Un’altra giornata di lotta e di memoria storica sta per essere celebrata con una manifestazione sobria e senza corteo a L’Aquila da parte dei sindacati più rappresentativi. Mi sembra, però, che il significato che essa oggi rappresenta ha valore per conservarne memoria ma non i contenuti che lasciano molto a desiderare. Nei paesi della Comunità Europea, la disoccupazione è particolarmente allarmante per i giovani e meno giovani e trovare lavoro di primo impiego è difficile nella maggioranza dei paesi con prospettive per l’occupazione che non sono certo ottimistiche; per coloro che vedono prolungarsi il periodo di transizione verso il mercato del lavoro, l’attuale problema della disoccupazione diventa il problema della disoccupazione degli adulti di domani. L’apprensione deve essere considerata anche nella diffusione della gravità del fenomeno. Si assiste ormai non alla difficoltà di un gruppo poco esteso e circoscritto ma ad un’inquietudine che è grave e che si somma alle disseminate necessità, alla quantità di persone coinvolte che vengono a scuotere tutto l’assetto sociale al punto da diventare “emergenza sociale”. La preoccupazione del fenomeno nasce, quindi, non solo da una disoccupazione giovanile vista come una realtà contingente, ma come un problema strutturale che esprime una contraddizione oggettiva e fondamentale delle società industrializzate. Se il lavoro significa per i giovani autonomia economica e quindi accesso all’indipendenza, viceversa, allontanandosi da questa affermazione, si genera un conflitto corrosivo specialmente quando manca un tipo di impiego stabile, messo di continuo in questione strutturalmente, che possa offrire condizione indispensabile per l’assunzione di tutti gli altri ruoli di adulto.
Il 1* maggio, visto non solo come celebrazione, dovrebbe ricordare a chi ci governa che i cambiamenti strutturali della nostra società, in particolare sotto l’effetto della crisi, tendono ad indebolire ancor più i deboli, i giovani delle classi meno abbienti, coloro che subiscono più duramente un’esclusione dal mercato del lavoro, rafforzando i forti. Anche a parità di merito e di livello di istruzione chi può resistere di più e più a lungo sul mercato, in attesa dell’impiego buono, sono i più forti; chi può aspettare di meno è reso debole e costretto a prendere ciò che capita. Un tempo al lavoro poteva pure essere attribuito il prestigio, la carriera, la sicurezza del posto; oggi, le aspettative e le motivazioni servono a dare al lavoro una dimensione più umana, a superare impostazioni conflittuali e di anonimato sociale e comportare quindi un’impostazione economicistica in grado di rendere il lavoro umanamente più comprensibile e vivibile.