Un’altra giornata di lotta e di memoria storica sta per essere celebrata con una manifestazione sobria e senza corteo a L’Aquila da parte dei sindacati più rappresentativi. Mi sembra, però, che il significato che essa oggi rappresenta ha valore per conservarne memoria ma non i contenuti che lasciano molto a desiderare. Nei paesi della Comunità Europea, la disoccupazione è particolarmente allarmante per i giovani e meno giovani e trovare lavoro di primo impiego è difficile nella maggioranza dei paesi con prospettive per l’occupazione che non sono certo ottimistiche; per coloro che vedono prolungarsi il periodo di transizione verso il mercato del lavoro, l’attuale problema della disoccupazione diventa il problema della disoccupazione degli adulti di domani. L’apprensione deve essere considerata anche nella diffusione della gravità del fenomeno. Si assiste ormai non alla difficoltà di un gruppo poco esteso e circoscritto ma ad un’inquietudine che è grave e che si somma alle disseminate necessità, alla quantità di persone coinvolte che vengono a scuotere tutto l’assetto sociale al punto da diventare “emergenza sociale”. La preoccupazione del fenomeno nasce, quindi, non solo da una disoccupazione giovanile vista come una realtà contingente, ma come un problema strutturale che esprime una contraddizione oggettiva e fondamentale delle società industrializzate. Se il lavoro significa per i giovani autonomia economica e quindi accesso all’indipendenza, viceversa, allontanandosi da questa affermazione, si genera un conflitto corrosivo specialmente quando manca un tipo di impiego stabile, messo di continuo in questione strutturalmente, che possa offrire condizione indispensabile per l’assunzione di tutti gli altri ruoli di adulto.
Il 1* maggio, visto non solo come celebrazione, dovrebbe ricordare a chi ci governa che i cambiamenti strutturali della nostra società, in particolare sotto l’effetto della crisi, tendono ad indebolire ancor più i deboli, i giovani delle classi meno abbienti, coloro che subiscono più duramente un’esclusione dal mercato del lavoro, rafforzando i forti. Anche a parità di merito e di livello di istruzione chi può resistere di più e più a lungo sul mercato, in attesa dell’impiego buono, sono i più forti; chi può aspettare di meno è reso debole e costretto a prendere ciò che capita. Un tempo al lavoro poteva pure essere attribuito il prestigio, la carriera, la sicurezza del posto; oggi, le aspettative e le motivazioni servono a dare al lavoro una dimensione più umana, a superare impostazioni conflittuali e di anonimato sociale e comportare quindi un’impostazione economicistica in grado di rendere il lavoro umanamente più comprensibile e vivibile.
Forse siamo in un tempo in cui non si deve pensare più ad una Repubblica democratica, ad una repubblica cittadina che nasce per volontà dei suoi associati, ma ad uno Stato che si va costruendo come opera d’arte con l’ardimento, l’astuzia e la tenacia di alcuni uomini: i Signori o i Padroni del battello a vapore. I fatti che si susseguono per una loro intrinseca necessità e sulla quale l’uomo politico s’inserisce per imporre, sul gioco degli interessi particolaristici, la sua volontà dominatrice, ormai stanno contaminando lentamente ciascuno di noi in un Italia politicamente confusa e immemore delle virtù civili del passato. Sembra prossimo l’avvento di chi con ogni mezzo vuole imporre uno Stato a un popolo non essendo in grado di trarre volontà e concordia in modo condiviso ed accettato. Così, non volendo essere o apparire passivi di fronte al dinamismo dei fatti storici, si vuole ad ogni costo dare l’impressione di avere padronanza su di essi con un finto immedesimarsi nel fisico e nello spirito di chi non trova la forza di combattere, non avendone nemmeno i mezzi, per uscir fuori dal tunnel economico e sociale. Molti, in questi giorni, sono indaffarati a scoprire l’uomo giusto da buttare in pasto alla gente per raccogliere voti utili ad accrescere i consensi, ma la ricerca non va nella direzione di trovare ricchezze di esperienze, di virtù, private e pubbliche, ma “l’uomo nuovo”, sul concetto ancora di “nuovismo” che perdura, per far nascere in modo simulato fecondi entusiasmi e fervide gioie creative. Escluso quindi un dramma di spiritualità che si sta macerando nel dolore e nella rinuncia, esclusa una dialettica politica su programmi dignitosamente costruttivi, si sta attribuendo molta considerazione ad una retorica senza alcuna sintesi tra il sapere ed il fare, tra cultura ed accorgimento pratico. Nell’agone politico, quando ogni contenuto morale e civile sarà interamente sopraffatto, forse potremmo aspettarci, ma non si sa quando, qualche preoccupazione sulla formazione umana e politica quanto meno utile per salvare correttezza ed etichetta sociale.
Francesco De Sanctis così commentava, con uno studio critico, su “Il Principe” di Machiavelli.
“ Ciascun uomo ha la sua missione su questa terra, seguendo le sue attitudini. La vita non è un gioco d’immaginazione e non è contemplazione. Non è teologia e non è neppure arte. Essa ha in terra la sua serietà, il suo scopo, i suoi mezzi. Riabilitare la vita terrena, darle uno scopo, rifare la coscienza, ricreare le forze interiori, restituire l’uomo nella sua serietà e nella sua attività”.
“Stabilito il centro della vita in terra e attorno alla patria, al Machiavelli non possono piacere le virtù monacali dell’umiltà e della pazienza, che hanno “disarmato il cielo ed effeminato il mondo” e che rendono l’uomo più atto a “sopportare le ingiurie che a vendicarle”. <Agere ed pati fortia romanum est>. “Il cattolicismo, male interpretato, rende l’uomo più atto a patire che a fare. Non è che agli Italiani manchi il valore; anzi ne’ singolari incontri riescono spesso vittoriosi: manca l’educazione e la disciplina o, come egli dice, <i buoni ordini e le buone armi>, che fanno gagliardi e liberi i popoli”.
“Ma se in Italia la tempra è infiacchita, lo spirito è integro. Se da una parte Machiavelli poneva a base della vita l’essere <uomo>, iniziando l’età virile della forza intelligente, d’altra parte il motivo principale comico dello spirito italiano nella sua letteratura romanzesca era appunto la forza incoerente, cioè a dire indisciplinata e senza scopo. Il tipo cavalleresco, come era concepito in Italia, era ridicolo per questo: che si presentava all’immaginazione come un esercizio incomposto di una forza gigantesca, senza serietà di scopo e di mezzi, la forza come forza, e tutta la forza nei fini più seri e più frivoli: ciò che rende così comici Morgante, Mandricardo, Fracassa. Lo spirito italiano dunque da una parte metteva in caricatura il medio evo come un giuoco disordinato di forze, e dall’altro gettava la base di una nuova età su questo principio virile: che la forza è intelligenza, serietà di scopo e di mezzi. Pure l’Italia era corrotta, perché difettava di forze morali, e perciò di un degno scopo che riempisse di sé la coscienza nazionale". Di lui è questo grande concetto: che il nerbo della guerra non sono i denari né le fortezze né i soldati, ma le forze morali o, com’egli dice, il patriottismo e la disciplina. Di quella corruzione italiana la principale causa era il pervertimento religioso. Abbiamo queste memorabili parole: “ La…religione, se nei principi della repubblica cristiana si fusse mantenuta secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli Stati e le repubbliche più unite e più felici assai ch’elle non sono. Né si può fare altra maggiore coniettura della declinazione d’essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi e vedesse l’uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser propinquo senza dubbio o la rovina o il flagello. Ciò che è morto non è il sistema, è la sua esagerazione. Il suo <Stato> non è contento di essere autonomo esso, ma toglie l’autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i dritti (diritti) dello Stato: mancano i dritti (diritti) dell’uomo”. Vi è qualche analogia con la moderna realtà?
La “REGOLA”, per la vita di coppia scritto nel 1968 dal futuro papa Giovanni Paolo II, è tema - ripreso nella Lettera Apostolica Mulieris Dignitatem del 1988 – che continua con il pensiero sull’amore sponsale tra marito e moglie di Benedetto XVI in molti suoi interventi.
Nei due pontefici è espressione degli stessi valori che riguardano il matrimonio e la famiglia. Ma una attenta e sincera verifica del ruolo che svolge la famiglia della società contemporanea potrebbe portare alla riflessione che essa, proposta anche alle giovani generazioni, non riesca più ad assolvere i compiti primari che da sempre le sono stati riconosciuti. La presenza di un coro di consensi alla “Regola”, rende l'inedito di Karol Wojtyla di straordinaria attualità.
La preoccupazione profetica del futuro Papa polacco riguardava la crisi dei valori che attraversava, allora come ora, il destino della società occidentale e dei suoi modelli. La regola del Papa polacco si rivolge non ai coniugi come singole persone, ma come coppia, e le coppie debbono riunirsi in gruppi dediti a rielaborare il modello di vita coniugale e familiare per scoprirne e viverne il profondo significato spirituale.
Diversi fattori, ancora, contribuiscono più alla scomposizione della famiglia che alla tenuta strutturale di dinamiche interne ed esterne ad essa, che, prima di essere definite in termini di norme o comportamenti, trovano radice e stimolo nel bagaglio culturale delle precedenti generazioni. Le trasformazioni sociali in atto, però, sono in grado di investire violentemente l’istituto familiare che si frantuma in una serie di modelli a cui si accompagna, anche su posizioni di contrasto, con una sempre crescente affermazione di valori o credenze prevalentemente individuali, spesso pure vigorosamente egoistici, a tutto danno di quelli familistici. Se si aggiunge pure una lenta ma graduale disaffezione degli stimoli essenziali con cui si inizia e si sviluppa un insieme di sentimenti, ancor più viene meno il momento primo e originario di solidarietà. Comunque è pacificamente accettato e verificato che la famiglia contemporanea, come organica istituzione, ha subito e subisce notevoli mutamenti, travolgendo anche profonde radici culturali e religiose con una tale rapidità e processi di assuefazione da portare alla considerazione di Acquaviva, secondo cui “ una cultura nazionale prevalentemente consumistica, pianificata, empirica, pragmatica, edonistica, scientifica e tendenzialmente ideologica, ma orientata alla libertà ed all’autogestione”, aggredisce sempre più il modello della prima e fondamentale cellula sociale quale è la famiglia che ha costituito una valida organizzazione di sostegno, di incontri, di conoscenze, di frequentazione, di reciprocità, di servizio, di affidabilità a cui corrisponde, oggi, una ridotta possibilità di colloquio ed un ristretto spazio di convivenza sentimentale ed ideologica per il lavoro, gli impegni e la vita extra familiare che segnano ritmi disorganici con effetti negativi. Appare che la famiglia, come istituzione sociale di base, per far fronte a nuovi bisogni dei figli come la delega alla cura, alla custodia, alla socializzazione culturale, allo sviluppo relazionale, con un’azione a vasto raggio, abbia ceduto spazio ad agenzie esterne propostesi in termini di alternative funzionali ad essa e sempre più accolte. Se così è, diventa necessario prendere atto che ormai la famiglia non si configura più, né si riconosce, come coagulo di affetti e di interessi vari, per inventare nuovi progetti di compensazione da parte di altre agenzie di formazione nei cui confronti si pone un’altra funzione che è quella del controllo della qualità dei servizi.
Che cos’è la Costituzione? Ha dato la risposta esatta il Presidente della Repubblica inaugurando la Biennale di democrazia nel teatro regio di Torino. La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato italiano. La stessa, per quanto da molti ritenuta ormai necessitante di sollecite riforme, fornisce ancora, nella sua ispirazione e nei suoi contenuti deontologici, un legame di continuità necessario tra le generazioni sempre più distanti fra loro, un legame che è difficile pensare di surrogare altrimenti. Ma il nodo rilevante nello sviluppo della politica e del diritto moderni riguarda la “governabilità” dell’esecutivo e la necessità di un aggiornamento della seconda parte della Costituzione per verificare l’ipotesi di rafforzare i poteri del governo e del suo premier. Un problema che riguarda gli equilibri tra potere legislativo ed esecutivo con una possibile rottura progressiva tra autonomia e delega di organi che, ricalcando sostanziali trasformazioni della politica, potrebbe anche cominciare ad avvertire l’irrompere sulla società di altre passioni e altri interessi, legati alla frantumazione e scomposizione degli stessi organi costituzionali. Da qui la giusta riflessione del Presidente della Repubblica che, citando Norberto Bobbio, sostiene: “la denuncia della ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. Ancora “ la Carta costituzionale non è un residuato bellico. E la divisione dei poteri è importante almeno quanto la governabilità”.
Preservando i diritti della rappresentanza parlamentare si dovrebbe aggiungere che il sistema democratico italiano, come sagomato dalla Costituzione, è un “pieno” giuridico- politico i cui supporti sono tanto di istituti di democrazia rappresentativa quanto di democrazia diretta e che ogni alterazione, materiale e formale, di questo equilibrio condurrebbe ad una alterazione del sistema, riguardato nel suo complesso. Sembra pure opportuno richiamare la dizione usata nell’art. 49 della Costituzione “associarsi in partiti con metodo democratico” che si può leggere in chiave “parlamentaristica”, per privilegiare il momento elettorale e gli istituti di democrazia rappresentativa laddove, a dire il vero, sulle modalità di questa partecipazione, cui la Costituzione si è ispirata, si vengono a configurare molti e gravi interrogativi. Ogni partito, ormai, e i rappresentanti da esso deputati, sembrano centri di riferimento puramente materiale di interessi allo stato diffuso e organizzazioni atipiche non classificabili con sufficiente attendibilità e tanto meno con sicurezza, specialmente ora, in un momento estremamente fluido e in una sfumata zona di confine.
Domani 25 Aprile, nel giorno del ricordo, non possiamo non ricollegarci al valore della libertà ed alla tutela della libertà. Dobbiamo essere capaci di un impegno positivo ed umile nella costruzione di fondamenta su cui poggiare la dignità e la libertà di ciascuno di noi, evitando ogni pericolo di disimpegno nelle varie forme dell’indifferenza. Se rifletteremo e prenderemo coscienza dei valori della Resistenza che hanno informato la nostra Costituzione, il problema della governabilità sarà sicuramente superato nel rispetto di ogni principio democratico.
Se c’è il timore che il peggio sta per arrivare siamo portati a non spendere soldi e quindi a risparmiare. Ma così facendo non si stimola la crescita della domanda se non vengono introdotti prodotti nuovi o nuove qualità e varietà di prodotti vecchi, cioè se non vi è innovazione. Ma si può incappare anche, nel perseguire l’equilibrio, in crisi di sovrapproduzione, in situazioni di sottoconsumo, nella disoccupazione, nel deficit del Bilancio dello Stato, nel disavanzo dei conti con l’estero, nell’inflazione. Le situazioni reali si presentano profondamente variegate e l’analisi dello sviluppo economico non può prescindere dall’internazionalizzazione dell’economia, la cui azione è sempre più determinante nel sistema dei prezzi e nella struttura economica dei singoli paesi. Ora lo stimolo messo in atto per sostenere gli acquisti del consumatore ed il conseguente aumento del fatturato delle imprese può far ritenere che il peggio sia passato? Il presupposto delle crisi odierne, che si individua nelle modalità di funzionamento dei mercati oligopolistici, ancora inalterato, con una capacità produttiva non sempre pienamente sfruttata, può essere cambiato o riformato? Se ancora oggi persiste un ristagno degli investimenti in quanto le aspettative degli operatori sono negative, se si assiste al fallimento di molte imprese deboli e all’aumento della disoccupazione, e se la domanda globale cresce molto più lentamente del PNL(Prodotto nazionale lordo), indipendentemente se i fattori produttivi sono in Italia o all'estero, si può affermare che non siamo più in fase di recessione? I consumi privati sono la componente principale della domanda totale interna, ma la determinante principale dei consumi delle famiglie è il reddito, la cui distribuzione, nella situazione attuale dell’economia, è molto sperequata. Si può, con l’assunto fittizio della Confindustria “il peggio è passato”, pretendere l’allungamento dei periodi della cassa integrazione o alleggerimenti per chi decide di investire nuovi capitali senza interventi di politica economica che analizzino più da vicino una più equa distribuzione del reddito?
La banconota euro ha un grado di liquidità scarso ed il risparmio della stessa non viene remunerato in modo adeguato per cui la “roba”, come nei romanzi del Verga, potrebbe essere intaccata per trasformarla in moneta; ma questa operazione non è affatto semplice in quanto bisogna stimarla, stabilire il prezzo che si vuole incassare e cercare un compratore che sia disposto a pagare quel prezzo. Tutto questo richiede tempo, e non è detto che si trovi il compratore per quel prezzo, essendo costretti, a volte, ad accettarne uno inferiore.
La realtà economica che cambia nel tempo deve essere “catturata” in modo appropriato ed ha bisogno di una contabilità nazionale che tenga il passo, ma soprattutto di interventi di politica economica che non siano parzialmente diretti a favorire qualcuno a danno di altri.
Il sesto ed attuale presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, nella conferenza mondiale dell’ONU a Ginevra, “Durban


Su “COOLCLUB.it”, un portale dei giovani talenti del Sud, trovi “Piccole ossessioni stoner dal Salento” che ha per oggetto una intervista recente a Luigi Bruno, nostro giovane concittadino. Le domande e le risposte sono interessanti non fosse altro perché sono indice di “una generazione ad alto rischio” che, al contrario, qui trova visibilità sociale, da noi spesso trascurata, e accesso ad una professione o ad un tipo di impiego creativo che può offrire indipendenza materiale, condizione indispensabile per l’assunzione di tutti gli altri ruoli di adulto. Si nota, nell’analisi della produzione dell’album musicale dei MUFFX, lo sforzo per un’opera che è sicuramente unità commerciale, ma nello stesso tempo elemento comunicativo- culturale che è parte della vita e dell’esperienza comune dei giovani, cioè un’identità sociale che si va formando. L’egualitarismo che era la scelta che meglio corrispondeva alla “degradazione” del lavoro qualificativo e alla conseguente riduzione dei differenziali di professionalità richiesti, qui trova una creatività musicale "scapigliata" che non va considerata come fattore residuale ma come fonte primaria e autonoma di potenziale produttivo degna di ogni considerazione. Il guaio è che noi, del concittadino vicino “capace”, per responsabilità nostre e del potere politico dovute a decennali inadempienze in termini di formazione, non riusciamo a proporre le iniziative necessarie per assecondare le maggiori potenzialità positive che potrebbero rappresentare anche forti incrementi di creatività e produttività singola e collettiva.
Qui di seguito l’intervista a MUFFX con Luigi Bruno
Giornale :. Interviste
Piccole ossessioni stoner dal Salento
Intervista a MUFFX del 08/04/2009
Nuovo album per la band salentina capace di mettere a frutto la lezione dello stoner rock di matrice americana imbastendo un circo sonoro alieno e al contempo personale. Esce in questi giorni Small Obsessions, album licenziato da Go down records che conferma eclettismo e maturità di una band veramente esplosiva.
Inutile dire che il vostro mondo musicale è assolutamente visionario, da dove nascono queste piccole ossessioni?
Al super mercato quando mi trovo vicino alla cassa felice di trovare sempre meno fila e ringrazio la “crisi” per questo; nel salotto di casa in fondo a destra vicino al pianoforte; su facebook dove tutti sono amici di tutti e si interessano di te e dei tuoi cazzi; la sera nei bar quando tutti si lamentano dei politici esattamente come ieri, e non ti spieghi se è l’alcol a rendere meccanica la gente ho è la meccanicità insita in noi che ci spinge comunque sempre in questi discorsi di merda; poi sul terrazzino di casa dove da bambino lanciavo gavettoni in testa ai passanti ed invece oggi al massimo qualche mozzicone di sigaretta per sbaglio; quando discuto con gli anziani, molto più aperti, rivoluzionari, interessanti e alternativi di tanti giovani o presunti tali, sarà che non ci sono più i vecchi di una volta? Queste piccole ossessioni, emergono un po’ dappertutto.
Rispetto al primo lavoro, si nota nei nuovi brani un certo coraggio, la voglia di intraprendere nuovi percorsi musicali, cosa è successo?
Credo che fisiologicamente prendendo maggiore coscienza di quello che già si sapeva, e cioè che con la musica non ci guadagnerai mai salvo in casi rari (sempre se non si è un “big” dei matrimoni) a questo punto si è deciso di lasciarsi andare un po’ di più nelle ambientazioni sonore senza troppe seghe mentali, il divertimento personale non ha prezzo e in questo vogliamo essere ricchissimi! In più, mi piacciono i Beirut, Yan Tiersen, Nino Rota, Ivo Papasov, Tom Waits e molto etno world in genere... ascolta oggi e ascolta domani prima o poi qualcosa filtra nella tua musica... basta filtrarla con “educazione”.
Poi cambiano anche le esperienze, resta il teatrino Salento, ma se ti piace osservare noti che cambiano tante cose, pensa al clima per esempio! Cambia lui, figurati noi.
Il vostro rapporto con la musica ha un che di giocoso, ci spieghi questa immagine del circo?
A nostro avviso dovrebbero giocarci tutti con la musica, se ci si prende troppo sul serio anche con le sette note non ci resta che piangere Giocare ma con rispetto ovviamente, rispetto per la tua dignità di musicista ma principalmente per chi ti ascolta, soprattutto se suoni roba tua. Il circo invece lo interpretiamo un po’ come evasione dal frenetismo della vita attuale sempre più difficile sotto tutti i punti di vista, inoltre in forte contrapposizione al divertimento virtuale, cito Guitar Hero per esempio... poi il circo è vario, stilisticamente riconoscibile ma nonostante ciò rappresenta un contenitore di tante cose diverse, è nomade come lo siamo un po’ tutti ancor di più in quest’epoca, odora di “zingaro” e la cultura Rom mi affascina (addirittura volevo metterci un pezzo cantato in romanes nel disco ma poi...vabbhé...).
In questo album avete importanti collaborazioni, ce le racconti?
In questo disco hanno collaborato in molti, la selezione è stata basata su due principi fondamentali: il primo ovviamente riguarda la scelta degli strumenti che volevamo aggiungere; e poi un’attenta ricerca durante i concerti salentini per individuare appunto i personaggi che avrebbero potuto dare vibrazioni positive in relazione all’idea finale del disco. Ed ecco che la ricerca ha dato i suoi frutti. Dopo aver chiesto a tutti la collaborazione e dopo che tutti hanno accettato il cerchio si è chiuso col giusto entusiasmo, così abbiamo in questo disco con noi: Max Ingrosso e Max Ear per le percussioni, Marco Tuma per i flauti, Marco Landolfo voce baritono, Zara Veleno cori e sexy voice, Claudio Prima all’organetto diatonico e diabolico, Alessia Vantagiato Terragno voce in Prelude, Gabriele Saracino all’organo leslie... solo due artisti ci sono scappati per questioni di tempi, Cesare Dell’Anna e Mauro Tre ma una collaborazione con loro sarà inevitabile, il magnetismo tra i Muffx e questi due artisti folli c’è, e presto o tardi esploderà in qualche modo.
Un album, un immaginario, ma anche un’immagine, sono in preparazione due clip, ce ne parli?
Il divertimento impagabile nel girare il primo video clip realizzato nel 2007 non volevamo perdercelo neanche questa volta, perciò abbiamo deciso di ripristinare la vecchia squadra capitanata da Cristian Sabatelli, per questo nuovo capitolo della band si è deciso di girare con lui As the Foxes, un video clip tra il minimale e lo sperimentale davvero divertente! E poi Cristian sta ai Muffx come Morricone sta a Sergio Leone (ora l’ho sparata grossa!). In più, mandammo una copia del disco ad Edoardo Winspeare prima ancora del master definitivo, per vedere cosa ne pensava, in fondo gli spaccati di società che spesso lui mette in risalto nei suoi film non erano poi così distanti da quelli realmente vissuti da alcuni di noi e che volenti o nolenti trasudano dalle nostre canzoni... chissà ci siamo detti: magari qualche atmosfera di S.O. si potrebbe legare bene alle sue visioni, alla fine ci arrivò la telefonata, Winspeare aveva accettato la nostra umile proposta, il secondo video clip dell’album si avvarrà della sua regia. Bella storia. Sulla canzone scelta dal regista per ora tutto tace…
Credi ci sia più rabbia o alienazione in quello che fate?
Per questa domanda siamo andati alle votazioni, il responso è che: Amedeo e Cristiano sono arrabbiati con tutti per via della loro alienazione; io e Alberto siamo alienati da tutto perché sempre arrabbiati...
Intervista di
Osvaldo Piliego

Giuseppe Resta, tramite INFO- SALENTO , ma ancor prima con “Galatone in tasca”, pur se in poco spazio, ha tracciato l’antichissima storia di Galatone, non omettendo di testimoniare con foto artistico - figurative ciò che ancora esiste del nostro patrimonio monumentale. Avere l’opportunità di leggere cose buone sul nostro Paese, rispetto alle altre notizie sempre sconvolgenti in negativo, riportate nelle cronache locali, rappresenta uno stimolo a tutta una serie di approfondite indagini e curiosità nella ricerca indirizzata verso quei settori della cultura galatea, per riuscire a soddisfare le esigenze, dall’età più antica sino ai tempi moderni, di una continuità di esperienza che si è spezzata, facendo crollare tutti i punti di riferimento in comune. Sicuramente la fantasia può anche andare verso tutte quelle vicende economiche e sociali che, in uno dei tanti esercizi di esperienza dell’altro, si fondano su una doppia e simmetrica dimenticanza istituzionale di quello che si sarà e di quello che si è stati, nella propria arrogante assolutizzazione e nella mancanza di comunicazione. Le foto offerte e sapientemente scelte, con il variare delle tipologie, descrivono le arti degli uomini di ieri che hanno creato un paesaggio ordinato, al contrario di molti uomini di oggi che non hanno saputo conservarlo intatto, abbandonandolo, o peggio, inquinandolo e snaturandolo con le nuove case tinteggiate di colori innaturali, o peggio, uccidendolo e murandolo nel cemento, come è avvenuto in troppe zone della costa o nelle cinture moderne di tanti deliziosi luoghi.
Un monito, quindi, a conservare almeno ciò che resta o ciò che affiora in relazione alle alterne vicende di tanti secoli di storia e civiltà del nostro piccolo Paese. Una ulteriore occasione di conoscenza che consente di calcare il palcoscenico della storia con un confronto ben documentato e che dovrebbe essere opportunamente dibattuto. La storia è un modello continuo di attitudini formali e stilistiche, un orizzonte, dove i tumulti del presente, nelle proprie acerbe contraddizioni, possano spegnersi.
Il fenomeno della pirateria, pur essendo molto antico e pur avendo oggi tipologie e modi diversi per indicare illeciti, porta alla mente alcune teorie sociologiche che partono dal presupposto che il delinquente non sia un individuo isolato, quanto piuttosto un prodotto dell’ambiente in cui vive, per cui le cause del delitto vanno ricercate, anche e soprattutto, nelle influenze sociali o nell’anormalità della esistenza sociale. In realtà un messaggio politico i pirati, “di mare e di fame”, lo hanno già proclamato per bocca di chi sostiene che la pirateria nasce dalla necessità e per precise responsabilità nazionali ed internazionali.
La pirateria è un fenomeno ancora attuale che agisce con armi sofisticate pur usando le stesse tecniche di abbordaggio. Si attaccano navi mercantili disarmate e inoffensive e, in alcuni casi, si uccidono marinai per impossessarsi del carico.
Ora il sequestro di un rimorchiatore italiano, sta attirando l’attenzione su alcuni pirati della Somalia della quale non si parla molto, nonostante abbia tante tragedie e sia rimasta per più di quindici anni senza un governo, e senza che nessuno abbia controllato le sue acque territoriali che sono state invase da pescherecci di paesi industrializzati per farne un immondezzaio internazionale e un luogo di destinazione preferito per seppellire rifiuti tossici e nocivi.
La mancanza o la carenza di norme sociali può mai portare ad un coordinamento di mete culturali e dei mezzi istituzionalizzati? Sicuramente i pirati sono criminali, nemici della legge e dell’ordine, sono anche nemici del benessere e della nostra tranquillità, ma le loro immagini non corrispondono spesso alla realtà; non potrebbe pure esserci anche scarso interesse per il destino dei poveri, specialmente se sono negri, con una comunità internazionale che non ha alcuna influenza in Somalia e che da anni vive di riflesso le sole iniziative politiche americane? Così i sequestri continuano con ogni forma di abbordaggio e con navi che trasportano petrolio, armi ed altro, ove lo stimolo e le motivazioni restano connesse alle questioni socio-economiche ma anche psico-sociali che influenzano la dinamica di questo modo di sottrarre cose altrui per trarne un utile legato a motivi di povertà e al bisogno di ottenere altre soddisfazioni economiche.
La pirateria al largo della Somalia, attività che si va sempre più estendendo, potrebbe essere fermata o arginata con una stabile vigilanza e misure idonee di prevenzione e di sicurezza sulla terraferma, ma la questione, che ha le sue radici a terra, suggerirebbe ogni ed altro tentativo di ripristinare un controllo centrale diverso dall’attuale anarchia che perdura ormai da più di quindici anni.
Nella “comunità internazionale” si è pensato poco nel cercare di soccorrere quelle persone; per quel popolo di pescatori che hanno perso mare e pesce e la cui voce non ci è stata mai trasmessa appieno, tra le varie componenti dello spazio di vita, nello spazio sempre più stretto tra individuo ed ambiente, gli attacchi di pirateria rappresentano uno sbocco anche se, spesso, perpetrati in modo improvvisato e di scarso risultato ma con effetti pericolosi e con possibili sviluppi di tragedie che potrebbero andare molto al di là del puro e semplice impatto sugli scambi commerciali globali, attraverso le rotte di navigazione, e far diventare la Somalia una terra di nessuno.