
Ma chi non ha mai sentito parlare di privatizzazione almeno a partire dall’inizio degli anni ’80? Dopo le politiche del governo conservatore in Gran Bretagna e del repubblicano Reagan negli Stati Uniti, anche l’Italia ne ha seguito l’esempio, perché si è sentita l’esigenza o di una riconsiderazione dei rapporti tra pubblico e privato con una motivazione ideologica, cioè di scelta politica, che oscilla a favore dello Stato o del mercato, o di un processo di crescita insostenibile della spesa pubblica e l’esplosione del debito. Da qui la vendita di beni e attività pubbliche ai privati che oltre a portare introiti che possono concorrere a ridurre il debito pubblico contribuisce anche ad evitare di mantenere in vita attività non economiche. Di più in un paese industriale avanzato è bene che, come si dice, ciascuno faccia il proprio mestiere; il compito dello Stato non è quello di produrre beni e servizi che possono essere prodotti da imprese private, per perseguire, in questo modo, le finalità principali dell’incremento dell’efficienza e la soluzione di problemi manageriali. L’efficienza sarebbe raggiunta adeguando le formule organizzative troppo rigide a quelle più consone ad attività produttive da svolgersi nel mercato ove si trovano anche imprese private concorrenti; i problemi manageriali si risolvono in quanto nelle imprese pubbliche molto spesso i dirigenti vengono nominati più per ragioni di appartenenza partitica che per competenza. L’afflusso, poi, di azionisti privati offrirebbe un potente stimolo a scelte più oculate, evitando risultati negativi di bilancio da coprire con i contributi dello Stato. Ma l’enorme insieme di attività economiche possedute dallo Stato, attraverso due grandi holding come Iri ed Eni, privatizzate, impediscono allo Stato di mantenere un controllo generale, in senso lato, sulle attività trasferite? E questo compito di “regolamentazione” come attività di controllo delle decisioni del prezzo, di produzione, del comportamento delle imprese, svolta da settore pubblico per motivi di interesse collettivo, come si è esplicato? E non è forse vero che alcune imprese pubbliche, privatizzate, non stiano incessantemente sfruttando la loro posizione dominante, con comportamenti, in termini di decisioni sulla produzione e sui prezzi di vendita, che non garantiscono la tutela dei consumatori? La regolazione che in genere viene effettuata da agenzie indipendenti che devono possedere competenze tecniche rilevanti per poter controllare e indirizzare le politiche produttive e di prezzo delle imprese regolamentate, sono all’altezza dei compiti oppure, per deregolamentazione, si lascia correre su crisi bancarie e conseguente distruzione di risparmio con un aumento di incidenti di ogni tipo? Si ha l’impressione che alle inefficienze di un monopolio pubblico si sia sostituito un monopolio privato a tutto danno sempre e comunque del povero “contribuente”.
E' disponibile ON LINE il magazine di gennaio:E’ opinione di molti costituzionalisti e uomini politici che vadano intraprese iniziative per rendere più coerente l’ordinamento dello Stato alla vita e all’azione delle persone nella comunità nazionale. Si dibatte sulle proposte di una “grande riforma” dalla quale dovrebbe nascere un nuovo Stato con nuove leggi elettorali, con nuove strutture di potere locale, con un diverso assetto del vertice. Ciò che, a spizzichi e bocconi, sta avvenendo in modo estemporaneo e non attraverso, invece, una qualche forma di seria organicità. E mentre un tempo si insisteva sul fatto che bisognava ridurre lo strapotere dei partiti che, tra l’altro, la Costituzione prende solo marginalmente in considerazione, oggi si discute, al contrario, su partiti che non hanno più un ruolo o che è assolutamente insignificante fino a considerarli un peso e un esiguo canale attraverso cui si esprime la volontà dei cittadini. In realtà, la voce dei cittadini potrebbe farsi sentire anche attraverso molte altre strutture associative come i sindacati, gli istituti culturali, le associazioni religiose, le formazioni spontanee per l’esercizio della democrazia diretta, per proporre leggi, per sollecitare referendum, ma anche tutto ciò è poco sentito e funziona sempre meno in modo incisivo. In una società resa complessa dal continuo succedersi di innovazioni, sta avvenendo, invece, che i gruppi si frantumano, si modificano, si ridispongono come un caleidoscopio, mentre si modificano antiche tradizioni. Sono coraggiose le iniziative di costituzione di nuovi "Movimenti”, o può sembrare che ancora i problemi della "politica", come organizzazione di una società complessa, stiano divenendo sempre più complicati da non essere più idonei ad accontentarci solamente con formule ad effetto? I risultati desiderabili potrebbero essere quelli di favorire una linea politica che tenda ad educare i "governanti" a non considerare lo Stato come loro proprio ma appartenente ai "governati" e che ribadisca che non c'è un solo modo per migliorare le cose, quello cioè di conquistare potere, ma soprattutto una nuova sensibilità umana ed uno spirito di sacrificio e di solidarietà necessari per conquistare la piena fiducia dei cittadini. Una nuova politica, perciò, che regoli gli antagonismi e che possa elevare al massimo le disponibilità di vita dell'individuo che deve avvenire in condizioni differenti da quelle che abbiamo visto nel passato e che persistono ove, senza discussioni, con poche idee, nella ignoranza di alcuni principi, intaccando anche la moralità, si continua a meditare poco senza approfondire le problematiche esistenti con la dovuta serietà.
Sta nuovamente tornando a galla una gerarchia con il disporsi scomposto di gruppi, che vede al posto più alto i titolari dei maggiori redditi, da profitto o da rendita, e al più basso i salariati senza beni di proprietà con una sempre viva stratificazione sociale. Dentro la propria comunità finiscono per sovrapporsi talvolta aggregazioni ancora più ristrette e magari “segrete” che sono vere e proprie strutture occulte di pressione per realizzare interessi di gruppi di “elite” a danno di parecchie “società spirituali”, che pure esistono, ove l’Istituzione, non potendosi identificare con le une senza rompere con le altre, trasforma la lotta delle credenze o opinioni in guerra politica. La società non è da concepirsi, dunque, come un universo statico, meccanicamente costituito, ma piuttosto come un tessuto fatto di infinite cellule, l’una legata all’altra, che va dall’aspetto più esteriore e banale fino ai valori più alti. Niente ci impedisce, allora, di prefigurare un nuovo modello di società, se non proprio perfetta, certo migliore della società di oggi, non solo auspicando un cambiamento delle persone che fanno la società, ma sicuramente cambiando le cosiddette “strutture” della stessa per poter sperare in forme migliori di condizioni fisiche, economiche, sociologiche, ambientali, politiche ma, soprattutto culturali e spirituali.
Una consapevole ed approfondita analisi dei bisogni collettivi e quindi della domanda dei servizi che non seguono schemi generali ma specifici riferimenti del contesto socio-territoriale, nonché la prefigurazione programmata dell’offerta, dove vengono indicate le priorità degli indirizzi e degli obiettivi, dovrebbe consentire all’amministrazione locale di ricercare la più conveniente forma di gestione. In realtà l’opportunità di scelta è priva di orientamenti e di criteri applicativi pratici e, molto spesso, il comune esercita la sua libertà con una autonomia che interpreta, con molta flessibilità e malamente, le possibili applicazioni delle norme. Nel momento in cui l’ente locale, titolare della funzione relativa al servizio, determina una modalità di corrispettivo economico o, comunque, una modalità per procedere all’affidamento ad un gestore del servizio stesso con il capitolato d’appalto, o attraverso un contratto di servizio, di fatto si muove con un’organizzazione “imprenditoriale”, con criteri di equilibrio tra costi e ricavi, perdendo di vista la funzione, pure essenziale, di garantire molti interessi diffusi al cospetto degli interessi concentrati, di quelli deboli al cospetto di quelli forti. La rilevanza imprenditoriale, dove vengono combinati organicamente i diversi elementi della produzione che riguardano l’impiego di risorse umane, i capitali di investimento, siamo certi che mettano in atto un migliore conseguimento dei risultati connessi ai servizi, oppure l’insieme delle attività, che formano l’attività imprenditoriale, prevarica le ragioni dell’imparzialità, neutralità ed equità a danno di una garanzia di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa con deviazioni, molto spesso, che si traducono in truffe, tangenti e derivati? Un altro dato di fatto difficilmente negabile è che, l’amministrazione, per poter essere veramente equilibrata e contenere le effusioni delittuose, dovrebbe dare ascolto a tutti gli interessi e a tutte le posizioni in ballo, essendo fin troppo facile intuire che non tutti gli interessi e non tutte le prospettive sono in grado di far sentire e di articolare, al livello politico-amministrativo, la loro voce. Quanto cresceremmo di più e meglio se, una “amministrazione della società”, anche in virtù di un guadagno informativo che dovrebbe produrre, si preoccupasse di considerare i veri depositari del sapere tacito e contestuale che anima i processi sui quali si vuole agire: cioè di saper ascoltare, essendone capace e propensa, i cittadini e la comunità che non possono certo essere considerati né oggetto, né prodotto dei tanti diversi moduli di rilevanza solo imprenditoriale.
Il Gruppo dei Sette (G7), riunito a Roma, comincia a prendere atto che c’è assoluto bisogno di “nuove regole globali” per i mercati finanziari e le attività economiche. Già il 7 luglio
Infatti ciò che non si riesce a decidere sono nuove regole in risposta alle emergenze in atto, un monitoraggio con la capacità ed un ruolo propositivo di far rispettare le decisioni o gli indirizzi statuiti.”
Oggi, il pericolo che si corre è anche quello che riguarda la forte tentazione di un atteggiamento “protezionistico” che porrebbe in essere, in un momento di gravi difficoltà come questo, azioni che disincentivano le importazioni che provocherebbero un effetto positivo sul saldo commerciale con l’estero. Ma in tal modo, le risorse verrebbero convogliate verso le imprese interne, magari poco efficienti, e, nonostante che in seguito alla diminuita propensione a importare migliorino i conti con il resto del mondo, la perdita per il sistema sarebbe evidente. Il protezionismo infatti avvantaggia senz’altro i produttori interni, ma i consumatori subiscono un notevole aggravio in quanto aumentano i prezzi e diminuisce il loro potere d’acquisto reale. Esso deprime anche lo sviluppo economico internazionale, perché contrasta con i criteri di specializzazione e divisione internazionale del lavoro, innescando vere e proprie guerre commerciali che, a lungo andare, possono privare le imprese di fonti energetiche e materie prime indispensabili o bloccare l’inserimento in nuovi mercati, favorendo situazioni di potere monopolistico interno da parte delle grandi imprese. Per questo i ministri del G7 stanno già facendo circolare “bozze” con cui si impegnano a lottare contro il protezionismo e, contemporaneamente “a mettere in atto ulteriori azioni per ripristinare fiducia nei mercati finanziari”. Sinora, però, le proposte di “legal standard” e l’esigenza di cambiare le regole per la trasparenza con misure adeguate , con i vari “forum” di G8, (Paesi più industrializzati) G7, (vertice dei Capi di Governo delle sette nazioni più industrializzate) G4, (Gruppo di paesi più industrializzati all’interno del G8) G20, (Gruppo per favorire l'internazionalità economica e la concertazione tenendo conto delle nuove economie in sviluppo), hanno prodotto scarsi risultati rispetto alle intenzioni di tanti grandi e grossi organismi, in quanto ciò che occorre cambiare è, a mio modo di vedere, una politica economica che viene determinata da un “liberismo sfrenato”, da un libero scambio con pochi controlli insieme con la mappa di tanti “principali accordi” che, molto spesso, sono disattesi e violati.
La triste e pietosa vicenda di Eluana Englaro e la capacità di intervento umano nei processi della vita, dal concepimento alla morte, stanno ponendo prospettive che fanno sorgere complessi problemi di etica e politica sociale. I punti di coscienza sollevati creano questioni morali e politiche in un quadro medico costellato di vicende di etica professionale non meno complesse dei processi scientifici che li fanno sorgere. I medici ospedalieri si trovano ogni giorno a dover decidere quando un uomo deve essere lasciato morire o quando deve essere condannato a morte perché non può vantare sufficiente priorità per usufruire di una terapia troppo costosa o troppo lunga. Le tecniche che la ricerca mette a disposizione dei medici sono ormai tanto numerose che limitare la possibilità di salvare una vita, di alleviare le sofferenze o di evitare inabilità non necessarie è sempre più una mancanza di organi, di materiali e di manodopera piuttosto che una mancanza di conoscenza o di capacità.
Alcune nuove tecniche e l’assistenza intensiva che richiedono sono troppo costose perché la gente comune possa permettersi di pagarle senza indebitarsi per il resto della vita, per cui la coscienza di una ingiustizia crescente, sul fronte della vita e della morte, sta travolgendo l’opposizione che esiste in campo politico e professionale. Se poi tutto ciò che ora emerge dal limbo dei ragionamenti dovesse, come purtroppo sta accadendo, essere strumentalizzato per fini non certo nobili, allora la vicenda non meriterebbe più di essere analizzata.
Il problema della giustizia umana, comunque, è stato sempre un problema di ordine etico - morale e, quindi, giuridico. Per Dante era problema che aveva le sue più alte radici in Dio, somma ed assoluta giustizia. Il Dio di Dante più che Charitas o Pietas è soprattutto Iustitia. Preminente è stato, in questi giorni, come lo è stato nella vita intellettuale e morale di Dante, dunque, il problema della giustizia e di Dio e, tuttavia, quella “superiore giustizia” ci sembra essere al di là dell’umana comprensione e della logica razionale dell’uomo. Una giustizia non comprensibile perché diventa un atto di fede, un atto teologico che c’è, anche se l’uomo spesso non può vederlo. Ora il punto è se la giustizia terrena è degna di quella divina e come mai giudici, governanti e papi, proprio coloro a cui viene affidata la guida degli uomini verso la giustizia, non adempiono al loro dovere; forse perché il male e l’ingiustizia di cui soffriamo sono solo “accidenti”, cioè cosa effimera che non dura, come il male, e che diventa, per necessità logica e religiosa, bene. Le ingiustizie di cui tutti siamo testimoni e vittime, in questa nostra vita, non solo si dissolvono nella superiore giustizia ultraterrena, ma anche si spiegano nell’economia generale del mondo di noi viventi pur non essendo disposti a placare la travagliata sete di umana giustizia. Il male e l’ingiustizia degli uomini hanno una loro “finalità”; e tuttavia ciò non toglie la grande aspirazione dell’uomo a migliorarsi continuamente, realizzando, un equilibrio salvifico perché , con il Vico, le persone possano essere, con i tribunali “più pietose di se stesse e d’altrui. “Nihil aliud est iustitia, cum charitate, veritas animi et erga homines pietas”.
Il Comune, chiamato a rappresentare la propria comunità, dovrebbe curare gli interessi e promuovere lo sviluppo dei cittadini avendo l’obbligo di porre, come fine generale, la promozione dello sviluppo, scopo ritenuto fondamentale dallo stesso ordinamento delle autonomie. Tra gli interessi pubblici primari, quindi, vi è la “promozione dello sviluppo economico, la valorizzazione dei sistemi produttivi e la promozione della ricerca applicata” che lo Stato, le regioni, le province, i comuni e gli altri enti locali assicurano nell’ambito delle rispettive competenze, nel rispetto delle esigenze della salute, della sicurezza pubblica e la tutela dell’ambiente. L’attribuzione dei compiti di maggiore incidenza nella gestione dello spazio economico, costituito dal territorio comunale, nonché nel dare supporto agli attori ivi operanti, comporta una forte responsabilità degli enti locali. E tutto ciò risulta tanto più significativo ove si consideri il momento storico attuale e le difficoltà che il governo centrale dimostra di avere nel raggiungere risultati per la promozione dello sviluppo economico delle realtà territoriali, non soltanto di quelle in condizioni più svantaggiate, e, in particolare, dell’occupazione. L’ente locale, tra non molto, con il cosiddetto federalismo, ancor più, a mio modo di vedere, dovrebbe giocare e vincere una partita fondamentale per il pieno riconoscimento del suo ruolo e, di riflesso, della sua autonomia. Questa missione per ogni amministrazione costituirà uno dei compiti fondamentali che, dalle nostre parti, ma il fenomeno si estende sempre più, viene concepita, al contrario, come sperpero di denaro qua e là, dispersione di energie e risorse con incarichi clientelari, con scambi illeciti tra soggetti non legittimati ad intervenire, con negoziazioni e accordi informali, con il condizionamento di gruppi di pressione palesi ed occulti. Se si volesse trovare una strategia da adottare e quindi un disegno per far rendere al massimo il valore competitivo del territorio, in modo che la propria comunità riesca a creare più ricchezza e, dunque, realizzi il proprio sviluppo, si resterebbe amaramente delusi. Si trovano offerte di luoghi fisici da adibire alle attività produttive senza criterio ma non trovi disponibilità di personale qualificato, con fattori suscettibili di miglioramento, per adeguate politiche di formazione professionale; non hai presenza di soggetti economici già operanti in grado di integrarsi verticalmente od orizzontalmente con le imprese interessate all’insediamento nello stesso territorio; non vi è ancora traccia di semplificazione delle procedure amministrative e un maggior grado di efficienza delle strutture. Trovi, al contrario, una maggiore pressione tributaria con un processo decisionale che non permette ancora di unificare un sistema integrato con una strategia che porti alla valutazione delle prestazioni dei diversi responsabili. Di questo passo…poveri noi che resteremo ancor più mortificati, continuando ad esprimere giudizi sul grado di soddisfazione uguale a zero, attendendo che la “Provvidenza non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.
Ai Comuni, anche se in via non esclusiva, sono attribuite le funzioni amministrative in materia di promozione delle attività culturali, ricreative e sportive. Agli Enti locali, in quanto enti pubblici rappresentativi di interessi generali della comunità amministrata, deve, in linea di principio, essere riconosciuta la piena legittimazione a perseguire qualsiasi fine nell’interesse di tale comunità, anche mediante erogazione di contributi e sostegni economici in favore di soggetti, senza possibilità di escludere le attività di associazioni e di altri organismi privati che, nella circostanza, non siano dirette a realizzare soltanto un proprio vantaggio economico, ma concorrono comunque a realizzare finalità della collettività, ivi comprese l’incentivazione e la protezione di categorie di cittadini con riguardo a loro particolari ed apprezzate condizioni. Ma questi principi, benché abbastanza semplici, nella pratica difficilmente vengono attuati. Ad esempio una adeguata pianificazione e sviluppo che preveda un incremento delle organizzazioni per la promozione culturale, ricreativa e sportiva, destinatarie anche di una disciplina tributaria parzialmente vantaggiosa, è molto carente. Una strategia per la riattivazione del circuito virtuoso con incentivi selettivi e formazione di un recupero del capitale sociale, costretto a rifugiarsi in coscienze individuali, manca completamente di riflessioni per delineare i contorni di un piano di ricerca territoriale che possa quantificare, selezionando, i potenziali di capitale sociale a disposizione dello sviluppo locale. Tutto ciò può continuare ad essere portato avanti con la sola improvvisazione, con scelte artefatte o frutto di manufatto, senza l’occhio addestrato per cogliere i potenziali di sviluppo e leggerne i sintomi? Se si cambiasse strada, capiremmo che si tratta di individuare, costruendo, tipologie, sistemi di indicatori per interpretare sintomi anche lontani, in apparenza minimi, di dati che ci dicessero quanto è significativa un’erosione costante di vivibilità, sicurezza, affidabilità della città come spazio civile. Abbiamo allora l’obbligo di osservare, cercando di capire, tutte le forme e gli stili di vita che socializzano, che aggregano, che surrogano gli insensibili poteri pubblici, nella produzione di beni essenziali che passerebbero dallo stato potenziale a costrutto sociale riconoscibile.
Il ruolo che il Comune esercita nell’ambito delle attività turistiche ha rilievo determinante per il consolidamento e per l’ulteriore sviluppo di un settore essenziale per l’economia. Il movimento turistico indirizza le sue scelte secondo le attrattive delle diverse aree. Fra queste è fondamentale l’immagine complessiva che ogni località è in grado di offrire, costituita dal livello di efficienza e di qualità dei servizi realizzati per le strutture ricettive e le attrazioni naturali ed artistiche, per circondarle di una condizione ambientale curata, gradevole, serena. Il turista o l’ospite che viene a trovarsi in una località gemellata o prescelta, osserva, esigendo però di essere servito dall’organizzazione pubblica locale ad un livello qualitativo molto più elevato di quello che riceve nel suo luogo di residenza. Ma così è? Il Comune dovrebbe assicurare i servizi che rendono funzionante al miglior livello le strutture private integrandole con attrezzature pubbliche che realizzino le dotazioni necessarie che il privato non ha costruito o attivato, per mancanza di mezzi o perché economicamente non remunerative. Ma così è? Il ruolo di protagonista che il Comune dovrebbe assumere è quello di conquistare il turista con un’ottima accoglienza, dopo aver studiato con attenzione il funzionamento di tutti i servizi, comunali e non, che lo stesso utilizza o potrebbe utilizzare, disponendo o promuovendo i necessari adeguamenti che rendono gradevole la permanenza o l’ospitalità per costruire un rapporto destinato a rinnovarsi negli anni con iniziative che testimoniano la considerazione che al turista viene riservata dall’organizzazione pubblica e privata della comunità. Si dice che, in questi giorni, nei ristoranti e pizzerie, vi è una tendenza a impinguare gli ospiti di cibi non presentabili e non consoni alle loro abitudini; solo in una o due serate sono state previste poche attività di svago, caste e pure, senza alcuna altra forma di socializzazione locale; non vi è presentazione e discussione di alcun progetto di interesse, in zona, che possa spingere verso un qualsiasi futuro investimento. Si nota solo qualche nota perditempo di vigile che presidia una o due piazze al fine di evitare sosta di auto, con un piano traffico inesistente, un abbellimento solo ornamentale e superficiale della città, peraltro di dubbio gusto, un coinvolgimento sociale provocato da semplici, striminziti e generici inviti a partecipare che denotano, come di consueto anche in questo frangente, scelte blandamente connesse che frantumano ancor più lo sviluppo locale e le buone pratiche sul terreno dell’integrazione. Passata questa settimana di diffusione di immagini pubblicitarie, come è nell’intenzione degli attuali amministratori, spese le risorse finanziarie per l’avvenimento occasionale, si ha l’impressione che l’andamento generale delle cose continuerà come prima, peggio di prima, con le solite rilevate carenze e senza alcun criterio di adeguamento alle disposizioni vigenti, in materia, dell’Unione Europea.