Ho tentato anche oggi di inviare un messaggio ad un qualche componente la Pubblica Amministrazione di questa Città del seguente tenore: " Ma non sarebbe opportuno sforzarsi di trovare un sito di deposito provvisorio per alcuni rifiuti invece che lasciarli per il centro o per le vie?"
Come avviene da tempo non riesci a trovare il modo per inserirti con il linguaggio “informatichese" in questa città "poco cablata”. Ho deciso, come sfogo, di chiedere aiuto a linea amica inviando il seguente messaggio. Sarà forse la volta buona?
Data: 30/06/2009 17.31.30
Oggetto: Servizio Linea Amica
Grazie per aver contattato Linea Amica.
La esigenza da Lei prospettata sarà lavorata entro le prossime 24/48 ore in base ai carichi di lavoro e, qualora necessario, Lei potrà essere contattato via e-mail e/o telefono dai nostri esperti ai riferimenti indicati.
Per consentirLe una verifica le trasmettiamo nel seguito il contenuto da lei sottoposto:
D'Oria Giuseppe
Galatone (LE - Lecce)
testo domanda:
E' da tempo immemorabile che il sito del Comune di Galatone (Le), alla voce "contattaci", non funziona. Non si riesce ad inviare messaggi di partecipazione e di intervento attivo costruttivo al sindaco o ad altri componenti la giunta o verso burocrati, pur essendo previsti. Avendo, più volte, informato del problema alcuni addetti comunali (direttore generale, URP,) tutto scorre come prima in modo negativo. Pertanto di fronte ad alcuni disservizi che presenta il sito web di questo Città che dovrebbe rappresentare il nuovo, globale modo di gestire la vita e di mutare l'organizzazione degli uffici, come si può offrire opportunità di dialogo per una necessaria diffusione di notizie e valutazioni, con un pubblico che crede al rapporto costruttivo tra ente locale e cittadinanza, anche in tempi di sfiducia verso le istituzioni e disaffezione alla vita politico-amministrativa? Grazie del Vs. intervento. Giuseppe D'Oria
Le ricordiamo infine che può contattare Linea Amica anche al numero verde 803.001 oppure al numero 06.82.88.81 (per chiamate da cellulari, alla tariffa urbana della città di Roma), attivi dalle ore 9 alle 17 dal lunedì al venerdì
Se vuole può lasciare una sua valutazione del servizio Linea Amica utilizzando questo link: Pagina Valutazione Linea Amica
I dati da Lei forniti nell'ambito del servizio di contact center Linea Amica, saranno trattati, dal Formez - Centro di Formazione Studi, società in-house del Dipartimento della Funzione Pubblica (DFP), nel pieno rispetto della normativa in materia di privacy, Dlg 196/2003. Può visionare l'informativa completa sul sito internet www.lineaamica.gov.it
ATTENZIONE: QUESTO E' UN MESSAGGIO INVIATO AUTOMATICAMENTE PER OGNI SEGNALAZIONE O RICHIESTA DI INFORMAZIONE NON RISPONDERE A QUESTA EMAIL MA UTILIZZARE NUOVAMENTE IL MODULO PRESENTE SUL SITO www.lineaamica.gov.it
Ai nuovi amministratori del Sud che di recente eletti si accingono a governare sicuramente con buona volontà ed entusiasmo, va posta una riflessione profonda sugli insuccessi delle politiche implementate negli ultimi quindici anni il cui paradigma di riferimento è stato esattamente quel laisser faire sottoposto oggi a forti critiche da parte non solo dei suoi oppositori ma anche della grande stampa finanziaria anglosassone che l’aveva promosso grandemente nel mondo, per indurre ad una retrospettiva critica sulle azioni del Governo centrale e locale alla luce dei terremoti finanziari, economici e politici in atto a livello interplanetario.
Ci troviamo al cospetto di una sequenza di previsioni e proposte tutte centrate su un impianto concettuale liberista e tutte più o meno disattese e deludenti. Si pensi alla continua esaltazione degli effetti benefici per il Mezzogiorno della tanto declamata unificazione monetaria e dell’apertura dei mercati. E’ ormai evidente che non si è stati capaci di mettere in atto politiche di “vantaggi comparati” e, anziché aiutare il rilancio del Mezzogiorno, si registra, al contrario, un inasprimento degli squilibri regionali sull’intera scala europea. Le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro che avrebbero dovuto favorire i lavoratori meridionali hanno avuto, invece, effetti analiticamente indeterminati sull’occupazione, che non hanno minimamente arrestato le emigrazioni verso il Nord e hanno generato una grave depressione salariale. Ed esaminando le politiche di privatizzazione e liberalizzazione nel settore bancario ci si accorge che hanno fatto del Mezzogiorno l’unica grande regione d’Europa priva di un proprio sistema bancario, senza che il ricarico che ogni banca decide di aggiungere al tasso di base, tra i tassi praticati agli imprenditori meridionali, si riducesse.
Ed ancora, pensiamo più in generale alle privatizzazioni, sulle quali oggi – con i paesi propugnatori del liberismo che rispondono alle crisi a furia di nazionalizzazioni – bisognerà mettere in atto qualche seria considerazione. Politiche sostenute dalla retorica del “piccolo è bello” e delle “vocazioni locali” ( vocazioni a “morir di fame”) che in realtà hanno fatto del Mezzogiorno un’area sussidiata ed assistita come da sempre è stata. E per finire una attenta analisi sulle questioni in atto riguardanti il federalismo fiscale che potrebbe provocare conseguenze per il Mezzogiorno degne di gravissime preoccupazioni.
In definitiva, una visione strategica di nuove proposte di politica economica, dopo i tanti fallimenti di scelte per il Mezzogiorno, s’impone per un ripensamento delle decisioni delle amministrazioni locali nel rapporto con gli esecutivi centrali ed europei. I comportamenti, gli atteggiamenti, i metodi di lavoro, le relazioni personali e tutto il sistema sociale inoltre dipendono dall’applicazione o meno della moralità. Per salvaguardare i diritti è necessario rispettare i doveri e quindi le “regole”con una formazione che deve basarsi sull’educazione a comportamenti responsabili e sulla corretta informazione. Una presa di coscienza collettiva della seria necessità di inventare e sperimentare nuovi modelli progettuali e di utilizzare nuovi strumenti volti a favorire una crescita evolutiva delle giovani generazioni, si impone, in quanto esse dovranno affrontare problemi sempre più pressanti che colpiscono l’intero pianeta.
HO RICEVUTO e con piacere pubblico alcune valide considerazioni di Fernando Maglio che, ospite gradito di questo blog, dimostra di essere eccellente narratore di vita e di storia i cui avvenimenti, passati e recenti, agitano i pensieri e i sentimenti. Con la sua fantasia, nutrita di esperienza personale metodicamente disciplinata, nella trasmissione del documento, scherzosamente, così ha firmato: “Fernando Maglio vecchio e sordo, non sordido”. L’analisi che segue ci fa capire come un certo tipo di società, quella in cui stiamo vivendo, ha molti lati positivi ma pure tanti limiti, difetti, disvalori anche se niente ci impedisce di prefigurare un nuovo modello sociale, se non proprio perfetto, certo migliore di quello attuale. Con quale criterio? Quello sicuramente del “bene comune” da intendersi non in modo statico ed empirico come la somma aritmetica dei beni delle singole persone, quanto piuttosto in una forma dinamica, e cioè come l’insieme di tutte quelle condizioni che assicurano il massimo sviluppo possibile della personalità di tutti i cittadini. Non meno importante del primo una nuova entrata nel “regno dei valori e degli ideali”, soprattutto ad opera dei giovani la cui educazione, come richiamata dalla “Gaudium et spes”, “di qualsiasi origine sociale, deve essere impostata in modo da suscitare uomini e donne, non tanto raffinati intellettualmente ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo”.
Giuseppe D’Oria
De profundis ……i risultati elettorali 2009
Avendo io affievolito, se non esaurito, il diritto di cittadinanza attiva mi permetto di interloquire, da lontano, nella complicata e complessa situazione locale e generale.
Un primo sforzo da compiere è la lettura dei segni de tempi, sulle o tra le righe, per trarre le conseguenti valutazioni e proporre le opportune soluzioni.
E’ una norma anch’essa vecchia, come me, ma, poco attuata o dimenticata, pur insegnata, sin dal 1961, da un maestro eccezionale, Giovanni XXIII, che precorreva la società dell’apparenza e vi anteponeva la umile adesione ai processi storici i quali, camminando, fanno smarrire colui che manchi del necessario impegno interpretativo ed orientativo.
Questa aurea direttiva dovrebbe guidare l’operatore sociale che all’onestà intellettuale unisce la congruenza delle proposte.
Nel merito, ritengo che il cittadino, singolo od associato, sia, pericolosamente, stanco e scettico verso i suoi rappresentanti, che hanno rincorso, fin qui, i cosiddetti inciuci, per il mero potere, nel mentre concorrevano a decomporre e frantumare la solida base sociale, che, pur, si rinnovava.
La pluralità delle posizioni non è ricomposta nell’unità, essendo teorizzati il separatismo e l’autoreferenzialità, al posto della confluenza della molteplice ricchezza della vita individuale, associata e di gruppo, nell’alveo dello spirito di servizio e del bene comune.
Uno strumento ambiguo, poi, è la comunicazione quando ignora che il cittadino è smaliziato, da sempre, nel giudizio sul potere, che può subire, ma non amare. Ciascuno di noi, molto pianamente, parte, principalmente, dal proprio piccolo ed estende la sua osservazione all’intero ambiente, che lo circonda, sottraendosi all’assillo tecnologico e mediatico e formulando, in crescente autonomia, i criteri e i voti ai suoi esponenti.
E’ venuta meno, ancora, con l’operosità, la regola della moralità pubblica e privata, come i tempi moderni oppongono al comune osservatore.
Se vedo bene, qui, si cerca la via di uscita, all’oscurità incombente, negli accordi di vertice, sul presupposto della transumanza delle pecore al comando del leader.
Il ricambio delle menti e degli esponenti, al contrario, abbisogna, non di illusionistiche ed illudenti improvvisazioni verticistiche o di collettivi plebisciti, ma del tesoro delle esperienze vissute, della convinta “follia” del nuovo, con la posposizione dei propri orgoglio ed interesse.
Un’ ulteriore precauzione mi sovviene: ci face pane e cofani ndi sbaglia. All’errore, che è una componente individuale e sociale, sia nell’elezione del c.d. delegato, sia nella gestione, deve sovvenire la forza della organizzata correzione democratica, di base, e della priorità del bene pubblico.
I popoli di antica consuetudine democratica licenziano gli sconfitti o comunque limitano i mandati governativi elettivi, per il ricambio, ma, soprattutto, per l’eliminazione delle incrostazioni e dell’accumulo delle scorie intossicanti.
Tutto bene? Resistenza alle tentazioni del potere, anche tecnologico, del denaro e dell’escort (omo e bisex), come oggi si dice.
Sub lege libertas, per chiudere con il latinorum.
Fernando Maglio

La scuola e gli studi per ciascuno di noi non sono stati che una fase, episodi di quel processo educativo a cui si è impresso un moto accelerato. Nei primi giochi infantili – non ozioso passatempo, ma palestra di energie fisiche ed intellettuali – nella consuetudine con familiari ed amici, nella suggestione irresistibile dell’esempio, nello spettacolo triste e lieto della vita quotidiana, nella contemplazione delle bellezze naturali, abbiamo ricevuto stimoli che hanno promosso, o a volte ritardato, la nostra educazione. Quando da alunni siamo rientrati in classe per la prima lezione del mattino non eravamo gli stessi che il maestro aveva salutato il giorno avanti e tanto meno quelli che si riprendono all’inizio del nuovo anno essendo intanto cambiate le cognizioni, gli stessi desideri con cui fummo lasciati pochi mesi prima, al termine dell’anno precedente: perché su di noi agiva nel frattempo la scuola della vita, talora più efficace della vita di scuola. Né l’educazione si estende solo alla fanciullezza e alla giovinezza, quantunque in queste età più pronto sia l’apprendere, più tenace il ricordare, come più rapido ed intenso è il processo di assimilazione in ogni organismo giovane e sano.
Lo spirito, per mantenere eterna giovinezza, deve continuare il ritmo intenso del processo di diffusione e assimilazione, né mai deve sentirsi sazio, per stimolare e rendere insaziabile l’appetito ideale.
Noi, oggi, ormai maturi nell’ordine intellettuale delle cose nuove, non siamo più scolari e ci riveliamo solo capaci di imporre modelli culturali precostituiti e indifferenziati. Nella trasmissione di un certo tipo di cultura, abbiamo indipendenza nella sfera cognitiva e volitiva sentendoci, però, sempre di più attratti da un autoritarismo che si serve dell’ascolto ed ottiene come risultato il condizionamento sociale e l’asservimento. Siamo diventati una classe che si serve dell’obbedienza passiva e si esercita con motivazioni esterne che portano come risultato al conformismo.
Nell’ordine psicologico siffatta situazione comporta un’atmosfera di insicurezza che ci pone in uno stato d’ansia. Quest’ultimo, invece di maturare, si blocca o regredisce; ci fa vedere gli altri come esseri prevalentemente frustranti, di fronte ai quali ci poniamo in posizione di superiorità ma, nel contempo, di dipendenza e di passività. Le nostre competenze non si stanno ristrutturando progressivamente e reciprocamente nel campo culturale e non stiamo nemmeno lavorando con partecipazione per realizzare un compito comune. Sembra che ciascuno, non più attento come scolaro, sia destinato a restare senza prospettive nuove orientative ed anche, privo di appropriazione della personale cospicua eredità, destinato ad affossare sempre più la propria statura spirituale ed intellettuale che non riassume certamente gli sforzi ed i successi accumulati.
La legge elettorale n.270 del 21 dicembre del 2005 (dal titolo "Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica") non ha permesso più al cittadino di scegliere, con il suo voto, il deputato e il senatore. Il cosiddetto “Porcellum” ha sostituito il diritto dell’elettore di scegliere i rappresentanti con il meccanismo delle liste bloccate che dà ai segretari dei partiti il potere di decidere chi deve andare in Parlamento, attribuendo particolare rilevanza al "voto di partito".
E’ pur vero che il referendum abrogativo non cancella questa legge ingiusta ma è pur vero che se passerà il referendum il Parlamento dovrà fare le riforme che oggi non vuole, rappresentando pertanto un pungolo a mettere in moto le cose. Viceversa è certo che se, come da molte parti politiche si vuole, non sarà raggiunto il quorum per la validità del referendum, ogni cosa resterà come è ora. E’ vero pure che, se passasse il referendum abrogativo, si aprirebbe una fase di “vuoto legislativo” in quanto le leggi deve farle il Parlamento, ma è pur vero che le uniche riforme sono state fatte per iniziativa popolare con l’apporto, cioè, del potere sovrano del popolo, tenuto conto che l’elefantiaco Parlamento spesso è bloccato dai partiti che riforme, specialmente quelle che riguardano la “propria reformatio in peius”, non ne vogliono.
Di più la proposta referendaria sull’abolizione delle candidature multiple potrebbe togliere la possibilità dell’enorme potere di un candidato di essere eletto in più luoghi e, pertanto, optando per uno dei vari seggi ottenuti, di permettere che i “non eletti” della propria lista in quella circoscrizione, gli subentrino nel seggio a cui rinunzia non disponendo più, perciò, “ad libitum” della sorte di alcuni candidati.
In linea di principio non si è in errore se si sostiene che ogni referendum deve ricercare nei fatti la validità di tale forma di democrazia diretta per non subire prevaricazioni da parte di chi ne abbia interesse e per far emergere, al contrario, la vis politica, non costretta da vincoli di alcun genere, da motivi oligarchici, per rendere effettivo l’esercizio del potere sovrano, già tanto limitato, di ciascun cittadino. Proprio la fiducia negli strumenti di partecipazione politica diretta deve privilegiare il ruolo che svolge l’azione del popolo sulla politica nazionale per far cedere, sotto l’impulso della piazza, ogni forma palese od occulta, di assolutismo. Un passo verso una reale distribuzione del potere con un anelito a far cessare, sia pure in parte, quel senso di malessere e di precarietà che è tipico del periodo, con la consapevolezza che dovremmo rinverdire quei principi fortemente innovativi dell’organizzazione dei fatti sociali in un contesto così frammentato e conflittuale, sia di pensiero che di azioni, per elaborare qualcosa di unitario.
Negli anni 40 del secolo scorso in Galatone imperava il diffuso individualismo esasperato (il solipsismo), riaccartocciato più solidamente con il passare degli anni.
Le favole del rasoio, per tagliare il pane, e del tarassaco, fatto mangiare all’asino, trascinato dal villano sul campanile della Chiesa, simboleggiavano, sia pure sarcasticamente, la nostra parsimonia e l’alta propensione al risparmio, insieme con la difesa e il miraggio della roba.
La società era stratificata economicamente, ma omologata dalla cultura materiale (la proprietà immobiliare, soprattutto terriera, goduta o attesa) ed astratta.
L’orientamento operativo personale e interpersonale si ritrovava nelle massime di ascendenza greca, latina, bizantina e cristiana, che, solitamente, erano rievocate nel pasto comune dal padre di famiglia o nei circoli ricreativi dal più anziano, il quale, in quanto tale, continuava a godere di un potere correttivo, sul più giovane, anche in pubblico o nella piazza in attesa della giornata.
Tra i proverbi e gli aforismi locali erano richiamati il “Graeci sumus” (Greci siamo), “Sai il luogo della nascita”, “ignori il luogo della morte” del Galateo, occorre “Politica”(Pulitica in dialetto) (occorre etica comportamentale), “Raddrizza il ganzoncello quando è tenerello”, dei sofisti, “ Ti piace dire male dei tuoi, non sentirne dire”, “Non ti impicciare, non ti impacciare, non fare bene per non ricevere male”.
Le stagioni e la religione scandivano il calendario.
La relazionalità si manifestava, prevalentemente, con espedienti accattivanti o irretenti, avendo progettato il soggetto di lucrare vantaggi e/o evitare spese alle spalle altrui.
Il Galatonese era una persona operosa, protesa alla razionale ottimizzazione dei risultati, assorbita dal quotidiano impegno lavorativo da mane a sera.
Prontamente intuitivo, quanto sornione, rigoroso e sentenzioso, di ferrea memoria, diventava duttile e tollerante per necessità, ma rimaneva ancorato alle profonde convinzioni individuali e individualiste.
Usava nelle contingenze storiche la massima flessibilità insieme con il distaccato scetticismo e con la mai sopita attesa messianica per riscattare storici torti, vessazioni, angherie, attestata dalla esclusiva massima, “Ci ha ccambaratu scambara ca a Nardò parmescia”, “Ritorni al digiuno quaresimale, chi l’ha interrotto, perché a Nardò, centro e governo della Diocesi, è ancora
Il corso politico, nato dalla nordica Resistenza, era esorcizzato dallo scetticismo atavico e dalla permanenza di una maggioritaria, sostanziale nostalgia autoritaria. L’eccezionale liberalismo elitario era neutralizzato dall’incombente prassi di un mondo chiuso, arcaico, immoto.
Nel clima politico e sociale, reso più stantio e circospetto dalla crisi post bellica, e dalla paura dei socialcomunisti, si svolsero il 2 giugno 1946 il Referendum istituzionale e le votazioni per
Le prime elezioni politiche, a suffragio universale di tutti i cittadini, maschi e femmine, con voto personale, libero e segreto, introdotto nel gennaio 1946 da Palmiro Togliatti, erano guidate, localmente, dal principio di evitare salti nel buio, facendo anche leva sull’emozione e sulla retorica in difesa della Monarchia e dell’esistente. “Ci llassa la strata ecchia e pigghia la noa, sape cce llassa e no ssape cce troa”.
Galatone, come dimostrano i risultati elettorali del 2 giugno 1946, votò per
Non erano emersi, ancora, giovani e/o personalità che volessero in politica rischiare, sperimentare, innovare.
I partiti di sinistra durante tutta la prima repubblica avranno esigue adesioni e scarsa influenza, per humus improprio.
Il Galatonese medio rifiuterà lo statalismo egalitaristico nelle sue diverse interpretazioni, aderirà, in misura ridotta, ad un socialismo umanitario, soprattutto per condurre battaglie in difesa della libera iniziativa, della proprietà privata e del riconoscimento dei diritti sociali.
Fernando Maglio
Marcato è stato lo spostamento intervenuto nella somma delle astensioni e delle schede bianche e nulle e, come sempre avviene, anche in occasione dell’ultima tornata elettorale ha rappresentato un dato incisivo. Sul fenomeno è necessario riflettere in quanto non pare assolutamente persuasivo il punto di vista di chi ritiene “fisiologico” l’aumento delle astensioni, e cioè come una sorta di occidentalizzazione o dell’avvio di un processo di uniformità del dato italiano a quello di altri paesi europei ed extraeuropei. A parte il fatto che questa considerazione non motiva l’aumento delle schede bianche e nulle, la stessa maggiore astensione dal voto, ammesso che rappresenti una maggiore coincidenza con la realtà di altri Paesi, deve pure avere una spiegazione. E se per il prossimo referendum abrogativo su "Premio di maggioranza alla lista più votata” per Camera e Senato e “abrogazione candidature multiple” si stanno già producendo inviti a “non votare”, si potrebbe osservare, al di là di ogni forzatura propagandistica e strategica, che senza adeguati sviluppi sul piano dell’iniziativa politica e di massa, senza partiti adeguati ad una politica, nazionale e locale, con strutture organizzative, propagandistiche e di informazione a questa nuova realtà, le conseguenze potrebbero diventare ancor più critiche nel superare i nostri marcati limiti. Ma non è forse vero che una astensione così massiccia può significare un attacco contro i partiti, le ammucchiate ove gioca in esse la protesta, il malcontento e, qualche volta, il disgusto? A me pare che non pochi elettori abbiano pensato che in sostanza votare non serve. E non serve, secondo loro, perché in effetti con il voto non si riesce a cambiare nulla, dato che i partiti sarebbero pressappoco eguali fra loro e che comunque né gli uni né gli altri riuscirebbero a modificare le condizioni precarie della società. Mi sembra che si possa affermare che in alcuni elettori è venuta meno la paura del cambiamento, in altri la fiducia nella possibilità di ottenerlo.
Il fenomeno credo abbia investito, in questo senso, i partiti maggiori e fra di loro più nettamente opposti. E volendo andare all’essenziale si può dire che negli ultimi tempi l’immagine dei partiti risulti essere di molto appannata rispetto al passato soprattutto per ciò che riguarda quei settori, e sono molto vasti, in cui sono più forti le esigenze e le attese di giustizia, le iniziative per progettare la socialità che rispecchiano limiti ed errori di chi non capisce, o fa finta di non capire, le esigenze di questo mondo.
Avviene pure, per la verità, che le idee si confondono in larga misura come conseguenza dell’opera mistificatrice, denigratoria fra avversari, con campagne concertate e martellante di giornali e riviste, di radio e televisioni, private e pubbliche.
La correttezza, l’onestà, le mani pulite contano ancora molto e sono alla base per svolgere adeguata azione di governo accanto alle indicazioni delle prospettive di una seria politica che non può prescindere dal giudizio sul passato e sul presente. Forse se salviamo qualcuno di questi fattori, è probabile che “ l’astensionismo” possa ridursi ritrovando il gusto e la passione della partecipazione e del voto nei confronti di un partito.
Ci siamo trovati nei giorni scorsi di fronte ad iniziative elettoralistiche - e non sono ancora terminate - che, pur nella frantumazione, hanno comunque prodotto proposte e risultati riaffermando al tempo stesso le prospettive politiche del nostro paese e dei grandi temi di cui ancora dovrà discutersi per arrivare alla prossima fase conclusiva dei ballottaggi. Dei temi internazionali si è discusso poco e sarebbe fuorviante dimenticare, o più semplicemente subordinare, le specifiche caratteristiche della consultazione elettorale alle valutazioni di una politica più generale che dovrà determinare il governo prossimo provinciale. E l’obiettivo politico che penso tutti dovremmo prefiggerci è quello di porre al centro delle attenzione i problemi delle amministrazioni locali, il bilancio delle loro attività, le proposte programmatiche per il loro avvenire, nell’ambito, naturalmente, di un obiettivo politico generale. I partiti e i movimenti che hanno ricevuto una nuova e decisiva spinta devono ulteriormente chiarire il significato rinnovatore che è alla loro base per riuscire a portare a compimento vere e proprie riforme e comunque di ottenere positive realizzazioni economiche, sociali e politiche. Ciò che emerge ed emergerà ancor di più tra non molto è il ruolo delle autonomie locali per enucleare, nel loro insieme, di fronte ai problemi più ardui della crisi che scuote l’intera società, le proprie necessità cercando di ottenere, con programmi validi, contributi ed apporti di ogni genere, senza chiudersi nel proprio ristretto ambito, per essere parte integrante e costitutiva di uno Stato che non è più centralistico. Il panorama quindi sta per cambiare completamente in un quadro di emergenza che richiede risposte corrispondenti ed adeguate avendo come punto di riferimento costante i cittadini e i loro bisogni. L’augurio quindi affinchè i candidati eletti svolgano un’azione per abbattere vecchie impalcature e gettare le basi, in attuazione del diritto costituzionale, di risanamento e di rinnovamento ai fini di un governo locale di nuovo tipo ma, soprattutto, adeguato ai tempi difficili.
Accese polemiche possono accompagnare l’ordine della informazione e comunicazione volte, nell’emergere di rivendicazioni, ad un riequilibrio delle diseguaglianze esistenti all’ interno della diffusione e di circolazione di un certo tipo di informazione. A questo proposito vengono prese in considerazione le problematiche relative alle nuove tecnologie che stanno mutando il volto dei mass media che sembrano ancora voler mantenere in vita approcci “culturologici” ed “ economicistici” e non, come dovrebbe essere, interdisciplinari che tengano conto della complessità sociale in cui viviamo. Le diatribe circa la difesa della libertà di comunicazione sottolineano l’abitudine di considerare la diffusione di notizie come facenti parte della sfera culturale tralasciando la dimensione più propriamente economica. Ma, a ben vedere l’informazione viene trattata come un prodotto commerciale che, pertanto, ha bisogno di mercato, il più ampio e libero, che si possa dispiegare su una scala la più vasta possibile. Ed infatti vi è un interesse a difendere la probabilità di penetrare nei mercati presentando all’opinione pubblica il problema in termini di netta contrapposizione tra “censura” e “libertà”. Ma nella realtà non sarà mai possibile applicare il principio della libera circolazione di notizie se non quando tutti abbiano ugualmente accesso ad ogni fonte di informazione e partecipino su un piano di uguaglianza al controllo e all’utilizzazione dei mezzi di diffusione e comunicazione. Auspicherei, in relazione ai problemi posti sull’informazione, un più stretto legame tra “economia e comunicazione”, in un interscambio fra economisti e specialisti della comunicazione. Mettere l’accento sullo stretto legame esistente fra il campo della informazione e quello economico non significa, tuttavia, sposare una concezione meccanica e monocausale che riconduce a fattori prevalentemente economici i processi di comunicazione, ma avere la capacità di impiegare il termine di “complessità” per definire e comprendere la ricchezza di relazioni esistenti in un sistema sociale che va ben oltre ogni esponente della maggioranza che amministra e della minoranza che controlla o quel lupo solitario che vuole esprimere la propria opinione. Il concetto di partecipazione deve diventare l’elemento guida su ogni tema della comunicazione e dello sviluppo per non essere recettori passivi di grandi fenomeni e per rilevare la vita e la cultura locali come fattori che producono entità sociali nonostante l’azione specifica e contraria di alcuni potentati; per non ridurre la notizia, che ormai viaggia in microsecondi, in una merce di scambio di uno sterminato supermercato dell’informazione, che potrebbe condizionare modi di vivere ed operare; per difendersi contro un diretto intervento manipolatorio del diffuso agire comunicativo. Potrebbe essere possibile, in loco, attuare un istituto economico, una cooperazione, un’agenzia per la raccolta e la diffusione a tutti i soci, a cui si possono aggiungere altri abbonati, delle notizie da essa ottenute e prodotte con la somma, cioè, di sforzi armonici per unire le attività di persone o società aventi preesistenti interessi comuni, la cui realizzazione sarebbe molto difficile o impossibile se queste attività restassero isolate?
E' IN DISTRIBUZIONE IL NUMERO In Italia le famiglie vicine alle soglie di povertà aumentano e lo Stato ne aiuta pochissime. Le riforme, il merito e la concorrenza dovrebbero essere principi della sinistra che, al contrario, opponendosi, finisce per difendere indirettamente i privilegi. Chi è di sinistra? Le liberalizzazioni, sinora, sono state molto poche e comunque non sono state determinanti per ridurre i privilegi, anzi, se ne sono conservati molti e i governi di centrodestra, proponendosi di conservare le situazioni incancrenite, sono riusciti a mantenere, facendo finta di cambiare, le situazioni pregresse senza sostanziali cambiamenti. Analoga cosa per i governi di centrosinistra. Coloro che falliscono non essendo capaci di attuare riforme, che dovrebbero essere di sinistra, o coloro che riescono a far conservare privilegi, che sono propri di una destra che vuole le riforme, ed entrambi alla fine si confondono senza distinzione alcuna, sono classificabili a sinistra o a destra?
Da non molto nei supermercati farmacisti giovani vendono medicinali con un risparmio del 20 o 30% rispetto ai prezzi delle vecchie farmacie in città: chi sta più a sinistra, chi lascia libero il mercato e le professioni o chi, con inerzia lascia che le farmacie, come pure gli studi notarili, si tramandino di generazione in generazione? Presso l’Università del Salento pare che il numero degli addetti a funzioni tecniche ed amministrative supera quello dei docenti con sperpero di tante risorse in scelte antieconomiche di assunzioni clientelari. Dell’ Università ci si preoccupa poco e non ha importanza se la buona e ricca posizione di alcuni cittadini possa permettersi studi specialistici altrove piuttosto che in loco a danno dei meno abbienti. Ove scarseggia merito e concorrenza, ove nel pubblico impiego si fa carriera per anzianità e non per meriti, si trova una società in cui le prospettive future saranno determinate dal censo che è proprio quello contro cui una sinistra dovrebbe battersi.
Banche, assicurazioni, imprese elettriche e del gas, professionisti ed enti locali dovrebbero essere condizionati quando, diventando potenti, ostacolano ogni forma di concorrenza; chi pensa che la riforma delle pensioni non sia impellente e determinante, difendendo chi ha un lavoro a tempo indeterminato e va in pensione prima di sessant’anni, è sicuramente contro l’interesse dei poveri e dei giovani.
Chi è più di sinistra, colui che vuole che il nostro Welfare sia riformato sin dalle sua fondamenta o colui che si oppone per conservare le situazioni di ingiustizia sociale a cui assiste impotente? Chi ha fallito perché non all’altezza di spiegare riforme mancate che dovrebbero essere di sinistra e chi, al contrario, vuole mantenere i privilegi di destra, fingendo di voler riformare senza individuare scelte che abbiano coerenza e ragioni plausibili, crea situazioni che, dai diversi comportamenti, sia a destra che a sinistra, fanno emergere, visibilmente, ambivalenza, ambiguità e instabilità di scelte e comportamenti che, per molti versi, stanno diventando, contemporaneamente, “normali”, ma anche contraddittori e incredibili e, soprattutto, poco congeniali e duttili per la concreta realizzazione di una società più giusta.
E’ certo che non si può parlare di Partito se, prima, non si risalga all’elemento primo, che è promotore e costruttore di esso. Tale è, ovviamente , l’uomo. Ma quale uomo? Quello quale lupo crudele ad un altro uomo, oppure il migliore essere uscito da madre Natura che ha gli occhi chiusi e non vuole aprirli dinanzi alla realtà concreta dell’esistenza umana effettiva? Non si può negare che, in tanta varia umanità, vi siano uomini saggi, onesti, laboriosi e amanti del bene proprio e altrui ma è altrettanto innegabile che vi siano, all’opposto, uomini sciocchi, disonesti, egoisti, crudeli, capaci di compiere indifferentemente, con privilegi e pretese sopraffattrici, azioni inusitate. Così si mette in risalto, peggiorando i rapporti, l’avvenuta rottura tra sfera pubblica e sfera privata con conseguente crisi dei tradizionali canali di socializzazione. L’impoverimento culturale e la frammentazione della vita quotidiana, con la “colonizzazione del mondo vitale”, i sottosistemi economia e stato, guidati e controllati dai media, potere, denaro, diritto, diventano sempre più opprimenti. E ciò mentre emerge di più la necessità, in una società super organizzata, di un tipo di guida politica che sia in grado di proporre obiettivi di interesse comune e non d’èlite, collettivamente accettate e soddisfatte, con forme di gestione che non si identificano certo con quelle di tipo oligarchico, plutocratico, tecnocratico.
Intervenendo con mezzi monetari e burocratici, questi sottosistemi penetrano nella riproduzione simbolica del mondo vitale. In questo nascere di conflittualità, occorrono “potenziali di protesta” di cui i giovani dovrebbero essere i portatori principali che non mi sembra siano più canalizzabili in partiti ed associazioni ma piuttosto in quelli della riproduzione culturale, dell’interazione sociale e della socializzazione. Mettendo a nudo la logica di funzionamento della nostra società, facendosi carico dei tanti conflitti, bisogna spostarsi nel campo culturale per captare il senso dell’agire quotidiano, l’identità personale, il tempo e lo spazio di vita. Una “rivoluzione silenziosa” insomma che, in particolare, spinga i giovani, essendone più sensibili, alla solidarietà, alla comprensione, alla tolleranza in opposizione all’individualismo e alla sfrenata competitività economica. Bisogni di eguaglianza sociale che non debbono essere confusi con la massificazione standardizzata dei comportamenti sociali ma che debbono rappresentare bisogni di libertà delle cose nel senso del superamento della dipendenza da beni materiali che, a loro volta, non debbono essere confusi con la libertà di avere più cose. Bisogni che partono dalla disponibilità acquisita per tutti di un bagaglio congruo di beni materiali e di risorse sociali per costruire su percorsi più avanzati di personalizzazione dei modelli di integrazione sociale. Una nuova politica che sottolinea, quindi, i problemi della qualità della vita, dei diritti dell’uomo, dell’autostima individuale, della partecipazione che non deve restare consultiva, parziale e, soprattutto, non deve essere affidata soltanto alla sensibilità del singolo amministratore.