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La vita pubblica italiana, sino ad oggi, non ha seguito iter di serenità ed efficienza. Anzi presenta ancora confusione, disservizi, precarietà. E’ evidente che l’ente comunale, in questo contesto, vive il tempo che gli è assegnato, tentando per quanto possibile, di raggiungere obiettivi di faticoso riordino che reclama comprensioni e risoluzioni. E’ pure evidente che in questa marcia l’insoddisfazione resta il pungolo per accentuare il meglio e per divenire, spesso, gli oppositori di se stessi, quale stimolo per non sedersi sui risultati raggiunti che sono, per verità, pochi. Chi parla ovviamente, per natura, si sente costantemente insoddisfatto ed è portato più a pensare alle occasioni mancate che ai traguardi raggiunti. Un pessimismo, comunque, che crea il meglio non chiuso agli stimoli, alle critiche di chi le voglia fare. A tale proposito una riflessione che riguarda il nostro Comune da quando lo lasciai molto tempo addietro.
La precarietà,oggi, è divenuta più vistosa sia perché bisogna tener d’occhio le più congeniali fonti di finanziamento - che non si sanno sfruttare e spesso sono pure mancanti, nel mentre lo Stato stringe i cordoni della spesa e
Un fondamentale aspetto resta quello del personale. In merito le innovazioni legislative procurano confusione che aggrava una situazione già deludente che si cerca di fronteggiare, in maniera estemporanea, chiamando in aiuto l’automazione, un nuovo assetto strutturale, una più incisiva responsabilizzazione dirigenziale, una adeguata allocazione degli uffici; spesso non accade nemmeno questo. Tra i settori che più richiamano attenzione primeggia quello dello sviluppo economico che va affrontato con tutto il peso della negatività, proveniente dall’essere un Comune, il nostro, “periferizzato” nel più periferico Mezzogiorno d’Italia. In merito si dovrebbero battere le vie possibili, ove però si riscontra una debole e dispersiva intraprendenza, aggravata da episodica azione d’intervento. Occorrerebbe, invece, portare metodo ed ordine per saper chiedere, non disperdendo energie, raccogliendo tutte le forze per un lento, faticoso processo di recupero di immagine a cui la fantasia può dare momentanea produttiva supplenza. Tutto ciò comunque non deve scoraggiare se si avverte onestà d’intenti, se crediamo nelle maggioranze come parte che esalta l’interezza del corpo amministrato, se si vuole abitare negli occhi della gente; se si pratica la politica dell’ascolto e del rispetto non dimenticando mai che se una cosa è giusta non deve mai essere ascoltata in base alla classificazione di chi la dice. In sintesi ho voluto tracciare alcuni spunti che non sono estranei ad un bilancio annuale, consuntivo, che deve contenere i presupposti per un bilancio preventivo fatto di tendenze da sviluppare e considerare. Ho voluto individuare, per il momento, tracciati che possono saldare le cose fatte da altri e quelle da fare, avendo come costante visione l’intelligente revisione del passato, il riordino del presente, l’avvio del futuro.
Naturalmente, per assumere la musica come linguaggio, bisogna vedere se quest’ultima possa essere collocata nel quadro degli elementi espressivi, o se non debba essere considerata come un prodotto dell’industria culturale. In questo ultimo caso un approccio sarebbe molto rischioso, dato il carattere fortemente commerciale di queste forme comunicative e dato, soprattutto, il loro aspetto di prodotti imposti, dall’esterno, a gruppi o strati di “fruitori”. Ci si può chiedere, allora, se la musica la si può ricondurre al sistema delle comunicazioni di massa, definendola secondo le caratteristiche della mercificazione e della riproduzione ideologica di un sistema economico; come cioè un mezzo per ipnotizzarci. La preponderanza del carattere di “merce” della musica non colta, si potrebbe configurare come ideologia, definendola come “un maniaco momento in cui rilassarsi”, strumento attraverso cui, illudendosi di evadere la realtà, si finisce per interiorizzarla come unica realtà possibile. Ma il linguaggio musicale si potrebbe pure interpretare come musica popolare e, sotto certi aspetti, espressione spontanea e genuina del suo pubblico, per stabilire un rapporto immediato con le manifestazioni di vita e della realtà, con un’evidente espressione di esse, ponendosi, quindi, come voce immediata di una condizione sociale. Ora, può essere indubbiamente vero che esiste un legame strettissimo tra l’espressione musicale e gli apparati delle comunicazioni di massa e dell’industria, non solo culturale, tuttavia esistono anche notevoli elementi che conducono piuttosto a caratterizzarla come forma di comunicazione reale ed anche come linguaggio. Il dato però più interessante potrebbe essere quello emergente dalle analisi sui rapporti sociali dove l’atteggiamento pratico, cioè legato a progetti concreti e strategici, è caratteristico sia dell’individuo che delle sue relazioni con altri individui o gruppi, apparendo come pluralità di strategie, nessuna delle quali tendente più ad essere vista come necessariamente dominante; una multidimensionalità caratterizzante la identità moderna, assai più che l’appiattimento su un’unica dimensione. L’interesse dei giovani moderni che, diversamente dal passato, cominciano a registrare sostanziali cambiamenti, tenuto conto della soddisfazione che ora si prova nel fare musica anche in piccoli centri periferici con una straordinaria capacità di entrare in contatto, secondo un certo stile musicale, diventando mezzo di comunicazione orizzontale sulla musica, senza la mediazione critica degli specialisti. Questi giovani tentano di ritrovare fra loro il senso di una esistenza che gli adulti, forse, hanno spesso reso squallida e mortificato nella speranza.
L’ampliamento di un concetto di politica musicale che potrebbe significare concezione più pervasiva di essa e legata alla socialità, nel momento in cui si acquisisce una sorta di coscienza di base che si esprime nella ricerca del vissuto e di un agire comune che esce dai rigidi binari dei grandi leader musicali, sostenuti dalla organizzazione editoriale, dai grandi produttori degli strumenti di comunicazione sociale e da organizzatori di megaconcerti, per invadere altri spazi sociali ed esprimendo nuovi bisogni, con un forte senso di socialità e con il desiderio di comunicazione interpersonale.
La disoccupazione, oggi, è forse meno esplosiva del passato ma più corrosiva, meno rivoluzionaria ma più deleteria.
In realtà anche se può sembrare che i giovani abbiano una “allergia al lavoro” questo sentimento è un atteggiamento transitorio, legato all’inflazione e alla stagnazione dell’economia, ma resta sicuramente il dato che il lavoro è importante per la maggioranza dei giovani. In questo contesto la norma, in discussione, che prevede di impedire l’assunzione dei precari a tempo indeterminato dovrebbe essere emendata e discussa attraverso un disegno di legge e non risolta, sbrigativamente, con un decreto, tenuto conto che nei giovani il lavoro occupa un posto non certo secondario. Infatti non vi è ombra di dubbio che i giovani sono del tutto diversi dall’immagine stereotipata, prolungatasi per molto tempo e che ancora oggi resiste limitatamente, dei giovani che non avrebbero più “ l’etica” del lavoro. Gli atteggiamenti giovanili nei confronti del lavoro smentiscono inequivocabilmente il luogo comune della poca volontà di lavorare o del rifiuto del lavoro da parte dei giovani. Le condizioni lavorative precarie, saltuarie, non tutelate e non corrispondenti al titolo di studio fanno prevalere l’immagine negoziale del lavoro in cui prevalgono gli elementi legati alla prestazione più che al valore senza dare peso a parametri come prestigio, carriera, sicurezza del posto che, pur non rappresentando più differenze nette fra le varie classi sociali e frazioni sociali, configurano senza dubbio una dimensione umana che non consente di esprimersi, tradendo le esigenze di realizzazione personale nel recupero di aspettative e motivazioni che servono a superare impostazioni conflittuali e condizioni di anonimato sociale, a comportare quindi le eventuali istanze garantite e l’impostazione economica e il miglioramento di status in grado di rendere anche “ il lavoro umanamente più comprensibile e vivibile nel bilancio di senso dell’individuo”. Le difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro contribuiscono inoltre a spingere i giovani ad attivare strategie ed investimenti più differenziati ad una più marcata elasticità ad accettare, per bisogno, anche un lavoro di ripiego. L’incidenza del ruolo lavorativo, quindi, determina un’identità globale dell’individuo la cui personalità si frammenta pericolosamente; come pure racchiudere nel lavoro il simbolo di un’epoca, superata, è operazione riduttiva anche se non risulta facile dire quale possa essere la sostituzione nei travagli di una trasformazione in atto che mostra volti contraddittori segnata da “un’accettazione non deferente come quella quotidianamente riconoscibile nella relativa apparente indecifrabilità del mondo giovanile”. Il Parlamento, di tutto ciò, dovrebbe tenere maggior conto e considerazione.

Il "Lodo Alfano" tutela la libertà oppure nuoce alla democrazia? Doveva essere rafforzato da una legge costituzionale o è sufficiente una legge ordinaria? Il Consiglio Superiore della Magistratura fa bene o male quando firma appelli contro alcune leggi sulla giustizia? Domande retoriche che pongono, però, l’esigenza di considerare la comparsa di nuove forme della volontà di conoscere la verità. Vengono in mente alcune considerazioni del Foucault: “ credo insomma che questa volontà di verità, così sorretta da un supporto e da una distribuzione istituzionali, tenda ad esercitare sugli altri discorsi – parlo sempre della nostra società – una sorta di pressione e quasi un potere di costrizione”. Ed ancora: “ ….Ora, questa volontà di verità, come gli altri sistemi di esclusione, poggia su di un rapporto istituzionale: essa è rinforzata, e riconfermata insieme, da tutto uno spessore di pratiche come la pedagogia, come il sistema dei libri, dell’editoria, delle biblioteche, come i circoli eruditi una volta, i laboratori di oggi. Ma essa è anche riconfermata, senza dubbio più profondamente, dal modo in cui il sapere è messo in opera in una società, dal modo in cui è valorizzato, distribuito, ripartito, e in certo qual modo, attribuito”. Quindi si possono avere molte verità di cui, spesso, non si può riconoscere tutta l’importanza se non col mezzo dell’esperienza personale che, se non accettata, si unisce ad un’altra negativa situazione che comporta un’altra verità: il difetto di discussione. Quali mezzi procacciarsi perciò, avendo abbandonato quelli che avevamo, per non accettare passivamente un’opinione, sia pure corrente, e comprendere a fondo gli argomenti? Un pregiudizio, però a volte vivifico, potrebbe essere pure quello di considerare alcuni discorsi pericolosi, e nello stesso tempo indispensabili, per il potere che non può farne a meno né consentirne una proliferazione libera ed incontrollata. Per un certo verso deve produrli se vuole stabilizzarsi e legittimarsi; per altro deve limitarne la circolazione consentendone alcuni, impedendone altri, avendo presente che il controllo è tanto più efficace quanto meno avvertito da coloro sui quali si esercita; a Roma come a Galatone.
Con il Foucault ancora: “ La verità non è al di fuori del potere, né senza potere….La verità è di questo mondo; essa vi è prodotta grazie a molteplici costrizioni. E vi detiene effetti obbligati di potere. Ogni società ha il suo regime di verità, la sua politica generale della verità: i tipi di discorsi cioè che accoglie e fa funzionare come veri; i meccanismi e le istanze che permettono di distinguere gli enunciati veri o falsi, il modo in cui si sanzionano gli uni e gli atri; le tecniche e i procedimenti che sono valorizzati per arrivare alla verità; lo statuto di coloro che hanno l’incarico di designare quel che funziona come vero”. A Roma come a Galatone. Infine, sempre vigili ed attenti, ricordando che, con le parole di un poeta: “ La verità non è di questo mondo, è un imbecille chi non sa mentir! ” Ma saremo tutti d’accordo?

Ormai da mesi si nota un deficit di decoro, qualità dei servizi amministrativi, di igiene, con un dissenso crescente verso chi ci ha spiegato la sua buona volontà nel fare, ma che, purtroppo, non ha ottenuto i risultati sperati. Valga per tutti l’esempio della raccolta differenziata, ove pur con un certo tipo di cultura ambientalista che pesa, ci ritroviamo con un nulla di fatto e con una constatata impossibilità a scorgere un pur minimo orientamento carico di responsabilità. Conoscere e applicare correttamente metodi programmatori per raccogliere, gestire, ridurre, presentare, analizzare e interpretare dati sarebbe conveniente per tutti, ma in questa prospettiva, un riferimento al principio di responsabilità che si collega, ovviamente, all’etica sociale e al buon senso comune, non pare possa cogliersi. Di conseguenza il non fare che si collega alla gestione del potere, priva di principi guida, intesi anche come funzione sia del potere che del sapere, sta comportando un andamento caotico pregiudizievole per la progettazione e lo svolgimento dei programmi necessari di azione sociale. Eppure diventa sempre più necessario, confortati da equipe più o meno valide come è in questo paese, una ricerca valutativa che, per essere valida e di etica corretta, dovrebbe rispettare requisiti metodologici, come la predisposizione di una situazione controllata , nel cui ambito verificare le ipotesi, al fine soprattutto di evitare deficienze tecniche e utilizzo distorto delle conclusioni. Queste considerazioni sembrano necessarie in quanto, nell’ambito dell’analisi e sull’andamento della raccolta differenziata, igiene del paese, turismo, efficienza amministrativa, temi assai attuali, i risultati dovrebbero essere obiettivi, controllabili, perché possano diventare programmi pianificati per ottenere un cambiamento sociale. Il fatto è che una malintesa cultura ambientale, come quella da molti anni presente nella nostra amministrazione locale, esprime una serie infinita di indicazioni, senza l’indicazione contemporanea di una soluzione, così da determinare forme diverse di paralisi nello sviluppo della città, finendo col tradire il fondamentale principio dello sviluppo sostenibile, accolto, in tutti i trattati internazionali in materia. Si dovrebbero favorire, al contrario, tutte quelle azioni che possano promuovere il progresso economico e sociale, senza bloccare le iniziative idonee, nel doveroso rispetto delle esigenze di questa e delle generazioni future. Tale complessiva situazione di disagio chiama in causa soprattutto

Senza credenze comuni, da cui derivano comuni doveri, non vi può essere alcuna società stabile perché può esserci vera società soltanto tra esseri intelligenti; e se gli interessi possono momentaneamente avvicinare gli uomini, il nodo che li unisce, senza rapporto con la loro natura più intima e nobile, alla fine, si dissolverà nel nulla. Se le mode e l’effimero prendono il sopravvento negli stili di vita, è consequenziale che le strisce blu, per delimitare parcheggi a pagamento e non, possano suscitare più interesse rispetto a tante altre scelte che dovrebbero comportare riflessione critica e programmazione seria per evitare ricadute a pioggia negative sulla testa del cittadino pensante. Se anche rappresentanti della minoranza politica, di fronte a decreti scriteriati che non hanno in sé nemmeno la parvenza della legittimità, si limitano a chiedere quali siano stati i criteri dell’atto inesistente, possiamo intuire di fronte a quali “progetti elastici” ci possiamo ancora trovare, ma anche quale possibile ricognizione su quei temi si possa riuscire ad effettuare se non chiudendosi entro gli egoismi che, striscianti, fanno diventare viscida e servile quella moltitudine di interessati che, per giustificarsi, moltiplicheranno, a modo proprio, la sostanziale riuscita di scelte fatte su misura personale. Come si può notare, da minuzie, rispetto a cose ben più gravi, possono nascere iniziative dense di ricchezza e testimonianze fattive che si estendono al punto tale che possono penetrare gli intimi recessi di altri interessati che, permeati di principi cattolici e cristiani, di laicismo, permissivismo, edonismo, saranno intaccati, comunque, dallo stesso fenomeno grandioso del tornaconto, di sensi che nulla hanno a che fare con gli stimoli o i confronti ad esclusivo livello di solidarietà, di umiltà, di costruzione reciproca che forma “Chiese deboli” propense a gareggiare a livello burocratico piuttosto che a livello caritativo, assistenziale, missionario, sociale. L’educazione di ciascuno dovrebbe urtare contro modelli prepotenti ed affermarsi con testimonianze evidenti e collettive di valori specifici ma dedizione, gratuità solidarietà, fratellanza stentano a dare frutti pratici perché quasi impossibilitati a consolidarsi in tradizioni ed abitudini di vita, cioè in modelli di condotta. Ne usciremo? Se ripenseremo su come impostare una qualche forma stabile di vita culturale e comunitaria, forse, riusciremo a trasmettere, come è avvenuto in altre epoche, i presupposti di un mondo nuovo ma, soprattutto, di un “piccolo villaggio” in cui, con sofferenza, continueremo a vivere. Si ha fiducia che il rimedio, l’unico rimedio a situazioni di malessere, possa consistere nel lasciare che le stagioni politiche insieme con i conflitti spirituali si svolgano e si concludano in modo spontaneo, non stancandosi, però, di diffondere opinioni e credenze ai fini di una discussione che, piaccia o non piaccia, non deve finire mai con l’essere oppressa.

Il sistema internazionale economico, nel cui ambito si è imposta l’economia di mercato anche se le forme assunte dal moderno capitalismo hanno aspetti e caratteristiche molteplici, determina le condizioni al cui interno sviluppano o ristagnano le situazioni economiche dei singoli paesi. Le differenze possono riguardare il comportamento delle imprese, l’efficienza del sistema, le modalità di finanziamento dell’economia e il ruolo delle istituzioni nelle varie situazioni geografiche e politiche di riferimento. In questo contesto

E’ rimasto famoso l’episodio accaduto a Locarno nel 1925: l’accordo tra Francia e Germania fu facilitato per via di un gatto, che, strofinandosi ai calzoni di Briand e di Streseman, fece nascere tra i due statisti un’immediata simpatia. A Parigi, durante la discussione sui punti del patto siglato per dare vita ad una possibile pace in Medio Oriente, tra i due principali attori del conflitto israelo-palestinese, Ehud Olmert e Mahmoud Abbas non c’era il gatto che faceva le fusa ma non c’erano nemmeno il re del Marocco Mohammed VI, rappresentato dal fratello, e Muammar Gheddafi, leader libico, che, anzi, ha definito l’iniziativa, un’aberrazione. A parte gli eventi storici positivi o negativi, che pure hanno una loro parte, bisognerebbe di più guardare al bandolo della matassa nell’ingarbugliato e mai sbrigliato concetto di “Diritto internazionale”, punto di partenza di ogni soluzione veritiera. L’unica fonte del diritto internazionale scaturisce dalla volontà collettiva degli Stati interessati che si manifesta o con la forma della consuetudine o con accordi- trattati, tanto da escludere, dall’ambito del diritto, ogni elemento anteriore a quelli in cui siffatta volontà si determina. E’ ovvio che esistono tanti diritti internazionali quanti sono questi accordi. Può allora il vertice di Parigi, con una semplice trattativa, ove si configura un rapporto di società, creare modificazioni interne ad ogni Stato al punto tale che ciascuno di esso possa diventare il complemento dell’altro, e, insieme, costituire una più complessa istituzione con personalità giuridica? Si ha l’impressione, al contrario, che “il de jure publico condendo” vada parallelamente realizzandosi in progressivi tornaconti economici, tracciati sul sistema finanziario, nello sviluppo della “ de re oeconomica condenda”, ove, a torto o a ragione, si vogliono ampliare le proprie economie, per non dover soccombere. Ciò spesso comporta una perenne discussione, senza mai addivenire ad uno status di fatto, perpetuando inevitabilmente un periodo di incertezze e di rinvii. Il leader libico Gheddafi, che ora definisce il vertice un’aberrazione – con, intanto, migliaia di persone perseguitate o scacciate che fanno aumentare il numero dei clandestini- da tempo, infatti, si batte per un progetto di comunità economica araba, ispirato al sistema e agli statuti UE, con la formazione della CEA ( Comunità economica Araba) per creare una banca, con circolazione di nuova moneta araba, la previsione di un istituto di idrocarburi e un altro per la ricerca scientifica. Ieri è nata pure presso Ara Pacis, in Roma, “MEDIDEA”, per una politica mediterranea e per dare all’Italia un ruolo da protagonista nell’intensificare la cooperazione delle relazioni transmediterranee. O quanta species!!!…..
La questione è che per sbrogliare il quadro generale in Medio Oriente, molto complicato, per un’Europa che voglia certezze di diritto, non si ha bisogno di vertici, più o meno qualificati, di fondazioni per delineare “storiche opportunità” a sostenere rapporti economici più o meno intensi, ove ciascuno propaganda il suo trionfalistico appello alla pace o avanza promesse economiche per lo sviluppo di alcuno, ma di Stati potenti o super-potenti che, diversamente dal passato, allorchè furono appellati con eufemismo “colonizzatori”, non siano, non vogliano e non appaiano più come tali. L’Europa deve poter concretizzare uguaglianza e “paritarismo”, che spesso sono parole magiche, a cui fa riscontro la “realpolitik” delle superpotenze che ne ostacolano l’attuazione, accanto ad un modo arabo di pensare, che non è certo moderato, di marca antioccidentale e che può portare a ratificare patti rischiosi in un mercato del globo che va a dismisura allargandosi, purchessia, basta che si venda il greggio. Di pari passo, oltre agli spettri commerciali e competitivi, si alternano nelle menti degli euro-partners, quelli politici, con un crescente terrorismo internazionale.
Nei secoli essi hanno seminato dissidi e vento; l’augurio è che possano raccogliere pace, saggezza, umanità, e non più tempesta. "L’UNIONE MED", "MEDITEA" rappresentano un vero e sentito inizio di pace o, al contrario, una strategia per la sola tutela di alcuni interessi economici? Sono una soluzione o un problema? “Ai posteri l’ardua sentenza”.
La crisi in atto sui mercati e i relativi processi di globalizzazione delle attività economiche stanno dividendo illustri studiosi e manager sulle terapie e strategie, per far fronte alle necessità di realtà scabrose che potrebbero riguardare molti ordini di fattori e che, con una certa semplificazione, potrebbero essere politici, economici, tecnologici. Politici, in quanto la fine del confronto Est-Ovest, che implicava anche un certo tipo di organizzazione delle attività economiche, è cambiato; economici, per l’affermarsi di principi e di comportamenti con al centro il ruolo del mercato e la libertà d’iniziativa; tecnologici, per le possibilità offerte da informatica e telematica che consentono comportamenti e tipi di flussi economici impossibili da attuare fino a pochi anni addietro. Le azioni che si possono avviare e gli strumenti che si possono utilizzare per raggiungere obiettivi che facciano progredire l’economia sono molteplici ed estremamente differenziabili nei diversi contesti, ma è certo che, in generale, deve diventare essenziale la creazione di un contesto istituzionale che generi fiducia ai potenziali imprenditori per diffondere una cultura imprenditoriale ai fini di promuovere e valorizzare sul mercato le risorse di cui si dispone, le vocazioni e i saperi locali. Occorre facilitare l’entrata sul mercato per nuove imprese, abbassando le barriere all’entrata e promuovendo collaborazioni e reti d’imprese per sviluppare servizi collettivi ed economie esterne, avendo cura di incrementare la formazione delle risorse umane e la trasmissione dei saperi. Non ultimo diffondere l’innovazione e l’applicazione degli standard internazionali.
La laboriosità di tanti piccoli imprenditori e comunità locali che non possono essere definite a priori ma che sono frutto di un continuo interagire tra il mercato e le forze locali, devono poter accompagnare la crescita economica ordinata per rafforzare e accelerare le dinamiche del mercato che, da tempo, si va liberalizzandosi con estensione continua ed anche con crescente competizione. Con la tutela contro le contraffazioni garantite dall’accordo sulla proprietà intellettuale, il rafforzamento della normativa contro le deviazioni, ma anche la maggiore efficacia delle procedure per la soluzione delle controversie, dovrà essere reso più chiaro e coercitivo con la vigilanza dell’ OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), oggi più conosciuta con il nome inglese World Trade Organization (WTO), che deve poter svolgere il ruolo ad essa assegnato se non si vogliono istituzioni che non servono a nulla e che, alla fine, vale la pena di sopprimerle. In definitiva, un mercato libero, ma anche sempre più ingiusto, deve poter essere controllato in via preventiva e successiva, e non solo quando è troppo tardi, per rendere credibili le istituzioni deputate ad hoc; per il rispetto degli accordi, per la tutela dei più deboli, per una ordinata amministrazione delle cose di questo mondo che, purtroppo, diventa sempre più una torre di Babele. Se non si vuole il caos, bisogna pensarci in modo approfondito e, soprattutto, affidarsi a persone ed organi che sappiano far fronte all’emergenza e che abbiano le capacità di usare i mezzi a disposizione, nell’interesse di tutti. Per mettere, almeno, ordine al disordine, per attuare una necessaria quanto impellente, ordinaria ed ordinata amministrazione della cosa pubblica.
Partecipazione e consultazione definiscono due rapporti diversi dal Comune con i cittadini che costituiscono la sua comunità al fine di favorire l’assolvimento di compiti di rilevanza sociale da parte delle famiglie, associazioni, corpi sociali rappresentativi. Ogni Statuto comunale, infatti, prevede che l’Istituzione locale possa aprire alle associazioni ed alle espressioni organizzate della comunità, perché sia utilizzato e valorizzato il contributo che esse sono in grado di assicurare, con il diretto assolvimento di compiti, attività ed interventi, coordinati nell’organica programmazione comunale, seppure distinti per queste loro peculiari caratteristiche di attuazione. Si potrebbero così individuare iniziative, alla cui realizzazione, la comunità può provvedere direttamente, possa consentire all’Ente di rafforzare i suoi interventi nell’esercizio delle funzioni che per la loro natura e fruizione necessitano di una gestione pubblica elevandone il livello qualitativo con la riduzione anche del fabbisogno di risorse. Ma ciò richiede la convinzione dell’Amministrazione locale della validità di un disegno, la sua traduzione in progetto semplice ed efficace che accolga e valorizzi le energie disponibili nel corpo sociale, eliminando le procedure e complicazioni amministrative che scoraggiano, condizionandolo, il carattere spontaneo della partecipazione ed il ruolo che essa possa esercitare. C’è una tale sensibilità democratica nel nostro paese? I cittadini che spesso esprimono le loro esigenze con istanze, petizioni, proposte singole ed associate, dirette a promuovere gli interventi più idonei alla migliore cura degli interessi collettivi, vengono ascoltati? Da sempre si è posto il problema di procedere, di fronte a questioni di rilevante interesse per la comunità, con referendum consultivi o con altre semplici ed agevoli forme di consultazione per conoscere l’opinione e gli orientamenti dei cittadini ma, di fatto, si sono avuti risultati negativi per la mancata, concreta realizzazione. Molte critiche, sfrondate dai toni più aspri e faziosi, che nascono da responsabilità sociale, non certo dirette a sistemare determinati tiri o meccanismi clientelari, si sono poi moltiplicate e riprodotte in modo capzioso, con l’appropriazione di chi, piaccia o non piaccia,voglia o non voglia, ha o aveva interesse, distorcendole, di rivolgerle contro gli stessi cittadini, senza discussione o motivazioni valide. L’attività politica, senza opportunità di accesso alla tribuna di chi voglia proporre costruttivamente, della possibile chiamata in causa, di fronte a realizzazioni di coinvolgente entità, di persone capaci e di esperienza per determinare scelte oculate, è ormai fine a se stessa, non si propone più di considerare pluralisticamente ed in sintonia interessi generali, componendoli con razionalità, ma, si nota amaramente, è, in modo inopinato, diretta a creare sempre nuovi pretesti al disinteresse per la socialità, le cui sacrosante esigenze vengono soppiantate dal proprio interesse e proprio personale gioco di potere. Un gioco perverso che fa perdere i lati dolci e amari della realtà, ormai vista solo in termini di sofferenza, o in preda all’angoscia di una sempre più evanescente democrazia.
I sistemi turistici di prodotto potranno essere promossi da imprese, associazioni di categoria, associazioni sindacali con la partecipazione di associazioni private, fondazioni, consorzi, università, enti di ricerca, come pure aziende ed associazioni di categoria del settore turistico, agricolo, artigianale. E’ ovvio che valorizzare le diverse esperienze territoriali, in modo omogeneo ed integrato, è essenziale per la costituzione e la promozione di marchi di qualità che possano propagandare e far apprezzare il mare, i centri storici, le bellezze ambientali, i prodotti agro-alimentari e dell’artigianato insieme con l’agriturismo e il turismo rurale, per sperare di aiutare a far crescere anche quest’ultimo settore, che, sinora, è stato forse ignorato e penalizzato.
Emerge da tutto ciò, categoricamente, un concetto di sviluppo sostenibile che sta a significare una crescita economica che sia idonea a soddisfare le esigenze delle nostre società, in termini di benessere, a breve, medio e soprattutto lungo periodo, fermo restando che lo sviluppo deve rispondere ai bisogni del presente, senza compromettere le attese delle generazioni future. Ora tutti gli interventi si affidano a risorse che riguardano il denaro, progetti, obiettivi da raggiungere che, sinora, sono stati pensati dall’alto e dal centro, da Bruxelles e da Roma, ma bisogna cominciare a pensare a sollecitare risorse locali, che pure ci sono, a iniziative autonome che nascono dal basso per poter contare, soprattutto, sull’attivazione della società civile e dell’impresa sociale. In definitiva accrescere l’impatto coesivo delle politiche e dei progetti con la razionalizzazione delle stesse, ma anche con altri tipi di politiche che, si suppone, possano avere effetti di coesione; anche con un’integrazione delle iniziative per far accrescere l’efficienza e l’efficacia delle risorse impiegate, riducendo i costi, diventando di fatto più incisivi. Se si tenta, invece, la via dell’integrazione per disperazione, come annuncio elettorale, per imprenditorialità privata di qualche assessore, le iniziative di questo tipo, estemporanee, finiranno per accrescere la frammentazione, l’accumulo indiscriminato delle sperimentazioni, finendo per confermare l’idea che la coesione delle politiche o nella società sia davvero una meta molto lontana da raggiungere.