi come elemento forte che aggrega ogni altro fenomeno secondario, può condurre anche al formarsi di nuovi ambiti etici comuni su cui si costruiscono rapporti fecondi di convivenza civile in aperto contrasto con alcuni tentativi di chiusura verso le sacche di emarginazione, i popoli di colore, le nuove povertà, i margini di ogni tipo, cioè contro gli effetti perversi dei meccanismi economici prevalenti e degli egoismi individuali, nazionali e sopranazionali.  Sarebbe auspicabile, perciò, un consolidamento di tale fronte comune contro tentazioni normative di natura liberal-radicale che sembrano destinate a scatenarsi, innestando forme vistose di disimpegno e di deresponsabilizzazione individuale e collettiva.

venerdì, 27 giugno 2008

FUORI DAL MERCATO

Scienza e tecnologia non sono considerate in Italia investimenti da tenere in grande considerazione, come avviene, al contrario in America, e tanto meno una nuova cultura, come avviene in Germania o in Francia, ma veri e propri “optional ” cui si devono interessare solo gli esperti. E’ un grande errore. Un Paese industrializzato richiede una cultura tecnologica, altrimenti si corre il rischio che la nostra generazione  lasci ai figli non solo il peso insostenibile del debito pubblico, ma anche una struttura industriale ormai tecnologicamente impoverita, estremamente leggera e quindi effimera. I nuovi fenomeni della società industriale avanzata, da quelli del consumo a quelli dell’automazione, la diversa e più sottile divisione del lavoro, i nuovi simboli di prestigio sociale, hanno portato altri elementi da valutare all’interno dello schema dello sviluppo attraverso i conflitti di classe. I mercati finanziari non sono più quelli di una volta in quanto sono invasi da nuovi padroni che detengono fondi incommensurabili con un mercato,spesso fittizio, che sposta ingenti capitali senza adeguati controlli e, contemporaneamente, con debiti pubblici investiti su scommesse di società incapaci di rientrare dal proprio indebitamento. La globalizzazione sta producendo tali enormi problemi tanto da far parlare di un mercato mondiale impazzito. Il prof. Guido Rossi, filosofo del diritto, padre dell’antitrust, ex presidente Consob, sostiene infatti, e a giusta ragione, nel suo ultimo libro “Perché filosofia” che ” il capitalismo globale sta diventando da un lato antidemocratico e dall’altro nemico delle classi medie”.  Crede nell’Europa che sarebbe la nostra salvezza nonostante i segnali di fragilità che sono arrivati dall’Irlanda, ma è preoccupato anche da una rivincita del nazionalismo del protezionismo. Ora si può essere d’accordo, come nel sistema democratico ateniese, che una vita realmente civile può essere vissuta nell’ambito di una città ( poliz ), oggi, nell’ambito di una Europa; ma è questa, come lo era la poliz,  un centro abitato di modeste dimensioni, con un suo territorio, in ogni parte del quale il cittadino poteva avere la sua casa, la sua indipendenza economica? No, di certo. I giganteschi agglomerati dei tempi moderni, le estensioni territoriali, la mancanza di indipendenza e libertà economica e di pensiero, rappresentano una continua difficoltà da cui scaturiscono enormi problemi culturali e sociali di ogni tipo. Si trova oggi un luogo, come nell’antico sistema democratico ateniese, ove fu scoperta non solo la democrazia ma anche la stessa politica, quel tipo di arte di conseguire decisioni mediante la discussione pubblica e poi obbedire a quelle decisioni in quanto condizione necessaria di una convivenza civile? La più importante caratteristica esterna alla polis era l’indipendenza politica (autonomia), il cui principio era oggetto di devozione quasi fanatica da parte dei Greci antichi perché ciò distingueva la vera polis non asservita ad altre città, ad un signore o ad una potenza straniera. Essere ridotti a tanto implicava un marchio di vergogna. Ora noi come siamo ridotti? Purtroppo, a differenza di uno Stato greco noi non ci vergogniamo e, ciò che è peggio, non sentiamo dolorosamente che la perdita dell’autonomia comporta anche quella della libertà personale. All’interno, il governo poteva essere di qualsiasi forma; cosa che non incideva sullo stato della città. Ma per il diritto di sceglierlo o di cambiarlo, lottarono sempre strenuamente. Quando anche noi propenderemo verso un sentimento che non sia diretto verso la vergogna e a lottare strenuamente per scegliere o cambiare le situazioni avverse?

giovedì, 26 giugno 2008

LE MANI SULLA CULTURA

Franco Ricordi ha scritto di recente  il libro “Le mani sulla cultura”, ove vengono presi in considerazione i miti tradizionali della sinistra la cui cultura diffusa è stata senza dubbio intensa; ma anche forte è stato il contributo che la DC ha dato ai fini di una crescita del potere culturale della sinistra. Una crescita che poi diventa potere culturale e quindi anche potere politico. Ci troviamo, ancora una volta, di fronte al problema della posizione assunta da qualcuno o da un gruppo nell’ordinamento sociale e dei loro rapporti con le altre diverse classi sociali ove la questione non si sa se riguarda una cultura, più o meno aristocratica che si estende o la si conculca, e non invece un tipo di concezione che prevale in una società, spinta da bisogni, che informa l’intelligenza, al punto tale che una sua “proletarizzazione”, alla fine, deprezza quella aristocratica. Possiamo pure credere che la cultura intellettuale sia sempre di per se stessa apprezzata, ma si può pure ritenere che sia un valore di uno stato sociale in funzione di quella al punto che il riconoscimento generale è prodotto da uno sviluppo del grado di coloro che a quel tipo di cultura hanno dato valore ed attribuzione. I termini nei quali la politica viene pensata provengono sempre da una tradizione propria di ciascun luogo e, le idee, i casi politici, i fondamenti filosofici, non sono gli stessi. La politica, perciò, non si addice all’aula scolastica dove si insegna qualcosa; ma neppure da parte dei docenti la politica si addice all’aula. L’atteggiamento politico nella pratica e l’analisi scientifica di formazioni e partiti politici sono cose diverse e le parole di cui ci si serve, parlando in riunioni popolari, spesso, diventano propaganda per trarre dalla nostra parte chi ci ascolta. Le parole che si usano quando si vuole coltivare il terreno del pensiero contemplativo o si vuole educare, restano incomprensibili per la più parte di chi ascolta, mentre al contrario, vengono apprezzate quando diventano spade contro l’avversario e più gradite se sono strumenti di lotta politica. Quando si osservano i comportamenti  ed i ragionamenti di molti intellettuali in politica, si ha la sensazione che  non siano confacenti a persone colte anzi, nella mescolanza degli interessi, superando l’aspetto estetico della parola, il medico, il professore, lo scrittore, l’avvocato fanno le proprie rivendicazioni in stile molto simile a quello dei sindacati degli operai. Ora l’egemonia culturale della sinistra, che vista da Ricordi, ha dominato sul teatro politico del XX secolo ed ancora influenzerebbe parte di socialità, deve fare i conti con la spinta intellettuale e culturale europea che, a differenza della nostra, già da tempo, in molte parti, ha offerto conquiste umane proprio nel senso migliore, libere, sentite in grado molto elevato, rispetto ai pregiudizi di classe che in passato avevano fatto sentire la loro influenza sulla vita intellettuale. Oggi, senza dubbio, non certo le classi economicamente più povere sono le meno adatte all’attività culturale, ma quelle che hanno il futuro meno promettente nel moderno processo di produzione; ed è su questo, sui livelli di vita molto disparati, sulle possibilità di tempo libero molto ineguali e sulle occasioni di sviluppo psicologico e culturale, estremamente dissimili, che si gioca non un’egemonia culturale ma una concezione media di quei gruppi che sono condannati nella vita ad una posizione più sfortunata e che tende a divenire cultura di “ necessità economiche” quale nota predominante di buona parte della società.

postato da: giusedoria alle ore 17:30 | link | commenti
categorie: mani sulla cultura
mercoledì, 25 giugno 2008

L’ECONOMICO E L’ETICO-POLITICO

La nota favola delle api, (B. de Mandeville, La favola delle api) centrata sull’identificazione di vizi privati e benefici pubblici, era meno eccentrica e stravagante di quanto sembrasse. Traccia una linea di dibattito tra l’economico  e l’etico-politico su cui ancora oggi si dibatte il pensiero moderno. Ci si riferisce, cioè, ad un ordine economico in cui l’armonia degli interessi potrebbe travalicare  il particolarismo politico. Un gioco complesso di forme in cui la decisione politica sempre più si appiattisce sull’andamento dei processi economici. E il nodo ancora oggi è sempre quello che, rendendo rilevante il contrasto tra sviluppo della politica e diritti moderni, frantuma e scompone il cittadino comune che resta stritolato quando comincia ad avvertire le sostanziali trasformazioni della politica e, con essa,  avverte anche l’irrompere, sulla società e sulla sua testa, di altre passioni ed altri interessi. Potrebbe così cominciare lo sradicamento di una unicità e l’inizio del crollo dell’illusione della propria autonomia e della propria libertà. Quando la politica svela il suo intreccio con  alcuni soggetti e si fa molto pressante il bisogno di legittimarsi attraverso decisioni, allocuzioni autoritarie di finti valori, emerge contemporaneamente l’artificiosità di un ordine economico indipendente e crolla il mito consegnato alla favola della api. L’illegalità di piccole o grosse dimensioni, in quanto forme di produzione economica, possono attraversare ciascuno di noi e possono essere, con un aspetto accaparratore di eccessivo capitalismo, un punto di forte rottura e conflitto tra ragioni diverse intorno all’uso delle risorse. Ancora peggio se non si trovano variabili a fenomeni che superando il localismo e la specialità, si cominciano a radicare invece nella complessità di un sistema che nemmeno un diritto adeguato può essere capace di controllare e vanificare. Un uso distorto delle risorse collettive che nemmeno le ragioni di una buona politica  sarebbero in grado di correggere, perché gli interessi di un’economia forte potrebbero non esser più separate dalle ragioni dell’altra. Potremmo non trovarci più davanti ad un piccolo controllo di risorse localizzate, da “mani sulla città”, già forse in atto, dove il legame col politico o con gli apparati burocratici contano ancora, ma di fronte ad un fenomeno allargato ad intere regioni con la connivenza dell’incapacità di uno Stato. Questo potrebbe pure spiegare la diversa forma di segretezza del potere illegale funzionale nei confronti della segretezza del potere amministrativo con la messa in opera di “arcana imperii”. Quindi l’esigenza immediata della riapertura, per il futuro della democrazia, di un dibattito che consideri l’insieme di regole che stabiliscano chi è autorizzato a prendere le decisioni e con quali procedure, con lo scopo di individuare l’attribuzione di questo potere e a quale maggioranza, certa e qualificata, sia assegnato; per discutere da vicino la situazione attuale della democrazia e considerarne le contraddizioni e le divergenze tra ideali democratici e democrazia reale, il contrasto eventuale tra ciò che è stato promesso e ciò che, al contrario, è stato concretamente attuato. In definitiva far affacciare tutti i soggetti e tutti i temi che riguardano la complessità dell’ambiente, in cui si vive ed opera, per evitare che soltanto alcuni costruiscano decisioni vincolanti con la deprecabile eventualità di determinare progetti particolaristici. Evitare, da questo punto di vista, che la politica diventi trascinamento delegittimante per far contare i temi dell’equità, della distribuzione delle risorse e, non ultimo, il problema delle relative procedure. D’altro canto in una situazione in cui le decisioni vengono espropriate ai grandi soggetti collettivi, non  ragionando su dichiarazione di principi, si possono aprire tanti alibi per l’immobilismo con connivenze e corresponsabilità. Tutto questo specialmente quando i governi che si costituiscono di volta in volta, non si basano su programmi ma su intese, con la possibilità di recedere continuamente dalle stesse e con le relative decisioni che hanno carattere distributivo e compensativo degli interessi più svariati.    

 

 

 

postato da: giusedoria alle ore 15:59 | link | commenti
categorie: economico ed etico-politico
martedì, 24 giugno 2008

PRODUTTIVITA' ED OCCUPAZIONE

 Nel passato per mantenere bassi i livelli della disoccupazione apparve necessario immettere dosi sempre crescenti di inflazione facendo aumentare in misura allarmante il fenomeno della stagflazione (stagnazione + inflazione). Furono messi in atto molti tentativi di modificare l’ipotesi di base come la pressione della forza contrattuale dei sindacati. Ma la realtà si rifiutò caparbiamente di uniformarsi ad ipotesi di versioni modificate. La ripresa dell’inflazione, oggi, con i prezzi che hanno rialzato la testa, fornisce una grande paura di un costo della vita fuori controllo in grado di far saltare alcuni contratti, con il pericolo della ripresa di conflitti e tensioni sociali anche per il divario esistente tra inflazione reale e programmata. Alla fine, il problema sottostante riguarda sempre  i redditi e la produttività di crescita. Del resto gli effetti provocati dal processo inflazionistico sono interdipendenti e si alimentano l’un l’altro e, quanto più l’inflazione è elevata, tanto più si determina un impatto negativo sull’attività economica dell’intero sistema. In modo particolare, si generano effetti distorti sulla distribuzione della ricchezza. In una situazione inflazionistica, l’effetto immediatamente percepibile riguarda la distribuzione del reddito. Tutti i percettori di redditi fissi, lavoratori dipendenti, pensionati, titolari di sussidi di disoccupazione, piccoli proprietari, piccoli risparmiatori, ottengono infatti, un flusso di reddito reale decrescente nel tempo, in quanto l’aumento del costo della vita comporta una riduzione del potere d’acquisto dei redditi monetari. Il fenomeno inflazionistico, tra l’altro, ha un effetto redistributivo regressivo, perché colpisce in misura maggiore i percettori di reddito fisso e, fra questi, coloro che appartengono alle fasce medio basse; perciò, se non si adottano dei correttivi validi, il sistema fiscale diventerà sempre più iniquo; i beni prodotti nel nostro Paese diventano più cari e  vengono sostituiti da quelli importati dall’estero; si aggrava la bilancia commerciale e si accelera la crescita dei prezzi interni. E’ difficile identificare quali siano gli strumenti idonei a contrastare il processo inflazionistico, perché le cause e i fattori che lo determinano sono al contempo differenti ed interdipendenti. Le politiche contro l’inflazione assumono un ruolo rilevante negli interventi di politica economica dei governi industrializzati e i loro risultati sulla stabilità dei prezzi sono profondamente diversi secondo il momento, l’intensità, il contesto nazionale e internazionale nel quale vengono adottate. Ieri, infatti, l’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi ma anche ex Governatore della Banca d’Italia, sosteneva, a giusta ragione,  che la leva monetaria deve tener conto delle esigenze dell’economia di tutta l’Europa. Ma l’Europa dei 27 è quella delle visioni lungimiranti di Monnet,  Schuman, Adenauer e De Gasperi?  L’inflazione è tipica delle crisi economiche ed investe tutti gli operatori economici e le sfere di produzione europee, comportando, accanto agli effetti ingiusti della distribuzione della ricchezza, fenomeni pericolosamente destabilizzanti che ricadono sui salari, produttività, prezzi ma, soprattutto, sull’occupazione. Se di tutto questo L’Europa, ma anche il nostro Stato, con la riduzione drastica del valore monetario della spesa pubblica, dello snellimento della relativa elefantiaca burocrazia, non sapranno farsi carico e non certo con provvedimenti solo assistenziali, la depressione potrà ricadere sulla attività economica generale tanto italiana quanto europea. L’Europa, quindi, dovrebbe diventare, cosa che sinora non è stato, anche controllo democratico delle Istituzioni comunitarie, ma soprattutto, con rinnovato impegno, garante di accorgimenti tecnici per proteggere efficacemente occupazione, regionalismo povero, riforme, impieghi sociali del reddito non solo e soltanto con “documenti di buona intenzione”.

postato da: giusedoria alle ore 16:22 | link | commenti (2)
categorie: produttività ed occupazione
lunedì, 23 giugno 2008

MALCONTENTO L. S. U.

 

I lavoratori socialmente utili vorrebbero progetti socialmente produttivi, così da rendere possibile, come era in pectore al momento della progettazione di L.S.U.,  l’impegno delle Amministrazioni pubbliche ad assumere iniziative che potessero dare continuità occupazionale e stabilità lavorativa. La norma fa riferimento ad esigenze istituzionali per l’esecuzione di servizi aggiuntivi non precedentemente affidati in appalto o in concessione, specialmente quando emerge che le attività, in continuità con i progetti, sono uguali, analoghe o connesse a quelle dei progetti stessi e sono destinate a realizzare servizi istituzionali aggiuntivi. Ma per poter realizzare progetti non vi è alcun bisogno che i servizi e le offerte vengano ulteriormente frammentati e sparpagliati qua e là , con gare diversificate e, spesso, cause di conflitti  legali, ma integrati  in riferimento al fascio di bisogni e di stati di necessità dei destinatari. E’ fin troppo evidente che non tutti gli interessi e non tutte le prospettive sono in grado di far sentire e di articolare al livello politico- amministrativo la propria voce, ma è pur vero che una Pubblica Amministrazione che vuole essere rispettata deve poter dare ascolto ad ogni posizione in gioco, di mediare, di dare suggerimenti di decisioni e di facilitare i processi negoziali. In questa occasione la protesta significativa dei lavoratori socialmente utili che, con questa manifestazione vogliono tutelare i propri interessi, si mette in mostra per dare rappresentanza visibile alle giuste e consistenti motivazioni. Inoltre spingere l’Amministrazione a porre in atto strumenti per integrare e coordinare gli interventi perché gli stessi non siano frammentati, appare del tutto opportuno e democraticamente rilevante. In realtà sulla capacità locale di sviluppare sistemi di rete, di pianificazione strategica si nutrono forti dubbi ma, in modo compensativo si potrebbe anche richiedere l’intervento regionale che, opportunamente, potrebbe dare aiuto mettendo a disposizione risorse, anche se in modo condizionato. Qui non soltanto non si è in grado di organizzare seri progetti ma, per i fatti che accadono, si apprende che, in precedenza, non vi è stato alcun ascolto dei lavoratori interessati, pure rappresentati da sigle sindacali che, all’inizio, non chiedevano altro se non lo studio concertato e un coordinamento per la proposizione di interventi di natura diversa ma intrecciati che, dall’assetto Municipio, pure si aspettavano. Ora questa manifestazione per una questione collettiva di vasto interesse, è se non altro, di aiuto per un’informazione che riguarda la comunità, perchè vi sia una diffusione della notizia ed anche e, soprattutto, al fine di trovare sensibile un’Amministrazione che, non  per una ragione marginale, deve mettere in atto propositi costruttivi per l’occupazione, in questo caso necessaria, anche per una coesione sociale che richiede risorse ed attori diversi, fuori dall’autocompiacimento in cui, talora, alcuni operatori si sono rinchiusi.

postato da: giusedoria alle ore 16:07 | link | commenti (1)
categorie: malcontento lsu

postato da: vitobaglivo alle ore 15:03 | link | commenti
categorie:
domenica, 22 giugno 2008

12 Giugno 2008: Negato il matrimonio canonico per impotenza di lui. Decisione corretta.

Fa discutere, in questi giorni, un episodio di cronaca che ha come protagonisti due neo sposi di Viterbo, ai quali è stata negata la celebrazione del matrimonio canonico, da parte del Vescovo, in quanto lo sposo, affetto da paraplegia a seguito di incidente stradale, non sarebbe in grado di procreare. Sebbene l’episodio sia da censurare sotto un profilo umano, da un punto di vista squisitamente giuridico l’atto del Vescovo è da condividere. Vediamo perché....... continua a NEWS

                         studiolegalealessandrodoria.it

postato da: giusedoria alle ore 17:26 | link | commenti
categorie: matrimonio-impotenza-
venerdì, 20 giugno 2008

LEGAME TRA PRESENTE E PASSATO

Simone Weil, intellettuale francese, impegnata a interpretare le cause che avevano scatenato il conflitto europeo ha scritto: “ Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. E’ tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività, che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi la sua vita morale, intellettuale, spirituale, tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”. Ora se facciamo un esame di coscienza, ci accorgiamo che le tesi portate avanti tanto dai tradizionalisti come quelle degli innovatori sono sempre le solite, molto frequenti, che ogni problema va visto in termini di alternativa, di aut aut, di opzione radicale. O di qua o di là. Invece i problemi, in realtà,  come potrebbe dire un piccolo sapiente, non si risolvono, ma si decidono. Sarebbe come dire che, nella attuale società, i nodi che si presentano aggrovigliati attorno all’uomo, non essendo possibile scioglierli, bisogna tagliarli. Ma appunto, per tagliarli, non è necessaria la ragione, ma basta un coltello.

 Purtroppo noi ci comportiamo come se non sapessimo niente dell’ambiente e della prevedibilità dei suoi fenomeni, della complessità dei rapporti sociali, i cui interessi, da cui non si esclude pur in posizione di neutralità la Pubblica Amministrazione, dovrebbero mettere assieme sinergie differenti, strumenti pattizi, ai fini di una più completa capacità d’azione. Ora, se anche nel funzionamento delle Pubbliche Amministrazioni bisogna cercare di mettere insieme decisioni e realizzazione degli interventi, contemperando differenti interessi e punti di vista per la composizione delle posizioni pluralistiche presenti nella società, è possibile escludere, dal nuovo gioco democratico, il legame tra esperienze del passato e operatività presenti? Lo si può fare, ma questa mancanza di riguardo, di rifiuto delle esperienze, senza la possibilità più ampia ed articolata di potenziare una maggiore crescita sociale, sicuramente prima o poi, provocherà contrasti senza possibilità di bilanciamento tra vecchio e nuovo, non assicurando un guadagno informativo ed una garanzia di efficacia ed efficienza dell’azione, con la conseguenza di non poter convergere ed alimentarsi a vicenda. Lo scambio fra le esperienze è altrettanto indispensabile quanto il radicamento. Spaccare questa unione è quanto mai inopportuno ed umanamente riprovevole; è causa di aggressione di uno verso l’altro.

Senza il rispetto nei confronti di coloro che, in precedenza, hanno agevolato il compito di chi, oggi, succede nella gestione della cosa pubblica con il vantaggio delle basi poste a fondamento di un edificio nel quale, provvisoriamente abitano senza titolo di proprietà, può determinare mancanza di accorgimenti, meccanismi, soluzioni combinate, non favorendo, alla fine, il necessario coordinamento delle politiche coinvolgenti una pluralità di attori. Misure senza legami storici, sbagliate e superficiali anche se di immediata rendita populistica, potrebbero al contrario, far crescere in modo esagerato i livelli di complessità, ed elevare, in modo non necessario, i carichi di lavoro con un’inutile, eccessiva fatica.      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: giusedoria alle ore 08:59 | link | commenti (4)
categorie: legame tra presente e passato
mercoledì, 18 giugno 2008

POTERI DELLO STATO

Se lo Stato non deve essere considerato un’astrazione in quanto dietro di esso non esisterebbe nulla di reale ma, al contrario, una realtà fatta di individui che compongono e organizzano la loro vita e la loro attività, allora bisogna richiamare l’idea che l’attività dell’organizzazione statale si deve finalizzare alla soddisfazione di bisogni ai quali gli uomini, per la limitatezza delle loro forze, non possono provvedere soltanto da soli. Ma quale garanzie possiamo attenderci da un’organizzazione sociale e da un ordinamento giuridico ad essa collegato se, come avviene, i tre poteri dello Stato continuano a scontrarsi, come avviene da oltre vent’anni, creandosi conflitti vicendevoli, piuttosto che, rispettando le regole del gioco, promuovere collaborazione e completezza organica? Si può mai sopportare una manifesta ostilità da parte del corpo legislativo ed esecutivo nei confronti di una Magistratura, e viceversa, in forma antagonistica, con conseguenze sconvolgenti, non esclusa nemmeno un'attività di supplenza dell’ordine giudiziario nei confronti di organi legislativi ed esecutivi? Oggi,  assistiamo da un lato, ad una frammentazione del potere pubblico che spesso si trasforma in un confuso e farraginoso processo di contrattazione tra gruppi organizzati che lasciano il cittadino fuori da ogni partecipazione democratica, e dall’altro, ad una giurisdizione, non certo armoniosa, per il combinarsi di diversi fattori che riguardano la organizzazione degli uffici, la professionalità dei magistrati  che scelgono nuovi incarichi per proprio interesse senza alcun obbligo di doverosa conoscenza, provvisorietà degli incarichi direttivi, riduzione dei poteri dei capi degli uffici, scarsità di mezzi, di strumenti e di collaboratori, per contribuire, alla fine negativamente, a produrre frustrazioni derivanti dal veder fallire la propria opera e le rispettive competenze. Avviene, specialmente nel ramo penale, che in nome della pretesa di una “giustizia sostanziale” non si agisca con particolare severità poiché, in alcune località, non si procede con lo stesso rigore di altre o, se ci si muove con severità, può nascere il timore di essere accusati di protagonismo; le azioni che si intraprendono non sono perciò unitarie, non consentono di attuare una tutela giurisdizionale omogenea e diffusa,  non escludono aree di vera e propria impunità. Può anche accadere che nel campo interpretativo della norma, che, talvolta non è neutra, ma influenzata da considerazioni metagiuridiche,  si possano stravolgere i significati o i riferimenti ad alcuni principi in sé, mai posti in dubbio e richiamati, senza alcuna congruenza, con la specifica fattispecie normativa. Per realizzare una vita in comune avremmo bisogno di poteri dello Stato certi, rispettosi dei propri compiti e responsabilità, di lealtà istituzionale, per poter attuare quella vera “sovranità” dello Stato, come posizione di supremazia, accettata, voluta nell’interesse, però, di tutti e non di pochi. Non dovremmo dimenticare, nella nostra speranza di sopravvivenza della democrazia, che se non sapremo far tacere i singoli egoismi, in vista del fine comune di tutela e garanzia collettivo, non potremo salvaguardare  una tradizione, una cultura giuridica, come quelle che noi deteniamo e che altri, spero, ci invidiano ancora; più in concreto e in generale, soprattutto, per il bisogno di discutere e risolvere i problemi pratici che ci assillano ogni giorno di più. 

postato da: giusedoria alle ore 16:58 | link | commenti
categorie: poteri dello stato
martedì, 17 giugno 2008

DISOCCUPAZIONE ED EMIGRAZIONE

Sembra che il lavoro umano, ancor più oggi, giustifica il suo valore di condanna biblica a cui se ne aggiunge un’altra che riguarda l’occasione del lavoro. E la disoccupazione si concentra soprattutto al Sud, colpendo sia uomini che donne come fenomeno che si diffonde, in quanto non è un gruppo sociale poco esteso a trovare difficoltà per rinvenire un posto di lavoro, che resterebbe un fatto circoscritto; qui, al contrario, la gravità si somma alla visibilità sociale, alla quantità delle persone coinvolte ed il problema viene a scuotere tutto l’assetto sociale, diventando, perciò, emergenza sociale. In Puglia gli investimenti rallentano, l’industria ristagna e la disoccupazione fa aumentare i flussi migratori verso il Nord-Est. Il numero dei laureati, disoccupati, è aumentato di tre volte rispetto al 1990. L’emergenza sociale non riguarda più i senza titolo di studio o i diplomati, ma anche i giovani con un più elevato livello di istruzione che vedono frustrate le loro aspettative, dopo anni di sacrifici. Il giovane, all’uscita della scuola, si trova di fronte al dilemma di optare per un passaggio rapido dalla scuola al lavoro, con il rischio di dover accettare un impiego dequalificato, oppure, se è preferibile non lavorare affatto per evitare sottoccupazione. Quindi emigrare? La risposta dipende pure dall’appoggio finanziario della famiglia e dal livello di istruzione, ma tutto ciò, pone problemi che sicuramente non possono essere scaricati sulle cause esclusivamente di recessione economica. Le prospettive del lavoro e di un’occupazione si sono deteriorate sia qualitativamente che quantitativamente. La crescita economica presuppone infatti un maggior numero di posti qualificati, un più alto reddito e una diminuzione dell’orario di lavoro; il problema, però, è quello dei benefici che vanno verso una sola direzione. L’impiego, nelle professioni più qualificate, si sviluppa in cifre assolute e in rapporto al numero totale dei posti. Ne risulta che la domanda di nuovi reclutamenti per posti qualificati, rimane stabile rispetto all’accresciuta popolazione giovanile. Vi è da sottolineare che se i processi di selezione associati attualmente al passaggio, ad un impiego o ad una professione interessano numerosi adolescenti e la disoccupazione giovanile taglia, quindi, trasversalmente i ceti ed entra dappertutto, sono i giovani delle classi meno abbienti coloro che subiscono più duramente un’esclusione dal mercato del lavoro. I cambiamenti strutturali della nostra società, in particolare sotto l’effetto della crisi, tendono ad indebolire ancora più i deboli e rafforzare i forti. Eppure, un diverso approccio ai problemi del lavoro in genere e della società più specificatamente, ebbe la cultura cattolica, in particolare attraverso l’elaborazione dovuta alle encicliche sociali, dalla “Rerum novarum” alla “Laborem exercens”. Anche se altre encicliche hanno riscattato la positività del lavoro in funzione dell’uomo, oggi, si percepisce di più l’aspetto problematico del lavoro che, congiunto inevitabilmente con la fatica, a causa della maledizione che il peccato ha portato con sé, crea pure stati d’animi esacerbati. Non poteva bastare una sola espiazione? Se ne aggiunge un’altra: quella di non poter lavorare e, quindi, accanto ad una piccola parte della Passione di Cristo che ha accettato per noi la sua Croce, ce ne dobbiamo assumere un’altra che riguarda la disoccupazione, l’emigrazione, per segnare la strada della vita umana sulla terra che diventa ogni giorno più difficile. Le ideologie, per quel poco che contano ancora, da qualunque parte provengano, ossificandosi, non riescono più, purtroppo, a dar conto dei fenomeni che si manifestano nella realtà.       

postato da: giusedoria alle ore 13:09 | link | commenti (7)
categorie: disoccupazione ed emigrazione
sabato, 14 giugno 2008

IL TRATTATO DI LISBONA

stati membri europa

 

Come l’arbitro psicologo Tom Henning Ovrebo fa tracollare la nazionale calcistica agli europei, così, nelle stesse ore, l’Irlanda fa fibrillare il Trattato di Lisbona.  Firmato dai capi  di Stato e di governo dell’Unione Europea il 13 dicembre 2007, il Trattato, per rendere più efficiente l’Europa, prima ancora dell’entrata in vigore, prevista per il 1 gennaio 2009, ha già subito la prima debacle. Gli Irlandesi,  chiamati alla ratifica per via referendaria , prevista dalla loro Costituzione, pronunciandosi negativamente hanno votato, con il 53,4 per cento, contro. La domanda è cosa poteva accadere negli altri 26 Stati se, invece che blindarsi nel voto parlamentare, fossero stati chiamati a pronunciarsi con referendum. Infatti, sinora, lo stare insieme in Europa ha comportato di più fare accordi economici più vantaggiosi per tutti, piuttosto che giungere a formare uno Stato federale con una Costituzione sopranazionale e istituzioni dotate di concreti poteri esecutivi, legislativi, giurisdizionali pur nel rispetto delle singole realtà nazionali, come era forse negli ideali dei padri dell’Europa degli anni Cinquanta. La bocciatura irlandese risuona come una reazione verso l’Unione europea carica di eccessiva burocrazia e infarcita di farraginosi meccanismi.  E’ sicuramente vero che oggi possono essere anacronistiche le vecchie regole che disciplinano il rapporto tra 15 paesi diventati 27, essendo ancora in vigore il Trattato di Nizza del 2003; è pur vero che si vuole dare più partecipazione ai cittadini, garantendo e contemplando diritti civili, politici, economici e sociali, nonché prevedendo la iniziativa popolare affinché un gruppo di almeno un milione di europei di un certo numero di Stati membri, possa invitare la Commissione a presentare nuove proposte; è sicuramente apprezzabile che si voglia un’Europa più efficiente  attraverso organi più snelli e quindi capaci di mettere in atto processi decisionali efficaci ed efficienti; è vero insomma che si vogliono migliorare le condizioni di vita degli europei. Ma tutto questo perché sinora l’Unione non ha funzionato al meglio, lasciando molte insoddisfazioni nell'animo del cittadino europeo. E se è vero che l’analisi delle Costituzioni dei Paesi della Comunità europea comporta tante diverse considerazioni di tipo storico e politico, ora non dobbiamo scandalizzarci più di tanto se questo è avvenuto in Irlanda, anche perché, se il referendum fosse stato indetto altrove, forse  si potevano avere risultati analoghi. Sicuramente dal 1957 a oggi molte decisioni sono state prese, ma si è anche affermato il principio di accelerare l’adesione, senza troppe difficoltà, dei paesi dell’ Europa occidentale le cui strutture economiche sono simili , ma di ritardare ancora per anni, l’adesione di altri paesi, candidati, dell’Europa centrale e orientale. Ci si può chiedere che senso abbia parlare di Unione Europea se si escludono paesi che, sino a poco tempo addietro, facevano parte del blocco comunista che si è ormai disgregato, ma la cui storia passata non può essere separata da quella dell’Europa occidentale che era parte di un impero comune . L’abbandono di questi paesi,  in un momento della loro e della nostra storia così difficile e precario, può creare una situazione destabilizzante;  sarebbe opportuno riflettere attentamente alle conseguenze che potrebbero derivare. Al confronto, il  risultato del referendum irlandese diventa importante per gli effetti immediati, ma poca cosa per le prospettive future pensate, però,  con meno economia e più umanità politica.

postato da: giusedoria alle ore 09:01 | link | commenti (2)
categorie: trattato lisbona
venerdì, 13 giugno 2008

INQUINAMENTO DA CIRCOLAZIONE VEICOLARE

INQUINAMENTO da circolazione

 

Dagli scarichi degli autoveicoli provengono principalmente l’ossido di carbonio, il piombo, l’ossido e il biossido di azoto, gli idrocarburi incombusti. Se effettuassimo rilevazioni, in tempi diversi ed in ore diverse, nella nostra città, sicuramente ci accerteremmo che proprio il traffico veicolare è la fonte maggiore di queste sostanze. Qualunque tecnico potrebbe dirci che il pericolo maggiore in un certo senso è dovuto alla presenza di piombo, in modo particolare in quelle zone, dove non vi è una buona movimentazione dell’aria, al punto che, le particelle di piombo si depositano, con conseguente massiccio inquinamento del suolo.

I politici, gli amministratori, da parte loro, a qualunque livello e in qualunque organismo si trovino, hanno il compito di fare accettare le soluzioni che la scienza propone loro, e di instaurare dei quadri politici disposti a considerare il problema traffico e trasporti nella loro più ampia complessità; dei quadri politici dunque capaci di seguire una politica di misure radicali, non finalizzati a sovvertire i processi esistenti, bensì a dare una svolta qualitativa decisiva alla nostra realtà di traffico e di trasporto, essendo evidente il rapporto di crisi esistente tra traffico veicolare e ambiente urbano, sia a livello di degrado ambientale, sia a livello di congestione della mobilità in genere. Intanto la G.M., con delibera n.108 del 26/05/2008, per migliorare la qualità della vita e la sicurezza della circolazione, nonché per diminuire l’impatto ambientale e culturale del centro storico, regolamenta il traffico, limitandolo solo in alcune vie e piazze. E’ questa la tutela? La tutela dell’ambiente viene attuata attraverso la concessione di risorse finanziarie a favore di iniziative di interesse ambientale con fondi strutturali destinati a misure riguardanti le tecnologie pulite, ivi compresi i metodi di controllo della qualità ambientale. Nella programmazione 2007-2013 tutte le Regioni, specialmente quelle in ritardo di sviluppo, e, con esse, i Comuni che sappiano programmare, possono beneficiare dei Programmi Operativi Regionali, in diversi settori d’intervento e, tra questi, quello della tutela dell’ambiente ed efficienza amministrativa. Qui, nel nostro paese, avremmo bisogno di entrambi gli interventi che, al contrario, risultano essere limitati ad una sporadica regolamentazione di zone a traffico limitato o a qualche “sperimentazione”, aspettando Godot, di disorganico divieto di parcheggio. Cerchiamo, al contrario, di individuare strategie e soluzioni integrate, partendo dal concetto di prevenzione e di analisi preliminare del problema: sul piano culturale, metodologico, strumentale. Sul piano della cultura politica, individuale e collettiva, ad ogni livello,  programmare  scelte da compiere per contenere rigorosamente tutto ciò che è “sviluppo” indiscriminato e insostenibile per l’ambiente; sotto il profilo metodologico per ripensare il modo di pianificare il territorio e la città, partendo dalla valutazione dei singoli fattori di pressione ambientale esistenti e puntando sul riequilibrio delle funzioni e sulla qualità dei servizi di dotazione attribuibile allo svolgimento di tali funzioni; sul piano strumentale varare un piano urbano del traffico che è pure imposto dal codice della strada. Pensare all’organizzazione,  controllo e  gestione dei sistemi da mettere in atto, specie se riguardanti servizi aggiuntivi o indotti a quelli primari del trasporto vero e proprio. Molti di essi riguardano infatti il riordino delle aree interessate, sia come riqualificazione del paesaggio urbano, sia come arricchimento delle sue relazioni sociali mediante servizi aggiuntivi , cercando di coinvolgere sia il residente locale o il fruitore diretto, sia di affidare impianto o gestione del servizio ai privati. Quindi il nuovo codice della strada non considera solamente la minima regolamentazione delle zone a traffico limitato, ma organicamente richiede, che altri provvedimenti vengano presi, peraltro, programmabili e finanziabili. La qualità della vita si migliora e l’impatto sul patrimonio si riduce con progetti integrati, e non con provvedimenti superficiali ed estemporanei.

postato da: giusedoria alle ore 12:51 | link | commenti
categorie: inquinamento, eolo
giovedì, 12 giugno 2008

MiniCats

Se ci mettiamo tutti a farla girare ci vorrà poco a fargli un bel

casino...

L'auto ad aria è... volata via

L'auto ad aria è... volata via

Eolo, la vettura che avrebbe fatto a meno della benzina è stata fatta sparire. Perché?

VIVIAMO IN UN MONDO DOVE CI VOGLIONO FAR CREDERE CHE IL PETROLIO E'

IMPORTANTE QUANTO L'ACQUA

QUESTA DEVE DAVVERO FARE IL GIRO DEL MONDO!

Guy Negre, ingegnere progettista di motori per Formula 1, che ha lavorato alla Williams per

diversi anni, nel 2001 presentava al Motorshow di Bologna una macchina rivoluzionaria: la

"Eolo" (questo il nome originario dato al modello), era una vettura con motore ad aria

compressa, costruita interamente in alluminio tubolare,fibra di canapa e resina,

leggerissima ed ultraresistente.

Capace di fare 100 Km con 0,77 euro, poteva raggiungere una velocità di110 Km/h e

funzionare per più di 10 ore consecutive nell'uso urbano.

Allo scarico usciva solo aria, ad una temperatura di circa -20°, che veniva utilizzata

d'estate per l'impianto di condizionamento.

Collegando Eolo ad una normale presa di corrente, nel giro di circa 6 ore il

compressore presente all'interno dell'auto riempiva le bombole di aria compressa,

che veniva utilizzata poi per il suo funzionamento.

Non essendoci camera di scoppio né sollecitazioni termiche o meccaniche la

manutenzione era praticamente nulla, paragonabile a quella di una bicicletta.

Il prezzo al pubblico doveva essere di circa 18 milioni delle vecchie lire, nel suo

allestimento più semplice.

Qualcuno l'ha mai vista in Tv?

Al Motorshow fece un grande scalpore, tanto che il sito

richieste di prenotazione: chi vi scrive fu uno dei tanti a mettersi in lista d'attesa, lo

stabilimento era in costruzione, la produzione doveva partire all'inizio del 2002: si trattava

di pazientare ancora pochi mesi per essere finalmente liberi dalla schiavitù della benzina,

dai rincari continui, dalla puzza insopportabile, dalla sporcizia, dai costi di manutenzione,

da tutto un sistema interamente basato sull'autodistruzione di tutti per il profitto di pochi.

Insomma l'attesa era grande, tutto sembrava essere pronto, eppure stranamente da un

certo momento in poi non si hanno più notizie.

Il sito scompare, tanto che ancora oggi l'indirizzo

Questa vettura rivoluzionaria, che, senza aspettare 20 anni per l'idrogeno (che costerà alla

fine quanto la benzina e ce lo venderanno sempre le stesse compagnie) avrebbe risolto

OGGI un sacco di problemi, scompare senza lasciare traccia.

A dire il vero una traccia la lascia, e nemmeno tanto piccola: la traccia è nella testa di tutte

le persone che hanno visto, hanno passato parola,hanno usato Internet per far circolare

informazioni.

Tant'è che anche oggi, se scrivete su Google la parola "Eolo", nella prima pagina dei

risultati trovate diversi riferimenti a questa strana storia.

Come stanno oggi le cose, previsioni ed approfondimenti. Il progettista di questo motore

rivoluzionario ha stranamente la bocca cucita, quando gli si chiede il perché di questi ritardi

continui.

attualmente in cassa integrazione senza aver mai costruito neanche un'auto.

www.eoloauto.it venne subissato diwww.eoloauto.it risulta essere in vendita.I 90 dipendenti assunti in Italia dallo stabilimento produttivo sono

I dirigenti di Eolo Auto Italia rimandano l'inizio della produzione a data da destinarsi, di

anno in anno.

Quali considerazioni si possono fare su questa deprimente vicenda? Certamente viene da

pensare che le gigantesche corporazioni del petrolio non vogliano un mezzo che renda gli

uomini indipendenti.

La benzina oggi, l'idrogeno domani, sono comunque entrambi guinzagli molto ben

progettati.

Una macchina che non abbia quasi bisogno di tagliandi nè di cambi olio,che sia semplice e

fatta per durare e che consumi soltanto energia elettrica, non fa guadagnare abbastanza.

Quindi deve essere eliminata, nascosta insieme a chissà cos'altro in quei cassetti di cui

parlava Beppe Grillo tanti anni fa, nelle scrivanie di qualche ragioniere della Fiat o della

Esso, dove non possa far danno ed intaccare la grossa torta che fa grufolare di gioia le

grandi compagnie del petrolio e le case costruttrici, senza che "l'informazione" ufficiale dica

mai nulla, presa com'è a scodinzolare mentre divora le briciole sotto al tavolo....

invece delle inutili catene di S. Antonio, facciamo girare queste informazioni!!!

LA GENTE DEVE SAPERE!!!!!!!

postato da: giusedoria alle ore 11:01 | link | commenti (6)
categorie: eolo