E’ il titolo di un saggio di Giancarlo Bosetti edito da Rizzoli.
I laici che non vogliono prendere atto di un ritorno alle religioni perdono consensi nella società, anche quando sostengono principi giusti, mentre la Chiesa che si abbarbica in una sua pervicace difesa disperata e a volte prepotente, ignora una richiesta di spiritualità che potrebbe essere soddisfatta altrove. Nella attuale Conferenza episcopale, il cardinale Bagnasco, nella sua prolusione, serra i ranghi dei cattolici affermando che non sono in vendita e rimarca “l’autonomia della Chiesa” nella società.
Per i fedeli laici vi è una funzione immediata nei confronti della società, della vita pubblica, nell’azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale. La Chiesa ha una funzione mediata. “Non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”. (Enciclica “Deus Caritas Est”. BENEDICTUS PP. XVI)
La chiesa, quindi, non è né intende essere un agente politico.
E’ a tutti noto, però, che in questi ultimi anni la mobilità delle popolazioni europee tra di loro e con i popoli degli altri continenti si è fatta fenomeno grandioso. Sotto molti aspetti sembra di essere ritornati alle migrazioni del periodo nomade o alle masse di pellegrini medievali che si spostavano da un santuario all’altro. Milioni di extra comunitari, di religioni assai diverse da quella cristiana, abitano permanentemente o meno in paesi europei. Ciò può richiedere, ai fini di una programmazione pastorale di vasto respiro, tutta una serie di iniziative che vanno nella direzione di scambio di servizi anche religiosi sia a livello strutturale, chiese, prassi religiose,servizi per migranti, sia a livello di rapporti personali, con persone della propria religione o di altre religioni.
I laici, in tale programmazione, dovrebbero avere un posto preminente in quanto possono essere considerati – a differenza di altre epoche nelle quali monaci e clero primeggiavano – come testimoni privilegiati. Ciò servirebbe anche ad evitare che la distinzione tra paesi ricchi e paesi meno ricchi nell’ambito europeo dovesse riprodursi, a livello ecclesiastico, in Chiese forti e Chiese deboli economicamente e di conseguenza anche burocratico, caritativo, assistenziale, missionario, sociale, innescando stimoli e confronti ad esclusivo livello di solidarietà, di amore reciproco e di umiltà. L’educazione religiosa urta contro attuali modelli prepotenti che, in assenza di comunità vive (chiese parrocchie, movimenti) nelle quali sia possibile una testimonianza evidente e collettiva di valori specifici ( amore, dedizione, azione, gratuità, umiltà, solidarietà) prendono il sopravvento. L’opera di evangelizzazione stenta a dare i frutti pratici perché quasi impossibilitata a consolidarsi in tradizioni ed abitudini di vita, cioè in modelli di condotta.
In tali situazioni forgiare una nuova cultura laica, un liberalismo al plurale che sappia lottare contro ogni integralismo ma anche accettare il ruolo delle religioni come rafforzamento e complemento dello Stato liberale, diventa opportuno ed utile; affrontare la vera sfida che attende i laici: riempire di senso il vuoto lasciato dalle ideologie, che minaccia di inghiottire le nostre società, per arricchire, al contrario, il forte messaggio che l’Europa cristiana dovrebbe trasmettere ad un mondo nuovo, inedito e secolarizzato che si è fatto piccolo villaggio.
COMUNICATO STAMPA
GENIO GALATEO 2009 – Premio ai neolaureati del Salento
Aperte le candidature per la premiazione dei percorsi formativi di Laurea
Galatone, settembre 2009 - Il GENIO GALATEO è un programma che sviluppa l’idea di far conoscere e premiare le eccellenze giovanili all’interno di un percorso di progettazione di idee future.
L’iniziativa nasce con lo scopo di segnalare ed incoraggiare i giovani neolaureati che maggiormente si sono distinti nel loro corso di studi, non tralasciando studi e ricerche di particolare rilevanza.
“La competitività“, spiega l’Avv. Tonio Papa, Presidente di Archidea Onlus, ”è oggi una necessità imprescindibile per la nostra società, e la qualità delle nostre risorse umane, intesa come bagaglio di conoscenze, di competenze e di creatività, è sicuramente una fattore importante per poter competere. Ai Laureati Salentini, offriamo il riconoscimento ed il ringraziamento per essere parte fondamentale di quel patrimonio umano su cui il nostro Paese può e deve scommettere per il proprio futuro”.
I candidati concorreranno all’assegnazione delle Borse di Studio promosse da ARCHIDEA Onlus.
L’edizione 2009 prevede l’istituzione del Fondo Genio Galateo, nel quale confluiranno tutti i finanziamenti pervenuti ad ARCHIDEA Onlus per il sostegno al progetto GENIO GALATEO. Dallo stesso fondo saranno attinte le risorse per le Borse di Studio in concorso.
Al GENIO GALATEO 2009 possono candidarsi tutti i giovani neo-laureati negli anni 2008 e 2009, nati e/o residenti nel territorio della provincia di Lecce.
Le candidature al GENIO GALATEO 2009 possono essere inoltrate entro le ore 24 del 15 dicembre 2009 compilando l’apposito modulo disponibile sul sito internet dell’Archidea Onlus all’indirizzo www.archideaonlus.org.
ARCHIDEA Onlus
Via B. Cellini 25 – Galatone (LE)
geniogalateo@archideaonlus.org
333.8373100 – 328.1204285
L’ennesimo sacrificio di militari, al servizio dello Stato, e la morte di cittadini inermi hanno scosso ancora una volta gli animi di popolazioni intere. Ma qui una qualche riflessione, anche senza affrontare sistematicamente tutti gli argomenti che vi sono connessi, va fatta.
L’esistenza di Stati politici separati gli uni dagli altri e costituiti in modo diverso, comporta problemi riguardanti i processi di politica economica, di scambi o conflitti religiosi e di guerra, spesso intimamente connessi, che non possono essere visti solo con i sentimenti del dolore e dell’emozione.
La violenza “legittima” di cui uno Stato crede di essere portatore, sia pure per apparenti motivazioni giustificatrici, con l’aiuto di abili strateghi che hanno a disposizione manipolatori per organizzare i loro colpi bassi, verso una massa manipolabile tale da farle credere nella colpevolezza di chi subisce, o da confermare in esso la responsabilità nei disordini che turbano la comunità, rivela che nell’ordine della violenza è l’identità del male e del rimedio. Che cosa significa avere programmi ambiziosi di intervento a fini pacifici o di tutela della democrazia quando questa ricchezza di iniziative non si estende anche su altri commilitoni alleati, o sul mondo intero, laddove ancora permane un uso distorto delle risorse collettive che nessuna norma legislativa è capace di controllare e vanificare, che è ancora problema tipico che soggiace ad un conflitto tra le ragioni della politica e del diritto da una parte e gli interessi di un’economia che può crescere grazie alla sua separatezza dall’altra? Come si può pretendere poi di ristabilire ordine, in una determinata parte della superficie terrestre, nella complessità del sistema mondo, ove Stati politici reggono fin quando gli statuti della politica e del diritto lasciano che la distribuzione e l’allocazione delle risorse siano delegate al libero gioco delle forze economiche?
Ora se anche il militare e la sua descrizione con le conseguenti modalità di addestramento, così come ricostruita da Foucault (Michel Foucault - Sorvegliare e punire (5/10-) dimostrano con grande evidenza come già dal XVIII sec. il soldato fosse “divenuto qualcosa che si fabbrica”, una macchina progettata, costruita, calcolata sulla base di una precisa committenza, con tecniche disciplinari dell’addestramento militare che lo hanno trasformato, ri-generato, lavorato nel dettaglio, reso docile, obbediente ma al contempo più rapido, efficiente, forte, coordinato nei gesti e nei movimenti, non diventa anch’esso obiettivo di assoggettamento per poterlo manipolare e su cui articolare una economia politica del potere?
Infine una apertura religiosa ai fini di una corretta impostazione di scambi di esperienze religiose o di forme di ecumenismo e di proselitismo o, anche semplicemente, di accoglienza e tolleranza reciproca richiederebbe una serie di previe informazioni, conoscenze e senso di identità; non facili ad aversi in forma spontanea nemmeno tra i praticanti religiosi.
Paradossalmente gli uomini possono conoscere una pace soltanto se fuori di essi esiste qualcosa che per la sua elevatezza e trascendenza esiga la loro obbedienza e abbia la dignità di polarizzare i loro desideri.
Allora l’ennesimo sacrificio, che seppure in modo estremamente spiritualizzato e simbolico potremmo scorgere ancora in questo frangente, a quale funzione assolve e a quale bisogno corrisponde? Come nella vecchia metafora epicurea in Naufragio con spettatore, siamo sulla terraferma a guardare il naufragio lontano, godendo della gioconda volontà di avere distanza di sicurezza dalla tragedia. Ma anche lo spettatore potrebbe diventare naufrago e la distanza di sicurezza si potrebbe annullare quando si tratta di beni collettivi che, in tanto si possono realizzare in quanto sono di tutti, come nel caso della pace.
Il termine democrazia suggerisce l’idea che l’enunciato in questione sia effettivamente ben confermato da materiale di prova rilevante a disposizione; ma se il reperimento, reclutamento, la selezione, la preparazione dei deputati e senatori e dei ministri si basano su regole estremamente duttili dettate dalla linea politica assolutista del capo di turno; se la prudenza, che dovrebbe essere amore che sa dirigersi nelle proprie scelte, diventa discernimento superficiale del quando e del come agire e fare e lasciar agire; se la disponibilità sui mezzi adeguati per una generosa collaborazione tra forze politiche alla crescita dell’uomo si lascia fuorviare da motivazioni meno chiare come simpatia e preferenze, ricerca di sé, vanità ed orgoglio, cura delle apparenze, passività e pregiudizio; se l’intuito, il tatto, il consiglio che sono indispensabili insieme con il richiamo a informazioni precise e fondate per una competenza tecnico-esecutiva, si traducono in temporeggiamenti, machiavellismi per rifuggire da impegni gravosi e compromettenti; se il costume vigente di moltissimi amministratori si basa su una bella ragione corrotta che corrompe ogni cosa con una enorme confusione tra azioni virtuose e ladrocinio; se in ogni partito la politica si esercita a colpi di telefono senza confronto e dialettica interna; se l’informazione consiste di più a scoprire il privato di altri e sul quale giocano le identificazioni e i problemi di ciascuno; se tutto ciò sta accadendo, significa riconoscere praticamente che, nel suo ordine e grado di essere, la democrazia è malata. Lo Stato, rappresentato malamente, sta diventando una macchina per la oppressione di un ambito territoriale a favore di un altro con una linea politica generale, che non esclude nessuno, secondo la quale c’è un solo modo per migliorare le cose, quello cioè della conquista di potere fine a se stesso. Non resta altro che sperare, essendone convinti, nelle nostre capacità a saper instaurare un rapporto fra persone di buona volontà che si serva della solidarietà, della collaborazione e della cooperazione. Una vita comunitaria di gruppo, con partecipazione consapevole alla vita sociale, per difenderci dai meccanismi prepotenti di altri, capendo che tutti i problemi politici sono anche problemi istituzionali che ci appartengono e che il progresso verso una maggiore uguaglianza può essere salvaguardato mediante il controllo istituzionale del potere.


Per conoscerci meglio e riflettere prima di fare società, mi è venuto in mente un altro piccolo racconto che propongo:
Un uomo aveva tre care amiche ma non sapeva quale sposare.
Allora, decise di fare un test, (si potrebbe dire le elezioni) per vedere quale fosse la più
adatta a diventare sua moglie.
Prelevò 15.000 euro dalla sua banca, ne diede
- Spendili come vuoi.
La prima andò a fare
shopping, acquistò vestiti, gioielli, andò dal
parrucchiere, dall'estetista etc.
Di ritorno dall'uomo, gli disse:
- Ho speso tutti i
tuoi soldi per essere più bella per te,
per piacerti: Tutto ciò, perché
ti amo.
Anche la seconda andò a fare shopping, acquistando vestiti per
lei, un lettore CD, una televisione schermo piatto,
due paia di scarpe da jogging, delle mazze da golf.
Di ritorno dall'uomo, gli disse:
Ho
speso tutti i tuoi soldi per renderti felice, per piacerti. Tutto
ciò, perché ti amo.
La terza prese i soldi e li investì in borsa. In tre
giorni
raddoppiò
il proprio investimento, rese i 5000 Euro all'uomo e
gli disse:
- Ho investito i tuoi soldi ed ho guadagnato i miei. Ora
posso fare
ciò che voglio col mio danaro. Tutto ciò, perché ti amo.
Allora l'uomo si mise a riflettere,
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riflettere.. (gli uomini riflettono veramente tanto.)
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riflettere.. (UFFA, E' LUNGA)
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>> E sposò quella che aveva le tette più grosse.
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(Perché un uomo riflette molto...
ma finisce sempre per fare “cazzate”).
Morale: Potremmo, “riflettendo”, riuscire a sperimentare nuove forme di vita culturale e sociale, senza ripetere passivamente quelle tradizionali, costruendo nuovi modi di pensare e di agire? (non fare, cioè, le stesse C…?)
Mi chiedevo venerdi 18 gennaio 2008, attraverso un articolo pubblicato sul mio blog, quale fosse la politica per gli anziani a Galatone. Oggi leggo, in un articolo del “Quotidiano di Lecce”, che due progetti sono stati avviati in favore della Terza età perché sia effettivamente utile e non emarginata: nonno vigile e servizio di trasporto gratuito per alcuni anziani.
Ora non è forse vero che l’essenzialità dei servizi, le prestazioni indispensabili, i valori ed i diritti tutelati sono concetti che abbisognano di una più puntuale e specifica individuazione tale da assicurare quel livello minimo indispensabile di certezza, in mancanza della quale si rischia di porre in essere un’occasione piuttosto che uno strumento valido di risoluzione dei problemi? Infatti, a mio modo di vedere, potendo sussistere una stretta interdipendenza o interconnessione tra il funzionamento di un servizio essenziale e quello di un altro servizio, che non presenti a prima vista un tale carattere, andrebbero ricercati spunti e suggerimenti preziosi per la individuazione di una equilibrata ed efficace soluzione dei nodi più importanti in vista di una adeguata tutela dei diritti nel rispetto di quegli altri diritti fondamentali della persona che la nostra Costituzione ha inteso ugualmente riconoscere e tutelare. Qui, invece l’estrema provvisorietà di quanto viene stabilito di volta in volta sotto l’incalzare di alcune spinte sociali estemporanee, il dubbio sulla adeguatezza se non proprio sulla legittimità delle istituzioni a disciplinare e controllare i fenomeni sociali, la costante massiccia presenza di azioni devianti, malgrado l’impiego nella lotta alle stesse di uomini e risorse, il senso di frustrazione che coglie spesso quanti cercano di vedere, di porre o di sostituire un minimo irriducibile per la convivenza civile, inducono a riflettere sul cammino del cittadino, nella sua attuale condizione, sul possibile futuro con l’ausilio di quanto le scienze umane sono in grado di offrire nel loro continuo progredire ponendosi pur sempre in discussione. Manca, insomma, come ho già avuto modo di scrivere, un disegno organico che comporta, come logica conseguenza, incertezza in termini di responsabilità, di oneri di finanziamento, di standard di offerta, di certificazione dei soggetti fornitori, di “bisogni” titolari di diritto all’assistenza, di procedure di produzione e distribuzione, di programmazione territoriale. Anche per quanto riguarda la “vocazione” delle organizzazioni del terzo settore e delle nuove professioni del sociale a produrre ed offrire politiche sociali – sebbene si possa presumere che esse, rispetto ai tradizionali apparati burocratici, siano in grado di offrire maggiore coinvolgimento, partecipazione, capacità d’ascolto – è molto evidente che occorrono delle verifiche. Non si può escludere il rischio che dietro di esse si nasconda una tradizionalissima forma di fare impresa o, al contrario, di dilettantismo, quand’anche animato dalle migliori intenzioni. Creare, invece, condizioni oggettive, requisiti d’ambiente, di ambiente di vita, tali da promuovere reazioni positive di equilibrio per l’anziano ma anche per giovani, disoccupati, invalidi, disadattati, significa pure garantire basi solide di legittimazione per offrire maggiore coinvolgimento e partecipazione.
Cambiamo tendenza, sviluppiamo programmi, di concerto, per costruire un tessuto sociale secondo un’idea di “qualità della vita” che alleggerisca e sostenga un intero sistema locale.
Le offese fatte dal Sindaco di Galatone, a più riprese, nei confronti delle Associazioni culturali in loco operanti, sono ancora oggi più largamente sentite e studiate per ricercare, sulla stessa anormalità, doti e qualità richieste ad un amministratore, oppure desiderate dai cittadini.
Dalla somma delle diverse analisi, e fra queste la recente efficace comunicazione del Presidente del centro studi ARPA, Francesco Martucci, è facile dedurre l’inclinazione istintiva di un Sindaco che ha dimostrato, in varie occasioni di pubbliche manifestazioni, di non avere sensibilità, cuore, simpatia nei confronti di una parte rilevante di ambienti sociali, con le sue assenze continuate e comode che, elevate al piano del controllo razionale e cioè della responsabilità personale e sociale, fanno emergere mancanza di sentimenti di benevolenza, amicizia, umanità verso comunità fornite delle dotazioni virtuose fondamentali che il Sindaco ignora o finge di non conoscere. Ne nascono da qui problemi gravissimi, tra cui quello di massima tensione che sembra, oggi, costituito dalla difficile e quasi impossibile conciliazione dei legittimi diritti della singola Associazione, come buona fama e onorabilità, e gli altrettanti diritti della società che un amministratore dovrebbe degnamente rappresentare.
L’amministratore chiuso in se stesso, egoista, imprudente, come può riuscire a impegnare insieme la libera volontà e l’intelligenza che dovrebbero diventare motrici di impegno verso il bene comune? Il Sindaco, egli stesso modello attivo e forma del comportamento personale, che entra in sintesi con i comportamenti saggi di partecipazione, come può rettamente vedere, scegliere e decidere quello che momento per momento è opportuno fare, secondo il tempo e le circostanze presenti e future, se non interpreta le esigenze e disponibilità concrete, comprese le necessarie integrazioni e collaborazioni sociali, a tutti i livelli?
Bene ha fatto il presidente del centro studi ARPA a “sbugiardare” il Sindaco di questa Città che, conoscendo bene “l’abito” dell’uomo ed i suoi comportamenti consolidati nel tempo, ha saputo rilevarne le manchevolezze insieme con la superficialità di alcuni atti amministrativi che non garantiscono al cittadino la propria realizzazione nella collaborazione, nel dare a ciascuno il suo, nel prestare volenterosamente ciò che conviene e compete all’altro per la necessaria ed opportuna attuazione dei propri diritti e doveri da non offendere e da non defraudare. Inoltre ha saputo smascherare, in socialità e politica, l’elusione di troppa sedicente democrazia, ossia di una democrazia solo teorica, perché impedita, in molti, la partecipazione effettiva e diretta all’esercizio del potere che, sotto diversi aspetti, è diventato godimento di privilegi riservati ad alcuni.
Una educazione personale è inconcepibile senza l’essenziale componente sociale, una socialità non puramente emotiva ma concretamente impegnata nell’analisi operativa delle situazioni che non deve impedire a sé e agli altri una convivenza umana, con proprie inalienabili esigenze di vita e di espressione, non certo alienante.
I servizi sociali comprendono molte attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che i cittadini possono incontrare nel corso della vita, escluse quelle assicurate dal sistema previdenziale e sanitario o disposte in sede di amministrazione della giustizia.
La progettazione di una rete di servizi che interviene sul tessuto sociale in tutto il territorio è quindi di grande rilevanza. Ma se mancano la sensibilità umana, la professionalità, la promozione ed il coordinamento necessari per individuare i bisogni ed effettuare tempestivamente gli interventi idonei per fronteggiarli, si può affermare che servizi relativi a giovani, anziani, famiglia, portatori di handicap, tossicodipendenti e alcol dipendenti, sono e restano privi di coordinamento operativo con il relativo fallimento dei soggetti e delle strutture che operano nell’ambito di un territorio. Se a questo si aggiunge che può mancare anche una propensione a promuovere nella comunità lo spirito di solidarietà con un nuovo ed antico rapporto umano che è la chiave del successo dell’azione dell’ente locale, ancor più diventa carente l’organico sistema di presidi e servizi sui quali i cittadini, in situazioni di disagio, dovrebbero avere la certezza di poter fare affidamento ed attribuire al Comune compiti importanti e qualificati. Occorrerebbe soprattutto che l’ente comunale, e per esso in primo piano l' amministratore eletto, esercitasse, diffondendola, molta avvedutezza nel dotarsi di semplicità organizzativa, di capacità immediata d’intervento, limitando i costi che non vanno frantumati a pioggia, e di adempimenti amministrativi per poter assolvere alle sue funzioni con lo spirito di sacrificio e di solidarietà necessari per conquistare la piena fiducia dei cittadini e per assicurare la tutela dei diritti fondamentali di coloro che versano in stato di bisogno al fine di realizzare condizioni di pari dignità e sostegno.
Nel settore culturale, educativo, sportivo inoltre, capita che non si recuperano nemmeno patrimoni artistici, librari, archivistici, esperienze varie di proposte agonistiche per poterli offrire alla comunità, coordinando l’attività e gli interessi di associazioni che si sono costituite, ricostituite o realizzate ex novo. L’inserimento di giovani studenti e di docenti che hanno concluso la loro attività scolastica, di persone di buona volontà e di provata esperienza, potrebbe consentire di unire all’entusiasmo dei primi la preparazione e l’esperienza dei secondi con energie e capacità da recuperare, organizzare per valorizzare ogni attività fisica e mentale, tradizioni e beni culturali, che costituiscono la storia, spesso sconosciuta, della nostra Comunità.
Le tendenze in atto nella nostra società rendono sempre più problematico – nonostante le apparenze contrarie – il lavoro di lettura e la comprensione del sociale.
Non intendo dire solo e tanto, di quel lavoro di lettura del sociale che svolgono sociologi, antropologi e altri studiosi o professionisti che hanno come loro specifico scopo di leggere la società. Intendo far riferimento a quel lavoro di lettura del sociale che ogni essere umano svolge, naturalmente, in quanto membro della società, quindi attore sociale.
L’accelerazione dei processi di trasformazione sociale e di mutamento culturale, l’accesso sempre più generalizzato alla comunicazione, l’aumento, e l’aumentata velocità e capillarità di diffusione, di ogni tipo di informazione e soprattutto dell’informazione d’attualità tendono a creare, nel loro intreccio perverso, un’illusione di trasparenza che è all’origine di questa particolare e nuova forma di difficoltà di lettura del sociale. In questo contesto ben si inserisce l’uomo al potere che se non è limitato da criteri di democrazia, può far diventare il suo governo simile ad una tirannia. Così se un Sindaco di un paese ci presenta una versione sistematicamente distorta e incompleta del mondo sociale, il lettore- ascoltatore deve far ricorso a categorie di lettura, selezione e interpretazione particolarmente complesse per poter “correggere” e inserire in cornici interpretative adeguate le cose che si “farfugliano”. Non voglio evocare fantasmi orwelliani né partire per la tangente con l’ennesima sparata apocalittica contro il potere dell’informazione, ma desidero porre al centro della riflessione la nuova forma di opacità sociale prodotta dall’illusione di trasparenza causata dal dilatarsi dell’informazione d’attualità per segnalare un ostacolo molto difficile da superare e che è un vero scoglio epistemologico che ingombra il campo della riflessione ogni volta che si vuole compiere fino in fondo il lavoro che dovrebbe portare ad una capacità d’indagine, verso snodi che collegano l’analisi con la progettazione. E succede pure che quando nell’organizzazione burocratica di una Comunità vengono inserite figure professionali che devono realizzare il proprio lavoro più o meno “sui generis” e poco vicine alle esigenze della società, ci sia apre all’imprevisto, dove forse si lavora poco, spesso senza vincoli preordinati di compiti ed orari, provocando inefficienze e disfunzioni da una parte e frustrazioni, disaffezioni e idiosincrasie dall’altra. Questa “massa” di abusi che non legittimano le competenze necessarie per le funzioni culturali, per le quali si legittima il ruolo professionale, non può certo poi far affermare che laureati e diplomati delle più svariate provenienze, con esigenze ed aspettative legittime, aggregati in associazioni culturali, sono “ipocriti”. Le conseguenze di queste affermazioni a me paiono “drammatiche” sia in quei settori del campo culturale – come i media e la pubblicità – nei quali la ragione economica finisce per dettar legge, sia in quei settori – politiche culturali pubbliche – nei quali la ragione burocratica o quella assistenzialistico – clientelare, finiscono pure con l’avere predominio. La speranza è, alla fine, che, pur sapendo che si opera in base al presupposto che ci possono essere tendenze anti - democratiche latenti e palesi sia tra i governati che fra i governanti, si possa trovare una linea volta all’instaurazione di istituzioni intese alla salvaguardia della democrazia.
Sull’invito del Sindaco di Galatone rivolto ad Assessori e Consiglieri di non partecipare al V palio delle contrade 2009, sulla successiva e relativa postilla del Portavoce, pure ampia e generale, sulla esigenza di Miceli di “usare“ myboxtv per parlare di presunti criteri di partecipazione a manifestazioni pubbliche per richiedere tappeti rossi ed inviti protocollari con ordine di precedenza, rifletto ed esprimo alcune mie personali considerazioni. Si vogliono riecheggiare, pare, i fasti e gli sfarzi di un’epoca tramontata, ma che dalle nostre parti ritorna di moda con fastosa manifestazione cavalleresca. Il protocollo, il cerimoniale, l’ordine delle precedenze, sembrano appartenere ad una rappresentazione simbolica del potere secondo livelli di governo che fanno fallire logica e buon senso.
In verità, anche il cerimoniale sta diventando oggetto di controversia, la cui composizione,
dovremmo suggerire al Sindaco, potrebbe essere rimessa a giurì d’onore o altre istanze sociali, se non addirittura essere demandata ad autorità giurisdizionali. Mi sembra, invece, che il buon senso e la logica non devono richiamarsi a strutture ordinate secondo un rigido criterio gerarchico, formalizzato da particolari regole organizzative che, peraltro, non sono state mai rese note o quanto meno consolidate nella nostra città. La presenza a pubbliche manifestazioni, a mio modo di vedere, soprattutto per un Sindaco, è amore e disponibilità per una generosa collaborazione alla crescita della propria cittadinanza, anche con mezzi adeguati, senza lasciarsi fuorviare da motivazioni che potrebbero riguardare simpatie, preferenze, cura delle apparenze, passività e pregiudizio. Così potremmo evitare di incorrere in animosità, leggerezza, presunzione, impulsività, precipitazione e approssimazione. Forse non si ritiene che anche ciò sia cultura, oppure riteniamo che essa sia soltanto un reticolo di mezzi strutturali per soddisfare particolari bisogni? Per molte persone colte, senza dover condannare chi è titolare di diverse culture e gli scopi che ci si può proporre nell’immensa varietà di costumi ed il modo con cui queste culture cambiano e si differenziano, le affermazioni di chi considera alcune associazioni culturali “ipocrite” suonano come imprudenza grave che non tengono conto dell’apertura all’altro in quanto altro, mortificano il carattere sociale dell’attività e denotano atteggiamenti che, chiusi in se stessi, egoisti, incapaci di controllo, non dimostrano certo di essere lucidi e fermi.
Auspicabile al contrario, sarebbe, senza il desiderio di valutare o apprezzare di più o meno questa o quella aggregazione, offrendo e non concrete possibilità per la loro realizzazione, se ed in quanto si “ruota” attorno all’autorità del capo, cogliere ogni occasione per rivedere una “mentalità” in ordine al rapporto con gli altri; una mentalità che ci porti verso una autentica maturazione sociale e con essa si identifichi.