Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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sabato, 30 maggio 2009

DISOCCUPATI E CASSAINTEGRATI

La relazione del Governatore di Bankitalia sollecita il Governo a sostenere la crescita economica per uscire dalla crisi con il minor danno possibile soprattutto per i meno abbienti ed in particolar modo per i disoccupati e cassaintegrati che si avvicinano ad essere intorno al 10%.

Da queste pagine, sin dal 22/aprile/’09,  nel mio articolo“Il peggio è passato?” : “Si può, con l’assunto fittizio della Confindustria “il peggio è passato”, pretendere l’allungamento dei periodi della cassa integrazione o alleggerimenti per chi decide di investire nuovi capitali senza interventi di politica economica che analizzino più da vicino una più equa distribuzione del reddito? Ed ancora il 6/marzo/’09 in un altro mio articolo “Banche ed imprese”: Sarebbe auspicabile quindi che banca ed impresa si avvicinassero per aprire al dialogo in modo nuovo con un cambiamento radicale culturale negli operatori bancari - che  guardano ormai poco alle relazioni personali ma molto ai documenti cartacei - e gli imprenditori, per riconsiderare questo rapporto con lo scopo di ragionare su una finanza d’impresa in chiave innovativa. Riconoscere, cioè, meglio gli strumenti esistenti sul mercato, usarli tutti e nel modo migliore per l’esigenze in quel momento di quell’impresa. Molto spesso l’innovazione non è altro che un’intelligente interazione tra banca ed impresa-cliente, da cui nasce o potrebbe nascere una sorta di soluzione innovativa per risolvere i problemi finanziari concreti che ha un’impresa.

Ora il Governatore di Bankitalia conferma la gravità della crisi, lanciando un appello a Governo e banche (…“con le imprese siate lungimiranti”..) perché facciano, ciascuno per la propria parte, il dovuto mestiere loro spettante senza attendere una crescita dell’economia spontanea, che pure è nelle cose, ma che intanto, senza adeguati e ponderati interventi, potrebbe, nella aspettativa inerte, farci morire un poco alla volta. Ancora il 3/aprile/’09 in un altro articolo dal titolo “G20 – legal standard?”, così recitavo: “L’economia mondiale, i Governi dei vari Paesi e gli operatori economici, a fronte della nuova realtà, necessitano di regole adeguate, di istituzioni in grado di sovrintendere al loro rispetto, di strategie adatte a fronteggiare le sfide e a cogliere opportunità. “Infatti ciò che non si riesce a decidere sono nuove regole in risposta alle emergenze in atto, un monitoraggio con la capacità ed un ruolo propositivo di far rispettare le decisioni o gli indirizzi statuiti”. (07 luglio 2008 con un articolo dal titolo “G8- la sfida planetaria”).

Problemi enormi quindi come debiti, disoccupazione, cassintegrati non si affrontano con i pannicelli caldi, ma con interventi di politica economica, organicamente intesi e coordinati, essendo ormai improcrastinabile il “dovere assoluto” di adempiere da parte di chi, spesso, ci governa in modo estemporaneo.

 

mercoledì, 27 maggio 2009

IRRITAZIONE POLITICA

 

Il nuovo clima politico e culturale rende possibile il dispiegarsi di fenomeni nuovi nella società civile e il profilarsi di nuovi orientamenti nel sistema della politica. Questo sistema politico è soggetto a continue pressioni in quanto è possibile realizzare intese costituite di volta in volta, o di momento in momento, non sui programmi stabiliti ma su accordi occasionali e quindi sulla possibilità continua di recedere dagli stessi con decisioni che hanno carattere distributivo e compensativo. Sono insieme conservatrici e progressiste. Entro un siffatto quadro politico è possibile comprendere perché l’orizzonte evolutivo del sistema è così frastagliato, e, in particolare perchè, accanto ad elementi arretrati, coesistono elementi che presentano una evoluzione strutturale così proiettata verso il futuro che, in particolari contingenze, può diventare rischiosa. Infatti mentre per alcuni ambiti di proposte  programmatiche relative a determinate innovazioni tecnologiche, capaci di produrre particolari effetti, è dato di rilevare una difficoltà evolutiva del sistema politico, per altri ambiti, invece esiste una estesa disponibilità, fornita da interventi economici europei, statuali, i quali però vengono furbescamente confusi e totalmente immunizzati dall’incontrollabile frastagliamento di competenze tra poteri centrali e poteri periferici. Sembra particolarmente difficile delineare costellazioni di interessi che non sono toccate da forma di tutela compensativa, così come sembra particolarmente difficile individuare, se non in relazione a determinate contingenze, costellazioni di interessi oggetto di disinteresse legislativo, e quindi di pericolosa trasgressione. Ora, c’è possibilità, liberandosi da atteggiamenti intellettuali o comunque etici - in quanto potrebbero essere riduttivi, o per converso potrebbero produrre l’illusione che si possono descrivere, al di fuori della politica, come fatti ed eventi sociali – di riuscire a risolvere il dilemma fra coscienza e ordine sociale oppure di pretendere di farlo senza ripetere formule astratte  e vuote, che mancano di qualsiasi concretezza?

Spentesi le ideologie, il potere di collaborazione sociale è diventato puramente residuale e solo scarsamente agisce come riferimento congruente dell’azione. I valori, come le ideologie, sono risorse sempre più scarse ma la protesta, nelle società complesse, deve diventare una funzione stabile per mirare alla continua rottura e riformulazioni delle regole del gioco; un rituale, però, che pur non essendo privo di obiettivi politici, non si traduca in interessi personali che degradando, prima o poi, troverebbero riconoscimento ma anche assorbimento. Il sistema politico continui pure a reagire con impazienza, irritazione e, non riuscendo a capire, sia impotente ad assorbire e canalizzare un agire ad esso non conforme che deve avere l’orgoglio di non lasciarsi afferrare e quindi nemmeno definire. Come cioè per l’azione sociale è diventato problematico orientare la propria carica di protesta contro il potere “sordo”, in quanto il problema resta quello di trovare e definire il “potere”, così per il potere resti il problema di captare e definire gli obiettivi della protesta e della opposizione. I risultati? Chi vivrà, vedrà.

lunedì, 25 maggio 2009

DA FERNANDO MAGLIO

Da Fernando Maglio ricevo e pubblico alcuni brani da appunti che, dopo aver letto, ritengo, siano sintomatici di situazioni di cui si soffre ancora oggi.  Più che partecipare, autonomamente, si aspetta che altri decidano per noi, pronti tuttavia a scaricare su questi altri gli errori, a deplorare con acuti accenti la subordinazione, ad ironizzare su deficienze e contraddizioni. Di questo male si soffre un po' tutti; ed è un bel modo, in fondo, per sentirsi assai poco responsabili di quanto accade. Certo, se smettessimo tutti di considerare gli altri i veri responsabili (senza riflettere che anche noi siamo poi "gli altri" per il nostro prossimo) e se ci assumessimo consapevolmente quella parte di responsabilità che ci spetta (senza volercela prendere tutta, perchè cadremmo nella presunzione), probabilmente, oltre che fare giusta professione di umiltà (una virtù oggi pressochè ignorata), raddrizzeremmo parecchie situazioni distorte. (Giuseppe D'Oria)

Da Appunti  sul periodo Rodelliano per UNITRE

 La piattaforma politica del galatonese degli anni rodelliani

“Pulitica”, “spitente” e “roba”

 

Il Galatonese, intriso di cultura classico-bizantino-cristiana, credeva, come abbiamo visto, nella dignità e libertà della persona, nella roba verghiana, nel localistico ”espediente”, agile intraprendenza, nell’ottimizzazione quantitativa dei  risultati.

Questo orientamento antropologico costituiva la sostanziale piattaforma dei programmi e delle scelte politiche, che, il “ forestiero” Sindaco dell’ottobre 1946 aveva metabolizzato e adottato per l’ indigeno “pachioco” e “fariseo” (assonanza con sciocco e “furese”, rustico).

Il corpo sociale era galvanizzato ed al classismo oligarchico, plutocratico e conformistico sostituiva l’interclassismo, sul fondamento della libertà e dignità della persona.

Il cittadino, blindato dalla (pulitica)“politica”, anteponeva, però, il soddisfacimento dei suoi bisogni individuali, restando insensibile o indifferente al funzionamento della macchina amministrativa, all’efficienza, all’efficacia degli interventi amministrativi, al pubblico bene.

Cercherà l’uomo forte che sappia, immedesimandosi, individuare i suoi bisogni palesi ed occulti, le attese, le speranze, private e sociali, individuali e generali, che sia il responsabile della gestione  con meriti e colpe da premiare o sanzionare con il voto.

Preferirà il leader politico non impegnato in attività economiche, più arbitro che giocatore, che garantisca e lasci libero sfogo alle spinte individuali o  soddisfaccia le richieste particolaristiche rivoltegli, essendo condonata l’attenuazione o inerzia programmatica e qualche umana imperfezione.

Il cittadino, ancora, per ovvio timore, non si esporrà durante il mandato del leader, pur registrando ed introiettando anche empaticamente e continuativamente ogni aspetto comportamentale, ma al termine, quando la passione, accumulata durante il quadriennio, sarebbe esplosa in orgie liberatrici e sanzionatorie delle delusioni subite o dei vantaggi percepiti.

Il galatonese premierà col voto il centro o la destra sociale, marginale essendo rimasta la sinistra tutta, come si ricava dai dati elettorali dal 1946 ad oggi.

 

 Presunzione ed inferno

 

Da buon greco al galatonese poteva attagliarsi il giudizio di B.Russell:

“ Non tutti i Greci, ma un gran numero di essi erano appassionati, infelici, in lotta con se stessi, condotti per una strada dall’intelletto e per un’altra dalle passioni, con un’immaginazione capace di concepire il paradiso e un’ostinata presunzione che crea l’inferno.”

L’inferno era tra galatonesi, il paradiso era assegnato al leader (Ndr).

 

 Passione e sanzione

La politica, di massima, era orgiastica e sanzionatoria, perché passionale e reazionaria.

Un ulteriore aiuto a comprendere il fenomeno proviene da B.Russell:

“L’orfismo, associazioni per il culto di Dioniso, credeva che l’ ”orgia”, considerata un sacramento,  purificasse l’anima del credente e la rendesse capace  di sfuggire al meccanismo della vita”.

 

 L’individualismo dissolvente

Sul disfacimento morale e materiale della società individualistica illumina il recente articolo di Beppe del Colle citando Padre Bartolomeo Sorge.

 “La diagnosi di Padre Sorge parte da una profezia di Giovanni Paolo II contenuta nella Enciclica “Centesimus annus” del 1° maggio 1991, commemorando la “Rerum novarum” di Leone XIII del (15 maggio) 1891: dopo la caduta del muro di Berlino (del 9 novembre 1989 ndr) e del comunismo,  ed il crollo del capitalismo neoliberista tanto evidente in questi mesi (mese di marzo 2009 ndr), alla “civiltà dell’amore” fondata sul Vangelo si è sostituita “l’inciviltà dei nazionalismi superati, degli egoismi eretti a sistema”.

Padre Sorge non ha dubbi: “l’imbarbarimento della situazione” è individuabile nel modo di trattare il maggiore e più pericoloso dei problemi italiani di oggi, il confronto con l’immigrazione, condizionato “ dalla paura diffusa e dal bisogno di sicurezza dei cittadini”; un modo “che non aiuta a risolvere il problema ma lo esaspera”. (Ndr.per i galatonesi del 1946 il problema maggiore, più pericoloso era il comunismo, oggi, 2009, l’arretramento socio-economico)

Di qui il resto di una vera e propria requisitoria: l’antipolitica diventata sistema, un presidenzialismo di fatto; una diminuzione del ruolo del Parlamento, un “pensiero unico” che nega alcuni principi fondamentali della Costituzione.”

Sulla questione  interviene Piero Ostellino con “Lo Stato canaglia”, Rizzoli, Milano, 2009.

 “Il liberalismo non è una dottrina - che dice agli individui quale  è il loro interesse e ne prescrive i comportamenti - ma la dottrina dei limiti del potere e della società aperta, all’interno della quale, ciascuno si presume sappia quale è il proprio interesse  e, di conseguenza, lo persegue in autonomia,  alla sola condizione  di non impedire agli altri di fare altrettanto. Il guaio è che  di liberalismo, nella vita pubblica degli italiani, non c’è traccia. E ci vorranno, forse, generazioni perché vi si affacci.”

Analoghe problematiche affronta Vittorio Emiliani nel libro “Vitelloni e Giacobini”, Donzelli, Milano, 2009.

L’ autore racconta di Voghera (1954)  immersa in un “blando sonno provinciale e semi rurale”, ma, dove, esisteva una borghesia  pronta a recepire e a far fermentare gli stimoli provenienti da élites intellettuali come quelle del Mondo di Pannunzio o di Comunità, il periodico fondato da Adriano Olivetti. Un’autobiografia che narra della formazione della classe dirigente del tempo nutrita e animata di cultura meritocratica.

Si tratta, ancora, del rapporto con il mondo e della interazione della classe dirigente con la realtà, senza paraocchi, miopia, chiusure. 

 

 Era una democrazia il rodellismo?

Un presidenzialismo ante litteram, non solo egemonia della maggioranza sulla minoranza politica, oltre le formali dichiarazioni rassicuranti e difensive.

 Le elezioni si svolgevano regolarmente con il voto segreto, libero e personale. I diritti politici della persona si attuavano con le periodiche votazioni; quelli civili e sociali erano “declamati” nell’assistenzialismo. Il Comune, allora ente autarchico ( non sempre autosufficiente), controllato dal Ministero dell’Interno, era sottoposto alla legge e alla giustizia civile, penale, amministrativa, contabile.

 

Nascerà una nuova cultura politica?

Nascerà una cultura in Galatone?

Dice il Foscolo:”…dal dì che nozze, tribunali ed are”. “E tu onore di pianto Ettore avrai ove fia santo e lagrimato il sangue per la Patria versato e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.

Galatone sembra lontana dalla civiltà della famiglia, della legalità, della memoria, sideralmente distante dalla “civiltà dell’amore”. Troverà almeno l’umanesimo?

L’invidia o il confronto civici con i paesi vicini più evoluti, ieri come oggi, prescindono dalle responsabilità del corpo elettorale, di ciascun elettore, prima di quelle degli eletti.

Noi galatonesi, tuttora, dissolviamo tutto con la critica demolitrice, erudita o perfida, nell’alienazione della retorica del ritorno o del cambiamento, retorica compiaciuta ed esibita, trascurando i segni dei tempi e il criterio unificante degli essenziali valori comuni. L’ ”autismo sociale” atavico è accresciuto dalla “continua interferenza della tecnologia nella vita quotidiana”.

L’innata ansia della Pasqua può, però, imboccare la via di una scelta  razionale e di una opzione democraticamente compiuta, sulla spinta della nostra spiccata e diffusa empatia e sulla convinzione della necessaria considerazione degli altri  per la solidità dei rapporti interpersonali (bisogna comportarsi da “inditori e ccattatori”, venditori e compratori insieme). 

Fernando Maglio

postato da: giusedoria alle ore 18:35 | link | commenti (2)
categorie: politiche culturali, affari umani, da fernando maglio

TAGLIO AI PARLAMENTARI

 

I parlamentari italiani sono “inutili e pletorici”. Così qualcuno ha definito gli onorevoli deputati e senatori della Repubblica che, se fossero ridotti nel numero, insieme con l’abolizione delle province, la riduzione di consiglieri comunali, regionali e dei membri dei consigli di amministrazione di società pubbliche o a partecipazione statale, potrebbero ridurre i costi della politica e tagliare gli sprechi. Si sta preparando quindi un premierato forte che accompagnato da devolution, Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari, riscriverebbe la seconda parte della carta costituzionale.
Con l'istituzione del Senato federale della Repubblica, quale Camera rappresentativa degli interessi del territorio e delle comunità locali, si supererebbe  anche l’attuale bicameralismo perfetto che rappresenta una inutile perdita di tempo.
Ci si può domandare peraltro se siano sufficienti soltanto strumenti tecnici e particolare procedure per ottenere dalle forze politiche in Parlamento un comportamento razionale, e non per questo meno incisivo e qualificato sotto il profilo politico, quando si tratta di delineare soprattutto l’uso delle pubbliche risorse e di esprimere le relative opzioni. Stabilire se questo sia o no un fatto positivo dipende dalle valutazioni che si fanno riguardo alla priorità degli interventi dello Stato nella società, ove il complessivo impatto delle scelte sull’economia accrescono le difficoltà nel promuovere maggiori o nuove iniziative contro le ingiustizie sociali del paese - non coinvolgendo i ricchi ai problemi dei quali si provvede con espedienti fiscali - procedendo con vecchie consuetudini di gonfiare gli stanziamenti su alcuni programmi popolari e magari demagogici, senza considerare se un uso alternativo degli stessi fondi aggiuntivi possa essere vantaggioso o se qualche altro programma debba subire un corrispondente taglio. Una necessaria azione per fare una seria politica economica, sulla scorta anche di alcune positive esperienze straniere, e non una mera e poco veritiera registrazione di contrastanti spinte settoriali, passa certamente per una programmazione coordinata ed armonica dell’erogazione della spesa tra i tanti e vari centri autonomi di gestione dei servizi pubblici in cui si articola il nostro ordinamento con una riforma che consenta alle Camere di avere un quadro globale e pluriennale delle previsioni di entrata e di spesa del settore pubblico integrato. La strada per conseguire questi obiettivi non è facile né breve; bisogna però decidersi ad imboccarla, magari attraverso provvedimenti graduali e parziali ma coerenti. La rappresentanza politica, di qualunque natura ed appartenenza, pur con il rischio di favorire le classi abbienti, tanto già avviene, potrebbe pure aumentare, ma senza stipendi, indennità, parcelle di vario tipo, laute pensioni che potrebbero, al contrario, essere sostituite con un semplice rimborso spese o indennità di missione, se… di missione si tratta !

 

 

venerdì, 22 maggio 2009

PROBLEMA POLITICO

 

 In questi giorni, molti interventi di candidati e pochi da parte dei cittadini, data l’imminente elezione di rappresentanti europei e locali, riguardano problemi che analizzano l’organizzazione dell’umana società e l’esercizio dei pubblici poteri; ma appare che essi siano ancora ancorati a soli motivi di reggimento politico senza chiedersi quali rapporti debbano intercorrere tra il cittadino e lo Stato; se quest’ultimo debba avere l’unico compito di tutelare diritti, se l’organizzazione statale debba risolvere in sé  ogni autonomia ed iniziativa dei cittadini o se ancora lo Stato debba esprimere l’unità organica di un popolo nel quale le iniziative individuali, promosse, tutelate, disciplinate dai poteri, locali, regionali, centrali, europei, siano rivolte concordemente e subordinate al vantaggio comune, e come ciò debba avvenire. Parlare di questi problemi, per ora, piuttosto che intendere come essi spezzino la discussione in altrettante problematiche esistenti, costituirebbe forse l’aspetto di un unico problema. Le prospettive particolari dell’unico grandioso edificio si può ammirare da infiniti punti di vista. Un panorama, lo stesso panorama, si presenta a mille spettatori da mille punti di vista diversi: impossibile a tutti essere nello stesso tempo in ogni punto osservato. Anche se si tratta dell’orizzonte infinito, questo non può essere visto se non puntualizzandosi nell’angustia di una pupilla, sìcchè tutti gli spettatori vedono tutto, ma quell’oggetto che per uno è vicino, per un altro è lontano, quello che per uno si presenta nitido in primo piano, per un altro sfuma in lontananza. Non esiste una sintesi allo stesso modo che non vi è visione del panorama se non da un punto di vista. Ma oltre il fine particolare che conseguiamo con ciascuna delle nostre azioni, delle enunciazioni programmatiche, spesso false, qual è il fine supremo a cui debbono essere rivolte tutte le nostre azioni solidali? E se tante energie ci appartengono, siamo incondizionatamente liberi di disporne, o non grava su di noi un’autorità che, senza costringerci, ci indica in quale modo dobbiamo agire? Esiste un obbligo, un dovere morale che, senza necessitarci, ci indica in qual modo dobbiamo agire? Discussioni su problemi di fondamento del dovere, di obblighi, di principi, di ideale non se ne ascoltano, anzi dal punto di vista estetico si osservano perturbazioni passionali, conoscenze che si basano su una o più sensazione empirica, rappresentazioni dovute a precedenti esperienze e conservate nella memoria, tante imitazioni con il fine di un parziale utile consenso, senza alcuna libera attività creatrice, nuova dell’impegno a produrre tesi valide ed idonee a darci speranze. Purtroppo una calma indifferente ma solo apparente, con la negazione di criteri di verità, sembra voglia annullare la conoscenza della dura realtà, nel suo vero essere, che potrebbe darci la possibilità di comportarci, rispetto ad essa, con una vera proficua serenità.

mercoledì, 20 maggio 2009

POLITICA E CULTURA

Da una recensione di Marco Revelli su “Politica e cultura” di Norberto Bobbio ricavo riflessioni riportando tratti salienti che forse vale la pena di leggere per rivolgere il pensiero verso problemi della nostra attuale realtà.

Se tutto il mondo fosse diviso, esattamente, in rossi e neri, mettendomi dalla parte dei neri sarei nemico dei rossi, mettendomi dalla parte dei rossi sarei nemico dei neri. Non potrei stare in alcun modo al di fuori degli uni e degli altri, perché - questa è l'ipotesi - essi occupano tutto il territorio. E, quando quell'ipotesi si avvera, il mestiere dell'intellettuale, che rifugge o dovrebbe rifuggire dalle alternative troppo nette, diventa difficile". Cosi scriveva Bobbio nel 1955, data della prima pubblicazione di “Politica e cultura”. Eppure, come illustra Franco Sbarberi nella sua introduzione, proprio negli anni Cinquanta, dominati da un'esasperata tensione politica e dalla guerra fredda, quella difficoltà fu affrontata da Bobbio all'insegna del dialogo.

"Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva". Tracce di una civiltà scomparsa... da cui trapela l'ostilità, feroce, verso l'uso profetico della parola, ma anche verso l'intellettuale intrattenitore, il commentatore di mestiere, il "tuttologo" improvvisatore e superficiale che infesta oggi le pagine dei nostri giornali.

L' intellettuale mediatore", dunque, nel senso di colui che si mette "in mezzo" (non "sopra", né "al di fuori"), tra le "persone", a contatto diretto con la vita collettiva, e con capacità di ascolto: "Prendere posizione non vuol dire parteggiare, ubbidire a degli ordini, opporre furore contro furore, vuol dire tender l'orecchio a tutte le voci che si levano dalla società in cui viviamo e non a quelle così seducenti che provengono dalla nostra pigrizia o dalla nostra paura". Ma "mediatore" anche in un altro senso, più vicino all'uso comune del termine: di colui che "media". Che anziché identificarsi con l'una delle parti in causa cerca di mettere a fuoco le possibili reciproche ragioni, e di distribuire equamente i torti, così da evitare il muro contro muro, lo scontro totale, le guerre "di civiltà", ragionando e non parteggiando.
Il secondo possibile registro di lettura, a uno strato più profondo del primo, è quello della libertà. È questo il vero nucleo teorico del libro. Politica e cultura è una lunga, articolata, complessa riflessione sul valore politico e sul concetto filosofico della libertà, rispetto a cui esemplare è il confronto con Roderigo di Castiglia (lo pseudonimo con cui Palmiro Togliatti firmava i suoi celebri e spesso polemici corsivi), entrato in campo relativamente tardi - alla fine del '54 -, con un intervento, tuttavia, destinato a dare al dibattito stesso un ruolo strategico. Un "duello" in punta di fioretto, assolutamente impensabile oggi (quale leader politico attuale potrebbe mai confrontarsi da pari, su questioni teoriche di questa portata, con un intellettuale raffinato come Bobbio?), e straordinariamente denso di implicazioni nel campo della politica come in quello della teoria.
"A noi non sembra che il problema della libertà sia così complicato, difficile e quasi impossibile a risolversi, come risulterebbe dallo scritto che vi ha dedicato recentemente Norberto Bobbio". E il passaggio immediatamente successivo, cortese - addirittura "amichevole" - nei toni, ma in cui, sotto il guanto di velluto si intuiscono gli artigli della tigre, e una vaga minaccia lasciata vibrare nell'aria: "Ci sembra invece che al Bobbio (...) si debba rivolgere l'amichevole ammonimento a non complicare il dibattito intorno alla libertà in modo tale e a non portarlo a tali conclusioni per cui, alla fine, si finisce per non trovarsi più dalla parte buona, si finisce per portare acqua, in ultima analisi, non al mulino della libertà ma a quello dei suoi nemici". E si legga, dall'altra parte, la replica di Bobbio, altrettanto cortese, e apparentemente (ma solo apparentemente) remissiva: "Credevo di aver contribuito a chiarire una questione alquanto oscura. Ed ecco che il mio interlocutore mi accusa di aver oscurato una questione perfettamente chiara".
A quello stesso obiettivo è finalizzata, d'altra parte, la sua teoria della democrazia , in quanto strumento procedurale finalizzato alla formulazione di decisioni collettive in modo incruento: contando le teste anziché tagliarle! E in questo scopo si sostanzia, in ultima analisi, il vero ruolo strategico “dell’intellettuale mediatore": colui che elaborando il linguaggio prepara la via alla neutralizzazione del conflitto con un lavoro profondo di "traduzione", di chiarificazione dei rispettivi lessici che sia anche (come ogni lavoro di "traduzione), capacità di calarsi nei reciproci "punti di vista", di "vedere" l'altro (di riconoscerne le possibili ragioni) e, insieme, di "vedersi" con gli occhi dell'altro (di riconoscere il proprio possibile torto) istituendo un meccanismo di reciprocità che è il prerequisito essenziale della convivenza.

Marco Revelli

 

lunedì, 18 maggio 2009

SALARI E PRODUTTIVITA’

 

Cosa farò da grande? Nella risposta che si può dare si condensano aspirazioni e vocazioni, competenze e capacità, istruzione ed esperienza ed anche un pizzico di fortuna. Dal lavoro dipende la fettina di torta che ogni anno produce l’intero sistema economico. L’OCSE riferisce che i salari italiani sono più bassi tra quelli del mondo industrializzato e ciò viene legato alla produttività che va diminuendo. Partendo da questo il ministro del Welfare ha proposto di cambiare il modello contrattuale e legare le retribuzioni ai risultati della produzione anche con la partecipazione dei lavoratori all’impresa e al suo azionariato. I Sindacati, intanto, sembra stiano passando lentamente da una posizione puramente contestativa a un ruolo interlocutorio e operativo, in grado di condizionare il consenso sociale e lo sviluppo economico, assumendo una connotazione più politica. La domanda chi mi pongo diventa allora: conviene iniziare dal lavoro per esaminare la domanda dei fattori produttivi oppure, tenendo presenti le leggi economiche, cominciare dai fattori produttivi per determinare i salari?  E’ vero che il capitale è tutto ciò che serve al lavoro per aumentare la produzione come i macchinari, attrezzature, capannoni, uffici, apparecchiature, ma è altrettanto vero che il lavoro viene prima del capitale e che questo è solo frutto del lavoro. Sebbene il salario, come qualunque altro prezzo, debba sottostare alle leggi della domanda e dell’offerta, non va mai dimenticato che il lavoro è fornito da persone, con diritti e aspirazioni che vanno tutelati ed assecondati. Indubbiamente per ottenere un prodotto di qualità servono macchinari sofisticati, una perfetta organizzazione aziendale, una ricerca continua di nuovi miglioramenti e, di conseguenza, lavoratori preparati e motivati ad ottenere il miglior risultato possibile; è necessario che non si dia adito a ragioni di ingiustizia nel trattamento relativo dei diversi lavoratori, dato che questo ridurrebbe l’efficienza della squadra, ma sarebbe pure giusto che la partecipazione dei fattori ai processi produttivi venisse ricompensata attraverso la distribuzione delle fette di quella “torta”. Altre forme di coinvolgimento dei lavoratori alla vita della azienda, quali la cogestione e la partecipazione agli utili, nella realtà italiana sono ancora poco attuate, a differenza, invece, di altre realtà europee, nelle quali queste soluzioni fondate sul superamento del conflitto, sono apparse proponibili e realizzabili. Se la recessione e il ristagno economico hanno ripercussioni negative sui salari e sull’occupazione, se per adeguarsi alle nuove realtà produttive i costi sociali diventano rilevanti, sarebbe necessario che le istituzioni democratiche tendessero ad evolversi nel dare una nuova connotazione ai sistemi, soprattutto pensando ad una funzione redistributiva che gli Stati dovrebbero assolvere modificando le categorie tradizionali dei salari, dei profitti e delle rendite.

sabato, 16 maggio 2009

L'ECONOMIA E' MALATA

  

Da quando l’Istat effettua le rilevazioni trimestrali, il PIL (Prodotto Interno Lordo) non ha mai subito, variazione su base annua, pari a -5,9% ; è il dato peggiore dal 1980 che ha smentito ogni previsione fatta in precedenza. In questo periodo, tutte le variabili economiche hanno un andamento depresso e le aspettative degli operatori economici, inoltre, sono negative per cui si assiste a un ristagno degli investimenti, al fallimento di molte imprese deboli e all’aumento della disoccupazione. Il sistema economico sembra crescere in continuazione ma si ammala periodicamente in quanto è legato a milioni di decisioni prese da individui, coordinati dal mercato, con il suo corpo che funziona meno di quanto potrebbe a causa di leggi e istituzioni che ne ostacolano l’assestamento. Lo squilibrio tra risparmi ed investimenti, l’instabilità monetaria e la disoccupazione, concentrata soprattutto nel Mezzogiorno, sono le principali malattie che stanno logorando il tessuto sociale. Inoltre le vecchie e nuove povertà, la diseguaglianza sociale hanno a che fare con il funzionamento dell’economia che, in questi ultimi tempi, vorrebbe premiare l’efficienza più che l’equità producendo una società diseguale che crea sempre più divisioni e situazioni insostenibili le quali, oltre a essere moralmente inaccettabili, finiscono per ostacolare il funzionamento dell’economia e riducono il benessere collettivo. La spesa per gli investimenti, pur essendo per sua natura variabile, dipenda anche dalle condizioni creditizie, e se il PIL subisce contrazione è facile prevedere che esso inciderà negativamente sugli investimenti facendo coincidere insieme disoccupazione ed inflazione con ostacoli enormi al mercato del lavoro che non è in grado di utilizzare appieno le persone disponibili a lavorare, con maggiori difficoltà a prevenire quegli scompensi che sono connaturati al modo di essere dell’economia. E’ necessario quindi un “mettersi d’accordo” per distribuire equamente i prodotti senza scatenare quell’amara contesa sociale che corre il rischio di innescare altri guai. Si tratta di sedersi attorno al tavolo, rappresentanti dei lavoratori, degli imprenditori e dello Stato per elaborare regole idonee a distribuire la “torta” che, divisa male, può intaccare la stabilità economica, sia causando inflazione, sia agendo in maniera più diretta con scioperi o addirittura chiusura di fabbriche. A livello di intero sistema o di singolo attore, sia Stato, sia impresa, sia famiglia, i virus economici stanno colpendo ciascuno di noi con malattie serie che non essendo stati in grado di prevenire con terapie semplici e con un idoneo vaccino ora diventano curabili con medicine da cavallo, sperando che i rimedi non siano peggiori dei mali e che  la perdita di benessere non riguardi solo i già cagionevoli ma tutti, in ragione delle proprie sostanze, per una nuova stagione di crescita.

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì, 14 maggio 2009

FLUSSI MIGRATORI

 

Respingere l'immigrato clandestino non viola il diritto internazionale. Credo, però, che non si possa essere convinti della validità e del senso contenuto nel Ddl sicurezza che, approvato alla Camera, viene portato avanti con voto di fiducia sui maxi emendamenti del governo. Ad uno sguardo, sia pure estremamente sommario, della ricerca e della definizione del termine “respingimento” si può notare come non si può prescindere, dalla nozione, sia pur vaga, di ciò che è bene e ciò che è male, e delle relative “ragioni” per cui e grazie alle quali è possibile tale distinzione. Scelte politiche fortemente criticate

dall'Onu e dalla Ue con un tema importante, quello dell’integrazione, che da questo provvedimento viene escluso, in quanto il pacchetto sicurezza non ne parla e non avrà gli effetti propri di una società che vuole essere integrata.

Dobbiamo, come nel mondo antico, riporre ogni bene e ogni diritto nella Natura, per cui si nasce liberi o schiavi, e si è destinati dagli Dei a governare comandare, oppure ad obbedire e a subire, senza il diritto di protesta alcuna, il predominio dei forti? Si nasce, quindi, o forti o deboli, o ricchi o poveri, o virtuosi o meschini, senza speranza di alternativa di sorta? Dalle vicende tragiche di immigrazione e tutt’altro che ispirate a principi umanitari, abbiamo dimenticato la fame e la voglia di migliorare la propria vita degli italiani che emigravano ieri e che erano simili a quelle di molti migranti che vengono da noi oggi?

E’ vero che da un punto di vista politico l'immigrazione clandestina va a toccare una serie di questioni sociali come l'economia, il welfare state, l'istruzione, l'assistenza sanitaria, la schiavitù, la prostituzione, le protezioni giuridiche, il diritto di voto, i servizi pubblici, e i diritti umani; ma non hanno ragioni valide i tiranni dei nostri tempi, per giustificare se stessi e il loro strapotere quando si decide, su problemi così delicati, a colpi di voti di fiducia, cioè con discussione sommaria. “Vogliamo credere che non si tratti già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ce ne sono, e talora anche allarmi, che occorre saper elaborare in vista di risposte sempre civili, per le quali il pubblico dibattito deve lasciar spazio alla ricerca di rimedi sempre compatibili con la nostra civiltà”. ( Cardinale Bagnasco).

Di fronte all'arrivo di nuovi irregolari il presidente della Cei chiede dunque "risposte", "accordi di cooperazione" per portare "alla legalità situazioni irregolari", "integrazione sociale" e accoglienza delle "domande di ricongiunzione familiare".
Ora la cultura è anche insieme di modelli normativi condivisi dai membri della società, i quali servono a regolarne la condotta e sono accompagnati da sanzioni certe nel caso che la condotta non vi si conformi.

Se un clandestino espulso ritorna e scatta l’arresto e se la sentenza arriva immediata, viene condannato. Dopo poco rimesso in libertà. Se viene di nuovo acciuffato con processi che, in questo caso, funzionano come catene di montaggio, verrebbe subito dopo rimesso in libertà. Con un principio: “ne bis in idem”, cioè non si può giudicare due volte una persona per lo stesso reato.

 La verità è che, in tutto questo bailamme positivistico chi ha partecipato e partecipa, esprimendo poi un’ansia profonda del positivismo di maniera, esprime utilità che scaturiscono da calcoli aritmetici con cui si misura la quantità di piacere e la quantità di dolore, che possono derivare da ogni azione e decidersi a favore dell’azione solo se la bilancia è a favore del piacere, altrimenti è da evitarsi. Bellissima morale che, come si può notare, è buona per tutti i cinici e gli opportunisti di questo mondo!!!

 

 

 

 

 

mercoledì, 13 maggio 2009

LA MAGGIORANZA CONTRARIA

mappa centrali nucleari

L'atomo non scalda gli italiani
la maggioranza resta contraria.

Un sondaggio Eurispes rivela che il 45,75% della popolazione non vuole il ritorno del nucleare: "Pericoloso e non risolve".
Il Rapporto Eurispes ha sondato poi anche la percezione degli italiani sulle problematiche ambientali in generale. Stando alle risposte fornite dal campione intervistato, l'emergenza numero 1 è quella dei rifiuti, con il 30,8% delle segnalazioni. Le preoccupazioni immediatamente successive sono quelle legate al riscaldamento globale (24,8%), l'inquinamento atmosferico (19,9%) e questione energetica (16,4%).

Con il sostegno del presidente Sarkozy - denuncia Greenpeace - Edf, la società che gestisce tutti i reattori nucleari in Francia, sta aggressivamente promuovendo la tecnologia nucleare in tutto il mondo. Tuttavia, la proliferazione delle centrali nucleari significa minore trasparenza nel dibattito energetico".
Intervistato dal quotidiano britannico Guardian, Jadot, che nel frattempo è passato alla politica candidandosi alle prossime elezioni europee nelle file dei Verdi, ha detto di non aver mai sospettato di essere spiato. "E' scioccante che un'azienda statale si sia avvalsa di ex agenti dei servizi segreti per spiare un gruppo ambientalista - ha detto - ma dubito che abbia potuto fare tutto un solo hacker".

Penso che sia oramai tempo di sdrammatizzare l'entità del problema ed il conseguente clima che si sta creando nuovamente, ricordando, a tal proposito, che la Cassazione a sezioni unite da tempo ha affermato che il bene della salute deve essere assicurato all'uomo incondizionatamente come uno ed anzi il primo dei diritti fondamentali anche nei confronti dell'Autorità Pubblica, cui è negato il potere di disporre di esso. Da ciò deriva che nel settore dei diritti primari - come quello dell'ambiente - l'intervento del giudice potrà anche determinare una contrapposizione al potere della Pubblica Amministrazione, senza che ciò debba necessariamente essere inteso come patologia del sistema e non piuttosto fisiologico all'impianto costituzionale. Non si tratta di mettere in discussione il ruolo della politica sulle scelte e sugli indirizzi fondamentali dell'economia e della produzione che sono e debbono restare di competenza dell'Esecutivo; ma resta la necessità ineludibile che tali scelte risultino conformi ai principi fondamentali ed insuperabili della Costituzione.

Nucleare, via libera
del Senato

il governo ha 6 mesi
per scegliere i siti



Centrali in Puglia, Sardegna e Piemonte
contro i rischi di terremoti e inondazioni

www.bachecadigalatone.splinder.com

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martedì, 12 maggio 2009

L'ISTINTO DI CONOSCERE

 

Ciascuno di noi, da sempre, è preso dalla febbre di conoscere ed agire: di conoscere per agire e di agire per conoscere. La società diviene palestra in cui l’intelligenza si esercita e si irrobustisce. Ma la curiosità, che è radicale, può accontentarsi di una o molte risposte per poterla soddisfare? Oppure alcune risposte, in particolar modo quelle date dai rappresentanti politici di turno che non sono coerenti tra loro e riunite assieme non soddisfano appieno, ci accontentano? Non basta aver esplorato un solo cantuccio del proprio ambiente per potersi insediare tranquillamente, quando tutto intorno è tenebra o malefica furbizia. Così credo che, dovendo percorrere un tratto di strada, dovremmo sentire l’esigenza di esplorare la carta geografica politica non solo per un tratto determinato, ma tutta la regione circostante, allo scopo di conoscere le asperità del percorso per orientarsi ad abbracciare, con uno sguardo più allargato, il panorama di un’intera mappa. In occasioni di chiamate in causa elettoralistiche, sempre importanti, si dovrebbero affacciare alla nostra mente le eterne domande: chi votare, che cosa rappresentiamo noi, dove dobbiamo arrivare, quale valore ha l’umana ragione, quali programmi scegliere. Invece penso, con tristezza, che spesso ci appaghiamo di qualche notizia frammentaria e superficiale senza toccare il fondo delle cose, non adempiendo ad una conoscenza organica e sistematica sul tutto. Purtroppo altri interessi ci tengono impegnati e ci lasciamo andare, con preparazione effimera, verso l’esercizio di attività generali politiche e sociali che, oltre i problemi particolari, se avessimo maggiore contezza, potremmo arricchire con il patrimonio di approfondite conoscenze per acquistare chiara consapevolezza delle ragioni del nostro voto, della nostra destinazione e di quella dei problemi che, prima o poi comunque, ci coinvolgeranno. Approfondire simili argomenti per arricchire la personalità umana, così come tutti i compiti particolari che ciascuno di noi è chiamato nella pratica quotidiana, dovrebbe illuminarci per dirigere il limpido sguardo verso mete lontane e spingersi in alto. Ma questo sforzo per trarre alla luce tutto se stesso, per conquistare non solo il potere della propria personalità ma per possedersi interamente, mi sembra che spesso si vada perdendo nelle forme più incompiute, senza capacità di coordinare risultati e d’interpretarli per trarne risposte coerenti sul significato dell’espressione del voto e della sua importanza che non sarebbe insignificante o impotente solo che volessimo profondamente intendere come si stanno formulando i vari problemi e come vorremmo fossero risolti. Ogni conquista non può escludere l’impiego di un mezzo necessario che è il pensiero perché, col proporselo, s’intende giudicare  criticamente per osservare ogni fatto particolare, per conseguire scopi, per raggiungere la verità. Pensiamoci perché tra noi e il mondo esterno non si frappongano i sensi che talvolta ci ingannano o variamente rifrangono l’oggetto che porge a noi un’immagine alterata, fatta pure di eterne illusioni che lasciano fuori la realtà vera.

giovedì, 07 maggio 2009

ESERCIZIO DI POTERE

Tutti noi dovremmo fare politica non per avere potere, fine a se stesso, ma per avere credenze comuni da diffondere senza le quali non vi può essere società stabile. Chi ha il potere, invece, dovrebbe sapere quello che vuole e quello che vuol fare per portare a compimento e compiutamente i suoi progetti non perché è padrone di qualcosa bensì rappresentante che, in nome e per conto di altri o in nome proprio e per conto altrui, riesce a portare a termine degnamente il mandato ricevuto. Intanto chi ha potere cerca di conservarlo staticamente, diventa duro e a volte crudele, non fa fare ad altri per paura di essere messo in secondo piano, detiene la sua poltrona per poter vivere di rendita cui stare saldamente aggrappato. Invece che cercare di convincere gli altri a portare avanti, insieme con le sue idee, progetti e programmi, fa in modo che la propria gestione personalistica diventi sempre più potente per far ubbidire altri al proprio comando. In altri termini la potenza del potere diventa statica, passiva e non dinamica, sino a diventare monopolio del potere. Ma questo modo di esercitare potere non è certo, come pure è stato, capacità di amministrare, capacità di dirigere, di trasformare, aumentare, sviluppare, innovare. Non si è innovatori e non si riesce nemmeno, come potere amministrativo, a comporre i diversi interessi che pure hanno rappresentato la spinta che ha fatto eleggere qualcuno. Se poi si considera un altro aspetto che riguarda le conoscenze di chi esercita potestà, viene fuori che sempre più carente è la capacità di discutere ed approfondire determinate questioni mancando in effetti una appropriata preparazione che non si è mai acquisita né si è avuto il desiderio, quanto meno per dignità personale, di far risuonare le ragioni per cui si doveva pensare alla necessità di un centro di formazione politica. Quindi si è diffusa, ormai, una potenza di resistere al comando politico senza che questo possa rappresentare un effettivo potere accompagnato, peraltro, da teorie “decisionistiche” approssimative che risultano essere fallimentari. Le scorciatoie di tipo ideologico alla caccia di identità assolutamente perdute ci pone di fronte al problema di come costruire nuovi sistemi di rappresentanza che possano di nuovo in qualche modo coniugare la dimensione della potestà con quella di autorevolezza nelle conoscenze, nelle decisioni, nei progetti. E questo diventa un vero, grande problema per risolvere e trovare il modo attraverso cui le procedure attuali di rappresentanza possano essere proiettate verso un potere che sia veramente autorevole, riconosciuto ed apprezzato.

 

 

 

 

martedì, 05 maggio 2009

VESPA "GRANDE VALORE"

vespa

Il campo, forse, dove si può anche apprezzare un grande interesse dei giovani ma anche un segno di tramonto nostalgico per alcuni anziani, è la mitica “Vespa”, quella con cambio marce al manubrio e freno a pedale, clone della vecchia PX che, integralmente, sta arrivando dalla produzione in India.

Si parte alla vecchia maniera con un colpo di piede alla pedivella che ti permette di non avere i problemi della tecnologia elettronica che può far dannare, creando molti fastidi e costosi controlli. Il fascino che ancora questa due ruote esercita è, oggi, in contraddizione con lo stato sociale in cui essa maturò, la cui condizione non può più ritornare ma che, nel ricordo, rappresenta i momenti belli di gioventù che gravitavano, come la vespa, intorno a modi semplici e rispettabili di un periodo di vita.

Può un uomo, nel ricordo di ciò che ha rappresentato un mezzo di locomozione che rivive, tornare anch’egli fanciullo? No altrimenti diviene puerile ma, con la memoria della sua natura infantile, del carattere proprio di ogni epoca, rivive, in una verità naturale, un momento bello del suo sviluppo, godendo, sia pure per attimi, di un fascino eterno come stadio che più non ritorna.

Allora un colpo di piede e via per evadere ancora, stando a quanto si assiste, dai termini dei discorsi quotidiani dei singoli e dei gruppi, degli strumenti di opinione pubblica e dei mezzi di informazione alterata, della presentazione degli interessi collettivi e delle esigenze della competitività che si aggirano pedantemente, con aspetti tecnologici ed economici, sui problemi di reddito e di consumi, sulla ricerca di un benessere il più dilatato possibile, sulla piena soddisfazione individuale, sul divertimento fondato sulla distruttiva esasperazione. Che almeno la “Vespa” da acquistare o da conservare per chi già la possiede, sia e rappresenti appiglio e momento di una nuova ristrutturazione dei rapporti che comporti, come una volta, piena facoltà di scelta autonoma d’azione e di movimenti quale quella postulata dai principi di libertà  nelle aree non più nazionali ma soprannazionali o continentali.

 

postato da: giusedoria alle ore 11:50 | link | commenti (7)
categorie: ricreative e sportive, vespa grande valore