I sindaci possono prevenire e contrastare atti e comportamenti che non configurano, magari, ipotesi di reato, ma che comunque siano tali da creare disagio, problemi alla gente e favoriscano lo sfruttamento di esseri umani.
Incuria, degrado e decoro urbano –Comprende l’abbandono per terra di carte, di mozziconi, lattine, bottiglie e altri oggetti. Proprio per questo è necessario un incremento di cestini in giro per la città tra cui quelli spegni mozziconi. Sono sanzionate le deiezioni in luoghi pubblici e privati, come ad esempio portoni e strade; è vietato mantenere in stato di abbandono o degrado gli immobili e casolari che, occupati illegalmente, possono favorire fenomeni criminali quali lo spaccio di stupefacenti. .
Atti vandalici e deturpamento di edifici pubblici e privati – Graffiti o scritte sui muri e sugli edifici, danneggiamenti e atti vandalici su beni privati e pubblici, come ad esempio cabine, aree verdi, panchine, segnaletica, arredo urbano, veicoli, monumenti, impianti sportivi.
Tutti gli atti che deturpano la bellezza della città, poiché ne limitano il diritto al godimento di ogni altra persona, sono censurate e multate, aggiungendosi alle conseguenze penali già previste per questi comportamenti.
Atteggiamenti di violenza e comportamenti degenerativi – Colpisce il fenomeno del “bullismo” giovanile e che, inoltre, vieta tutti quei casi dove il comportamento di altri impedisca ad una o più persone di godere il diritto di serena convivenza civile. Fermo restando le eventuali conseguenze dal punto di vista penale, vengono vietati tutti gli atti e i comportamenti, anche dovuti all’abuso di alcool o stupefacenti, come alterchi, violenza, intimidazione e persecuzione nei confronti di altri e che manifestano un’aggressività di gruppo mediante azioni di vandalismo, di molestia o intralcio.
Accattonaggio molesto –Se è possibile chiedere l’elemosina, non sarà consentito farlo in modo molesto, in un modo cioè minaccioso e insistente, che impedisca l’accesso o l’utilizzo di aree e spazi pubblici. E’ vietato anche farlo utilizzando e strumentalizzando minori.
Bivacco – Chi improvvisa un bivacco fuori dalle aree attrezzate, oltre a generare condizioni di precarietà sotto il profilo igienico sanitario, può creare problemi all’utilizzo del territorio. Sono diverse le segnalazioni dei cittadini in alcune zone della città cui ora si può dare risposta. Dunque bivacchi nelle strade, nelle piazze e nei parcheggi possono essere vietati, anche se sono conseguenza di sosta di camper, roulotte e tende fuori dagli appositi spazi.
Schiamazzi e comportamenti degenerativi in pubblico – Anche in questo caso sono molte le richieste di intervento e le lamentele da parte dei cittadini dovuti a schiamazzi, assembramenti chiassosi, rumori molesti, dovuti anche a auto e moto, e a occupazioni improprie di sedi stradali. Questo sia che le situazioni nascano in via spontanea o in conseguenza di attività ludiche, economiche, commerciali e di circoli privati. Dunque sarà possibile aggregarsi ma non infastidire con urla e rumori ripetuti. Sono escluse le manifestazioni e gli eventi programmati che rappresentano forme di aggregazione sociale.
Prostituzione sulle strade – Clienti e prostitute vengono puniti in egual misura al fine di scoraggiare il più possibile la pratica della prostituzione e ridurre così la strumentalizzazione e lo sfruttamento di tante donne. In particolare nelle strade e nei punti di passaggio pubblico è vietato arrestarsi e contrattare con chi offre prestazioni sessuali. Lo stesso vale per le auto: non possono fermarsi nei pressi di una prostituta e nemmeno ospitarla a bordo.
E se l’Amministrazione comunale, il sindaco, cominciasse a realizzare, programmandoli, interventi idonei per prevenire, sanzionare ma, soprattutto, aprire un dialogo, sollecitandolo, sull’educazione sociale?

Con progetti, fondi e obiettivi
Per approfondimenti su Ecvet consultare il sito dell’Unione Europea:
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2008:111:0001:0007:IT:PDF
Da questa impostazione sembra possano derivare le due concezioni estreme del mondo moderno: quella che trasforma la tecnica nel più grande strumento di liberazione dell’uomo dalle sue necessità elementari e quella che vede, nella tecnica, nella specializzazione, lo strumento della perdita della propria interiorità. Il mondo si trasforma e si rinnova se l’uomo si inserisce in esso come forza intelligente e creativa, compenetrando del pensiero l’azione, impegnandosi nella collaborazione. E l’impegno umano, per essere razionale, quindi produttivo, richiede di essere illuminato e guidato dalla scienza, disciplinato dalla tecnica, reso creativo dall’arte. Ma sappiamo anche che un sistema di relazioni è entrato in crisi ed obbliga a ripensare il nostro modo di collocarci nel mondo della vita. Pertanto il modo di progettare per attivare le condizioni idonee a garantire equilibri plausibili e durevoli, pure va cambiato con un trattamento a più mani, in un gioco di rimandi e di verifiche, in un incrociarsi e combinarsi di ottiche molteplici attraverso cui la conoscenza diviene cultura per trarre vantaggio in termini di chiarezza, di arricchimento, di identità che debbono entrare nella dialettica dei confronti. Pure perché i termini nei quali la politica viene pensata, in tutti i Paesi occidentali, provengono da tradizioni particolari, ma vi si ritrovano le medesime dottrine e i medesimi complessi ideologici, anche se i casi e i fondamenti filosofici non sono gli stessi; ma adesso sembra che nella gerarchia del prestigio, molto meno che in quella del denaro, non siamo più rivoluzionari per poter correggere, se necessario, un apparato che potremmo definire “ neo-sistema tecnico”. Viviamo in un certo tipo di società e niente ci impedisce di prefigurare un nuovo modello migliore rispetto all’attuale, ma ciò dice pure che non si cambia solo con nuove strutture, quanto piuttosto cambiando le relazioni interpersonali con il criterio ultimo del “bene comune” da intendersi, tuttavia, non in modo statico ed empirico ma in forma dinamica, e cioè come l’insieme di tutte quelle condizioni che assicurano il massimo sviluppo possibile della personalità di tutti i cittadini.

Il Consiglio dei ministri ha deliberato l’utilizzo di 500 militari da disporre nelle aree a rischio criminalità, dopo gli incidenti recenti di Castel Volturno dei giorni scorsi, scatenati dalla strage della camorra nei confronti di immigrati africani. L’esercito si prepara a organizzarsi nel Casertano. Sono tutti all'insegna dell'emergenza i provvedimenti emanati dalla riunione straordinaria del consiglio dei ministri convocata in risposta alla strage recente di camorra. Non si perde occasione per tradurre il particolare frangente, attraversato dal paese, in termini di un inasprimento della militarizzazione della vita sociale e della guerra contro la camorra ed anche i migranti.
L'invio di 500 militari nelle zone di emergenza della criminalità organizzata è, si dice, per "assicurare il controllo del territorio". Chiedo se - pure
In discussione presso
''Le leggi elettorali -sottolinea il settimanale- sono un tema delicatissimo, da cui dipende la qualità della democrazia. Abolire le preferenze equivale a scippare i cittadini di un diritto di rappresentanza democratica”. ''Lo sbarramento elettorale, si dice, lo si fa per ridurre il numero dei partiti e favorire la stabilità dei Governi. E’ evidente che un sistema elettorale perfetto e che sia in grado di accontentare tutti non esiste, ma ciò sarebbe poca cosa se il pensiero politico moderno, che ha molto perduto rispetto all’indirizzo antico prevalentemente pratico, avesse anche come quello, la tendenza a mirare sempre allo Stato ideale. L’attuale pensiero politico tende sempre più a staccarsi dalla politica attiva e a chiamarsi teoria politica; esso considera lo Stato come un’entità a se stante, spingendo talora questo concetto sino all’assurdo di porsi interrogativi ricorrenti solamente riguardanti a chi e a quanti deve essere affidato il potere; chi deve avere diritto di cittadinanza, e quali regole dovrebbero istituirsi per la condotta dei cittadini e per la loro ammissione in questo complesso di individui. Sappiamo pure come funziona quel principio costituzionale contenuto nell’art. 49 secondo cui i partiti dovrebbero concorrere alla vita politica del Paese con metodo democratico! Ma se questo è lo scenario, quali metodi democratici stiamo rispettando o annullando e che tipo di Paese e di Stato stiamo generando? Sappiamo bene che in moltissimi Paesi la preferenza nelle elezioni europee non esiste; ma, a differenza del nostro, altrove si trova una vita interna democratica in moltissime organizzazioni politiche, anche partitiche, che viene tutelata dalla legge e consente di fare liste ad espressioni di molte parti della società e non frutto della mente del segretario politico di turno, a sua volta e molto spesso, acclamato e non eletto. E’ necessario allora, ma anche auspicabile, una vera e dura battaglia democratica a cominciare dal Parlamento, rivendicando diritti che appartengono al popolo sovrano per coniugarlo con un’attività democratica dei partiti, sinora manchevole, per cercare di riappropriarsi, almeno in parte, di una vita democratica che si sta pericolosamente svuotando di significato.
"Non sottovalutare" le violenze e i "segnali di contrapposizione" collegati alla presenza di immigrati in Italia. È il monito lanciato dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, durante il discorso di apertura del Consiglio permanente della Cei.
In Italia, ha osservato Bagnasco, si era raggiunta una "presenza tutto considerato significativa di immigrati" "senza spaccature sociali o situazioni drammatiche". Ora invece "stanno emergendo segnali di contrapposizione anche violenta che sarà bene da parte della collettività a vari livelli non sottovalutare".
Parla di immigrazione il cardinale Bagnasco nella prolusione del Consiglio permanente della CEI. Quindi, ha aggiunto l’arcivescovo di Genova, “vogliamo credere che non si tratti già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ce ne sono, e talora anche allarmi, che occorre saper elaborare in vista di risposte sempre civili, per le quali il pubblico dibattito deve lasciar spazio alla ricerca di rimedi sempre compatibili con la nostra civiltà”.
Il pensiero del presidente Cei è poi andato a coloro che “a prezzo della vita si accostano alle rive italiane, interrogando la nostra coscienza e inevitabilmente sfidando ogni volta le nostre potenzialità d'accoglienza”.
E’ ovvio che, stando così le cose, noi non possiamo condannare una cultura in nome di un’altra; l’etnocentrismo, che ci faceva chiamare “barbari” i popoli diversi da noi, è scomparso o almeno, è augurabile che scompaia. La barbarie sta solo dove l’uomo non viene rispettato e non dove gli “altri” si vestono, salutano o pregano in maniera diversa da noi. E’ questa la grande lezione di tolleranza che ci proviene dall’antropologia culturale dei nostri giorni. Lo scorso secolo moltissime persone hanno sentito l'esigenza di lasciare l'Italia allora povera, per emigrare in altri stati, che offrivano senz'altro più prospettive. Oggi questo fenomeno esiste ancora e si è fatto ben poco per porvi rimedio. Di ciò dovremmo avere sempre memoria. Di fronte all' "arrivo di nuovi irregolari" il presidente della Cei chiede dunque "risposte", "accordi di cooperazione" per portare "alla legalità situazioni irregolari", "integrazione sociale" e accoglienza delle "domande di ricongiunzione familiare".
Ora la cultura è anche insieme di modelli normativi condivisi dai membri della società, i quali servono a regolarne la condotta e sono accompagnati da sanzioni certe nel caso che la condotta non vi si conformi. Se nelle società più semplici, dove mancano un’amministrazione pubblica e una burocrazia i fatti sono regolati da riti tradizionali che si appoggiano anche su pratiche magiche, in una società come la nostra, aggiunge Bagnasco, “alla prova dei fatti il temperamento del nostro popolo si lascia filtrare da una secolare cultura dell'accoglienza e di rispetto per il fratello, per quanto diverso, in difficoltà. Su questo fronte sarà bene procedere – anche in un contesto europeo – cercando con impegno accordi di cooperazione con i Paesi di provenienza e volendo progressivamente guadagnare alla legalità situazioni irregolari compatibili con il nostro ordinamento, accettando di dare – appena vi siano le condizioni – risposte positive sia alle esigenze di una progressiva ed equilibrata integrazione sociale, sia alle domande di ricongiunzione familiare presentate nella trasparenza e per il benessere superiore delle persone coinvolte, oltre che della società tutta”.
Nei rapporti ampi fra educazione e realtà civile, in tutti i suoi aspetti, grande rilevanza tutta propria assume la dicotomia tra scuola-società, o, più in generale, tra educazione e società o viceversa. La domanda che potremmo porci è se sia la scuola a fare la società o, invece, la società, come proiezione di sé nel campo dell’educazione, a fare la scuola, per potersi garantire la continuazione dei propri istituti e dei programmi ed interessi costituiti. Se è la società che si dà la propria scuola e se la dà a propria immagine ed intenzione, come aspetto delle sue aspirazioni, ovvero delle categorie che sono al potere e vi godono posizioni di riguardo intenzionalmente distribuite, oppure di movimenti innovatori fattisi socialmente significativi, potremmo, allora, giustificare, con la pubblicazione sulla G.U. n. 204 del 1°settembre 2008 del Decreto-Legge n. 137, decretazione d' urgenza, laceranti innovazione organizzative e didattiche che avrebbero potuto seguire vie più partecipate? Si potrebbe dire, infatti, che nel rapporto educativo, si riflette la formula del rapporto politico e che la pedagogia è stata sempre, nell’antichità, un capitolo della politica per la formazione del cittadino. Potremmo concludere, quindi, che la vita, la libertà dei sudditi, non cittadini, diventa rapporto autoritario da "sovrano" a "suddito" per ritornare, tranquillamente, nel tempo in cui è la politica a fare la società e la pedagogia dei sistemi preformati, a fare la scuola. La scuola che non riflette la società, nega anche l'istruzione.
All’esigenza, fortemente avvertita, di un recupero di serietà e rigore nello studio e nei comportamenti a scuola, non si risponde con l’illusoria scorciatoia di un impossibile ritorno al passato. Serve anche un profondo ripensamento dei contenuti e delle modalità che devono contraddistinguere i percorsi scolastici.
Ora, come ormai sta accadendo dappertutto, i passi non sono più improntati a logiche partecipate, a valorizzare le esperienze, ad ascoltare quei mondi che si sono spesi per la scuola e la sua qualità e, fra questi, l’associazionismo professionale. Non si comprendono le ragioni di necessità e di urgenza per cui si è scelto un percorso legislativo che supera, quasi eliminandoli, spazi di riflessione e confronto quanto mai necessari e opportuni.
Ancora una volta si strozza il dibattito in Parlamento, escludendo deliberatamente ogni possibilità di un attivo coinvolgimento da parte del mondo della scuola, nelle sue espressioni professionali, associative, sindacali. La complessità delle procedure e l’entità degli interventi non possono giustificare, attraverso i tagli proposti, operazioni socialmente e culturalmente inaccettabili, in violazione pure di indicazioni costituzionali che tutti siamo chiamati a garantire, sia istituzionalmente che politicamente, con una totale assenza di logiche opposte a quelle dell’ascolto, della condivisione, della collaborazione. Non si capisce perché non si vuole mettere in atto l’avvio e l’opportunità di un fruttuoso confronto che rimane la strada maestra per recuperare la visione e l’impostazione di una “questione scuola” da parte del Governo. La legge permette, ma troppi condizionamenti e troppe mistificazioni, come si dice, eludono la realtà democratica.
L’ANSA ammonisce: < Se (il Governo) non saprà ascoltare le critiche che si alzano dal mondo scolastico e sindacale, se non si confronterà con l’opposizione, la sua riforma sarà di facciata. E la scuola resterà, come diceva don Milani, “un ospedale che cura i sani e rifiuta i malati”>. I risparmi di oggi, ottenuti comprimendo i diritti e le aspettative dei giovani, delle famiglie, del personale, potrà rappresentare il debito di domani che ci limiterà, ulteriormente, in crescita e competitività.
La società degli uomini, in un sistema di sistemi, in ogni periodo storico e in qualsiasi parte della superficie terrestre, è caratterizzata sempre in base alla struttura sociale che possiede, in relazione ai gruppi che la compongono, e alle istituzioni che dovrebbero regolarle e che i diversi gruppi accettano per la loro convivenza. Ma di continuo accadono cose che non corrispondono ai desideri o alle aspettative di alcuno. La democrazia, però, offre la possibilità di porre in essere qualsiasi riforma o cambiamento ragionevole a condizione che vi sia comprensione di principi non ancora sufficientemente sviluppati che, pertanto, bisogna promuovere. Diventa necessaria quindi far crescere l’idea di socializzazione per far entrare, ovunque senza veti, tutti coloro che sono nuovi, integrandosi con chi c’è già e non disdegna di offrire tutta la sua esperienza intellettuale, politica, economica, spirituale per il dovuto scambio fra culture. Occorre anche un sistema di comunicazione che permetta ai fatti di interesse collettivo di raggiungere l’intera comunità con mezzi che possano soddisfare questa funzione. Se allora gli strumenti locali dell’informazione non funzionano o non si vuole che funzionino, bisogna sopperirvi con una qualche forma di volontariato che renda questo servizio alla collettività, immaginando che un’ultima, disperata, assurda forma di comunicazione potrebbe, malauguratamente, essere rappresentata dalla violenza, l’aggressione fisica, come, peraltro, qualche volta è accaduto. Come ho già avuto modo di esprimere giovedì, 27 marzo
più distanti dall’uomo, che per realizzare in modo efficiente le proprie finalità di potere, tendono gradualmente e senza pudore, a ridurre le relazioni umane in rapporti tra oggetti, e a ridurre, fino a farli scomparire del tutto, gli spazi riservati alle comunità dialoganti. L’aspetto più pietoso di questo fatale processo è che ciò che è umano si sta traducendo in atti di ufficio le cui vittime diventano proprio i cittadini. Quali iniziative, in questo ingranaggio? Si potrebbe continuare a pensare e a ragionare, come peraltro si è iniziato a fare con “Lazarus”, a organizzare volontariato, ove diffondendo opinioni, senza tenere gli altri nell’ignoranza dei principi di queste opinioni, informazione per l’approfondimento di tematiche socio-politiche al di là delle superficiali o inesistenti valutazioni proposte dagli strumenti di comunicazione sociale, si possa raggiungere l’obiettivo di porre attenzione sugli aspetti più concreti dei modi di vita del nostro paese, mischiando le diverse conoscenze. Se ci riusciremo, al di fuori ed al di sopra di ogni altro interesse, sia pur legittimo, partitico, renderemo effettivo l’esercizio del potere pubblico e della sovranità in ciascun cittadino.

Un gruppo di persone, riunito per discutere e confrontarsi in un momento critico della vita culturale, economica-politica della nostra piccola città, ha voluto affermare che:
“ La vis democratica è di per sé innovativa e creativa quando non viene soffocata nel convenzionalismo, nel formalismo, cioè nella cristallizzazione della vita sociale”.
Il compito proposto è quello di garantire il coordinamento di tutte le attività connesse con lo sviluppo e la divulgazione delle conoscenze individualmente acquisite. Tale trasmissione di qualità acquisite dovrebbero fare in modo che l’evoluzione storica della nostra Comunità sia enormemente più rapida ed attutisca l’insofferenza di molti giovani per porre loro in condizione di contrapporsi criticamente ai poteri prepotentemente forti, onde assicurare l’affermazione e l’esercizio dei propri diritti garantiti ma spesso calpestati.
Stabilire quindi un legame con il gruppo culturale intenso e saldo, ove l’adolescente ma anche i diversi componenti possano ricercare ideali vecchi e nuovi, per affermarli, e che spesso si trovano incarnati in un amico, in un maestro o nel gruppo stesso.
Lo spirito di autonomia con cui ogni generazione subentrante si inserisce nella propria società, può comportare situazioni di contrasto, più che di conflitto vero e proprio, con le generazioni più anziane; pertanto si vuole evitare lo scadimento della visione comunitaria, con la percezione del valore di continuità che vincola fra loro generazioni passate, presenti e future.
Riflettere maggiormente sul momento politico per attuare forme di partecipazione orientate alla solidarietà e ad una maggiore attenzione al momento non produttivo ed alle fasce non produttive perché non siano date risposte esclusivamente tecniche a domande che sono invece etiche ed umane, cioè riflettenti quel disagio individuale e collettivo che costituisce oggi il sintomo sociale della vera malattia dei nostri giorni per ricercare accorgimenti di natura ideale e solidale.
Non escludere la possibilità e l’utilità di conoscere, prestando attenzione, gli aspetti più concreti dei modi di vita diversi dal nostro, non per pura imitazione, ma per mischiare le diverse conoscenze pur non rinunciando a quello in cui si crede.
Approfondire le tematiche socio-politiche al di là delle superficiali valutazioni proposte dagli strumenti di comunicazione sociale.
Rispettare le tradizioni che hanno la rilevante, duplice funzione non solo di creare un certo ordine, o qualcosa di simile a una struttura sociale, ma anche di offrirci una base su cui si possa operare, e che è possibile sottoporre a critica e cambiare.
Proponimenti che chiamano in causa direttamente la persona nel suo dovere individuale, senza scaricare immediatamente e banalmente ogni colpa sul preteso “sistema”.

Nella apprezzabile riunione prevista per oggi, scaturita da una crescente esigenza di studi d’insieme che tengano conto il più possibile di ogni fattore che interagisce in un piccolo o grande sistema, potrebbe conservarsi dubbio sul fatto stesso che si possa parlare, trovando valido ed efficace argomento, in un momento in cui sembra essere tutto catastrofico con una crescente sfiducia nella capacità di chi governa, e persino nelle istituzioni degli Stati. Tuttavia, opportunità esistono se si riuscirà ad aggregare uomini politici capaci di difendere le idee libere e dare qualche risposta ad una comunità che vive con tante incertezze. Gruppo promotore di persone, appartenenti ad una società aperta e pluralistica con espressioni e prospettive compatibili e con scopi diversi, che potrebbero, però, prendere in esame situazioni problematiche con proposte di soluzioni. Un nucleo che vuole attivare meccanismi di studio, di discussione e confronto, per cercare di cambiare gli indirizzi attuali che appaiono molto superficiali e fuori dalla realtà. In una società che si pensa debba essere aperta, è necessario che ciascuno si organizzi per parlare, scrivere, pubblicare, insegnare a criticare costruttivamente coloro che sono al potere, senza ritenere che questo costituisca reato di lesa maestà, con adeguati mezzi garantiti, per permettere di rimuovere coloro che non dimostrano di essere responsabili, per rimpiazzarli con altri che perseguano indirizzi politici differenti più vicini, però, e sensibili alle esigenze della collettività. Così, non per interpretare l’agire collettivo solo in chiave economica, o solo in chiave di formalismo giuridico o, meno ancora, solo in chiave edonistica, ma per mantenere una visione chiara della differenza tra ciò che è possibile fare e ciò che è lecito fare.
Chi pensa, intanto, che altri abbiano già compiuto la propria ora, pur restando fedeli ad una comune filosofia di vita, a comuni ispirazioni, potrebbe sbagliare, in quanto il coro in cui si canta e si suona la stessa musica, non sarebbe completo e in assonanza e, sul terreno dell’eguaglianza dei diritti politici, nella lotta per le libertà sociali, amministrative, economiche, non ci sarebbe certamente sintonia, continuità d’azione, spirito unitario, per portare avanti una comune battaglia. Se faremo parte dello stesso processo, sia pure isolati temporaneamente ma capaci di poter sviluppare modi di vita propri, potremmo rendere edotti altri; potremmo, ciascuno nel campo di competenza, in un sistema di vita che non riesce più ad analizzare e discernere le azioni del momento, far accrescere non un potere fine a se stesso, ma la potenza della cultura umana.
Il Portavoce, a ben vedere, sempre efficace, ma questa volta più di altre per aver saputo ricavare dall’incontro un dialogo aperto, non accontentandosi di risposte enigmatiche e fantasiose, è riuscito a trarre alcune prime conseguenze dell’abuso del principio di autorità che rappresenta sempre l’ottundimento dello spirito critico. E’ sembrato recuperata, almeno in parte e per un’ora, l’istanza democratica, nel senso in cui si può ragionevolmente parlare di democrazia senza ingannarsi a vicenda, cioè di un sistema in cui vigano e siano rispettate alcune regole che permettano al maggior numero di cittadini di partecipare direttamente o indirettamente alle deliberazioni che a diversi livelli e nelle più diverse sedi, interessano la collettività. E’ opportuno ribadire come le regole della convivenza con le sue forme di organizzazione a cui si offre il proprio consenso vanno interpretate in rapporto alla specifica cultura sociale con il bisogno di comunicare, di vedere rispettata la propria dignità personale, il bisogno di sentirsi in sintonia. Appunto la dimensione di agorà dove sono visibili le ragioni dei soggetti, il “multiversum” di una democrazia politica, pur con tutta la sua dissipazione, costituiscono il processo più fortemente antagonistico all’uso particolaristico delle risorse; e poiché la violazione dei diritti è diffusa, il riconoscimento di definire una gerarchia di interventi politici ed amministrativi, che non potrà essere condizionata dagli interessi di chi interviene, è un dato che bisogna apprezzare, anche se ancora da rielaborare.
Le conclusioni raggiunte, alla fine della trasmissione, sembrano essere realistiche, frutto di proposte ragionate ma oggetto, ancora, di esposizione, in termini chiari ed oggettivi, da proporre al livello degli altri.
Da considerare, infine, che per il prossimo futuro, se non mancherà il coraggio e la capacità di alcuni amministratori insieme con la rapidità e l’efficienza con cui alcune cose si verificheranno, si potrà affermare che democrazia e sovranità non sono involucri che nascondono ben altri interessi.
L’attuale situazione sociale, economica e politica non consente di comprendere le espressioni di influenza che procedono da una maggioranza ad una minoranza in quanto avvengono in modo asimmetrico. Non ci consente di capire i giochi che, generalmente, si dovrebbero muovere in maniera dialettica e circolare da una minoranza verso una maggioranza e viceversa. Lo scopo di tale forze è il raggiungimento di una condizione di stabilità attraverso il conformismo, la soluzione degli eventuali conflitti all’interno delle regole maggioritarie, la diffusione di una sola concezione della realtà. Le minoranze sono certamente più interessate al cambiamento che non alla stabilità del sistema sociale; non si comprende, però, perché accettano passivamente la condizione di dipendenza nella quale l’influenza maggioritaria cerca di spingerle e di tenerle. Eppure non mancano le persone che avendo crediti di simpatia, fiducia, potrebbero essere riconosciute come autorità e quindi, partendo da questa posizione, tentare la via del cambiamento. Coloro che appartengono ad estrazioni sociali apprezzabili, potrebbero sentirsi liberi di sostenere posizioni diverse da quelle della maggioranza in quanto, nel caso dovessero sbagliare nella loro analisi e nel loro comportamento, una piccola perdita di prestigio non comporterebbe per loro alcuna conseguenza in termini di emarginazione e rifiuto da parte della socialità. All’altro estremo della scala sociale, gli individui di estrazione meno alta potrebbero sentirsi altrettanto liberi di esprimere la propria opinione in quanto non avrebbero nulla da perdere in termini di prestigio all’interno di una comunità. Allora perché si diventa incerti delle nostre decisioni e dei nostri giudizi? La presenza di contrapposizioni e di conflitti non è certo situazione facile, anzi, è situazione minacciosa, che genera ansia, sia in chi promuove un cambiamento sia in chi resiste a tale cambiamento, ma il pericolo, in un contesto in cui esistono posizioni diversificate e contrapposte senza il conseguente agire, è che si può perdere la certezza delle proprie opinioni e di propri giudizi. Se però consideriamo un processo di influenza che può nascere dai contenuti importanti da comunicare e che possono essere assunti come punto di riferimento, se si crede in quello che si sta dicendo, disponibili a spendere pure in termini di tempo, di risorse personali, di rinunce, allora diventa gratificante esprimere il proprio punto di vista anche rispetto ad una maggioranza che non condivide quello che si dice e che anzi, in alcune situazioni, lo schernisce, lo deride, lo insulta. Ma c’è pur bisogno di uno stile di comportamento che, insieme con le opinioni, è necessario organizzare per mettere opportunamente un disegno in atto con l’intensità necessaria al fine di ricevere la dovuta attenzione. Ma oggi, purtroppo, esempi di comportamenti, che indicano quanto l’individuo sia impegnato in una libera scelta, equa ed autonoma, quanto il fine perseguito da raggiungere sia importante e quanto si è disposti a spendere in termini di sacrifici personali per l’affermazione delle proprie idee, scarseggiano, essendo pure carenti gli elementi che testimoniano la determinazione dell’agire scevro dal tornaconto personale e da qualsiasi condiscendenza nei confronti del potere.
I problemi della politica sono diventati sempre più complicati insieme con le soluzioni soddisfacenti sempre più rare. Le tendenze anti democratiche latenti dovrebbero diventare motivo di preoccupazione di una minoranza, se minoranza c’è nel Consiglio comunale della nostra cittadina, per sviluppare principi che riguardano la battaglia per la stessa difesa della democrazia. Una linea politica che mette in risalto come la responsabilità delle scelte ricade sull’opposizione non meno che sulla maggioranza, sino a ritenere che ogni opposizione ha la maggioranza che si merita. Dobbiamo renderci conto che tutti i problemi politici sono problemi istituzionali che, se sono diretti verso una maggiore uguaglianza, possono essere salvaguardati soltanto con il controllo istituzionale del potere. Ora le minoranze offrono oggi esempi per parlare di battaglia coerente a favore di una società civile? Oppure l’attuale minoranza offre piccoli rimedi a fronte di cause importanti creando incoerenze e disarmonie tra società civile e politica? Se proviamo a costruire una sintetica rubrica delle forze presenti in Consiglio comunale della nostra città , ci si disperde, non riuscendo a trovare le prove di un convincente indirizzo politico con i relativi sforzi diretti ad ottenere gli effetti desiderati. In un momento in cui i prezzi salgono, i redditi scendono, dove è in atto, invece, una redistribuzione del potere e della dipendenza, diventa necessario far crescere la declinante fiducia nelle capacità di chi governa e nelle istituzioni di governo; ma da questo compito non è esclusa la minoranza che ha l’obbligo e il bisogno di verificare se stessa, attraverso la proposizione valida di idee per dare risposte alle esigenze della società ma, dal momento che nessuno conosce tutto, cercare, quanto meno, di garantire la possibilità di dare risposte diverse, preservando le condizioni per il dibattito critico, razionale, in cui sia possibile giustificare di essere in disaccordo. Quali sono i principi in base ai quali proponiamo o prendiamo le decisioni, in altre parole, vivendo in un mondo di incertezze, come si può riuscire a contrastare interventi esecutivi della maggioranza che possono limitare direttamente l’area della libertà individuale, minacciando indirettamente la conservazione della libertà. Se manca una solida e radicata democrazia politica e la dimensione di agorà, dove sono visibili le ragioni dei soggetti, non coglieremo la complessità dell’ambiente in cui si affacciano moltissimi temi di cui soltanto alcuni diventano decisione vincolante a danno di altri con il pericolo di costruire, anche per la complicata storia dei soggetti stessi, progetti particolaristici.
La minoranza, ad oggi, è stata attiva ed è riuscita a guadagnarsi un "sostegno sociale alla non-conformità", cioè avvalersi della presenza, nella vita sociale, di persone in grado di sostenere le opinioni del singolo di fronte alla maggioranza o all'autorità, rompendo così il consenso sociale della maggioranza, non certo per distruggere ogni cosa anche quando è buona, ma soprattutto per proporre costruttivamente controllando il potere sia formalmente che informalmente?
Il crimine, inteso come atto gravemente lesivo della morale e oggetto della legge penale e delle sue sanzioni, è sempre esistito in tutte le società. Non esiste una singola causa ma una pluralità di fattori che spinge l’uomo verso la condotta criminale. I criminali sono in effetti ritenuti nemici della legge e dell’ordine ma le loro immagini non corrispondono alla realtà, prendendo questa spesso l’avvio nella nostra immaginazione. Quindi, come nella finzione letterale o teatrale compare la confusione tra fuorilegge buono e cattivo, anche nella convinzione della gente un rapinatore solitario che depreda le banche, a volte non è né buono né cattivo e suscita sentimenti ambigui, ma non censure convinte; l’uomo d’affari disonesto invece, che evade il fisco e che è spregiudicato e senza alcuno scrupolo nelle sue condotte, a volte è soggetto di invidia per l’apparente benessere che riesce ad accumulare o ad esibire. E la criminalità dei “colletti bianchi”? In un periodo in cui scandali e truffe ingenti sembrano dilagare, meglio e più di “tangentopoli”, appare significativo il diffuso desiderio di approfondimento di questo tipo di criminalità, che si caratterizza per l’azione di un criminale non noto, a volte non deprecato. Infatti gli autori di questi tipi di reati devono essere rispettabili e godere di prestigio nella società in cui vivono e devono possedere quelle caratteristiche che si concretizzano nella ricchezza o nell’appartenere a caste culturali, professionali, nobiliari o politiche, caratteristiche che attualmente possono essere peculiari di alti funzionari pubblici, dei cosiddetti rinomati professionisti, degli alti dirigenti di imprese pubbliche, dei politici con incarichi di governo e di sottogoverno; tutto ciò si correla al fatto che i reati commessi da questo tipo di criminali, devono essere attuati nel corso dell’esercizio di una professione, perché altrimenti rientrerebbero nella criminalità comune. Anzi il delitto del criminale in colletto bianco implica pure un abuso di fiducia, nel senso che, per la sua rispettabilità, per la sua condizione sociale e per la sua professione, questo tipo di autore del delitto può contare sulla fiducia di coloro con cui viene a contatto, direttamente o indirettamente, e approfittando di ciò, viene a trovarsi in condizione agevolata per completare la sua azione illecita. In una prospettiva storico- evolutiva meglio sarebbe portare l’attenzione sui diversi modi di reagire al crimine e sulle sanzioni, nei diversi contesti socio-culturali, per reprimere e prevenire la criminalità organizzata o non e del delinquente in quanto tale.