La piazza ritenuta luogo e abitacolo di storia, centro di vita, luogo urbano dedicato dall'uomo nel tempo allo scambio di idee e conoscenze è un concetto nostalgico ormai da tempo superato.
Scrutando tra questi luoghi di intrattenimento si possono immaginare alcuni episodi della nostra vita di gioventù, da quando si passeggiava sino al caos attuale, con episodi, purtroppo, che offendono spesso la tranquillità e la serenità della vita.
Così che da luogo della cattedrale religiosa, da luogo dove si svolgeva incontro civico e politico, luogo di mercato commerciale, si è continuamente trasformata nel tempo sui vari progetti, più o meno validi, nati in modo studiato o a capriccio dalla mente di progettisti e amministratori cangianti e prodotti dalla organizzazione della città e dai modelli di sviluppo socio-economico e politico.
Parcheggi indiscriminati e carreggiate per il traffico hanno preso il sopravvento su cortei, comizi risuonanti di propaganda elettorale, eliminando, con decentramenti e dispersioni tutte quelle funzioni che rendevano possibili le tante attrazioni del centro storico con l’amara conseguenza che la vita fatta di socialità, di incontro, di discussione si ritirasse dalla piazza ma anche dalla strada e da ogni luogo del vivere tradizionale. Questo lamento ormai è diventato molto comune al punto da desiderare un ritorno al passato ma, indubbiamente, con la possibilità di un ripristino molto complicata. Le condizioni e le funzioni di un tempo sono ormai venute meno e le piazze, oggi, le possiamo visitare da turisti con in mano la guida pro loco, o più verosimilmente le attraversiamo solo con l’auto per spostarci velocemente da un luogo ad un altro.
Giancarlo Consonni nel suo libro "Addomesticare la città " osserva: « La piazza si è trasformata da spazio della socialità a palestra della serialità automobilistica”. E' questo un modo di vivere che ha permeato in modo profondo ciascuno di noi rendendoci inquieti e coinvolgendo con l'insieme della città anche i comportamenti e i sentimenti con l’inevitabile avvitamento in un circolo vizioso in cui la crisi della socialità, accettata a malincuore, e il degrado degli spazi pubblici sono, nello stesso tempo, causa ed effetto l'una dell'altro. Degrado degli spazi che è venuto assumendo i connotati di una vera e propria noncuranza dello spazio pubblico, asservendolo alle pure esigenze della realtà caotica e ponendo in essere i sintomi di uno stato d’animo che non sa ancora cosa vuole e come lo vuole e che non è neppure sicuro di se stesso, annullando, pertanto, ogni identità. In questi luoghi, lo squallore si è sostituito a manifestazioni di dialogo, di passatempo ricreativo e salutare, di una casa all’aperto. Ciò che la toponomastica definisce e individua come piazza, deve essere ripensato nella sua architettura, a cominciare dagli interventi più naturali ed appariscenti come la pavimentazione che pure, a volte, è frutto di simboli e disegni pacchiani. La piazza come luogo dello stare insieme può costituire ancora occasioni di interazione, tra persone, tendenti a far superare gli ostacoli a percorsi che vanno recuperati al “senso dell'andare, del camminare, dell'osservare, del sentire, quali esperienze essenziali del vivere”. La cultura che cresce e si sviluppa nell’era della globalizzazione presenta particolarità preoccupanti, quali una sempre maggiore spinta alla solitudine in quanto, spesso, l’interazione col computer viene preferita su quella con la società ed una crescente tendenza all’omologazione culturale, con la perdita progressiva della percezione dello spazio e del tempo, dovuta alla sparizione dei confini, influisce pesantemente sul senso di identità culturale.
La prima trasmissione di “ Immitis quia toleravi ”, ad opera di myboxtv, nata per lanciare discussione su un nuovo ordine di problemi, ha posto l’interrogativo di come è mutata la gestione amministrativa, le esperienze, le professionalità, quell’insieme, cioè, di conoscenze, di qualità operative necessarie per una determinata attività in un sistema complesso, per rilevare quanto attualmente l’azione amministrativa, con la quale si assumono decisioni e scelte, sia frutto di un processo nel quale intervengono numerosi attori con una evoluzione non priva di incertezze e che ha molte luci ma anche tante ombre.
Di fronte a variegate e complicate situazioni politico-amministrative, non volendo accettare di abbandonare le situazioni nelle mani dei potenti di turno, con rassegnazione fatalistica, si è fatto riferimento alla necessità di mantenere vivo, perché attuale, il dibattito sulla democrazia e partecipazione, ritenendo che questi concetti non siano scontati quanto, al contrario, mortificati e sottomessi. Si è fatto riferimento anche alla necessità di requisire ogni spazio in cui sia possibile educare alla partecipazione democratica e fare esperienza di impegno soggettivo e di gruppo. Dalle domande pervenute in maniera interattiva, almeno sino a questo momento, si è avuta la sensazione che vi può essere una positiva prospettiva in grado di far sentire e di articolare la propria voce con una eventuale, auspicabile capacità della società civile di entrare nel discorso politico- amministrativo, sia pure in maniera differenziata, per dare rappresentanza visibile alle proprie motivazioni. Ciò richiede, allora, che le Pubbliche Amministrazioni, oltre ai compiti tradizionali, sotto molti aspetti ormai superati, svolgano funzioni di mediazione e articolazione dei conflitti, di suggerimento di decisioni e facilitazioni dei processi negoziali, sappiano giocare l’importante ruolo di mettere in campo strategie di crescita della partecipazione, in modo particolare presso quei gruppi che, per posizione sociale, tendono a rimanere esclusi dalla gestione politico-amministrativa della comunità. Lo scopo, con la valida assistenza di tutti coloro che hanno buona volontà, dovrebbe essere quello di moltiplicare una educazione alla democrazia attraverso la democrazia, con un percorso che attraversi i problemi della società con la reale partecipazione e consapevolezza di tutti specialmente quando si può cogliere una degenerazione del potere che per la sua incontrollabilità si accompagna alla fatalistica convinzione della sua irrefrenabilità e invincibilità. Non si fa troppa fatica a rilevare proprio nelle maglie del potere, con la loro impenetrabilità, il terreno di coltura fertile per tutti quei poteri e sotto poteri occulti che determinano spesso la vita e il destino dei cittadini e riducono all’impotenza anche il potere politico. La vera degenerazione del potere politico non è mai nella politica in quanto tale, ma nella graduale spoliticizzazione del potere, con la conseguente spoliticizzazione dei cittadini. A chi esercita potere spetta quindi, oggi, un compito in più, ed è quello di imparare a comprendere la complessità del sistema senza avere la pretesa di ridurla, attrezzandosi al contrario, al fine di evitare che essa diventi l’alibi imbattibile della degenerazione del potere. Questo significa pure farsi “vigili” e responsabili di fronte agli interessi che ruotano intorno a un dato problema, cercando non solo una composizione ottimale del conflitto degli interessi, ma il riferimento essenziale ad una griglia di valori, attraverso cui far sempre filtrare le scelte e le decisioni.
E' evidente che un elemento importante del tempo libero è la fruizione della musica. Il rapporto musica-anziano e musica-giovani o meglio il senso soggettivo legato a questo rapporto permetterà di formulare un modello della condizione di ciascuno nei vari periodi che si possono prendere in considerazione e, di conseguenza, di seguire gli sviluppi del soggetto sociale a partire dal momento in cui esso appare e dal luogo sociale in cui si sviluppa.
Naturalmente, per assumere la musica come linguaggio, bisogna vedere se quest' ultima possa essere collocata nel quadro degli elementi espressivi, o se debba essere considerata come un prodotto dell'industria culturale. In questo ultimo caso un approccio come quello proposto sarebbe molto più rischioso, dato il carattere fortemente commerciale di queste forme comunicative e dato, soprattutto, il loro aspetto di prodotti imposti dall'esterno a gruppi o strati di "fruitori".
Molti hanno ricondotto la musica al sistema delle comunicazioni di massa, definendola secondo le caratteristiche della mercificazione e della riproduzione ideologica del sistema capitalistico. Si affermava, ad esempio, che "il rock è solo un buon mezzo per ipnotizzare i giovani".
Sicuramente è vero che esiste uno strettissimo legame tra l'espressione musicale e gli apparati delle comunicazioni di massa e dell'industria, non solo culturale. Tuttavia questi prodotti possono contenere anche notevoli elementi che conducono piuttosto a caratterizzarli come forma di comunicazione reale e, dal mio punto di vista, come linguaggio.
Ho preso, fuori da ogni schema, ad libitum, un brano, " tace il labbro", da "La vedova allegra" di Franz Lehar quale espressione spontanea di un particolare pubblico e come mia illusione, di fronte a tanto squallore politico, di considerarlo strumento per " un maniaco momento in cui rilassarsi" sperando anche, come qualche volta può capitare, di non interiorizzare questo tipo di musica come unica realtà possibile, anche se mi piacerebbe pensarlo spesso, per una sorta di perenne rito di iniziazione, con la dovuta partecipazione ai suoi significati e con una prefigurazione di una realtà diversa.
C’era una volta la pòliz per indicare tanto la città quanto lo Stato, in cui si era d’accordo che una vita realmente civile poteva essere vissuta solo nell’ambito di una città ma in posizione di indipendenza economica, cioè l’ autarceia che comportava anche l’indipendenza politica in quanto ciò che distingueva la vera città da altre era la mancanza di ogni obbligo di sudditanza verso un’altra città, un signore o una potenza straniera e l’essere ridotti in tale stato implicava un marchio di vergogna; la perdita dell’autonomia era sentita non meno dolorosamente di quella della libertà personale, ed era designata infatti col nome di “servitù”. All’interno, il governo poteva essere di qualsiasi forma e ciò non incideva sullo stato della città ma, per il diritto di sceglierlo, o di cambiarlo, si lottava sempre strenuamente. In fin dei conti i Greci si organizzarono non solo con la democrazia ma scoprirono anche la politica stessa, che è l’arte di conseguire decisioni mediante la discussione pubblica e poi obbedire a quelle decisioni in quanto condizione necessaria di una convivenza civile. Proprio come avviene ai nostri tempi !!!
"Nulla sarebbe più pericoloso per la nostra Europa che conservare strutture e abitudini che coltivano la rassegnazione, l' individualismo e la passività. Il risveglio può avvenire soltanto attraverso una società attivata da cittadini coscienti delle proprie responsabilità e animati da spirito di solidarietà verso coloro con i quali formano comunità locali e nazionali -sovranazionali ricche di storia e dotate del senso di una comune appartenenza" per costruire un modello di "sviluppo socio culturale" che garantisca alle future generazioni la piena e armoniosa partecipazione all'attività economica e sociale, salvaguardando il prezioso patrimonio etnico e culturale. Nel mutamento in atto nel mondo, può sembrare che i principi alla base del modello europeo (libertà, solidarietà, responsabilità) conservano la loro validità. Ma per non pensare solo in modo teorico, occorrerebbe ripensare su tali principi su cui si è costruito il sistema, adattarne le strutture, modificare i comportamenti e le politiche ai diversi i livelli comunitari, nazionali, locali. La crisi che investe oggi l'Europa è il risultato dell' utilizzo molto scarso, non solo quantitativo ma anche qualitativo, delle capacità della manodopera contro l’eccessivo utilizzo di risorse naturali. Il rischio che si corre è quello di una progressiva emarginazione di intere fasce della società che insieme al decadimento delle condizioni di vita, costituirebbe una grave minaccia per la democrazia e la pace sociale del continente. Le grandi imprese multinazionali, favorite da regole del mercato sregolate, arrivano a determinare le proprie regole da osservare, contribuendo così a porre in essere una concorrenza che tale non è ma che sicuramente coinvolge le pubbliche autorità di più Stati. Si assiste, pertanto, ad un simulato passaggio da un ordine derivante dalla supremazia delle decisioni pubbliche (tradotte in leggi e atti amministrativi) ad un sistema alimentato dalla logica dello scambio che tende a favorire la posizione del soggetto economicamente più forte. Dal punto di vista strettamente giuridico, la flebile tutela dei diritti fondamentali è aggravata dalla crescente supremazia del ruolo assegnato alla sola attività amministrativa, da sempre antagonista dei diritti. In effetti, riducendosi i consolidati ruoli della politica, la globalizzazione immette nuova vitalità nei processi decisionali, rendendoli più snelli e, dunque, meno imbrigliati dai rigorosi schemi normativi che da tempo definiscono la cornice di legittimità dell’azione diretta alla cura concreta degli interessi generali. La diffusione di organismi indipendenti, deputati per neutralizzare la politica, è spesso l’espediente attraverso cui molte regole, opprimenti in misura ragguardevole l’effettivo godimento dei diritti, finiscono con l’essere adottate al di sopra e al di fuori dei classici percorsi della democrazia rappresentativa. Questo stato di cose continua ad allarmare e a far sentire l’esigenza di mettere in atto iniziative tese a promuovere un serio dibattito intorno alla necessità di intraprendere nuove azioni, a livello comunale, statale e sovranazionale per riflettere maggiormente sul momento politico, per attuare forme di partecipazione orientate a valorizzare ogni accorgimento non solo produttivo, ma di natura ideale e solidale.
“Sono una mamma indignata, nonchè insegnante preoccupata, che vorrebbe dire la sua in merito all’”autogestione” (come amano definirla i ragazzi) che si sta svolgendo al Liceo Classico Europeo nell’assoluta indifferenza del corpo docente e del dirigente scolastico.
Da più di dieci giorni i ragazzi dell’Istituto hanno occupato le aule impedendo il normale svolgimento delle lezioni e nessun provvedimento disciplinare è stato preso nei loro confronti.
Ma la cosa ancora più sconvolgente e che questi ragazzi, assenti per le attività didattiche curriculari, si presentino tranquillamente a mensa per consumare i pasti che l’istituto mette loro a disposizione.
Non solo, quella sparutissima minoranza che non ha voluto aderire a questa forma estrema di protesta nel migliore dei casi viene derisa e ricattata.
Non voglio entrare nel merito delle motivazioni, sicuramente valide, perchè la modalità con la quale queste motivazioni sono portate avanti, escludendo il dialogo ‘con” e il rispetto “verso” gli altri, le vanifica completamente.
Mi trovo davvero in difficoltà, come mamma, a spiegare a mia figlia, che per sua volontà si è voluta dissociare da questa assurda protesta, cosa è bene e cosa no.
E come insegnante rimango davvero impressionata da questo ribaltamento di valori del quale la stessa istituzione scolastica, rimanendo a guardare, avvalora generando solo un clima di confusione, altro che dialogo educativo”.
Fin qui una lettera di una madre di studentessa del Liceo del Convitto "Cutelli" di Catania.
Ignorare o fingere di ignorare l’esistenza di realtà socialmente fluide può condurre a tentare di spiegare alcune tensioni interne di una parte di società solo in termini di indocilità, negligenza, maleducazione oppure in termini che per sé descrivono solo una parte di fenomeni di una realtà assai complessa, nella comprensione della quale risiede il vero problema, oggi della scuola?
Qui si può vedere un riferimento alla necessità di organizzare uno scambio umano che è anche fine di ogni aggregato sociale, e far beneficiare ogni membro dello scambio stesso, in termini di solidarietà, inclusione nel gruppo, azione collettiva, proposta di fini contro una parte dello Stato che forse capirà, ma lo sta già capendo, che la risposta al mondo della scuola non si può dare sbrigativamente né con decreti che, al momento della discussione in aula parlamentare, si traducono in voti di fiducia al Governo senza altri confronti, né tanto meno con la polizia che dovrebbe soffocare le manifestazioni con intimidazioni che inasprirebbero lo stato delle cose. La protesta di questi giorni è anche protesta politica contro il Governo che comincia a tagliare fondi consistenti a cominciare dalla scuola senza una preventiva, accurata analisi di programmazione di attuazione di una più equa distribuzione del reddito nazionale.
L’intervento pubblico nell’economia non si dovrebbe svolgere in modo occasionale e saltuario ma secondo una linea di politica economica che sia quanto più possibile coordinata e programmata nei diversi aspetti, in modo tale da raggiungere obiettivi economicamente razionali. Spetta agli organi politici dello Stato o degli Stati, ma anche alle decisioni locali, effettuare in proposito le scelte che, a loro volta, dipendono dall’indirizzo politico prevalente. Ma se ci dovessimo chiedere, oggi, quale politica di intervento si vuole attuare, si corre il rischio di restare confusi e perplessi in particolar modo per ciò che riguarda la politica di sviluppo che, per i paesi sviluppati, dove il tenore di vita è abbastanza alto, l’obiettivo dovrebbe essere quello di assicurare che l’attività produttiva sia sufficientemente dinamica e si accresca di pari passo con l’incremento demografico e con le innovazioni tecnologiche. Così non pare si stia facendo. Infatti la spesa per il potenziamento della ricerca scientifica che favorirebbe il progresso tecnologico e una migliore utilizzazione delle risorse naturali, la spesa per l’istruzione che dovrebbe essere indirizzata a migliorare la qualificazione professionale delle nuove generazioni, sono, in misura rilevante, sempre più ridotte per cui la politica di sviluppo, che agisce a lungo termine e che ha lo scopo di incrementare l’offerta di risorse per accrescere la capacità produttiva, diventa carente e non idonea agli scopi. Inoltre se attuare un’equa distribuzione del reddito significa anzitutto evitare che si verifichino forti concentrazioni di ricchezza nelle mani di poche persone, con conseguente stato di povertà per larghi strati della popolazione e con forti squilibri personali e sociali, anche questo tema sembra non sia stato affrontato in modo appropriato insieme anche con altri squilibri territoriali fra zone sviluppate e depresse come pure in settori dell’economia fra redditi dell’agricoltura, dell’industria e delle attività terziarie. Ora se non vi è nascosta volontà di lasciare al libero gioco delle forze di mercato che tende a svilupparsi con andamenti ciclici che alternano fasi di ripresa e di espansione a fasi di recessione e di crisi, se non si vuole far cumulare, catastroficamente, inflazione e disoccupazione, la necessità diventa quella di intervenire con una decisa politica di stabilizzazione nel fare in modo, cioè, che si incrementi nuova domanda , espandendo la spesa per consumi ed investimenti pubblici insieme con l’incentivazione dei consumi e gli investimenti privati mediante sgravi e sovvenzioni. Aspettare poi la ripresa economica per frenare la domanda complessiva, contraendo le spese pubbliche ed aumentare la pressione tributaria in modo da limitare, ma solo successivamente, la capacità di spesa dei privati. Il governatore Draghi ha sostenuto:” Calano i consumi delle famiglie sotto il peso dell’erosione del reddito disponibile” ed i sondaggi ”rilevano pessimismo tra imprese e famiglie”. I tempi sono stretti e gli interventi ponderati dello Stato non possono più farsi attendere.
La necessità di modelli diversi di sviluppo e nuove e diverse responsabilità per incanalare anche la ricerca scientifica verso nuovi orizzonti, in cui, accanto alle questioni più strettamente economiche, trovi spazio un'attenzione, sino a questo momento del tutto trascurata, verso l'ambiente e la qualità della vita, diventa sempre più pressante. Tanti milioni di disoccupati in Europa non possono restare senza voce. Si parla sempre più spesso di disoccupazione strutturale e non solo congiunturale. L'antica paura di una tecnologia che toglie i posti di lavoro è ancora attuale, e non solo per fini ideologici. Ma si può vedere la tecnologia come una fonte di male? L'ecologia potrebbe rappresentare una soluzione del problema più grave, la disoccupazione, per il mondo occidentale? In un incontro tra i ministri dell'ambiente dei paesi aderenti al G7, si parlò di iniziative dirette a creare nuovi posti di lavoro con interventi a tutela dell'ambiente. In poche parole la soluzione dei problemi ambientali potrebbe creare occupazione. Carlo Azeglio Ciampi sostenne la necessità di: «... programmi infrastrutturali nel risanamento ambientale e nella promozione delle tecnologie pulite, per sfruttare adeguatamente, anche con incentivi, le potenzialità di job creation (creazione di lavoro, d’impresa) insite nelle politiche ecologiche... ». Bisognerà a questo scopo mettere in campo soluzioni originali in grado di riconvertire l'attuale assetto del rapporto produzione fruizione di beni e servizi, in un'ottica che privilegi l'uso razionale delle risorse. Questa diventa dunque una grande occasione per incrementare le tecnologie adatte allo scopo e quelle telematiche sembrano proprio che possano esserlo. Il sapere serve, in una società democratica, a comunicare, a diffondere, a far assorbire l'evoluzione. I poli antichi come stati-nazione, partiti, professioni, istituzioni e tradizioni storiche che rappresentavano elementi di coesione per le società odierne, perdono, poco a poco, il loro potere di centralità. Lo affermava Robert Musil, nel profetico “L'uomo senza qualità” , Einaudi, Torino, 1972, che viviamo in : « Un mondo di ciò che avviene senza che ciò avvenga a nessuno e senza che nessuno ne sia responsabile ». Intanto si chiede o si chiederà di rinviare e rinegoziare gli obiettivi di Kyoto per dare priorità al rapporto costi-benefici del “pacchetto clima” dell’U.E., senza approfondire anche gli aspetti positivi dello stesso programma.
Se si riflette sui possibili effetti che attendono l’uomo di domani, l’immagine che si può ricordare è quella del Golem che secondo la mitologia ebraica e del folklore medievale chi veniva a conoscenza di certe arti magiche poteva fabbricare un golem, un gigante di argilla forte e ubbidiente, che poteva essere usato come servo, impiegato per svolgere lavori pesanti ed anche come difensore del popolo ebraico dai suoi persecutori. Poteva essere evocato, pronunciando una combinazione di lettere alfabetiche. Il Golem è, o potrebbe essere, paragonato al moderno automa: fatto di argilla, era impiegato come servo per sbrigare le faccende domestiche. Poi però, crescendo, diventa più grande e più forte di tutti coloro che gli stavano vicini. Con un inganno, l’uomo lo induce a chinarsi per poterlo uccidere, e ci riesce, ma il peso dell’argilla ricade sull’uomo stesso e lo schiaccia. Nel mito si può interpretare anche l’effetto rischio che la superficialità dell’uomo di modificare il proprio habitat di vita si possa, poi, trasformare, credendosi onnipotenti, in un micidiale strumento autodistruttivo. Siamo ormai a questo punto ? Oppure siamo sulla buona... strada ?
Sin dal 1977 vari organi delle Nazioni Unite, su richiesta dell’Assemblea Generale, si sono occupati, a diversi livelli di specificità, del tema delle istituzioni nazionali per i diritti umani.
Diverse risoluzioni ribadiscono l’importanza delle istituzioni nazionali, ne sollecitano la creazione o il rafforzamento e riconoscono la collaborazione fra dette istituzioni e le organizzazioni non governative impegnate nell’ambito della promozione e protezione dei diritti umani.
La Conferenza mondiale sui diritti umani "ribadisce il ruolo importante e costruttivo svolto dalle istituzioni nazionali per la promozione e la tutela dei diritti umani, particolarmente attraverso la loro capacità di essere supporto alle autorità competenti, il loro ruolo nella riparazione delle violazioni dei diritti umani, nella diffusione dell’informazione sui diritti umani e nell’educazione ai diritti umani”.
“Lo Stato deve assicurare e sostenere, ove appropriato, la creazione e lo sviluppo di ulteriori istituzioni nazionali indipendenti per la promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali in tutto il territorio sotto la sua giurisdizione, siano essi difensori civici, commissioni sui diritti umani o qualsiasi altro tipo di istituzione nazionale”.
Vengono stimolati tutti gli Stati Membri a fare i passi necessari per promuovere lo scambio di informazioni ed esperienze riguardanti la creazione e l’azione effettiva di tali istituzioni nazionali.
Le istituzioni nazionali hanno presentato un documento con cui fanno emergere l’importanza del loro ruolo contro ogni forma di razzismo, xenofobia e manifestazioni ad essi associate, in collaborazione con le Nazioni Unite e con le organizzazioni regionali. La collaborazione deve estendersi anche alla società civile, segnatamente alle organizzazioni non governative e, in modo particolare, a gruppi e individui soggetti a discriminazione o a minacce di discriminazione.
Gli illuministi avevano sognato di realizzare una società che fosse a misura dell’uomo. La conoscenza scientifica fornita dalle nuove scienze sembrò uno strumento importantissimo per la realizzazione di questo desiderio. In piena rivoluzione in Francia, un Comitato di Istruzione Pubblica fu incaricato di dar vita a nuove istituzioni culturali per far nascere due anni dopo un Istituto nazionale, con l’incarico di raccogliere le scoperte e di perfezionare le arti e le scienze su tutto il territorio della Repubblica. Gli studiosi di scienze morali e politiche dell’Istituto diedero vita nel 1799 alla “Società degli osservatori dell’uomo; nacque “l’Etnologia”. Trovò la migliore realizzazione la lezione di Montesquieu. Dopo secoli, in Italia ancora , come pure a Galatone, al di là dei bisogni naturali, persistono esigenze mai soddisfatte che nascono dalla convivenza, il bisogno di comunicare, di vedere rispettata la propria dignità personale, il bisogno di sentirsi in sintonia con la propria cultura. Di questo si nutre lo scontento critico che nel XXI secolo, pur con tanta cultura tramandataci, purtroppo, sollecita la ragione dell’esistenza umana.
L’Italia riceverà il vertice G8 del 2009 presso l’isola della Maddalena. Pur potendo il governo ospitante definire gli aspetti rilevanti dell’agenda, è indubbio che l’onda lunga degli ultimi summit contribuirà ad ancorare il confronto ad alcune questioni fondamentali che riguardano l’economia e i mercati. Non sarà, però, sicuramente facile tradurre in un’iniziativa concreta e incisiva la comune aspirazione dei membri del G8, ed in particolare del G7 a dare un segnale rassicurante agli stessi. Per questi argomenti interviene anche la prassi di affidare ad organizzazioni internazionali o a gruppi di esperti l’elaborazione di studi e proposte sui temi in questione su base pluriennale, cosa questa che implica, poi, periodici esami e valutazioni dei risultati. Da qui al vertice del prossimo anno nuove situazioni prioritarie potranno emergere in relazione ad altri problemi di estrema urgenza come la recente crisi dei prezzi alimentari, che sarà uno dei temi cruciali sul tappeto. Restano le forti difficoltà a trovare una qualche possibile forma di coordinamento delle politiche valutarie delle maggiori economie del mondo, oggi connotate da squilibri molto forti – il dollaro in calo, il renminbi cinese tenuto artificialmente basso – di cui soprattutto l’Unione europea sta risentendo. Anche su altri punti cruciali, come l’energia e i fondi di investimento, non si è riusciti finora a trovare un qualche minimo accordo . Il tema dell’energia la cui rilevanza per la comunità internazionale è peraltro fortemente accentuata dalla crescita del prezzo di petrolio e gas. Sul fronte energetico il quadro di riferimento continuerà ad essere “l’Energy Action Plan”adottato a San Pietroburgo nel 2006, che sviluppa un approccio ai problemi economici, ambientali e sociali legati alla questione energetica. Nel settore dell’energia l’Unione europea (UE) si trova di fronte a sfide senza eguali, conseguenza di una maggiore dipendenza dalle importazioni, da preoccupazioni sull’approvvigionamento di combustibili a livello mondiale. Nonostante ciò, l’Europa continua a sprecare per inefficienza almeno un quinto della sua energia. Eppure il risparmio di energia è di gran lunga il modo più efficace per migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e ridurre nel contempo le emissioni di biossido di carbonio. Il risparmio energetico contribuisce sicuramente a incrementare la competitività e a stimolare i mercati avanzati delle tecnologie e dei prodotti efficienti sotto il profilo energetico. Rispetto allo scenario attuale è necessario educare la società civile, gli operatori di mercato e i responsabili politici, e trasformare il mercato interno dell’energia in modo da fornire ai cittadini dell’UE infrastrutture, edifici, elettrodomestici e mezzi di trasporto dalla massima efficienza possibile per un serio risparmio organico del piano energetico. Per concretizzare le potenzialità di risparmio energetico dell’UE sarà necessario un cambiamento significativo del nostro approccio al consumo energetico. Su altre tematiche, invece, l’intesa tra i leader appare più problematica. Comune è l’interesse per la definizione di una strategia che assorba gli effetti negativi sull’economia mondiale di crisi localizzate che si ripercuotono però globalmente, troppo spesso a causa dell’assenza di una idonea ed adeguata regolamentazione.
Occorre un rinnovamento deciso nel modo di produrre delle nostre diverse società affinché gli europei possano utilizzare meno energia pur conservando la stessa qualità di vita. I prodotti dovranno essere confezionati con tecnologie più efficienti sul piano energetico e i consumatori dovranno essere incentivati ad acquistare tali prodotti utilizzandoli in modo più razionale. Gli europei, in definitiva, devono risparmiare energia anche considerando che si spreca almeno il 20% dell’energia che si utilizza.“Grazie ad un risparmio energetico, l’Europa, al contrario potrà contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici, nonché a ridurre i propri consumi sempre in aumento e la propria dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili dai paesi terzi», ha affermato il commissario europeo per l’Energia Andris Piebalgs nel momento in cui

Così come è nella ratio di ogni pianificazione strategica, disciplinata peraltro da leggi, la fase di “scoping”, come prevista dall'art. 13, commi 1 e 2 del D.Lgs 152/06 e s.m.i., deve comprendere un processo partecipativo che coinvolga le autorità con competenze ambientali (ACA) potenzialmente interessate dall'attuazione del piano, affinché condividano il livello di dettaglio e la portata delle informazioni da produrre e da elaborare, nonché le metodologie per la conduzione dell'analisi ambientale e della valutazione degli impatti. Questo è anche scritto nella premessa del documento di “scoping” ma anche nella premessa del DRAG (Documento regionale assetto generale) ove due, in particolare, sono gli obiettivi rilevanti che vengono pure messi in rilievo dalla circolare dell’assessorato all’assetto del territorio regionale e che riguardano “la tutela dei valori ambientali, storici, culturali, espressi dal territorio e la sussidiarietà mediante il metodo della copianificazione, all’efficienza dell’azione amministrativa attraverso la semplificazione dei procedimenti, alla trasparenza delle scelte con la più ampia partecipazione sociale, alla perequazione”. Ma guarda caso a pag 38 del documento di Scoping su “
Accanto a questa forma di coinvolgimento diretto si provvederà alla realizzazione di un’apposita sezione sul sito Web del Comune in merito alla comunicazione verso il pubblico ed alla diffusione degli elaborati della procedura di V.A.S. del P.U.G. Ed ecco come è stata concepita la
Tabella 13 quale primo elenco dei Soggetti Pubblici da coinvolgere nelle fasi di copianificazione:
Azienda di Promozione Turistica della Provincia di Lecce Via Monte San Michele n. 20 73100 Lecce, Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed agricoltura di Lecce Viale Gallipoli, 39 73100 Lecce; Università del Salento Magnifico Rettore Piazza Tancredi, 7 73100 Lecce; Associazione “PICCOLO PRINCIPE” Via Pagliarulo n. 78 73044 – Galatone (LE),Associazione “Lega Ambiente” Via Capitano Ritucci n. 29 73100 – LECCE, All’Associazione Italia Nostra - Salento Ovest Via Lata 80 73048 Nardò (LE), Sezione WWF Lecce Via Balmes, 1 73100 LECCE, Associazione“A LEVANTE” Via Pagliarulo n. 78 73044 – Galatone (LE), Rivista “A LEVANTE” Via Pagliarulo n. 78 73044 – Galatone (LE).
Galatana, via Kennedy 2, e "Lega per l'Ambiente", c/o ing De Giorgi, via Savoia, menzionate solo nell'atto di indirizzo ed escluse, invece, dalla tab.13 del documento di "Scoping". Quid iuris ?
Se queste sono le indicazioni iniziali, si può già cominciare a capire con quanta indolenza, senza alcuna spinta alla democratica partecipazione costruttiva o migliorativa, si ha volontà di procedere. Infatti, si può ben notare, che le conoscenze culturali e le esperienze di Galatone si concentrano esclusivamente su alcune - tre fra queste hanno uguale sede sociale - e non altre associazioni, affiancate da esterni, in barba al coinvolgimento attivo di cittadini legittimati con pratiche di partecipazione allargata, per potersi soffermare sulla definizione dei necessari obiettivi socio-economici e sulle stesse metodologie della partecipazione. Tra l'altro la delibera di giunta non si capisce se sia stata valutata dal Consiglio comunale o da qualche Commissione, per il dovuto ed opportuno approfondimento o se, al contrario, sia stata il risultato di accordi ufficiosi tra rappresentanze politiche comunali.
Con queste premesse si può pensare a quale forte impulso si vuole dare al tentativo, ma quale tentativo, di pianificazione strategica nella governance delle aree interessate. Alla fine la delibera di giunta numero 178 del 06/10/2008 potrebbe rappresentare un fruttuoso atto di incarichi, con una somma totale impegnata di ben €.210.000,00.
Ci si deve render conto che ogni essere umano si deve educare per poter essere partecipe, anche al livello più semplice, della cultura entro cui è stato generato, per quanto naturalmente esso abbia geneticamente la capacità potenziale a questa partecipazione. Lo sviluppo culturale in un sistema di tecnologie avanzate dipende dalle occasioni che ci sono date per imparare ed accettare, in un momento di pauroso impoverimento, uno sviluppo di comportamenti civili con una misura di civiltà. La società che oggi si va faticosamente costruendo ci dice poco sul valore dell’uomo anche se come persona è titolare di un suo valore inalienabile e vale anche per il modo in cui riesce a realizzarsi come persona e ad esprimersi socialmente. Vale non perché appartiene a un certo ceto sociale o riveste cariche pubbliche importanti oppure perché sa produrre e quindi aumentare il suo reddito; vale soprattutto perché è persona e riesce a realizzarsi come tale. Ecco perché ha tanto bisogno di educazione, di esperienze, di rapporti costruttivi con gli altri ed esprimersi socialmente nei vari ruoli sociali che è chiamato ad esercitare. Il valore di "Lazarus" è legato alla realizzazione di questi scopi anche, possibilmente, all’esercizio di ruoli finalizzati al bene comune. Si tratta, senza dubbio, di problemi estremamente delicati e difficili da risolvere il cui progetto richiede e contempla la formazione continua, con una programmazione di interventi formativi volti a favorire cambiamento culturale attraverso “momenti” di incontro, all’interno dei quali, individuare metodi per facilitare la partecipazione e lo sviluppo di comunità; quindi, nello specifico, si tratta di portare avanti un’esigenza, se è sentita come tale, di formulare progetti gestiti da un gruppo di lavoro multidisciplinare costituito da persone di buona volontà e soprattutto sensibili alle problematiche in atto, non formalizzato gerarchicamente , aperto al contributo di tutti, propositivo e flessibile. Se a tutto questo si perverrà, con molta pazienza, senza simulazioni, con lealtà, si potrà fare un lavoro degno e compiuto con un tessuto fatto di infinite cellule, l’una legata all’altra, dipendente dall’altra, ordinata all’altra; altrimenti accettiamo pure un universo statico, meccanicamente costituito, fatto di monadi leibniziane “senza porte e senza finestre”, l’una accanto all’altra, senza reciprocità di dare ed avere con gli aspetti più esteriori e banali.
Il demografo e storico francese Pierre Chaunu calcolava che l’ Europa avrebbe avuto una sostituzione delle generazioni in deficit e che la tendenza, verificata statisticamente, dimostrava una crescita del divario tra il livello necessario al rimpiazzo delle generazioni e il livello delle nascite; vero pure è il fatto che buona parte di nuovi nati è costituita da figli di immigrati.
“Gli europei sono preoccupati dall'impatto della globalizzazione sul loro lavoro e dal rischio di scivolare nella povertà”: con queste parole Vladimir Špidla, Commissario europeo per l’occupazione e gli affari sociali, ha sintetizzato lo stato d’animo che accomuna i cittadini europei in questo inizio di terzo millennio. Preoccupazioni che rendono quanto mai opportuna la rinnovata agenda sociale presentata a Bruxelles il 2 e il 3 luglio dal Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e dallo stesso Špidla.”
“Una recente indagine realizzata da Eurobarometro, l’istituto per i sondaggi della Commissione Europea, rivela che il 49% dei cittadini europei ritiene che tra venti anni la vita sarà peggiore di quella attuale, mentre il 38% crede che migliorerà.”
Tra i ventisette paesi dell'Unione europea, attualmente, esistono quattro persone in età lavorativa per ogni ultra sessantacinquenne. Le stime Eurostat di recente pubblicate rivelano che gli andamenti demografici e migratori faranno variare tale rapporto, fino a raggiungere nel 2060 un valore dimezzato: due persone in età lavorativa per ogni ultra sessantacinquenne . Un dato questo che potrà sicuramente condizionare le politiche previdenziali nazionali, che saranno tenute a trovare idonee riforme strutturali al fine di garantire la tenuta dei rispettivi sistemi nel lungo periodo. L´Ufficio Statistico delle Comunità Europee ha pubblicato un rapporto sul periodo 2008-2060: la popolazione invecchierà progressivamente in tutto il vecchio continente e il rapporto tra i pensionati e le persone in età lavorativa aumenterà drasticamente passando dal 25% di quest´anno al 53% del 2060.
D’altro lato, la crescita del benessere collettivo porta molti più giovani a prolungare la frequenza agli studi nella scuola superiore e nella università, così che l’ingresso definitivo nella pienezza della partecipazione sociale con il lavoro non occasionale, con la realizzazione di una famiglia propria e di una situazione di vita autonoma, si protrae sempre più frequentemente, magari sino alla soglia dei trent’anni ed oltre. Se questa è una prospettiva generale, bisogna poi distinguere nei casi concreti, in base alla realtà sociale in cui il giovane maschio e la giovane femmina si trovano a vivere. Potrà dipendere dal potere che i giovani hanno in quella data fase storica se la loro società è “giovanilistica”, cioè più orientata a valorizzare la partecipazione dei gruppi giovanili, o “gerontocratica”, con gli anziani saldamente installati nel controllo delle leve del potere decisionale. Ma, in primo luogo, il ruolo sociale dei giovani nelle comunità di appartenenza si trova in rapporto diretto con la situazione del reddito e di prestigio sociale della propria famiglia, nell’ambiente e nella cultura specifici in cui vivono. Tutto questo carica sulle spalle dei giovani contemporanei un peso senza eguali rispetto alle generazioni precedenti. Un fardello di carattere etico e economico-sociale insieme. Infatti, sta davanti a loro la prospettiva di una società popolata di anziani, spesso bisognosi di assistenza, di cure, ma soprattutto di affetti, cui dovrà provvedere una schiera sempre più esigua di giovani.
RICEVO, PUBBLICO, RISPONDO
ANONIMI O VIGLIACCHI ?
Caro Giuseppe D’Oria ti sono grato per aver commentato il mio Miserere per Galatone, e anche per la critica lieve per la chiusura arcigna del mio splinder, con la quale mi sproni ad uscire da una posizione di frustrazione e di rassegnazione passiva. Per mettere a disposizione di altri la mia cultura e la mia esperienza. Ti sono grato soprattutto per la signorilità e l’ amicale rispetto. Che ricambio.
Più che frustrato, per la verità, chi scrive si ritrova sistematicamente frustato da ignoti blogisti
I quali si dichiarano immancabilmente infastiditi dal sottoscritto e dalle sue iniziative, certo non corali, non targate, e non concertate con questo o quel movimento. Sebbene rivolte a tutta la città e motivate da obiettivi di crescita comune.
Non mi credo un veglio della montagna e nemmeno la sibilla di Cuma. Tutto quel che cerco di fare da molti anni non è servito soltanto a me, ma sicuramente, e non poco, a chi mi denigra coperto dall’anonimato.
Ora acquisire e far convivere insieme a scritture civili certe anonime, astiose, e velenose affermazioni del tipo Lo Zacchino predica bene e razzola molto,ma molto meglio, nega serietà al cosiddetto carteggio e premia un atteggiamento che, lungi dal proporsi a viso aperto e con coraggio, si serve del passamontagna e si rivela ipocrita e vigliacco. Zacchino non gode favori, né delle maggioranze, né delle minoranze, se mai è bersaglio degli uni e degli altri. Il razzolare può anche starmi bene se riferito ad un quarantennio di scavo, meglio di rovistamento in archivi , con risultati innegabilmente positivi, di cui ha beneficiato e seguita sicuramente a beneficiare anche il coraggioso Utente Anonimo da te ospitato. Ma se il razzolare vuole essere ipoteticamente l’insinuazione maligna allusiva di un mio presunto beccare qua e là,al modo dei polli, come incetta di prebenduzze, va contestato con vivissimo sdegno. Perché sarebbe, chiaramente, il tentativo di infangare, in maniera inaccettabile, da parte di un Anonimo Utente, l’immagine di uno che ha dato e dà alla comunità, energie, tempo, intelligenza, anche rimettendoci del suo. Se ho potuto dare alle stampe tantssime pubblicazioni, di cui hanno beneficiato la comunità, la scuola, e gli stessi Utenti Anonimi, che malignano e calunniano, non è stato per i graziosi favori di amministrazioni amiche, bensì per la generosità di imprenditori- mecenati di cultura cui dobbiamo esser grati tutti. Anche se il sottoscritto ha dovuto umiliarsi fino a rovinare i propri libri vistose inserzioni.
Quanto alle amministrazioni amiche, tu sai bene come le Grafiche Panico per il volumetto Dopoguerra a Galatone e nel Salento,edito nel 2005, abbiano dovuto aspettare fino a Giugno 2008.
Con persone come L’Utente Anonimo, sia esso aspirante riformatore e/o promotore di rinascite, non si può, evidentemente, intrattenere rapporti, né dialogare, siccome egli preferisce agire al coperto per calunniare. E non dovrebbe godere neanche della tua ospitalità, l’ospitalità dal momento che la usa per offendere altri, rimanendo nell’anonimato, grazie anche alla tua compiacenza.
Caro Vittorio,
come al solito vai cercando i responsabili delle denigrazioni altrui contro di te, che sono inevitabili per tutti, in chi tu ritieni possa essere additato come tale. Ti sbagli. Non ho ospitato nessuno, né sono compiacente con chicchessia, sul mio blog che, a differenza del tuo, permette il commento a tutti senza alcuna moderazione. Come ben sai, o dovresti sapere, il comando di entrare nel blog si deve effettuare prima e non dopo o durante. Ho scelto, come regola democratica, l’apertura al commento da parte di chiunque che permette a ciascuno di comportarsi responsabilmente, sperando nell’intelligenza e nel saper vivere e parlare civilmente. Come universo di relazioni, la società non è un dato assoluto, fisso, intangibile e, come tale, proprio perché universo di relazioni, mi auguro che sia anche universo umano perfettibile. All’utente anonimo comunque credo di aver risposto:
“Per far accrescere la potenza della nostra cultura dovremmo incoraggiarci reciprocamente con motivazione che ci rendano capaci di guardare verso il futuro, secondo le aspettative del proprio livello di competenza, per portare avanti una comune battaglia”. Non vi è stato seguito. Tutto ciò che tu hai prodotto, sia quantitativamente che qualitativamente, credo ti sia universalmente riconosciuto e può bastare per dissipare le troppo ingenue convinzioni dell’ipocrita, del vigliacco o di chiunque voglia infangare i tuoi meriti. Volendo ricorrere ad un’immagine, mi sembra che tra te e la società possa porsi la medesima correlazione che intercorre nel nostro organismo, fra la grande e piccola circolazione con il medesimo sangue che si muove, ma con un ricambio fra organismo e purificazione. L’anonimo che circola, come tanti altri, non è determinante e pertanto non mi preoccupa minimamente. E poi a “ cavallo bestemmiato…..” Il mondo va avanti ugualmente.
Giuseppe
P.S. Fammi sapere se devo pubblicare, sul mio blog, la tua lettera.
Caro Giuseppe,
la tua email è ricca di saggezza e convincente. Ma l'Utente resta comunque
a piede libero e il fango gettato non del tutto scompare. Io ho fatto i salti
mortali per dare in luce ogni mio lavoro, ma basta anche un proverbio distorto
da parte di un quidam de populo, per crearti nomea diffamatoria e farti
credere della stessa risma del diffamatore. Ti autorizzo a pubblicare la mia
risposta e ti ringrazio. Saluti Vittorio.
Dopo le rituali proteste, la camera ha approvato il decreto Gelmini che ha connotato l’inizio del nuovo anno scolastico generando inevitabilmente reazioni anche “accalorate”ed attende ora l’approvazione da parte del senato. Come accadde per la sinistra tra il 2002 e il 2006, purtroppo per la scuola, comincia un’altra battaglia politica contro il governo, e come sempre accade si bocciano le iniziative del ministro di turno e della maggioranza, tempestando le famiglie con ogni notizia strumentalizzando tutto e tutti per comunicare ai cittadini il proprio punto di vista. La scuola, si dice è come l’Alitalia, un carrozzone che va verso il fallimento se non si interviene subito e radicalmente. Ma un buon presupposto, tra le tante raffiche di mitra sparati sulla scuola, è stata
a) armonizzazione della composizione, dell'organizzazione e delle funzioni dei nuovi organi con le competenze dell'amministrazione centrale e periferica come ridefinita a norma degli articoli 12 e 13 nonchè con quelle delle istituzioni scolastiche autonome;
b) razionalizzazione degli organi a norma dell'articolo 12, comma 1, lettera p);
c) eliminazione delle duplicazioni organizzative e funzionali, secondo quanto previsto dall'articolo 12, comma 1, lettera g);
d) valorizzazione del collegamento con le comunità locali a norma dell'articolo 12, comma 1, lettera i);
e) attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 59 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, nella salvaguardia del principio della libertà di insegnamento.
La scuola veniva riconsiderata alla pari di ogni attività amministrativa- burocratica e, come spesso avviene, ognuno restò sconcertato e nessuno pensò seriamente e concretamente a supporti più significativi nel processo di insegnamento e di apprendimento. Le programmazioni di ogni consiglio di classe, sulle linee generali della più ampia programmazione concordata dal collegio dei docenti e dal comitato scuola-famiglia per la comunità scolastica, continuò ad osservare molto superficialmente la realtà socio-economica dell’ambiente, i criteri metodologici da seguire e gli aspetti pedagogici dell’azione educativa, affiancata, ma molto in superficie, dalla psicologia. Ora i conti non tornano, la coperta è corta, pur avendo dichiarato il ministro che “ la scuola non è assimilabile ad un qualunque capitolo di bilancio”, purtroppo, la politica del buon senso e delle soluzioni condivise non sono più attivabili.” Alea iacta est”. Il dado è tratto. La via utilizzata: pessima, con decreto legge prima, e voto di fiducia poi. Ascolto, condivisione, collaborazione. Parole vuote di significato ormai !