Le opinioni sulla storia del Castello di Fulcignano, non sono proprio in sintonia. Infatti nella trasmissione del 19 u.s. il prof. Vittorio Zacchino, quale storico e ricercatore di documenti archivistici, con una nota, “Mistero della cinta muraria”, ha concluso che si trattava di una casa per viandanti o, come si evince dalla medievista Gina Fasoli, un recinto fortificato per il ricovero di animali e merci. Di posto fortificato e non di castello si tratta anche a giudizio del prof. Felice Moro, studioso di antropologia culturale. Per l’arch. Giuseppe Resta che ha tracciato un’ampia e approfondita analisi, documentata anche da studiosi universitari ed in particolare dal prof. Paul Arthur, ci troviamo di fronte ai ruderi di un vero e proprio Castello, di foggia sveva con una cinta quadrilatera fortificata che ancora oggi si può vedere, di datazione ascrivibile tra l’ XII e il XIV secolo. Il Casale di Fulcignano, difeso e dominato dal fortilizio, è completamente scomparso e le ipotesi sull’origine del Casale si perdono in fantasie mai accertate; l’effettiva localizzazione dell’abitato è stata fonte di congetture e supposizioni. Ora oggi, più di ieri, comincia a diventare impellente occuparsene seriamente a livello culturale locale ed amministrativo, per chiarire alcuni aspetti di questo immenso patrimonio se si considera che nessun essere umano può prescindere da modelli culturali preesistenti ed anche perché è inconcepibile l’idea che una società, in un punto qualsiasi della sua storia, possa emanciparsi dalla sua cultura passata. Abbiamo allora una storia del “Castello”, in parte ancora, senza documenti? E storie senza documenti sono tutte quelle che si possono leggere senza conoscere i pensieri, i sentimenti di gente che li agitarono e che ci ha preceduto; perciò non ne comprenderemo e ne penetreremo mai l’intimo spirito sia per difetto di conoscenze complementari, sia forse per nostra momentanea distrazione. Questo dispiace perché mancherebbero oggi in noi alcuni elementi costitutivi del nostro passato. Le narrazioni e i ragionamenti che ci vengono dati potrebbero rappresentare un complesso di parole o formule non proprio significative per comprendere bene le nostre radici?
Su di un fatto, però, penso si possa essere tutti d’accordo. La volontà, oltre la storia vera, inventata o approssimativa, di recuperare questo monumento e destinarlo, come bene pubblico, alla intera collettività per recare ordine e onore ad una parte della realtà a cui vogliamo attribuire un significato culturale degno di essere conosciuto trovando, alla fine, il modo per salvarlo.
Nei sentieri nascosti di questa nostra modernità, trovano posto molti interrogativi e tra questi le forme di produzione economica che attraversano gli Stati travalicandone il carattere nazionale, non solo sotto l’aspetto accaparratore e apache del capitalismo ma soprattutto sotto l’aspetto di maggior rottura e conflitto tra ragioni diverse intorno all’uso delle risorse. Infatti il più delle volte i termini sviluppo e crescita vengono usati come sinonimi ma, a ben riflettere, non sono poi la stessa cosa. Per crescita si dovrebbe intendere la dimensione quantitativa dei risultati di un sistema economico, misurati attraverso alcuni indicatori, quali produzione o reddito; mentre per sviluppo dovrebbe intendersi un riferimento anche ad elementi di tipo qualitativo, quali la distribuzione del reddito, la distribuzione dei consumi ed anche altri aspetti, non strettamente economici, come la risposta a bisogni del tipo, istruzione e sanità. Se allora si fa riferimento al valore della produzione espressa in termini reali e non correnti, con riferimento cioè alle quantità di beni e servizi prodotti e non ai valori monetari, quali effetti riteniamo di aver raggiunto? Penso che non si possa più dubitare sul fatto che maggiore disponibilità di beni equivalga in ogni caso a migliori condizioni di vita che farebbe emergere la necessità di avere una diversa sensibilità per la qualità dei prodotti e per la loro distribuzione. Diventa necessario perciò considerare quali beni sono prodotti e che non è la stessa cosa, pertanto, accrescere la produzione di beni alimentari e quella di beni superflui. Una misura quantitativa della crescita della produzione non ci dice nulla su quali beni si produce, sulla loro rispondenza alle esigenze effettive della popolazione. Il processo di sviluppo può significare poi aumento di ricchezza solo per alcuni soggetti o tra alcune aree territoriali di una zona del paese; accade pure, ormai troppo spesso, che la crescita di un tipo di reddito avvenga a scapito di altri ove, al contrario, potrebbero crescere i salari, pur rimanendo costante il reddito complessivo, diminuendo la quota che va ai profitti. Una ripartizione, quindi, del reddito complessivo tra le diverse tipologie e tra le categorie di soggetti economici per una più equa distribuzione dei beni e della ricchezza, è l’altro aspetto importante per valutare la condizione di benessere di una collettività nel cui interno occupa molto spazio un ceto medio, sicuramente diversificato, ma sostanzialmente all’unisono per ciò che riguarda la domanda politica di intervento ad incrementare il suo livello di sviluppo. Di di tutto ciò, in un momento grave di depressione, i nostri rappresentanti, ad ogni livello, persistono a non volerne tener conto. Ma sino a quando?
Cinque articoli di un solo foglio di “ZOOM”, uscito oggi per la prima volta, costituiscono l’inizio di informazioni da dare al cittadino di Galatone che da tempo, in forma scritta, ne è digiuno. Anche se il rapido sviluppo della tecnologia elettronica ha prodotto radicali trasformazioni nelle strutture e nei processi di comunicazione, ciononostante lo stimolo di un prodotto giornalistico, qualunque esso sia, che non ha peraltro interesse in settori economici, può rispettare gusti, trasformazioni di un pubblico anche vasto. Il nuovo foglio potrebbe rappresentare anche uno strumento di pressione, rispetto alla attuale situazione, per spronare a riflettere su alcuni fatti taciuti e frutto spesso di scelte inopinate ed interessate. Leggendo gli articoli di “ZOOM”, senza per questo voler creare aderenze alla linea politica redazionale, ai fini e ai valori del gruppo promotore, è da segnalare un’interazione tra diverse opinioni e gli eventi di atti amministrativi che riguardano ed interessano la cittadinanza la quale, conoscendo di più, non potrà essere manipolata, con minore possibilità di alterare, deformare, occultare le notizie da chi potrebbe aspirare a quest’ultima finalità. Bello però sarebbe se tra le comunicazioni che si danno vi fosse pure l’opportunità di una guida delle opinioni, per rafforzare la comunicazione persuasoria per atteggiamenti e decisioni da modificare, rispetto ad un agire precedente, con relative e proprie conversioni. Il messaggio comunque c’è e, pur senza espediente grafico, di immagini, denota una connotazione legata ad un ambito culturale e di conoscenza valido per evidenziare non rumore ma elementi delicati di alcuni momenti del processo comunicativo. Auguro che la sola pagina, quale primo numero, i titoli, le soluzioni grafiche, lo spazio occupato, siano tutti elementi che concorrano a suscitare l’attenzione del lettore e a definire i singoli contenuti offerti, evidenziandone il senso generale e le informazioni essenziali, suggerendo un significato, suscitando emozioni, aggiungendo commenti espliciti o impliciti.
Ancora un volta Fulcignano, una tra le tante testimonianze del Medioevo salentino, è stato rimembrato con dovizia di argomenti, nella trasmissione di ieri per la rubrica “immitis quia tolleravi” alla presenza di due concittadini: il prof. Felice Moro, studioso di antropologia culturale, e prof. Vittorio Zacchino, noto storico. Sul castello si narrano molti avvenimenti e il corso preciso degli eventi non risulta essere molto chiaro per cui Moro ha insistito nel porre in rilievo, secondo i suoi studi, che non si tratterebbe di castello ma di una “fortezza” per mettere al riparo merci; probabilmente un “Caravanserraglio”, luogo cioè, con un ampio cortile e porticato idoneo per le soste delle carovane, legato alle usanze del Vicino Oriente. Cosa che potrebbe forse risultare meno misteriosa se si potesse approfondire con accurate indagini archeologiche, scavando e analizzando i resti di superficie nei dintorni.
Incombe ancora oggi sul monumento, dichiarato di interesse nazionale con D.M. 611/1967, una proprietà privata che potrebbe essere trasferita alla Pubblica amministrazione che così non si lascerebbe sfuggire un bene storico. La soddisfazione sarebbe generale e si potrebbe risolvere una annosa e complicata vicenda se si considera che l’ultimo sopralluogo, per la proposizione di un progetto che non ha poi avuto alcun seguito, risale a ben oltre dieci anni.
La tutela delle cose d’interesse artistico e storico, dei beni culturali, storici e paesaggistici, comunque, è stabilita da leggi e regolamenti. Gli organi preposti alla tutela ed alla cura dei beni spesso nicchiano, non attivandosi, e non riescono a lavorare di concerto. Intanto, e nell’attesa di un acquisto definitivo da parte dell’Amministrazione di Galatone, i cui tempi non saranno sicuramente brevi, si potrebbe pensare ad un investimento immediato, di concerto con i proprietari, per la promozione di attività culturali ai fini di valorizzazione le bellezze del nostro territorio. Si potrebbe intervenire anche ricevendo contributi economici finalizzati, dopo adeguata manutenzione, alla promozione di attività di vario genere compatibili con il luogo. Anche i proprietari potrebbero avere un legittimo interesse ad essere favoriti dalla relativa pubblicità , ricevendone prestigio, piuttosto che lasciare le cose in stato di totale abbandono. Si spera che ciò possa avvenire quanto prima per salvare un patrimonio che sinora è rimasto desolatamente isolato. Questo “gigante di pietra”, così come è stato efficacemente definito, resterà coperto da virgulti e sterpaglie o potrà diventare patrimonio di tutti anche per un turismo culturale?
Si viene e si vuole portare a conoscenza con soddisfazione che, dopo le prime due riunioni di presentazione del PUG, di carattere promozionale e pubblicitario, si entra ora nel vivo della problematica con verbali ufficiali e concludenti che non potranno essere carta senza significato. Il 17 u.s. presso l’assessorato all’Urbanistica della Regione Puglia , si è dato inizio, come per legge, all’iter di formazione degli strumenti di pianificazione territoriale. Hanno partecipato le Autorità competenti invitate; ma la cosa che fa più piacere è stata la presenza di una delegazione di Galatone, appartenente ad un più generale Pubblico interessato, per favorire le proposte di soggetti accreditati come “A Levante” rivista, “il Piccolo Principe”, “A Levante” associazione e per stabilire le modalità con cui si potranno mettere a disposizione della Città il proprio patrimonio di dati e conoscenze. Fa piacere questo primo atto anche in considerazione del fatto che più volte si era fatto riferimento ad un comitato spontaneo di cittadini, con l’intento di elaborare proposte ma anche controllare le scelte implicanti conseguenze avulse dalla realtà ed interessate per fini speculativi, che la stessa Associazione “A Levante” per un conforto ed un confronto non vuole escludere, salvo poi a diventare portavoce di ciò che sarà in grado di recepire. Un modo di procedere, perciò, in linea con le nostre osservazioni le cui conseguenze, in sintonia con altro e diverso libero sentire, stanno producendo l’effetto desiderato di cogliere ogni occasione per attuare le più adeguate procedure partecipative attraverso la discussione e le proposte con l’influenza di saperi e conoscenze che inducano a far rispettare l’utilizzazione del territorio, la qualità dell’ambiente. Far capire anche e soprattutto che le vere responsabilità assunte verso la società o il benessere collettivo, sono un bisogno elementare da cui non si può prescindere. I soci dell’Associazione “A Levante” - spazi per la ricerca, l’arte, la memoria, il territorio - hanno in animo di dare il proprio contributo e concorrere a risolvere le questioni inerenti il valore della civiltà e dei suoi singoli contenuti.
L’Amministrazione comunale, di fronte a questi contributi, si spera propedeutici anche ad altri appartenenti ad Associazioni legalmente costituite, sperando pure nell’apporto spontaneo di portatori di interessi abilitati, non può che essere soddisfatta per la possibilità di ricevere concreta collaborazione e condivisione per responsabilità inerenti scelte e previsioni dello sviluppo del proprio territorio.
Gli Stati attraversano una pericolosa fase di confusione ed indeterminatezza che, pur tuttavia, potrebbe comportare intese ampie. La necessità sempre maggiore di addivenire a qualcosa in comune a livello mondiale potrebbe essere un’altra spinta verso l’unità e la globalizzazione e, a beneficio di tutti, dovrebbe attutire il problema della fame, assicurare la protezione e lo sviluppo dei diritti umani, la salvaguardia dell’ambiente affermando, in tutti i posti di lavoro, adeguati parametri sociali. Ma se gli Stati, i governi insieme con le multinazionali ed istituzioni finanziarie non saranno sottoposti ad un effettivo controllo etico, con un’Organizzazione delle Nazioni Unite rafforzata e organizzata in modo diverso e più proficuo rispetto all’attuale, questo non potrà verificarsi. Anche un’attenta società civile, con la moltiplicazione di organizzazioni e reti non abilitate a governare ma a suggerire, nonché le iniziative in tutto il mondo a favore dei popoli più bisognosi, dovrebbero essere più determinate e, ciascuno, spinto soltanto dal “proprio egoismo”, come sinora è stato, dovrebbe capire che, continuando di questo passo, non accontentandosi solo della buona azione quotidiana, prima o poi, potrà avere un risultato negativo per se stesso in quanto i processi di cambiamento diventerebbero sempre più lenti non potendo evitare l'aumento della pressione dei problemi globali che ricadrebbero, a pioggia, sugli abitanti della Terra, amplificando in intensità i problemi personali.
La dimensione dei problemi su scala mondiale richiede risposte universali come ogni cellula che appartiene all’organismo e continua a vivere solo se la sua resistenza alla vita è in sintonia con l’intero corpo e viceversa. Nel campo dei diritti umani vi sono tentativi che spingono a saldare i vari livelli istituzionali e, come conseguenza, la dignità della persona e la soggettività giuridica originaria delle persone e dei popoli dovrebbe essere riconosciuta ad ogni livello. Fra noi occidentali, fortunatamente ubicati nelle zone della terra più evolute ma con un’economia che non dà più sicurezza e non crea più nuovi posti di lavoro, una domanda comincia ad essere insistente: “Che senso ha, oggi, il parlare di denaro? Per chi passa il tempo giocando a monopoli con soldi veri, cioè, multinazionali, lobbie, trust, mafie, centri occulti e così via, il denaro è potere e arma di condizionamento; un giorno comprano dollari, dopo marchi, yen, i capitali vengono trasferiti a piacimento, ma dove conviene di più, per poi in un'altra ora trasferire le industrie nei paesi in via di sviluppo ove la manodopera può essere sfruttata, sfuggendo così alle normative sulla sicurezza e sulla salvaguardia dell’ambiente. Il guadagno si basa sulle speculazioni di borsa, sui cambi, sulle materie prime, sui prodotti agricoli, sullo sfruttamento della forza lavoro e così la moneta è, e resta, solo cartacea, di nessun valore intrinseco. Chi non possiede ricchezze conta niente, perché per essere bisogna possedere ad ogni costo, e si guarda con ammirazione chi emerge come che sia, chi sa giocare in borsa, e persino chi evade il fisco, o chi approfitta, in modo più o meno palese, del prossimo. Le leggi nazionali e internazionali sanciscono la legalità delle speculazioni, arrivando agli estremi, come in Italia, dove le ultime finanziarie contano molto sulle lotterie per rimediare al deficit pubblico. In questa logica, è da orbi non vedere tanti elementi destabilizzanti che hanno come conseguenza la continua spinta verso il consumismo, ad avere più del necessario con una volontà che resta in eterno insoddisfatta. Gli utili non vengono, quasi mai, investiti per nuovi posti di lavoro, ma in modo tale da sostituire la forza umana, limitando così i costi di produzione e aumentando di conseguenza il lucro, con sempre maggiore e progressiva riduzione dell’occupazione. Il denaro, inteso come profitto è inseguito senza sosta e senza considerare la qualità della vita. Pertanto è necessario impostare un nuovo ordine economico. Le speculazioni sui cambi, in Borsa, sulle materie prime, sulle fonti energetiche, corrette dal punto di vista legale, sono perfettamente scorrette dal punto di vista etico e dell’equa distribuzione della ricchezza. L’instabilità, la eccessiva frammentazione dei sistemi economici e finanziari mondiali o cambierà - con un necessaria intesa internazionale fra i diversi paesi, con altri patti, perché sia possibile rendere efficiente un nuovo stato sociale, con una rete di protezione dei più deboli, con un governo mondiale dell’economia- o si arriverà, come nel corpo umano, allorquando i diversi vitali organi non funzionano, al collasso finale.
COMUNICATO STAMPA
GENIO GALATEO 2008 – Premio dedicato ai neolaureati
Nasce a Galatone un riconoscimento ai percorsi formativi di Laurea
Galatone, novembre 2008 - Il Genio Galateo è un riconoscimento al merito che, a partire da quest’anno, nell’ambito di una partecipata cerimonia, l’Archidea Onlus assegna ai neolaureati nati e/o residenti nella cittadina di Galatone.
L’iniziativa nasce con lo scopo di segnalare ed incoraggiare i giovani neolaureati che, maggiormente si sono distinti nel loro corso di studi, non tralasciando studi e ricerche di particolare rilevanza.
“La competitività“, spiega l’Avv. Tonio Papa, Presidente dell’Archidea Onlus,”è oggi una necessità imprescindibile per la nostra società, e la qualità delle nostre risorse umane, intesa come bagaglio di conoscenze, di competenze e di creatività, è sicuramente un fattore importante per poter competere. Ai Laureati Galatei, offriamo un semplice riconoscimento ed un sentito ringraziamento per essere parte fondamentale di quel patrimonio umano su cui il nostro Paese può e deve scommettere per il proprio futuro”.
L’evento, patrocinato dall’Amministrazione Comunale della Città di Galatone, vede il coinvolgimento di altri attori della socialità Galatea: Il Circolo Cittadino, L’Unione Commercianti, l’AssoImprese,
I curricula e le tesi dei premiati saranno resi disponibili agli enti e alle aziende che ne facciano richiesta ad Archidea Onlus; saranno anche oggetto, nel corso dell’anno successivo, di Giornate di Arricchimento Culturale, quale momento in cui i premiati saranno chiamati a discutere la loro tesi di laurea in pubblico.
Già a partire dall’edizione del 2009, il progetto prevede la creazione di un apposito Fondo Genio Galateo, attraverso il quale sarà istituita una Borsa di Studio in denaro per la partecipazione a percorsi di formazione specialistica per i candidati.
L’appuntamento è quindi fissato per il 30 dicembre 2008 alle ore 19,00 presso il Circolo Cittadino “Il Galateo”, a Galatone in Piazza Costadura.
Le candidature per il Genio Galateo 2008 possono essere inoltrate entro il 15 dicembre 2008 dai laureati degli anni 2007 e 2008 compilando l’apposito modulo disponibile sul sito internet dell’Archidea Onlus all’indirizzo www.archideaonlus.org.
ARCHIDEA Onlus
Via XX settembre 78 – Galatone (LE)
www.archideaonlus.org
geniogalateo@archideaonlus.org
333.8373100 – 328.1204285
Globalizzazione è parola che viene ripetuta con insistenza fra tutti gli abitanti del globo, nel bene o nel male. E’ una forza che porta enormi vantaggi ad alcuni, mentre a tante altre persone causa un peggioramento delle condizioni di vita e molti svantaggi. Essa suscita tensioni provocando cambiamenti stravolgenti. Ma questo “demone angelico” che cosa ha portato di veramente nuovo nella nostra società?
La globalizzazione prende l’avvio dal fatto che, per la prima volta nella storia, l’economia di mercato e il sistema di divisione del lavoro capitalistico hanno assunto dimensioni mondiali; questo conduce le grandi aziende a fuoriuscire dai propri confini statali e a trasferire lavoro e stabilimenti dove più le condizioni politico-economiche sono più favorevoli, provocando un’intensificazione degli scambi commerciali a livello globale, con la relativa diffusione ed intensificazione di un enorme libero-scambio; inoltre le multinazionali, sia economiche che politiche, hanno assunto crescente importanza, a scapito dello Stato-nazione, che, invece perde ogni giorno più poteri.
Tutto questo comporta radicalizzazione dello sviluppo industriale e sfruttamento delle risorse ambientali in modo massiccio, e crea problemi ecologici a livello planetario. Dal punto di vista culturale, la maggiore circolazione delle informazioni grazie allo straordinario sviluppo tecnologico dei media è causa, in molte regioni del mondo, della perdita del concetto di identità locale, a favore di una ‘glocalizzazione’, che inventata da Robertson è intesa come il mix di “globalizzazione” e “localizzazione”, cioè l’incontro o lo scontro di culture locali, ridefinite nei loro contenuti e comprese, attraverso i media, nella loro unità globale.
Qualche effetto positivo lo si può trovare in alcune economie deboli che sono rafforzate con la riduzione dell’isolamento dei paesi più poveri e con aiuti forniti dall’estero e dalle organizzazioni internazionali che portano benefici, fanno aumentare l’alfabetizzazione e limitano la diffusione di molte malattie con migliorie anche in agricoltura. Ciononostante la povertà globale è aumentata e la strada da percorrere per la crescita delle condizioni di vita dei paesi in via di sviluppo è ancora in fieri.
Forse una maggior responsabilità da parte di tutti i cittadini del mondo grazie al miglioramento delle tecnologie di comunicazione, anche a basso costo, così come i danni ecologici, causati dallo sfruttamento massiccio delle risorse naturali, può creare spontaneamente movimenti di protesta, creando messaggi in grado di raggiungere dimensioni globali, coinvolgendo persone da tutto il mondo, anche se lontane fisicamente dalle realtà più disparate; ma come sostiene Noam Chomsky «La rapidità con cui una notizia viene fornita dà l'illusione di vivere al centro degli avvenimenti, ma significa soltanto che siamo sottoposti a una propaganda ancora più intensa. Quando gli avvenimenti sono istantanei e appassionanti, ci lasciamo trascinare dal loro flusso. Secondo me la superficialità, non la rapidità, incide sulla percezione del presente. Ma si fa di tutto per cancellare ogni memoria.» Chomsky molto meglio del Sachs ha visto giusto; resta il più attuale anche se avremmo preferito la differente tesi.
Non vi è piano strategico per lo sviluppo economico, sociale e culturale che non preveda, a giusta ragione, il contributo consapevole di idee ispiratrici con la partecipazione, l’aggregazione, la condivisione e la concertazione del capitale umano e sociale locale per il risultato della reciproca influenza nei processi di negoziazione e co-decisione. La rubrica di ieri, “Immitis quia toleravi”, ha riguardato proprio questo argomento, quale “leitmotiv” di ogni puntata, per riflettere sull’unione, il gioco di squadra necessari per convogliare un patrimonio umano costituito di conoscenze, abilità, competenze individuali e valori condivisi all’interno del contesto sociale locale ed anche sovra comunale tali che possano incidere in maniera efficace sulle aree di intervento. Ma si è anche dovuto rilevare come, purtroppo, di fronte ad argomenti molto seri come “Il contratto di quartiere” prima, ed oggi il “Pug” (piano urbanistico generale), pur avendo entrambi i progetti, nei rispettivi loro documenti, insito il concetto di apposite procedure da condividere con un più vasto pubblico, fondati su un robusto e articolato sistema di conoscenze circa la coerenza delle scelte strategiche, presenta, al contrario, molte carenze di strumentazione pattizia, di intese programmatiche, di relativi appuntamenti alla presenza di portatori di interessi diffusi per ascoltare, conoscere e poi deliberare. E’ indiscutibile che questi presupposti, senza modelli organizzativi nuovi e senza aperture partecipative e concertative, debbono essere subito rivisitati per la necessaria funzione di mediazione della Pubblica Amministrazione che sappia giocare l’importante ruolo di mettere in campo strategie di crescita della partecipazione, in modo particolare, presso quei gruppi che tendono a rimanere esclusi dalla gestione politico-amministrativa della comunità. Vi è nella futura strategia dell’uso del territorio, l’idea fondata, attraverso il sistema della perequazione urbanistica, di una giustizia distributiva. Una più equa distribuzione, cioè dei costi e dei benefici eventualmente derivanti dalle scelte di pianificazione urbanistica. Ma a che cosa è o sarà subordinata questa previsione, per ora non è dato di sapere. Continuando, pertanto, a procedere in modo sconveniente, con le maglie del potere che continuano a restare impenetrabili, condizionate da poteri forti o poteri occulti, si arriverà, prima o dopo, all’impotenza del potere politico con la conseguenza di una vera degenerazione; una serie di nuovi problemi faranno avanzare un sempre maggiore desiderio di giustizia, di serietà e di responsabilità. L’ipocrisia, la demagogia, la disparità tra le parole e i comportamenti provocheranno, quasi certamente, confusione e disastri ambientali ed economici.