Nella rubrica di “immitis quia toleravi” di ieri, con la partecipazione dell’arch. Giuseppe Resta e dell’ing. Vito Baglivo, su come chi ci governa ha deciso di ascoltare i cittadini interessati per rendere loro co-pianificatori del nuovo P.U.G., non si è potuto fare a meno di osservare, criticando costruttivamente, di come alcune tendenze recenti di organizzazione nelle principali politiche di settore, anche per ciò che riguarda le nuove professioni
del sociale per produrre ed offrire suggerimenti adeguati, stanno di fatto avvenendo in assenza di un disegno organico e con un enorme dispendio di energie. Sebbene si può presumere in linea di massima che, in un quadro programmatico, una forte partecipazione dei destinatari sia in grado di offrire maggiore coinvolgimento, partecipazione, capacità di ascolto, disposizione alla complessità e altro, è evidente che servono predisposizioni e verifiche, senza le quali non si può escludere il rischio che dietro tutto si nasconda una qualche forma di dilettantismo o una tradizionalissima forma di propaganda e di retorica populistica, quand’anche animata dalle migliori intenzioni. Una ulteriore sfida potrebbe essere rappresentata dalla valutazione di impatto sociale che, prescritta in molte carte di qualità sociale, richiederebbe un maggiore potenziamento e non lasciata, al contrario, alla libidine di chi ci rappresenta con poca razionalità politica. Si sta trattando invece l’argomento come se lo strumento fosse marginale, limitandosi a considerare “esternamente” gli effetti sociali di un intervento urbanistico, senza una progettazione contemporanea di aspetti tecnici, sociali ed economici. Perseguire una maggiore integrazione degli interventi e degli strumenti richiederebbe che si partisse dal problema dell’individuo o del gruppo di individui, della comunità o del quartiere. Il problema infatti è sempre “integrato”, in quanto rappresenta l’integrazione di una moltitudine di dimensioni e di aspetti problematici che si agglomera in un gruppo o individuo. Partire dal problema vuol dire che questo inizia ad articolarsi, ad avere voce, a conquistarsi uno spazio nell’arena politico-decisionale. Purtroppo la capacità di partecipazione, per così come è stato ed è concepito il “partecipapug”, è molto depotenziata. L’esclusione, la dimenticanza di considerare alcuni luoghi come il villaggio S.Rita, la marginalità sociale, il non aver voce determinante, il non essere in grado di partecipare, di non voler potenziare le capacità di accesso agli apparati amministrativi e di trasparenza, finiscono col limitarsi ad una registrazione approssimativa dei livelli di accordo e disaccordo, senza alcuna vera partecipazione attiva e senza alcuna possibilità di proposizione nell’esprimere ciò di cui si ha veramente bisogno, ma anche senza alcuna possibilità di definire modalità organizzative per esercitare, in forma associata, anche l’attività di controllo. Tutto ciò denota che istituzioni deboli, nel senso di scarsa fiducia negli organi di governo locale e loro modesta affidabilità, facciano crescere, nel giudizio dell’opinione pubblica, analisi negative ove “l’irregolarità” diventa un fenomeno troppo diffuso.
Se ne parla da molti anni del giorno della memoria che, può sembrare, accanto agli inviti del Governo diretti a insegnanti e studenti per mettere in risalto il valore della pace e della convivenza pacifica tra popoli, stia quasi diventando un modo di esibirsi anche per molti politici. Per non correre il rischio di cadere nella retorica, qui si presenta un problema antichissimo che troviamo in Platone e Aristotele, e prima ancora in Socrate, che si domandavano se il bene ed il male fossero comunicabili soprattutto perché il male non abbia a ripetersi in futuro. Si tende, in genere a dare una risposta positiva a questa domanda cruciale, che può apparire pure ovvia da un lato, ma che potrebbe restare dall’altro del tutto insoddisfacente. Infatti, se è scontato affermare che lo sterminio nazista non è l’unico episodio di strage di innocenti e di violenza inaudita che la storia umana registri, tuttavia si tratta di prendere atto che la “soluzione finale”, rispetto a tutti gli altri crimini della storia, configura un tipo di crimine assolutamente inedito che lo rende incommensurabile nella sua singolarità ed unicità; un crimine che era rivolto ad estirpare dalla faccia della terra un intero popolo in quanto popolo. Nella storia umana, e in quella occidentale in specie, ci sono sempre stati stragi e assassinii di massa, guerre fratricide e violenze immani, ma non si è mai manifestata una volontà omicida e sistematica come quella hitleriana della “soluzione finale” di estirpare un popolo fino all’ultimo suo componente, vale a dire di proscriverlo dal pianeta Terra. Non si era mai manifestato un progetto criminale incentrato sulla pretesa di decidere quali uomini o quali gruppi hanno il diritto di abitare la Terra e quali no. Sotto questo profilo, la “soluzione finale” travalica i confini del diritto internazionale e, di conseguenza, va ben oltre la definizione dello hostis humani generis, dal momento che ripropone in termini nuovi il problema dell’unicità storica del genocidio. L’opposizione hitleriana agli ebrei è più che esistenziale per il fatto che nega preventivamente lo statuto stesso di “esistenza” agli ebrei e al popolo ebraico, che non a caso dalla propaganda ufficiale vengono definiti alla stregua di “pidocchi”, “cimici”, “parassiti”. L’attenzione preminente che gli storici hanno dedicato alla “soluzione finale” ha fatto perdere di vista altri “fatti importanti dell’era nazionalsocialista” quali “l’eliminazione di “vite non degne di essere vissute” con riferimento alle vittime di eutanasia in particolare per i malati di mente. Tocca naturalmente agli storici sviluppare e approfondire questo tipo di analisi per non rinviare ogni interrogativo alla “antropologia, alla sociopsicologia e alla psicologia individuale”, non evitando di accennare ai rapporti tra capitalismo industriale tedesco, ideologia nazista, dominio militare ed economico in Europa e progetto di riduzione in schiavitù dei popoli slavi o inferiori come miniera di lavoro a basso prezzo.
L’intervento pubblico nei servizi sociali ha rappresentato l’elemento più importante nell’ambito del rapporto tra Stato e settore volontario; si pensava che l’azione volontaria avesse ormai esaurito il suo valore e che la sua opera sarebbe stata caratterizzata da un inesorabile declino, sino ad assumere dimensioni del tutto irrilevanti. Così invece non è e la collaborazione fra soggetto pubblico e organizzazioni volontarie aumenta, sia pure con diverse modalità.
Oggi, i limiti e le disfunzioni della regolamentazione burocratica pubblica sono nuovamente divenuti un problema di grande importanza sia per la destra che per la sinistra politica. La maggior parte delle attuali proposte di una limitazione del ruolo dello Stato sono incentrate su un ritorno al mercato con un ripristino di concezione neo-liberale che mira essenzialmente alla liberazione degli interessi individuali dai vincoli burocratici e normativi. E’ basato sulla presunzione che gli individui agiscono più razionalmente se sono liberi di perseguire i propri interessi, come pare loro più opportuno, e che alla fine ciò sarà di beneficio per tutti. Ma è anche possibile devolvere alcuni funzioni dello Stato a comunità per costituire un tentativo di regolare interessi collettivi di tipo altruistico per scopi sociali; la premessa potrebbe essere che la gente possiede valori di solidarietà e identità comunitarie che, allo stesso modo degli interessi individuali, possono contribuire direttamente all’ordine sociale, senza un coordinamento da parte dello Stato o di Enti derivati. Tradizionalmente tra i due settori, il privato e il pubblico, il privato rappresenta la più parte del mercato e il pubblico “tutto ciò che resta”; ma se tutto ciò che resta è troppo generico, per cui coprendo ogni spazio alla fine si risolve ben poco, rimarrebbe, a sua volta, un enorme spazio residuale. Questo residuo può essere occupato dal terzo settore, la cui emergenza è messa in relazione all’insorgere di nuovi bisogni e alla modificazione di altri tradizionali come l’invecchiamento della popolazione, tossicodipendenza o altro? Vi sono, in atto, richieste di nuove culture di intervento, con più flessibili modalità di erogazione, con la conseguenza di una diversa collocazione istituzionale dei servizi sociali, modalità di gestione più innovative e, dunque, la necessità di ampliare, modernizzare e sviluppare il novero dei soggetti abilitati a fornire servizi. Da un altro lato si è formata la consapevolezza che la politica sociale, almeno nelle modalità in cui si è manifestata, non appare in grado di alterare sostanzialmente la stratificazione prodotta dal mercato, né di eliminare la povertà o ridurre le distanze fra cittadini. In alcuni grandi comparti, quali la sanità, la scuola ai livelli universitari, i trasporti pubblici, la casa, lungi dal privilegiare i meno abbienti, sembra invece che si favoriscano costantemente i gruppi sociali più agiati. Può anche essere che l’opzione del terzo settore venga interpretata come un tentativo, più o meno velato, di esternalizzare al privato funzioni che prima erano svolte da organismi pubblici con lo scopo di ridurre le spese. Porre in essere severi controlli sui bilanci, sul personale volontario e retribuito, sul rispetto delle regole e delle normative fiscali, applicando con rigore le sanzioni stabilite per legge, diventa sempre più necessario come anche stabilire distinzioni chiare che determinino l’effettiva utilità sociale, in base ai principi proposti, all’effettivo numero degli aderenti, alla qualità dell’impatto sulla società civile. Porre in atto tutte quelle azioni che scoraggino la commistione tra interessi elettorali individuali o di partito e attività di utilità sociale.
Occorre, però, una forte creatività organizzativa, come pure un forte senso civico per evitare i conflitti più gravi e potenzialmente distruttivi che hanno origine quando principi, attori, mezzi di scambio, risorse, motivi, norme decisionali e linee di frattura, dei differenti ordini, entrano in competizione l’uno contro l’altro per conquistare gruppi specifici, per controllare le risorse scarse, per incorporare nuove tematiche; in altri termini la politica, all’interno dei diversi ordini - volontariato, cooperazione sociale, professionisti del sociale, banche del tempo, fondazioni, onlus, reti informali di sostegno - è una cosa; la politica tra di essi è tutt’altra cosa che potrebbe comportare anche conflitti drammatici e incerti.
La tassa, e di conseguenza anche quella sui rifiuti solidi urbani (TARSU), si ricollega all’esplicazione di un’attività amministrativa nei confronti del singolo, indipendentemente dal fatto che sia stata da lui volontariamente provocata. Ma che la tassa dia luogo ad un obbligazione ex lege, pure per prestare adeguata attività amministrativa nei confronti del singolo, non esclude che essa, sempre restando nell’ambito dell’alveo delle entrate tributarie, possa essere tradotta in tariffa. Di questo argomento si è parlato nella nona trasmissione “immitis”, ove pure si è rammentata un’interrogazione del 01.12.2003, a firma di chi scrive ed in veste allora di consigliere comunale di minoranza, a cui fece seguito una risposta scritta dell’assessore competente, senza mai però approfondire, come sarebbe stato auspicabile, il problema sollevato.
La tariffa è rivolta alla copertura dei costi per i servizi relativi alla gestione di rifiuti urbani ed assimilati e dei rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico. E’ articolata a livello territoriale con riferimento alle caratteristiche delle diverse zone del territorio comunale, ed in particolare alla loro destinazione a livello di pianificazione urbanistica e territoriale, alla densità abitativa, alla frequenza e qualità del servizio da fornire, secondo le modalità stabilite dal regolamento in cui possono essere previste maggiorazioni o riduzioni in relazione alla suddivisione territoriale del Comune in rapporto alle predette caratteristiche. Per la concreta applicazione della tariffa si rende quindi indispensabile l’adozione di un regolamento comunale che disciplini, complessivamente, le diverse fasi applicative integrando, ove necessario, la legislazione vigente, in quanto la tariffa deve considerarsi un’entrata propria del Comune. Tenuto conto che il legislatore – forse un po’ troppo interessato ai principi di massima e poco attento alle effettive condizioni operative per l’applicazione della tariffa – non ha provveduto a recare una normativa esauriente, ma forse pure per riconoscere un significativo riconoscimento all’autonoma potestà regolamentare dei Comuni, è diventato impellente disapplicare la TARSU, introducendo la tariffa, per gli evidenti risparmi favorevoli ai cittadini che, insieme con le agevolazioni per la raccolta differenziata, se pure vi fosse, potrebbero ulteriormente far abbattere una parte variabile della tariffa di una quota proporzionale ai risultati conseguiti dall’abbattimento dei costi dell’intero servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti. La tariffa, infine, potrebbe essere applicata dai soggetti gestori il servizio di raccolta, trasporto, recupero e smaltimento dei rifiuti, nel rispetto delle eventuali convenzioni e relativo disciplinare, nonché del controllo di queste operazioni. In conclusione è il Comune a scegliere le modalità in base alle quali organizzare il servizio in termini di efficienza, efficacia ed economicità in quanto è del tutto evidente la rilevanza pubblica delle funzioni di gestione del servizio in questione che, è ovvio, deve coinvolgere anche gli aspetti inerenti la tutela del territorio e delle condizioni igienico-sanitarie. Tali considerazioni, purtroppo, non sono state mai prese in seria considerazione dagli amministratori di turno del nostro Comune con danni e costi che da tempo ormai perdurano, senza nemmeno una speranza di soluzione adeguata che possa, facendo risparmiare, rendere idoneo e conveniente questo annoso servizio.
Galatone, 15.01.2009
Al sig. Sindaco di Galatone
Prof. Dott. Franco Miceli
Piazza Costadura, 13
Galatone
Oggetto: illuminazione pubblica in Galatone.
Formuliamo la presente al fine di chiedere alla S. V. le ragioni della mancata illuminazione delle vie cittadine, che si sta verificando sempre più spesso in Galatone.
Il fatto è particolarmente grave poiché l’illuminazione manca del tutto, in interi rioni contemporaneamente, con gravissimo pericolo per anziani, bambini, disabili, donne incinte e tutte le altre categorie deboli utenti della strada.
La invitiamo a riscontrare la presente entro un cortese quanto breve termine, auspicando questa volta sì una risposta a differenza di quanto accaduto con la segnaletica orizzontale.
Nell’attesa porgiamo distinti saluti.
Federconsumatori Galatone
Avv. Paolo Nuzzo
Tacito, a cui si fa riferimento, ma forse pure Cicerone, così declamava in latino: “Corruptissima re publica plurimae leges”. Quando le leggi sono moltissime, significa che lo Stato è corrotto, o quando c’è molta corruzione, molte sono le leggi; ma anche che, essendo grande la corruzione dello Stato, molto sono le leggi che camuffano la sua corruzione senza, al contrario, cercare di porvi un rimedio. Così di leggi ne abbiamo tante e perciò se queste sono un indicatore della corruzione, vorrebbe dire che noi siamo “corruptissimi.” Ora stanno per essere abolite 29.100 leggi inutili, ma quante ne restano ancora che non sono certo l’ideale per una sana vita giuridica e la cui sovrabbondanza legislativa, vecchia e nuova, diviene “massima ingiustizia (“summum ius, summa iniuria”) specialmente quando non si distinguono più gli atti di legislazione, di qualsiasi ordine e grado, dagli atti di amministrazione e di programmazione con leggi che spesso si risolvono pure in leggi-manifesto o in cannoneggiamenti a salve? Tenuto anche conto che la “ratio” della legge e la sua qualità non può essere disgiunta dalla sua evoluzione del processo di conoscenza, decisione e controllo, a maggior ragione oltre le 29.000 e più da abolire- cosa di per sé già positiva – occorrerebbe pure procedere ad una razionalizzazione delle stesse per correggerne, emendarne e renderne efficaci la tipologia e la sostanza. Inoltre specialmente quelle leggi che disciplinano interventi nei campi della produzione o nel ramo sociale, dovrebbero essere chiare, comprensibili ed immediatamente intellegibili con particolare riferimento agli scopi quantitativi e qualitativi che si vogliono perseguire, in riferimento alle risorse umane e finanziarie da impegnare e utilizzare, agli strumenti necessari da impiegare, ai tempi entro cui iniziare, rispettare e terminare le opere programmate. Si potrebbero mettere in risalto così l’efficacia e soprattutto la trasparenza degli atti anche al fine di snelli e immediati interventi di controllo, che sono sempre più scarsi ed inefficienti, oltre ad eventuali azioni sostitutive nei casi di inadempienze non giustificate. Osservando il gioco delle leggi nel tempo non si riesce a capire a quale norma si può fare riferimento in quanto leggendo “la legge di cui, il decreto di cui, la norma di cui” nasce una perdurante incertezza dei diritti e dei doveri che rivela l’inflazione e l’inquinamento normativo, riducendo così il nostro stato di diritto alla caricatura di se stesso. Infine un’esigenza che si sente pressante può riguardare il fatto che ogni provvedimento legislativo dovrebbe avere insito in sé un alto grado di realismo, di coerenza, in un quadro normativo non assolutamente rigido ma flessibile per seguire i vari accadimenti sociali ed economici che si vanno incessantemente registrando, nelle diverse realtà cangianti, oggi molto più di ieri. E’ tanto difficile allora far seguire i fatti a tanti declamati buoni propositi di rinnovamento, di riforme? Non credo, purchè vi sia in mente un qualche modello progettuale, generale ed organico che abbia, come scopo, un nuovo ordine dell’intero sistema, evitando che il legislatore sia sottoposto alle dannose torsioni prodotte da interventi sporadici e disarticolati, da cui è spesso determinato, nel tentativo di assecondare le contingenze che presume siano il risultato di una interpretazione del comune sentire.
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La trasmissione di “Immitis quia toleravi” di ieri, con l’apporto dell’arch. Giuseppe Resta che già aveva dichiarato, dopo aver profuso lavoro e competenze assieme ad altri, spesso ricambiati con comportamenti irriguardosi e irriconoscenti da parte almeno di due amministrazioni succedutesi negli ultimi periodi, il suo cruccio per la mancanza di un serio piano di gestione, ha messo pure in luce che ci vogliono molte idee ancora per riuscire a rendere l’intera struttura la più idonea a porre in essere iniziative capaci di gestire investimenti di grande portata. Un’ampiezza di orizzonti che sul proscenio, ora, di un’opera quasi terminata, deve sorreggere il dibattito aperto con l’intenzione di rimettere in corsa la fantasia progettuale, pronti per sostituire sollecitamente al passato di inerzia, una nuova sensibilità per adeguate misure di intervento. Visitato il Palazzo, infatti, si può dire che si rivivono alcuni eventi narrati, gustando i panorami dall’alto, la torre, e ci si muove tra disegni antichi e pittoreschi in uno scenario che avvolge e che fa colmare, con la fantasia e con l’attenzione, le caratteristiche di un tempo per diventarne parte a sua volta. Considerazioni che possono far supporre che nell’esposizione e nell’uso pubblico - privato del Palazzo, una serie di elementi favorevoli possano spingere, programmaticamente, a molte generali frequenze per stabilire anche rapporti economici con intenti corrispondenti al gusto della bellezza e dell’eleganza. Cultura ed economia quindi si potrebbero imporre nell’ammirazione dell’opera per ingrandire ed organizzare bene, intrattenimenti, scambi culturali con la rotazione settimanale, in concessione, ad associazioni locali che consistentemente e produttivamente si occupano di cultura, museo nell’apposita sala predisposta per conferenze e multimedialità, non esclusa la possibilità di promozione enogastronomica. Comunque fare in modo di non accettare il libero gioco del denaro quando non sia limitato dalle esigenze del bene economico collettivo e, per non rischiare di essere complici, sviluppare idee chiare, raggiungere certezze con una programmazione partecipata, illustrando ai cittadini progetti validi, fattivi, produttivi sia dal punto di vista culturale sia economico-sociale. Attrezzarsi per riuscire meglio agli scopi da raggiungere con capacità inventiva e immaginativa stando continuamente all’erta per favorire ogni possibilità di combinazione di risorse pubbliche e private per la soddisfazione di domande sociali. Insomma un insieme di modelli di programmazione e concertazione che, convergendo su un’ idea di politica integrata, trova nel sistema locale il suo riferimento naturale.
Ormai da tempo, a giudizio dei sociologi e di molti economisti, è avvenuto che si è abbandonata una cultura fondata su un’adesione anche fisica a schemi territoriali regionali per l’insorgere di un nuovo modo di pensare che si manifesta in forme, modalità e contenuti del tutto diversi, e, ciò che più conta, va cercando i propri modelli nell’ambito di una “modernità” di carattere mondiale che, per ora, appare solo in alcuni aspetti estremamente esteriori. Questo tentativo di passaggio assume, però, un carattere di agitazione ove l’analisi di esso tenga conto del suo rapporto con la convivenza nel grandioso fenomeno di mobilità sociale che determina da una parte progressiva liberazione dalle rigidità legate ad antiche incrostazioni culturali e, dall’altra, pur nella persistenza di profonde differenze tra gruppi, una diffusa consapevolezza dell’inconsistenza dei miti, di mutamenti nei processi di promozione professionale e sociale a livello di singoli. Spesso ci si muove ignorando le difficoltà quotidiane per la ricerca della occupazione, per il superamento della crisi economica, per la conquista della sicurezza dalla paura quotidiana di non poter provvedere ai bisogni elementari della vita per sé e per i propri cari. Queste difficoltà che sono state conosciute, sperimentate e duramente sofferte dalla generazione che è oggi avanzata negli anni, ma che sono sostanzialmente ignote alle nuove generazioni, fa credere che la situazione di benessere sia, per così dire, “naturale” e che ciò che loro hanno sia dovuto, sia acquisito per sempre e che perciò sia loro diritto protestare e contestare per avere di più, per avere ciò che l’impazienza fa ritenere sia un bisogno elementare ma che, al contrario, diventa frutto di inquietudine del momento di sazietà che pure sta per scemare. Impazienza che diventa una delle cause nella esplosione della violenza e dell’illegalità senza accettare i “tempi tecnici” per superare le difficoltà, senza voler meditare sui mezzi e sulle vie per raggiungere ciò che sembra giusto ed indispensabile. Tale stato di cose, credo, accada per stimolo derivante da concetti di origine economico-sociale, con pochi modelli di cultura ufficiale ed una formazione, spesso negativa, che può venire da partiti, sindacati, da mezzi di comunicazione sociale, da vita associativa, da sollecitazione costante immessa dal mondo della produzione. E’ giunta l’ora di capire che la vitalità attuale si può liberare dal dolore, non nel senso individualistico di aggressione, del tutto personale, al contesto sociale, ma con una difesa degli interessi culturali, professionali e poi anche economici? E’ ormai impellente cominciare a pensare a forme di solidarietà, vera e non ipocrita, per sopperire anche a strutture dello Stato, che nate e costruite per mediare tra tensioni contrastanti, restano pure esse escluse dal processo di vita quotidiana; per dare ragione, in altri termini, ad una maggiore ma diversa carica di sviluppo individuale e collettivo.
Si comincia finalmente a percepire oggi che non basta più occuparsi dell’esistenza umana nel quadro sociale e in quello economico e che è necessario anche occuparsi dell’uomo nel suo ambiente. Ma troppa cosiddetta ecologia umana si sta limitando ad una sorta di sociologia. Diventa necessario, e mi auguro che lo si comprenda più chiaramente in molti altri settori, curare la intera società nella realtà totale dell’ambiente. L’egoismo cieco di chi non percepisce l’istanza di solidarietà che oggi non sorge più dalla singola sensibilità della coscienza ma da una tragica realtà naturale che ci coinvolge tutti e le punizioni di una natura che si vendica di intollerabili oppressioni, deve per forza di cose far cambiare il quadro delle realtà ecologiche condotte per vie che appaiono ancor più difficili da percorrere di tutte quelle indicate e tentate nel passato. Cioè una nuova filosofia dell’ambiente dal punto di vista non più di ciò che l’uomo impone ad esso, ma dei conti che l’ambiente sta imponendo all’uomo, il quale deve mutare di conseguenza le sue posizioni e le abituali prospettive sul mondo che lo circonda. Si fanno strada, in qualche paese avanzato, pratiche di risparmio e di riciclo, e comincia ad aumentare, in particolare, la consapevolezza di tutta una cultura della parsimonia, dettata pure dalla necessità economica, che molte associazioni, leghe, fondazioni, circoli e confraternite, diffondono fra i loro seguaci. Vi sono molti esempi di stratagemmi e consigli grazie ai quali uomini e donne di buona volontà, fra le mura domestiche, come negli uffici o nelle associazioni di quartiere, agiscono per riciclare l’uso di carta stagnola, recipienti di latta, bottiglie di vetro, involucri di plastica, carta, in un mondo in cui le risorse diminuiscono e si comincia a riscoprire la grande miniera dimenticata del risparmio. Insomma la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di prevedere i processi ecologici, per non lamentarci poi nel momento in cui diventiamo destinatari dei capricci dell’ambiente, su cui non sapremmo avanzare ipotesi e suggerire “leggi”. Basta dunque con le grette e malintese tutele nazionali difese con rapace egoismo a difesa privilegiata di alcuni settori minoritari della collettività e preoccupiamoci di assicurare un benessere sociale che presuppone, però, trasformazioni psicologiche, senza le quali non si può sperare in un migliore equilibrio distributivo, né in una migliore amministrazione delle tanto devastate risorse naturali.
L’azione umana può avere più di una motivazione, così come un racconto relativo ad essa può contenere più di un singolo aspetto, più di una implicazione. Tali racconti possono sviluppare molteplici significati a seconda del carattere, dei desideri e delle circostanze dei narratori e degli uditori. Sono quindi soggetti a variare di qualità e di funzione. Il difetto principale, oggi, a mio modo di vedere, potrebbe consistere nel prendere in considerazione il racconto del politico, di un amministratore locale e nazionale riguardante alcune analisi che presuppongono una serie di teorie universali, che reciprocamente si potrebbero escludere, ciascuna delle quali può venire facilmente confutata, raccogliendo decine di casi indiscutibili che contrastano con essa. Eppure può sembrare che alcune teorie possano illuminare molti cittadini, oppure tutti coloro che si associano ad un particolare tipo di società o cultura, come ad esempio, potrebbe essere in una aggregazione di partito. Ma qui alcuni ardori iniziali verso l’affermazione di una teoria, che tale non sarebbe se non esistessero fenomeni sociali per i quali essa sembra più o meno rilevante, si spengono subito dopo di fronte all’esistenza di altre teorie ed in particolare di fronte ad una, seconda la quale, non esistendo una sola tesi, tutte le altre sono errate. Si può ben capire allora quanto sia difficile creare una figura carismatica di leader - molto spesso viene riconosciuto tale con semplice acclamazione e con provvisorietà - che sappia fare sintesi di tanti fenomeni, tanti principi, avendo in mente una qualche teoria tanto semplice, ma convincente per una platea superficiale e distratta, da meritarne, a mala pena, il nome. In definitiva il leader costituisce una categoria enormemente complessa e nello stesso tempo indefinita e ad essa dobbiamo essere liberi di applicare una qualsiasi di un’intera serie di possibili forme di analisi e di classificazioni. Comunque non tutte le leadership sono suscettibili di spiegazione. Ma pure questo può implicare che ogni capo deve essere assoggettato a sostituzione per avvenimenti nuovi riguardanti l’ambiente storico e sociale che fu la causa vecchia della sua elezione o del suo riconoscimento. Ne consegue che un leader non può essere tale per sempre e, spontaneamente dovrebbe, senza accanimenti procedurali, farsi da parte quando percepisce o a lui viene fatto presente che la sua parabola discendente è a buon punto. Ciò deve implicare, in senso buono, la considerazione che bisogna, di continuo, fare ogni possibile approccio per scegliere, con il presupposto di cambiare, tutti quelli che possono essere promettenti. Nel senso cattivo, la selezione potrebbe avvenire più o meno meccanicamente con la conclusione che il risultato sarà un miscuglio di frammenti discordi.