
Se si pensa che alcuni Paesi crescono più di altri o che il Nord cresce sempre più rispetto al Sud, viene spontaneo porsi una domanda. Da dove spunta la crescita e quali fattori possono mettere in moto l’economia? Se ci fermiamo a fare un’analisi prettamente economica potremmo rispondere che la crescita ha due grandi motori che si sostengono vicendevolmente: l’innovazione tecnologica e l’allargamento dei mercati. L’innovazione aiuta ad ampliare i mercati e l’allargamento dei mercati rafforza l’introduzione di nuove tecnologie. L’innovazione, con l’introduzione di prodotti nuovi, stimola la domanda e le imprese si possono avventurare in progetti innovativi. Ma qui si ha bisogno di un imprenditore che sia finanziato attraverso il credito e che si in grado di passare dalla ricerca al prodotto con un valido progetto industriale e, soprattutto, che egli ci creda e investa in esso. Ma esiste, oggi, una “imprenditorialità” che spinga le persone a prendersi il rischio di nuove iniziative che producano i mutamenti necessari, rompano gli equilibri per innovare? Vi sono “spiriti animali” che sentono “l’impulso spontaneo all’azione piuttosto che rimanere inoperosi”? Se si considera poi che le innovazioni non avvengono a getto continuo, ancor più si può spiegare una instabilità che è connaturata al modo di funzionamento e di crescita, che avviene ad “ondate”, di un sistema economico moderno. Se bastassero gli investimenti a fare la crescita,”soldi veri” o “verissimi” , se cioè fosse sufficiente mettere insieme un po’ di macchinari in qualche capannone o in qualche ufficio, peraltro a volte in modo truffaldino, avremmo una crescita ben distribuita tra le diverse aree e regioni. In realtà, l’unica “regolarità” che si osserva è “l’irregolarità” dei tassi di crescita, non solo nel tempo, ma anche nello spazio. E qui tornano in primo piano la storia, le istituzioni, i valori condivisi di un luogo. Sono questi gli elementi che potrebbero rendere un’area più dinamica di un’altra, che potrebbero attrarre investimenti, effettuati sia da imprese locali che da imprese esterne.
Gli ingredienti dello sviluppo si possono trovare nelle parole usate da un economista italiano, intellettuale rigoroso e di grande sensibilità umana e sociale Giacomo Becattini, che, a lungo e in modo approfondito, ha studiato la relazione tra luoghi e sviluppo economico. “ E’ nel nucleo di valori, conoscenze e aspirazioni, nella forma mentis dominante, nel grumo culturale e istituzionale di un luogo, che è racchiuso il ventaglio dei sentieri di sviluppo aperti, in ogni dato momento, a una comunità. Sarà l’incontro di esso con le circostanze “esterne” in senso lato a determinare quale, tra le diverse storie possibili, diverrà quella effettiva”. Abbiamo noi questi ingredienti ben radicati?
In relazione al “testamento biologico”, discusso ed approvato al Senato, con varie e vaste polemiche, ed ora in attesa di inviarlo alla Camera, ci si trova di fronte a considerazioni che sono particolarmente importanti in quanto concezioni culturali ed ideologiche si intrecciano per vedere come modi di parlare e forme di pensiero, pur consolidate, possono esercitare a volte effetti unificanti ma spesso anche divergenti. Le questioni che emergono sono rilevanti per i fondamenti del discorso giuridico e per la sua razionalità particolare, ove in uno stesso contesto si può vedere come la determinazione giuridica della realtà sociale si produce attraverso il trattamento della individualità che viene rappresentata come una proprietà naturale dell’uomo e, in particolare, attraverso il diritto, come soggettività giuridica. E la soluzione di questi problemi viene ricercata secondo percorsi tradizionali dell’etica medica, con una metodologia risolutiva che è identica a quella giuridica, ponendo cioè criteri intorno ai quali deve essere raggiunto il maggior consenso possibile. Una volta stabiliti questi criteri, e molto spesso si tratta prevalentemente di una strategia politica, si passa sulla discussione relativa alla applicazione dei criteri che spesso è dominata dai cosiddetti progressi della tecnica, spesso accecanti. La formula “avere un diritto”, di vivere e di morire, può sembrare il ricevimento di qualcosa, senza considerare che possedere un diritto, sapersi nel diritto come titolare di esso, non è mai un momento di una formazione esterna o soltanto esteriore, ma ciò che è già sempre fin dalla nascita. La questione allora di quale significato abbia l’espressione “avere un diritto”, viene acquisita fin dall’inizio nelle strategie del discorso giuridico e medico e la semantica di questo procedimento diviene più chiara se si tiene presente in che misura i significati della parola “avere” vengono qui interpretati. Di nuovo l’esperienza possibile del concetto di “avere” è oggetto di riflessione nella nostra società. E’ davvero possibile condividere con alcuni il presupposto secondo il quale oggi sia possibile, in quanto individui, prendere posizione in modo autonomo e rispettoso della libertà del volere, sui problemi dell’eutanasia o l’obbligo alla nutrizione e idratazione? Oppure, noi che viviamo sotto la pressione del cambiamento in meglio, siamo stati già incarnati in questa idea del progresso, per cui una presa di posizione è diventata mera finzione? Quanto ancora potremo permetterci il lusso di porre queste domande semplicemente a livello riflessivo o filosofico, o, propriamente, neppure a quel livello?
Il presidente americano Harry Truman usava dire che il sogno della sua vita era quello di avere come consigliere un “economista monco”. Voleva dire che gli economisti che conosceva non gli davano mai una risposta chiara. Se si chiedeva, ad esempio, come il Governo doveva controllare i prezzi degli affitti delle case, questi rispondevano: “ da una parte (in inglese on the one hand, “da una mano”) i controlli sugli affitti sono utili per le ragioni A, B, C; dall’altra parte (on the other hand, “dall’altra mano”) sono dannosi per le ragioni D, E, F. Allora, ragionava bonariamente Truman, se io domandassi qualche cosa a un economista senza un braccio, questo non potrebbe più dire: “ da una mano” e “dall’altra mano”.
Oggi Obama, moderno presidente, sostiene: “ So benissimo che l’America ha le sue responsabilità per il caos in cui ci dibattiamo: Ma so anche che la scelta non è tra un capitalismo caotico e spietato, da un lato, e un’economia statale oppressiva, dall’altro. Questa è una falsa alternativa che non produrrà alcun beneficio per il nostro Paese, né per gli altri”.
La moderna moneta cartacea, supplisce ai limiti della moneta merce ma richiede o no un quadro istituzionale, un sistema monetario, entro cui si dettano le regole del gioco? Dovrebbe essere l’Ordinamento che stabilisce i tipi di moneta ammessi a circolare in un paese in base a precise normative e a opportuni controlli, normalmente uniformati al criterio di interesse generale di funzionamento del sistema economico, oppure no? Lo Stato si pone o no quindi il problema di far osservare tali regole correlate a sistemi monetari che dovrebbero corrispondere al grado di sviluppo dei sistemi politici e del sistema bancario?
Dal 1° al 22 luglio
Per i vescovi italiani “la polemica sui profilattici” coinvolge fatalmente alcuni governi, politici ed intellettuali. Il Consiglio permanente della Cei respinge le volgarità espresse nei confronti del Pontefice e il tentativo di annebbiare il viaggio africano di Benedetto XVI. La stessa pur attenta relazione del presidente Cei, però, è sembrata maggiormente soffermarsi su taluni aspetti di politica ecclesiastica prima ancora di tentare di capire quelle popolazioni povere che oggi bussano alle nostre porte, senza chiuderci agli egoismi di un benessere faticosamente raggiunto, spingendo verso una mentalità di accoglienza, di apertura, di comprensione che fa parte della nostra migliore tradizione, essendo l’Italia il centro della cristianità che, per lunga tradizione, ha fatto propria una caratteristica di universalismo che si riflette anche sul numeroso personale ecclesiastico che gli atenei pontifici romani da tempo preparano, creando in essi una potente attitudine alla romanità ed alla comprensione delle culture di tutti i popoli.
Ora se è indubbio che nessuno può pretendere di penetrare gli intimi recessi delle coscienze e che nessuno può sostituirsi allo Spirito che “ubi vult spirat” (lo Spirito può soffiare dove vuole), ci si rende conto che oggi la maggior parte dei nostri popoli cristiani e cattolici è sottoposta a crescenti fenomeni di laicismo, di permissivismo, di edonismo, fenomeni che intaccano anche la prassi della quota minoritaria dei cristiani praticanti? E che solo una ridotta minoranza di cattolici e di cristiani si può considerare religiosamente impegnata nell’arduo compito di rievangelizzare l’Europa?
Se consideriamo che all’interno della stessa situazione religiosa italiana sono già presenti ed operanti le contrapposizioni nette tra una minoranza di impegnati ed una altrettanta decisa minoranza di laicisti, ci accorgiamo che la maggioranza degli italiani sembra essere preda del conformismo indifferente e della massificazione consumista. Una apertura religiosa all’Europa ai fini di una corretta impostazione di scambi di esperienze religiose o di forme di ecumenismo e di proselitismo o anche semplicemente di accoglienza e tolleranza reciproca, mi sembra, avrebbe richiesto una serie di previe informazioni, conoscenze e senso di identità per evitare “reazioni” e per sforzarsi, invece, di far diventare l’Europa, a livello pastorale e di ecclesiologia, una casa comune nella quale si integrano non solo correnti di spiritualità diverse ma anche punti di riferimento religioso diverso.
E' evidente che un elemento importante del tempo libero è la fruizione della musica. Il rapporto musica-anziano e musica-giovani o meglio il senso soggettivo legato a questo rapporto permetterà di formulare un modello della condizione di ciascuno nei vari periodi che si possono prendere in considerazione e, di conseguenza, di seguire gli sviluppi del soggetto sociale a partire dal momento in cui esso appare e dal luogo sociale in cui si sviluppa.
Naturalmente, per assumere la musica come linguaggio, bisogna vedere se quest' ultima possa essere collocata nel quadro degli elementi espressivi, o se debba essere considerata come un prodotto dell'industria culturale. In questo ultimo caso un approccio come quello proposto sarebbe molto più rischioso, dato il carattere fortemente commerciale di queste forme comunicative e dato, soprattutto, il loro aspetto di prodotti imposti dall'esterno a gruppi o strati di "fruitori".
Molti hanno ricondotto la musica al sistema delle comunicazioni di massa, definendola secondo le caratteristiche della mercificazione e della riproduzione ideologica del sistema capitalistico. Si affermava, ad esempio, che "il rock è solo un buon mezzo per ipnotizzare i giovani".
Sicuramente è vero che esiste uno strettissimo legame tra l'espressione musicale e gli apparati delle comunicazioni di massa e dell'industria, non solo culturale. Tuttavia questi prodotti possono contenere anche notevoli elementi che conducono piuttosto a caratterizzarli come forma di comunicazione reale e, dal mio punto di vista, come linguaggio.
Ho preso, fuori da ogni schema, ad libitum, una foto quale espressione spontanea di un particolare pubblico e come mia illusione, di fronte a tanto squallore politico, di considerarlo strumento per " un maniaco momento in cui rilassarsi" sperando anche, come qualche volta può capitare, di non interiorizzare questo tipo di musica come unica realtà possibile, anche se mi piacerebbe pensarlo spesso, per una sorta di perenne rito di iniziazione, con la dovuta partecipazione ai suoi significati e con una prefigurazione di una realtà diversa.
Si dice, in alcune parti del mondo, “che in fondo capire la vita è semplice. Basta ridurla a una serie di dati, prenderne nota con immensa precisione, e affidare il tutto a un computer. O meglio, a Internet”. In rete sempre più "self-tracker" trasformano ogni evento della vita in dati da inserire su Internet. I “Self-tracker”, nuovo popolo di Internet, ci crede senza riserve e tiene traccia di ogni singolo evento della vita riducendola ad una serie di dati, grazie al proliferare di siti che consentono di “tracciare” tutto ciò che accade.
La rivoluzione informatica è forse una realtà ancora da comprendere dove un mondo che cambia, in modo irreversibile, diventa un nuovo modo globale di gestire la vita, di chiedere all’intelligenza umana tutti i suoi talenti, al lavoro altre potenzialità, alla presenza fisica nuove dimensioni. Ogni cosa è nuova, imprevista in questo enorme mercato dell’informazione, in questo impalpabile mondo di notizie, di cifre, di impulsi elettronici. Mille dati possono essere raccolti e affidati alla macchina elettronica in un paese e poi memorizzati, custoditi a migliaia di chilometri di distanza dentro altre frontiere e sotto altre leggi. Se uno raccoglie indirizzi, informazioni commerciali, su un certo numero di clienti di un paese e li trasmette senza permessi legali a un socio di un altro paese, attua un contrabbando o no? Se si riesce, maneggiando il proprio computer, a trovare le chiavi di accesso a una banca dati e ci si mette di nascosto in contatto con essa sottraendo una serie di informazioni quale reato compie: quello di furto, di violazione di domicilio?
La situazione legislativa è ancora fluida in quanto esistono molti nodi non sciolti, concettuali, giuridici, politici.
Qui ci si imbatte in legittime aspirazioni, altrettanto rispettabili ma quasi in antitesi tra di loro, tra il diritto alla riservatezza e alla sicurezza e il diritto alla circolazione dei servizi e delle informazioni.
Ora, l’educazione alla tecnica e, mediante la tecnica, poi, una maturazione nuova della capacità logico-operativa, aperta alle varie prospettive che si presentano, noi la stiamo coltivando? Che cosa fare quando blocchi di dati sono trasferiti da un Paese fornito di legislazione per proteggere la privacy a un Paese sprovvisto di nuove leggi informatiche? Si possono creare controlli automatici, ma un controllo porta con sé un altro controllo e la strada diventa sempre molto ambigua.
Ora, dalle nostre parti, vi sono segni di un ennesimo tentativo del governo di rivedere alcune regole di internet.
Si legge in qualche bozza di proposta di legge, pure lacunose per essere in contrasto con normative comunitarie, che i soggetti che rendono possibile l’anonimato “sono da ritenersi responsabili” al pari con gli utenti “di ogni e qualsiasi reato, danno o violazione amministrativa cagionati ai danni di terzi e dello Stato”; lo comprende, però, anche un profano di diritto, che il crimine elettronico ha il temibile dono dell’ubiquità e per combatterlo non bastano trattati fra Stati, accordi di estradizione, ma è necessario arrivare a una legislazione internazionale che colpisca dovunque, allo stesso modo e in modo certo, la stessa realtà telematica di rilevante deviazione.
Sono cominciati i giochi per le competizioni elettorali ed intanto non ci si vuole accorgere che viviamo in una situazione di diffuso malessere, che si fa pure finta non sorprenda più di tanto, e che vi sono strati sociali in cui non vi è disponibilità del minimo necessario per la sopravvivenza.
Cent’anni or sono si avevano condizioni di vita generalmente povere; vi erano presenti, ovviamente, importanti eccezioni non certo casuali, ma la maggior parte della gente poteva essere considerata povera. Il Meridione si trovava in una condizione relativamente peggiore, ma la povertà era diffusa anche nel Centro e nel Nord. I bassi redditi di cui si disponeva, facevano soffrire di malnutrizione, di analfabetismo pressoché totale, di abitazioni malsane e non certo confortevoli, di malattie largamente diffuse. In una situazione di diffuso malessere era inoltre possibile individuare persone, famiglie e gruppi sociali emarginati, le cui condizioni di vita erano ancora peggiori di quelle della generalità della popolazione e che vivevano in vera e propria miseria. Oggi le condizioni di depressione strutturale del Mezzogiorno, delle campagne, delle diverse città rimaste ai margini di un’industrializzazione mai nata o territorialmente circoscritta, ingrossano la schiera dei poveri. Il reddito netto reale per abitante, i consumi, il sistema di alimentazione, gli alloggi, lo stato di salute, la possibilità di partecipazione sociale, il sistema di garanzie per i lavoratori e di sicurezza sociale per i cittadini, stanno a dimostrare che senza uno sviluppo ordinato, equilibrato, continuo, aumentano le file dei “più poveri”. Si incontrano ancora situazioni di povertà di persone, famiglie, gruppi emarginati, in parte retaggio del ritardo nello sviluppo accumulato nel tempo, in parte conseguenza delle trasformazioni disordinate, in parte risultante di quei processi di impoverimento che sembrano riprodursi o comunque manifestarsi anche nelle aree più favorite e persino nelle situazioni ambientali caratterizzate da maggiore benessere. Vi sono tentativi per uscire da condizioni di vita che cominciano a diventare insopportabili per una nuova povertà, che era l’esperienza di un tempo e che ora comincia a diffondersi? Il tenore di vita generale che è cresciuto, i sacrifici di molti sopportati e che si sopportano, essendo costretti ad emigrare ancora e a vivere sradicati dalle loro famiglie e dalle loro culture, sono problemi di rilevante dimensioni? La carenza di servizi sociali, l’inadeguatezza delle pensioni minime, l’inadeguata disponibilità di alloggi a basso canone, rappresentano, ancora oggi, persistenza di condizioni di povertà, talvolta di miseria ove manca il minimo necessario per sostenersi? Uno Stato, un’amministrazione comunale, organizzazioni che coordinano politicamente una società per raggiungere fini specifici, tutelano, riconoscono, nei limiti della propria funzione politica, o sopprimono ed annullano, con svariate pratiche artificiose, i diritti naturali dell’uomo?
La povertà, oggi, esiste ancora con un popolo che dovrebbe agire nella solidarietà della sua attività ma che vaga, forse inutilmente, alla ricerca di partiti e correnti politiche che si avvicinino ai suoi bisogni, che operino in conseguenza, che siano in grado di lottare, cadendo o vincendo, secondo i momenti storici delle esigenze del divenire umano.
Se forse un tempo le ideologie erano un fenomeno sociale importante, ma solo come aspirazioni di massa, indici di uno stato collettivo, oggi, non sono più considerate come un sistema di regole prescrittive, né rappresentano un codice rigido di comportamenti politici, che sono diventati strategia per un apprendistato politico e culturale slegato da risoluzioni di problemi sociali. Anzi vi sono fusioni ideologiche, con i loro labili contorni, che tendono a sovrapporsi, talvolta quasi al punto da coincidere. Come distinguere allora un colore politico da un altro per abbozzarne un profilo? Come fare per evitare comportamenti personalistici e pretendere una sorta di spersonalizzazione dei Partiti che dovrebbero rappresentare una realtà viva ed umana, sempre meno anonimi e macchine? Abbiamo più che mai bisogno di dirigenti che abbiano caratteristiche di leader popolari, di personalità spiccate per competenza, per capacità politiche, per qualità culturali, ma anche idonee per il rapporto con la grande moltitudine dei cittadini. Un partito che ripropone l’esigenza, ma che indica anche la possibilità, di fare acquisire in modo più netto all’organizzazione quel carattere di democrazia, nei tesseramenti e nelle discussioni aperte, per un suo successivo ampliamento utile ai fini organizzativi e di risultati finali di consenso. Il rapporto fra partito e società esige un irrobustimento di un tessuto organizzativo, di interventi orizzontali e verticali per un risultato elettorale che dovrebbe essere ricco, articolato e dove i dirigenti e gli iscritti sono forza promotrice e di direzione per una politica di rinnovamento e sviluppo, ma anche in grado di ottenere i più larghi e convinti consensi. E quest’ordine di problemi si pone particolarmente per ciò che riguarda il nostro Mezzogiorno, sia per ciò che attiene alle forme di organizzazione e di iniziativa, sia per ciò che concerne lo sviluppo di strumenti di intervento nella vita civile, culturale, sociale in ogni campo. Non vedo, purtroppo, segni di recupero nel rapporto soprattutto con i giovani in quanto restano aperti i problemi di un rilancio serio della politica ove non si trovano più, nemmeno al centro dell’impegno, le questioni più immediatamente collegate ai bisogni fondamentali come il lavoro, lo studio, la condizione della vita. Sforzarsi di condurre una battaglia ideale ed indicare la prospettiva generale, la conquista di un mondo nuovo, migliore, sembra, ora, sia necessario per riuscire a stimolare, organizzare, sviluppare, con tenacia, con passione, con viva capacità di concretezza, un movimento reale di lotta per attuare conquiste ed affermare principi più avanzati verso una migliore qualità della vita.
Le numerose situazioni quotidiane dinanzi a cui ognuno si trova vitalmente impegnato, cominciano in queste ore, e lo sarà di più nei giorni futuri, ad essere interessate da telefonate e richieste di incontri politici ai fini, si dice, di tenerci informati sulle prossime scelte riguardanti le elezioni provinciali ed europee, nonché per chiedere voti a favore di questo o quel partito, di questo o quel gruppo, questo o quel candidato. La scelta di ciascuno di noi “vocazionale”, che dovrebbe essere coraggiosa, comincia a diventare fantasiosa, non realistica, coordinata da altri che, furbescamente, giocano con noi, promettendo grandi cose, tra un livello di aspirazione ed effettiva possibilità individuale e sociale, confondendo il tutto in un ibrido miscuglio di scelte sul piano politico-sociale. Nel caso di richiesta desiderata o anche desiderabile, vengono fuori le risposte positive più allettanti che sicuramente, subito dopo, si riveleranno sterili e caduche. La giustificazione sarà che la colpa della mancata promessa è degli altri o di una previsione che non è stato possibile attuare per un groviglio di altre situazioni sopravvenute.
Ma quando capiremo che l’autentica informazione e l’autentica scelta non è quella che ci viene confezionata in modo interessato da chi cura il proprio interesse, specialmente in determinate occasioni, ma quella, invece, che prepara la persona abitualmente capace di assumere compiti responsabili, in nome proprio? Quando cioè si capirà che è necessaria una propria capacità di indirizzo intellettuale, di guida razionale pratica nelle determinazioni della volontà libera e non condizionata dall’interessato candidato di turno, peraltro venuto fuori dagli ingranaggi di un sistema dal quale siamo stati esclusi?
Comunque sembra che questi passi, da tutti, vadano compiuti e che i risultati che verranno fuori rappresenteranno la selezione potente di quel gruppo più abile, nel servirsi degli altri, ricevendone un vantaggio incomparabilmente maggiore di quello che una superiore intelligenza avrebbe potuto conseguire. Concatenando il tutto, però, potremo sostenere, ad elezioni terminate, con risultati che non ci accontenteranno pienamente anche per meccanismi elettorali complicati e di molto lontani dal rispecchiare la vera maggioranza dei cittadini, che il popolo ha deciso democraticamente e che, anzi, è aumentato il vigore della attività politica di chi vota e di chi non vota. Così dopo l’elemento di eccitazione prima e di aspettativa poi, prenderemo atto che a prevalere sarà un altro elemento, quello della frustrazione e, con esso, una meritata punizione per la nostra dabbenaggine che si ripete, costantemente, in occasione di ogni tornata elettoralistica. La conclusione sarà come si dice: “chi ha dato ha dato, chi ha avuto, ha avuto”. Alias: “alea iacta est”. “Il dado è stato lanciato”.