
La democrazia offre, per fortuna ancora, un prezioso campo di battaglia per qualsiasi iniziativa di “pazzia politica” adatta a cambiare concezioni vecchie non più in sintonia con i tempi provocandone altre utili ad interpretare bisogni di una società che richiede soluzioni nuove di fronte a problemi grandi ed urgenti. Occorre pure, però, studiare il processo della condotta intelligente, l’influsso dei fattori concomitanti, la natura ed “educabilità” della creatività politica. Come ho già avuto modo di osservare in altre occasioni, ribadisco che è giusto e necessario, se di continuo accadono cose, che le stesse, pur quando non corrispondono a diversi progetti, vanno sempre tenute in serio conto, specialmente quando si prendono decisioni e si creano strutture organizzative; diversamente, snobbando o sottovalutando, si potrebbe andare incontro ad un principio permanente di alterazione. La capacità a progettare una macchina secondo gli scopi che alcuni si propongono consiste pure nel prevedere che la stessa non venga fuori in modo diverso o difforme dagli intendimenti di partenza. Capita che per una gran quantità di meccanismi organizzativi non si è in grado di produrre quel che da essi ci si attende nonostante le buone intenzioni e la chiarezza degli obiettivi. C’è bisogno, quindi, di una tecnologia politica o amministrativa che realizzi un atteggiamento permanentemente ma costruttivamente critico nei confronti dei mezzi organizzativi in vista del mutare degli scopi. L’efficacia di qualsiasi indirizzo politico va provata; e tale controllo richiede che si vada alla ricerca non di prove che i propri sforzi stanno ottenendo gli effetti desiderati, bensì di prove che dimostrino il contrario. Tutto ciò non è né costoso né difficile nella pratica, se non altro per la ragione che raramente è necessaria una minuziosa accuratezza. Perciò va pure detto che sarà sommo errore vedere i momenti della creatività e della riflessione come momenti separati e servirsi delle attività programmate e libere come di stimolazioni alternative o addirittura competitive. Creatività e ragionamento si armonizzano nella dinamica delle svariate situazione sociali. Ciò che conta è che nulla venga sottratto, o si tenti di farlo, a chi senta, dal profondo, sollecitazioni per una azione liberatrice che possa far conseguire una formazione comune capace di muoversi da sé, realmente idonea a discernere quanto è autentico da quanto è mistificato. Quindi l’augurio è, perché non ci sia perditempo ozioso, che nell’agire di ciascuno ci sia la spinta, servendosi di contenuti e strumenti diversi, ed anche di operatori diversi, a raggiungere un solo fine: realizzare politica in senso aristotelico in un momento in cui la persistente staticità dei comportamenti continua ad essere da sonno di corpo ibernato con il rischio di svegliarsi, poi, in uno stato di cose che è il contrario di quanto speravamo.
Fare un commento sull' articolo recente e realistico Ha da passa’ "a nuttata"! di Giuseppe Resta, a proposito di una ( ma di una sola!!??)riunione sui GAL, (Gruppi di azione locale), (ma quale azione??) sarebbe stato troppo lungo. Preferisco fare perciò alcune considerazioni più estese in linea con quelle dell'acuto osservatore Resta.
Sulla base di ciò che avviene è forse possibile iniziare a delineare i contorni di un piano di ricerca territoriale che quantifichi i potenziali di risorse a disposizione per lo sviluppo locale. Gli indizi che segnalano la presenza e l’assenza di risorse potrebbero essere:
- Antagonismi: lotte interne, spaccature di ogni tipo, rivalità tra egoismi, affiliazioni politico- sociali in aperto contrasto, presenza di forti squilibri nelle condizioni di vita.
- Regolazione complessiva del contesto: rispetto delle norme, rapporti fiduciari con le istituzioni, rispetto delle regole di convivenza, culture dei diritti (e non dei favori).
- Conoscenza sociale (intelligenza sociale): diffusione dei saperi, informazione, saper fare, capacità di apprendimento individuale e collettiva (amministrazioni che apprendono) dibattito e confronto sociale, contraddittorio secondo regole condivise.
- Reputazione: presenza di persone e giudizi autorevoli, modelli di riferimento condivisi.
- Progettualità ed equilibrata dialettica tra egoismo o altruismo: capacità di perseguire i propri fini rispettando regole di condotta adeguate, dando fiducia e richiedendo fiducia, essere responsabili dei propri atti rispondendo in pubblico e fornendo motivazioni e giustificazioni ragionevoli, capacità d'impresa fondata su competenze effettive (e non solo sull'accesso agli incentivi pubblici).
- Partecipazione: di interesse o disinteresse per le questioni collettive, informazioni sui fatti che riguardano la comunità, partecipazione a forme di associazionismo. Ci sono state forme di coinvolgimento generale? Ci sono stati tentativi dell'amministrazione di coinvolgere i cittadini in un qualsivoglia programma di intervento?
- Interventi di promozione del capitale sociale di origine istituzionale: ci sono state iniziative, programmi, attività istituzionali, che in modo diretto o indiretto mirano alla produzione di incremento di socialità?
Importante allora qui diventa l'analisi delle “pratiche correnti” da esaminare nei loro fondamenti e presupposti, negli esiti, nel modo di inserirsi nella vita collettiva ed istituzionale. Fossimo al "Vespero", almeno vedremmo il pianeta Venere subito dopo il tramonto; qui, mi sembra, si sia ancora a notte fonda. Ha da passa' "a nuttata"! ? Sì, ma con un agire comune innovativo, con un suo bricolage permanente tra problemi e soluzioni; o innovativo di tipo radicale che rompe il senso comune e prospetta in modo diverso di intendere ordine e coesione sociale e sfida su questo terreno le soluzioni più tradizionali (spesso sostenute da corposi interessi particolari). Il tutto da valutare e da condurre con la necessaria diplomazia e senso della misura. Oppure: ha da veni' Baffone?
Quali sono o potrebbero essere gli ideali morali che i recenti eletti di un Partito possono offrire alla politica? Ma quali grettezze e spiriti di proselitismo che a quelli si uniscono potrebbero pure rappresentare limitazioni umane che diventerebbero valore di approssimazione? Quale la scommessa allora? Qui, come diceva don Mazzolari, una rivoluzione non si fa in sacrestia come non si risolve ai vertici; avviene soltanto nell’uomo tutto intero.
“E’ importante uscire dalla cittadella per raggiungere i lontani... passare dal lamento all'azione, dall'accidia tradizionale alla novità coraggiosa”.
C’è bisogno di occasioni per parlare della utilità di un Partito ai fini di un governo civile essendo necessario, per il momento, mettere in luce come sia somma barbarie voler rifiutare alla dignità della persona, non ritenendola più utile alla pari di alcuni altri bisogni fisici, e sottraendo autorità agli uomini stessi che, senza onestà e modestia, provocano turbamenti alla tranquillità pubblica. Purtroppo il popolo dà facilmente ascolto a chi vuole scuotere i costumi prestabiliti; e questo diventa un mezzo per rovinare tutto. Ora invece si dovrebbe cominciare a domandare ad alta voce, senza tregua, l’esecuzione di ogni promessa fatta per tutelare la concezione della democrazia e dello Stato, per porre in essere proposte serie che si traducano in legge, per non violare i diritti naturali dell’uomo riconoscendone l’uso ma anche per dare limiti perché non diventino, degenerando, licenza. Tutto ciò, se necessario, anche creando una corrente politica che si avvicini il più possibile ad una valutazione oggettiva della realtà storica del momento che operi in conseguenza, che sia capace di lottare cadendo o vincendo, secondo i momenti storici del divenire umano. Come ho già avuto modo di rilevare, con qualche altro mio precedente commento sui partiti e sugli uomini che operano ed agiscono in esso, “si ha sempre più bisogno di un tipo di guida politica che sia in grado di proporre obiettivi di interesse comune e non d’èlite, collettivamente accettate e di interesse comune, soddisfatte con forme di gestione che non si identificano certo con quelle di tipo oligarchico, plutocratico, tecnocratico".
In questo nascere di conflittualità, occorrono “potenziali di protesta” di cui i giovani dovrebbero essere i portatori principali che non mi sembra siano più canalizzabili in partiti ed associazioni ma piuttosto in quelli della riproduzione culturale, dell’interazione sociale e della socializzazione.
Una “rivoluzione silenziosa” insomma che, in particolare, spinga i giovani alla solidarietà, alla comprensione, alla tolleranza in opposizione all’individualismo e alla sfrenata competitività politica.
Un’Autorità la cui formulazione in ruoli definiti sembra dolorosamente sacrificata in un contesto istituzionale che non consente nemmeno ampi margini al libero dibattito dell’opposizione per cui i problemi e le incertezze dei nostri giorni passano attraverso forme di itinerari culturali fatti di positivismo, di misticismo idealistico, di irrazionalismo. In tale sistema non è raro individuare, nelle più strenue difese della negazione assoluta, un qualche spiraglio luminoso di quasi inconsapevole opposta soluzione ma non esistendo una categoria unica, unitaria e totale, le innumerevoli categorie, al contrario, creano un vuoto di pensiero e certezze effimere anche cangianti nel tempo e nello spazio, cangianti come giudizio per la stessa persona, come movimento rispetto alla medesima fattispecie. Se ne deduce che l’assoluto è soggettivo, per cui cessa di essere o non è mai esistito come assoluto. Perfino la morale è “eteronoma”, ed appare che il tributo ad un inesistente senso religioso viene pagato nell’esaltazione dell’unico atto veramente morale, perché disinteressato, cioè l’atto folle. Ovunque si operi e ci si muova emergono costrizioni e imposizioni di autorità, per cosi dire, “sovraordinata” e operante secondo scopi non sempre corrispondenti al pubblico interesse. A tale regola non sfugge la Comunità internazionale i cui trattati sembrano “inutili pezzi di carta”, travolte da false proposte di legalità per cui cadano le occasioni di un mondo logico e preordinato alla ragione della giustizia.
Sembra inutile affannarsi a ritrovare l’intelligenza onnicomprensiva cui subentra, invece, l’autonomia dell’autoritarismo del potere o dei poteri costituiti giungendo a disconoscere all’uomo tutta la sua potenziale creatività e il suo continuo confrontarsi con la realtà a lui esterna?
I due problemi esistenti potrebbero, apparentemente, non sembrare connessi ma se si guarda, al contrario, ai compiti ed agli obblighi dell’ente locale, si rileva che alla base delle due questioni vi è un dato comune: la mancanza della tutela del territorio, dei beni demaniali e patrimoniali e la relativa gestione a cui si provvede mediante gli strumenti di programmazione urbanistica, la disciplina relativa alla loro attuazione, la realizzazione delle infrastrutture utilizzabili dalla popolazione, gli interventi e l’attività per la tutela dell’ambiente, la dotazione dei servizi. Non accorgersi che da tempo vi è stata la realizzazione, in alcune zone artigiane, di allestimento di discarica, ricorda molto da vicino il reato di costruzione abusiva, che è permanente fino all’ultimazione dell’opera, e non importa se l’apprestamento dell’area consista in una organizzazione articolata o rudimentale. Ancor peggio se si pensa alle funzioni dei comuni relative alle attività sportive i cui riferimenti, tantissimi, si possono trovare nelle leggi, ma anche negli statuti, nei regolamenti per l’uso degli impianti e nelle convenzioni per la fruibilità delle strutture. Ora un convinto carattere programmatico di attività politico – amministrativa sensato, una coordinazione e cooperazione tra uffici comunali, preposti al controllo e alla vigilanza del proprio territorio e dei relativi beni, sarebbero da ritenere indispensabili per rispondere efficacemente alle esigenze di una gestione quanto meno di sufficiente qualità dei servizi pubblici e per correggere gli squilibri esistenti nella qualità della vita che dovrebbero essere superati rendendo omogenee le condizioni in tutte le parti del territorio; ma sembra che qui, dalle parti nostre, l’attuazione di alcuni importanti compiti istituzionali comporti difficoltà insuperabili, o inerzie colpevoli, nel rendere possibili procedure di ordine e di riordino territoriale secondo le leggi generali della Repubblica che fissano i principi nell’ambito dei quali Comuni e Province esercitano, o dovrebbero esercitare, le proprie funzioni. La consapevolezza delle responsabilità dovrebbe dare vita ad un nuovo esercizio di democrazia che pure nel passato, attraverso il privilegio di costruire Statuti e i regolamenti, si è concretato in una prima testimonianza della funzione positiva che la partecipazione popolare ha potuto esercitare, attuando con convinzione gli istituti previsti nel rapporto nuovo con i cittadini. Acqua passata? Purtroppo sì con organi e azioni amministrative che, “mala tempora currunt”, hanno assunto sempre più disegni diversi da quelli tracciati dallo Statuto eludendo, così, impegni e responsabilità.
Le tendenze in atto nella nostra società rendono sempre più problematico – nonostante le apparenze contrarie – il lavoro di lettura e la comprensione del sociale.
Non intendo dire solo e tanto, di quel lavoro di lettura del sociale che svolgono sociologi, antropologi e altri studiosi o professionisti che hanno come loro specifico scopo di leggere la società. Intendo far riferimento a quel lavoro di lettura del sociale che ogni essere umano svolge, naturalmente, in quanto membro della società, quindi attore sociale.
L’accelerazione dei processi di trasformazione sociale e di mutamento culturale, l’accesso sempre più generalizzato alla comunicazione, l’aumento, e l’aumentata velocità e capillarità di diffusione, di ogni tipo di informazione e soprattutto dell’informazione d’attualità tendono a creare, nel loro intreccio perverso, un’illusione di trasparenza che è all’origine di questa particolare e nuova forma di difficoltà di lettura del sociale. In questo contesto ben si inserisce l’uomo al potere che se non è limitato da criteri di democrazia, può far diventare il suo governo simile ad una tirannia. Così se un Sindaco di un paese ci presenta una versione sistematicamente distorta e incompleta del mondo sociale, il lettore- ascoltatore deve far ricorso a categorie di lettura, selezione e interpretazione particolarmente complesse per poter “correggere” e inserire in cornici interpretative adeguate le cose che si “farfugliano”. Non voglio evocare fantasmi orwelliani né partire per la tangente con l’ennesima sparata apocalittica contro il potere dell’informazione, ma desidero porre al centro della riflessione la nuova forma di opacità sociale prodotta dall’illusione di trasparenza causata dal dilatarsi dell’informazione d’attualità per segnalare un ostacolo molto difficile da superare e che è un vero scoglio epistemologico che ingombra il campo della riflessione ogni volta che si vuole compiere fino in fondo il lavoro che dovrebbe portare ad una capacità d’indagine, verso snodi che collegano l’analisi con la progettazione. E succede pure che quando nell’organizzazione burocratica di una Comunità vengono inserite figure professionali che devono realizzare il proprio lavoro più o meno “sui generis” e poco vicine alle esigenze della società, ci sia apre all’imprevisto, dove forse si lavora poco, spesso senza vincoli preordinati di compiti ed orari, provocando inefficienze e disfunzioni da una parte e frustrazioni, disaffezioni e idiosincrasie dall’altra. Questa “massa” di abusi che non legittimano le competenze necessarie per le funzioni culturali, per le quali si legittima il ruolo professionale, non può certo poi far affermare che laureati e diplomati delle più svariate provenienze, con esigenze ed aspettative legittime, aggregati in associazioni culturali, sono “ipocriti”. Le conseguenze di queste affermazioni a me paiono “drammatiche” sia in quei settori del campo culturale – come i media e la pubblicità – nei quali la ragione economica finisce per dettar legge, sia in quei settori – politiche culturali pubbliche – nei quali la ragione burocratica o quella assistenzialistico – clientelare, finiscono pure con l’avere predominio. La speranza è, alla fine, che, pur sapendo che si opera in base al presupposto che ci possono essere tendenze anti - democratiche latenti e palesi sia tra i governati che fra i governanti, si possa trovare una linea volta all’instaurazione di istituzioni intese alla salvaguardia della democrazia.

La prima idea del costituito Comitato è nata quale proposito de “Il Portavoce”n.45.
Nella successiva apposita riunione è apparso ben evidente, fin dal primo momento, l’opportunità di produrre un lavoro non individuale bensì a più voci, tale che possa offrire una sintesi generale delle vicende artistiche e culturali dell’area galatea, dall’età più antica ai tempi moderni. Esigenza quest’ultima, si presume, largamente sentita sia fra gli studiosi, sia negli ambienti in generale più vasti. Ben definito anche lo scopo principale; insieme con l’esigenza di superare i singoli personalismi, interni ed esterni, e al ruolo svolto di volta in volta da questo o quel centro maggiore o minore in relazione alle alterne vicende di questo paese, mettere insieme, con la stesura di un programma, dedicato alla storia, agli attori attuali artistici e non e al territorio, le singole espressioni e movimenti culturali per dare contributi di collaborazione a chiunque voglia accettarli.
L’aspetto e il fatto più appariscenti e più reali della nostra società, in ogni sua componente, è quello dell’abbandono- ormai quasi universalmente accaduto- di una cultura fondata su un’adesione anche fisica a schemi territoriali locali e l’insorgere di un nuovo tipo di cultura che va tentando di manifestarsi in forme, in modalità e contenuti del tutto nuovi, e, quel che più conta, va cercando i propri modelli nell’ambito di una “modernità” di carattere mondiale, modernità della quale appaiono, per ora come visibili, solo alcuni aspetti estremamente esteriori; ma proprio perché questi passaggi non assumano un carattere di drammaticità, ove l’analisi di essi debbono tener conto di un certo tipo di cultura locale, la funzione del Comitato o dei gruppi diventa quella di essere uno stimolo e formazione per cercare di rispondere a questa trasformazione con una adeguata promozione culturale, professionale, economica.
Queste esigenze creano una spirale di bisogni che moltiplicandosi possono provocare un senso di ingiustizia e un complesso di frustrazioni con tensioni, da quelle ideali a quelle concretamente pratiche, a quelle puramente utilitarie, che mantengono in essere una situazione di tendenziale nevrosi sociale e di continua contestazione a livello di ogni situazione e con qualunque mezzo utilizzabile. Di fronte a tutto ciò che potrebbe diventare fenomeno sociale insieme grandioso e fragile, stimolante e pericoloso, si tenterà di porre in atto suggerimenti di intervento di ogni genere: in particolare, per quanto ci riguarda, interventi culturali di ogni natura. Saranno queste premesse sufficienti per fornire poi strumenti di base per qualsiasi ulteriore ampliamento del quadro culturale finora noto e solo globalmente delineato? Hoc est in votis.
Dal Sud i giovani scappano per sistemarsi al Centro-Nord. Il Presidente delle Repubblica afferma: “per una ripresa stabile occorre superare il divario con il Nord”. Molto giusto.
Ma da tempo si sa che è fin troppo evidente il contrasto che si delinea tra il dominante materialismo economico e l’aspirazione verso “una società più umana” che garantisca le libertà individuali. Abbiamo scordato la Lettera enciclica “Laborem exercens” pubblicata dal papa Giovanni Paolo II il 14 settembre 1981?
Se gli anni settanta hanno rappresentato la crisi, una crisi generale che ha investito anche la realtà del mondo giovanile con la caduta di quei punti di riferimento che permettevano la piena integrazione tra individuo e società, negli anni ottanta la “questione giovanile” sempre più si delinea come “problematica sociale” e perde la sua originaria autonomia. Molti diversi orientamenti di analisi hanno posto l’accento, di volta in volta, ora su di un problema, ora sull’altro, senza poter comprendere che cosa è necessario al giovane per essere un individuo, cioè entità/identità nella società e non categoria ben distinta per età, gruppo sociale, assenza o presenza di ruolo nella moderna divisione del lavoro.
Ciononostante emerge il bisogno di conoscenza come spinta motivazionale tale da percorrere fino in fondo l’iter di studi, sia nella speranza di una risoluzione per il lavoro, sia per una ritrovata “personalizzazione” nel tessuto sociale. La cultura istituzionale non li coinvolge e, non soltanto perché non consente loro di proiettarla in una realtà lavorativa personale, ma perché ha perso di credibilità; quasi del tutto assente il ruolo di collegamento con il mercato del lavoro, completamente lontani dai nuovi modelli emergenti i contenuti delle discipline di insegnamento, per cui i giovani avvertono il bisogno di cercare altrove e diversamente una propria identità culturale e sociale. Persiste ancora, d’altra parte, una interiorizzazione piuttosto passiva e abulica di un modello sociale stereotipato nel quale prevale il dovere della società di garantire al giovane una collocazione sicura ed un ingresso altrettanto stabile e proporzionato al titolo di studio conseguito.
Ora i giovani ritengono necessario un contatto con la realtà cittadina solo nel senso di un’apertura verso il mondo produttivo che possa facilitare quell’inserimento professionale che a tutti appare molto incerto. L’aspirazione verso il futuro che si proietti oltre la propria diretta esperienza, aspirazione che avrebbe potuto essere desunta da preoccupazioni di “tipo ecologico” per la mancanza di verde, di mare pulito, di città curata, di strade vivibili e percorribili, di atmosfera pulita, dovrebbe confermare una tendenza che, si spera, possa rappresentare la spinta al rinnovamento culturale e sociale che pure è sempre stata una caratteristica giovanile ma che oggi appare appartenere a tutti.
FERNANDO MAGLIO mi ha trasmesso una nota significativa su “curiosità della metà del secolo scorso “ – che, dopo averla gradita, pubblico con un mio modesto e laconico commento - riguardante una delibera sul servizio notturno delle farmacie del tempo.
Si pone in risalto un plebiscito popolare e democratico che vince sulla “ratio” della Legge.
La domanda che mi pongo è: come allora si esercita il potere e quanto il potere è esercitato?
Una cosa è certa: tutti i problemi politici sono problemi istituzionali, problemi di struttura legale ma anche di persone ove il progresso verso una maggiore uguaglianza può essere salvaguardato soltanto mediante il controllo istituzionale del potere.
Giuseppe D’Oria
CURIOSITA’ DELL’ALTRO SECOLO
- Il plebiscito designa la farmacia notturna.
“Il pensiero del Consiglio Comunale, che è l’autentica espressione della maggioranza del Popolo Galateo, è stato chiaramente espresso nelle delibere Consiliari 18 luglio 1950 n. 56 e 22.9.1950 n. 65, alle quali mi riporto, rimanendo in attesa del preannunziato provvedimento che codesta Prefettura emanerà in proposito.
Intanto, mentre si prende atto della nota telegrafica n. 9078 Sanità con cui codesta Prefettura fissa il turno delle Farmacie, desidero far presente all’E.V. quanto appresso:
1) La delibera di Giunta Comunale 9.12.1949 n. 320, divenuta esecutiva, fu adottata con l’intervento degli assessori dissidenti.
2) Il Sindaco, come rilevasi dalla Delibera Consiliare 18 luglio 1950 n. 56 ebbe a richiamare il Consiglio sulle decisioni adottate, pronunziando le seguenti parole, “ a questo punto il Sindaco fa presente al Consiglio che il servizio farmaceutico notturno, quando è istituito deve essere a turno da tutti i farmacisti. L’Amministrazione, in tanto, può affidarlo ad un unico farmacista, in quanto, gli altri abbiano chiesto di essere esonerati. Se tutti i farmacisti si obbligano di farlo attenendosi alle norme di legge in vigore ed assicurando per tutte le 24 ore, la presenza in farmacia di apposito farmacista, egli (Sindaco ndr) ritiene, a suo parere, che il Comune non possa affidare, sempre alla stessa farmacia, il servizio farmaceutico notturno. Alle osservazioni del Sindaco si oppongono tutti i Consiglieri ai quali si aggiungono i numerosi cittadini presenti nell’aula, che, avendo seguito con vivo interesse la discussione, chiedono che il servizio in oggetto sia assolutamente affidato ad unico farmacista, ragione per cui il Consiglio conferma ancora all’unanimità le sue decisioni contenute nelle lettere A), B) C) ed E) della presente delibera”. Le motivazioni del Sindaco pro tempore.
(Cristo o Barabba? Il plebiscito contro la ragione della Legge. Ndr).
Eravamo a meta luglio 1950. Sembra lontano dalle prassi politiche ed amministrative?
Fernando Maglio
Ho tentato anche oggi di inviare un messaggio ad un qualche componente la Pubblica Amministrazione di questa Città del seguente tenore: " Ma non sarebbe opportuno sforzarsi di trovare un sito di deposito provvisorio per alcuni rifiuti invece che lasciarli per il centro o per le vie?"
Come avviene da tempo non riesci a trovare il modo per inserirti con il linguaggio “informatichese" in questa città "poco cablata”. Ho deciso, come sfogo, di chiedere aiuto a linea amica inviando il seguente messaggio. Sarà forse la volta buona?
Data: 30/06/2009 17.31.30
Oggetto: Servizio Linea Amica
Grazie per aver contattato Linea Amica.
La esigenza da Lei prospettata sarà lavorata entro le prossime 24/48 ore in base ai carichi di lavoro e, qualora necessario, Lei potrà essere contattato via e-mail e/o telefono dai nostri esperti ai riferimenti indicati.
Per consentirLe una verifica le trasmettiamo nel seguito il contenuto da lei sottoposto:
D'Oria Giuseppe
Galatone (LE - Lecce)
testo domanda:
E' da tempo immemorabile che il sito del Comune di Galatone (Le), alla voce "contattaci", non funziona. Non si riesce ad inviare messaggi di partecipazione e di intervento attivo costruttivo al sindaco o ad altri componenti la giunta o verso burocrati, pur essendo previsti. Avendo, più volte, informato del problema alcuni addetti comunali (direttore generale, URP,) tutto scorre come prima in modo negativo. Pertanto di fronte ad alcuni disservizi che presenta il sito web di questo Città che dovrebbe rappresentare il nuovo, globale modo di gestire la vita e di mutare l'organizzazione degli uffici, come si può offrire opportunità di dialogo per una necessaria diffusione di notizie e valutazioni, con un pubblico che crede al rapporto costruttivo tra ente locale e cittadinanza, anche in tempi di sfiducia verso le istituzioni e disaffezione alla vita politico-amministrativa? Grazie del Vs. intervento. Giuseppe D'Oria
Le ricordiamo infine che può contattare Linea Amica anche al numero verde 803.001 oppure al numero 06.82.88.81 (per chiamate da cellulari, alla tariffa urbana della città di Roma), attivi dalle ore 9 alle 17 dal lunedì al venerdì
Se vuole può lasciare una sua valutazione del servizio Linea Amica utilizzando questo link: Pagina Valutazione Linea Amica
I dati da Lei forniti nell'ambito del servizio di contact center Linea Amica, saranno trattati, dal Formez - Centro di Formazione Studi, società in-house del Dipartimento della Funzione Pubblica (DFP), nel pieno rispetto della normativa in materia di privacy, Dlg 196/2003. Può visionare l'informativa completa sul sito internet www.lineaamica.gov.it
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Ai nuovi amministratori del Sud che di recente eletti si accingono a governare sicuramente con buona volontà ed entusiasmo, va posta una riflessione profonda sugli insuccessi delle politiche implementate negli ultimi quindici anni il cui paradigma di riferimento è stato esattamente quel laisser faire sottoposto oggi a forti critiche da parte non solo dei suoi oppositori ma anche della grande stampa finanziaria anglosassone che l’aveva promosso grandemente nel mondo, per indurre ad una retrospettiva critica sulle azioni del Governo centrale e locale alla luce dei terremoti finanziari, economici e politici in atto a livello interplanetario.
Ci troviamo al cospetto di una sequenza di previsioni e proposte tutte centrate su un impianto concettuale liberista e tutte più o meno disattese e deludenti. Si pensi alla continua esaltazione degli effetti benefici per il Mezzogiorno della tanto declamata unificazione monetaria e dell’apertura dei mercati. E’ ormai evidente che non si è stati capaci di mettere in atto politiche di “vantaggi comparati” e, anziché aiutare il rilancio del Mezzogiorno, si registra, al contrario, un inasprimento degli squilibri regionali sull’intera scala europea. Le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro che avrebbero dovuto favorire i lavoratori meridionali hanno avuto, invece, effetti analiticamente indeterminati sull’occupazione, che non hanno minimamente arrestato le emigrazioni verso il Nord e hanno generato una grave depressione salariale. Ed esaminando le politiche di privatizzazione e liberalizzazione nel settore bancario ci si accorge che hanno fatto del Mezzogiorno l’unica grande regione d’Europa priva di un proprio sistema bancario, senza che il ricarico che ogni banca decide di aggiungere al tasso di base, tra i tassi praticati agli imprenditori meridionali, si riducesse.
Ed ancora, pensiamo più in generale alle privatizzazioni, sulle quali oggi – con i paesi propugnatori del liberismo che rispondono alle crisi a furia di nazionalizzazioni – bisognerà mettere in atto qualche seria considerazione. Politiche sostenute dalla retorica del “piccolo è bello” e delle “vocazioni locali” ( vocazioni a “morir di fame”) che in realtà hanno fatto del Mezzogiorno un’area sussidiata ed assistita come da sempre è stata. E per finire una attenta analisi sulle questioni in atto riguardanti il federalismo fiscale che potrebbe provocare conseguenze per il Mezzogiorno degne di gravissime preoccupazioni.
In definitiva, una visione strategica di nuove proposte di politica economica, dopo i tanti fallimenti di scelte per il Mezzogiorno, s’impone per un ripensamento delle decisioni delle amministrazioni locali nel rapporto con gli esecutivi centrali ed europei. I comportamenti, gli atteggiamenti, i metodi di lavoro, le relazioni personali e tutto il sistema sociale inoltre dipendono dall’applicazione o meno della moralità. Per salvaguardare i diritti è necessario rispettare i doveri e quindi le “regole”con una formazione che deve basarsi sull’educazione a comportamenti responsabili e sulla corretta informazione. Una presa di coscienza collettiva della seria necessità di inventare e sperimentare nuovi modelli progettuali e di utilizzare nuovi strumenti volti a favorire una crescita evolutiva delle giovani generazioni, si impone, in quanto esse dovranno affrontare problemi sempre più pressanti che colpiscono l’intero pianeta.
Da Fernando Maglio ricevo e pubblico alcuni brani da appunti che, dopo aver letto, ritengo, siano sintomatici di situazioni di cui si soffre ancora oggi. Più che partecipare, autonomamente, si aspetta che altri decidano per noi, pronti tuttavia a scaricare su questi altri gli errori, a deplorare con acuti accenti la subordinazione, ad ironizzare su deficienze e contraddizioni. Di questo male si soffre un po' tutti; ed è un bel modo, in fondo, per sentirsi assai poco responsabili di quanto accade. Certo, se smettessimo tutti di considerare gli altri i veri responsabili (senza riflettere che anche noi siamo poi "gli altri" per il nostro prossimo) e se ci assumessimo consapevolmente quella parte di responsabilità che ci spetta (senza volercela prendere tutta, perchè cadremmo nella presunzione), probabilmente, oltre che fare giusta professione di umiltà (una virtù oggi pressochè ignorata), raddrizzeremmo parecchie situazioni distorte. (Giuseppe D'Oria)
Da Appunti sul periodo Rodelliano per UNITRE
La piattaforma politica del galatonese degli anni rodelliani
“Pulitica”, “spitente” e “roba”
Il Galatonese, intriso di cultura classico-bizantino-cristiana, credeva, come abbiamo visto, nella dignità e libertà della persona, nella roba verghiana, nel localistico ”espediente”, agile intraprendenza, nell’ottimizzazione quantitativa dei risultati.
Questo orientamento antropologico costituiva la sostanziale piattaforma dei programmi e delle scelte politiche, che, il “ forestiero” Sindaco dell’ottobre 1946 aveva metabolizzato e adottato per l’ indigeno “pachioco” e “fariseo” (assonanza con sciocco e “furese”, rustico).
Il corpo sociale era galvanizzato ed al classismo oligarchico, plutocratico e conformistico sostituiva l’interclassismo, sul fondamento della libertà e dignità della persona.
Il cittadino, blindato dalla (pulitica)“politica”, anteponeva, però, il soddisfacimento dei suoi bisogni individuali, restando insensibile o indifferente al funzionamento della macchina amministrativa, all’efficienza, all’efficacia degli interventi amministrativi, al pubblico bene.
Cercherà l’uomo forte che sappia, immedesimandosi, individuare i suoi bisogni palesi ed occulti, le attese, le speranze, private e sociali, individuali e generali, che sia il responsabile della gestione con meriti e colpe da premiare o sanzionare con il voto.
Preferirà il leader politico non impegnato in attività economiche, più arbitro che giocatore, che garantisca e lasci libero sfogo alle spinte individuali o soddisfaccia le richieste particolaristiche rivoltegli, essendo condonata l’attenuazione o inerzia programmatica e qualche umana imperfezione.
Il cittadino, ancora, per ovvio timore, non si esporrà durante il mandato del leader, pur registrando ed introiettando anche empaticamente e continuativamente ogni aspetto comportamentale, ma al termine, quando la passione, accumulata durante il quadriennio, sarebbe esplosa in orgie liberatrici e sanzionatorie delle delusioni subite o dei vantaggi percepiti.
Il galatonese premierà col voto il centro o la destra sociale, marginale essendo rimasta la sinistra tutta, come si ricava dai dati elettorali dal 1946 ad oggi.
Presunzione ed inferno
Da buon greco al galatonese poteva attagliarsi il giudizio di B.Russell:
“ Non tutti i Greci, ma un gran numero di essi erano appassionati, infelici, in lotta con se stessi, condotti per una strada dall’intelletto e per un’altra dalle passioni, con un’immaginazione capace di concepire il paradiso e un’ostinata presunzione che crea l’inferno.”
L’inferno era tra galatonesi, il paradiso era assegnato al leader (Ndr).
Passione e sanzione
La politica, di massima, era orgiastica e sanzionatoria, perché passionale e reazionaria.
Un ulteriore aiuto a comprendere il fenomeno proviene da B.Russell:
“L’orfismo, associazioni per il culto di Dioniso, credeva che l’ ”orgia”, considerata un sacramento, purificasse l’anima del credente e la rendesse capace di sfuggire al meccanismo della vita”.
L’individualismo dissolvente
Sul disfacimento morale e materiale della società individualistica illumina il recente articolo di Beppe del Colle citando Padre Bartolomeo Sorge.
“La diagnosi di Padre Sorge parte da una profezia di Giovanni Paolo II contenuta nella Enciclica “Centesimus annus” del 1° maggio 1991, commemorando la “Rerum novarum” di Leone XIII del (15 maggio) 1891: dopo la caduta del muro di Berlino (del 9 novembre 1989 ndr) e del comunismo, ed il crollo del capitalismo neoliberista tanto evidente in questi mesi (mese di marzo 2009 ndr), alla “civiltà dell’amore” fondata sul Vangelo si è sostituita “l’inciviltà dei nazionalismi superati, degli egoismi eretti a sistema”.
Padre Sorge non ha dubbi: “l’imbarbarimento della situazione” è individuabile nel modo di trattare il maggiore e più pericoloso dei problemi italiani di oggi, il confronto con l’immigrazione, condizionato “ dalla paura diffusa e dal bisogno di sicurezza dei cittadini”; un modo “che non aiuta a risolvere il problema ma lo esaspera”. (Ndr.per i galatonesi del 1946 il problema maggiore, più pericoloso era il comunismo, oggi, 2009, l’arretramento socio-economico)
Di qui il resto di una vera e propria requisitoria: l’antipolitica diventata sistema, un presidenzialismo di fatto; una diminuzione del ruolo del Parlamento, un “pensiero unico” che nega alcuni principi fondamentali della Costituzione.”
Sulla questione interviene Piero Ostellino con “Lo Stato canaglia”, Rizzoli, Milano, 2009.
“Il liberalismo non è una dottrina - che dice agli individui quale è il loro interesse e ne prescrive i comportamenti - ma la dottrina dei limiti del potere e della società aperta, all’interno della quale, ciascuno si presume sappia quale è il proprio interesse e, di conseguenza, lo persegue in autonomia, alla sola condizione di non impedire agli altri di fare altrettanto. Il guaio è che di liberalismo, nella vita pubblica degli italiani, non c’è traccia. E ci vorranno, forse, generazioni perché vi si affacci.”
Analoghe problematiche affronta Vittorio Emiliani nel libro “Vitelloni e Giacobini”, Donzelli, Milano, 2009.
L’ autore racconta di Voghera (1954) immersa in un “blando sonno provinciale e semi rurale”, ma, dove, esisteva una borghesia pronta a recepire e a far fermentare gli stimoli provenienti da élites intellettuali come quelle del Mondo di Pannunzio o di Comunità, il periodico fondato da Adriano Olivetti. Un’autobiografia che narra della formazione della classe dirigente del tempo nutrita e animata di cultura meritocratica.
Si tratta, ancora, del rapporto con il mondo e della interazione della classe dirigente con la realtà, senza paraocchi, miopia, chiusure.
Era una democrazia il rodellismo?
Un presidenzialismo ante litteram, non solo egemonia della maggioranza sulla minoranza politica, oltre le formali dichiarazioni rassicuranti e difensive.
Le elezioni si svolgevano regolarmente con il voto segreto, libero e personale. I diritti politici della persona si attuavano con le periodiche votazioni; quelli civili e sociali erano “declamati” nell’assistenzialismo. Il Comune, allora ente autarchico ( non sempre autosufficiente), controllato dal Ministero dell’Interno, era sottoposto alla legge e alla giustizia civile, penale, amministrativa, contabile.
Nascerà una nuova cultura politica?
Nascerà una cultura in Galatone?
Dice il Foscolo:”…dal dì che nozze, tribunali ed are”. “E tu onore di pianto Ettore avrai ove fia santo e lagrimato il sangue per
Galatone sembra lontana dalla civiltà della famiglia, della legalità, della memoria, sideralmente distante dalla “civiltà dell’amore”. Troverà almeno l’umanesimo?
L’invidia o il confronto civici con i paesi vicini più evoluti, ieri come oggi, prescindono dalle responsabilità del corpo elettorale, di ciascun elettore, prima di quelle degli eletti.
Noi galatonesi, tuttora, dissolviamo tutto con la critica demolitrice, erudita o perfida, nell’alienazione della retorica del ritorno o del cambiamento, retorica compiaciuta ed esibita, trascurando i segni dei tempi e il criterio unificante degli essenziali valori comuni. L’ ”autismo sociale” atavico è accresciuto dalla “continua interferenza della tecnologia nella vita quotidiana”.
L’innata ansia della Pasqua può, però, imboccare la via di una scelta razionale e di una opzione democraticamente compiuta, sulla spinta della nostra spiccata e diffusa empatia e sulla convinzione della necessaria considerazione degli altri per la solidità dei rapporti interpersonali (bisogna comportarsi da “inditori e ccattatori”, venditori e compratori insieme).
Fernando Maglio
Respingere l'immigrato clandestino non viola il diritto internazionale. Credo, però, che non si possa essere convinti della validità e del senso contenuto nel Ddl sicurezza che, approvato alla Camera, viene portato avanti con voto di fiducia sui maxi emendamenti del governo. Ad uno sguardo, sia pure estremamente sommario, della ricerca e della definizione del termine “respingimento” si può notare come non si può prescindere, dalla nozione, sia pur vaga, di ciò che è bene e ciò che è male, e delle relative “ragioni” per cui e grazie alle quali è possibile tale distinzione. Scelte politiche fortemente criticate
dall'Onu e dalla Ue con un tema importante, quello dell’integrazione, che da questo provvedimento viene escluso, in quanto il pacchetto sicurezza non ne parla e non avrà gli effetti propri di una società che vuole essere integrata.
Dobbiamo, come nel mondo antico, riporre ogni bene e ogni diritto nella Natura, per cui si nasce liberi o schiavi, e si è destinati dagli Dei a governare comandare, oppure ad obbedire e a subire, senza il diritto di protesta alcuna, il predominio dei forti? Si nasce, quindi, o forti o deboli, o ricchi o poveri, o virtuosi o meschini, senza speranza di alternativa di sorta? Dalle vicende tragiche di immigrazione e tutt’altro che ispirate a principi umanitari, abbiamo dimenticato la fame e la voglia di migliorare la propria vita degli italiani che emigravano ieri e che erano simili a quelle di molti migranti che vengono da noi oggi?
E’ vero che da un punto di vista politico l'immigrazione clandestina va a toccare una serie di questioni sociali come l'economia, il welfare state, l'istruzione, l'assistenza sanitaria, la schiavitù, la prostituzione, le protezioni giuridiche, il diritto di voto, i servizi pubblici, e i diritti umani; ma non hanno ragioni valide i tiranni dei nostri tempi, per giustificare se stessi e il loro strapotere quando si decide, su problemi così delicati, a colpi di voti di fiducia, cioè con discussione sommaria. “Vogliamo credere che non si tratti già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ce ne sono, e talora anche allarmi, che occorre saper elaborare in vista di risposte sempre civili, per le quali il pubblico dibattito deve lasciar spazio alla ricerca di rimedi sempre compatibili con la nostra civiltà”. ( Cardinale Bagnasco).
Di fronte all'arrivo di nuovi irregolari il presidente della Cei chiede dunque "risposte", "accordi di cooperazione" per portare "alla legalità situazioni irregolari", "integrazione sociale" e accoglienza delle "domande di ricongiunzione familiare".
Ora la cultura è anche insieme di modelli normativi condivisi dai membri della società, i quali servono a regolarne la condotta e sono accompagnati da sanzioni certe nel caso che la condotta non vi si conformi.
Se un clandestino espulso ritorna e scatta l’arresto e se la sentenza arriva immediata, viene condannato. Dopo poco rimesso in libertà. Se viene di nuovo acciuffato con processi che, in questo caso, funzionano come catene di montaggio, verrebbe subito dopo rimesso in libertà. Con un principio: “ne bis in idem”, cioè non si può giudicare due volte una persona per lo stesso reato.
La verità è che, in tutto questo bailamme positivistico chi ha partecipato e partecipa, esprimendo poi un’ansia profonda del positivismo di maniera, esprime utilità che scaturiscono da calcoli aritmetici con cui si misura la quantità di piacere e la quantità di dolore, che possono derivare da ogni azione e decidersi a favore dell’azione solo se la bilancia è a favore del piacere, altrimenti è da evitarsi. Bellissima morale che, come si può notare, è buona per tutti i cinici e gli opportunisti di questo mondo!!!
Ciascuno di noi, da sempre, è preso dalla febbre di conoscere ed agire: di conoscere per agire e di agire per conoscere. La società diviene palestra in cui l’intelligenza si esercita e si irrobustisce. Ma la curiosità, che è radicale, può accontentarsi di una o molte risposte per poterla soddisfare? Oppure alcune risposte, in particolar modo quelle date dai rappresentanti politici di turno che non sono coerenti tra loro e riunite assieme non soddisfano appieno, ci accontentano? Non basta aver esplorato un solo cantuccio del proprio ambiente per potersi insediare tranquillamente, quando tutto intorno è tenebra o malefica furbizia. Così credo che, dovendo percorrere un tratto di strada, dovremmo sentire l’esigenza di esplorare la carta geografica politica non solo per un tratto determinato, ma tutta la regione circostante, allo scopo di conoscere le asperità del percorso per orientarsi ad abbracciare, con uno sguardo più allargato, il panorama di un’intera mappa. In occasioni di chiamate in causa elettoralistiche, sempre importanti, si dovrebbero affacciare alla nostra mente le eterne domande: chi votare, che cosa rappresentiamo noi, dove dobbiamo arrivare, quale valore ha l’umana ragione, quali programmi scegliere. Invece penso, con tristezza, che spesso ci appaghiamo di qualche notizia frammentaria e superficiale senza toccare il fondo delle cose, non adempiendo ad una conoscenza organica e sistematica sul tutto. Purtroppo altri interessi ci tengono impegnati e ci lasciamo andare, con preparazione effimera, verso l’esercizio di attività generali politiche e sociali che, oltre i problemi particolari, se avessimo maggiore contezza, potremmo arricchire con il patrimonio di approfondite conoscenze per acquistare chiara consapevolezza delle ragioni del nostro voto, della nostra destinazione e di quella dei problemi che, prima o poi comunque, ci coinvolgeranno. Approfondire simili argomenti per arricchire la personalità umana, così come tutti i compiti particolari che ciascuno di noi è chiamato nella pratica quotidiana, dovrebbe illuminarci per dirigere il limpido sguardo verso mete lontane e spingersi in alto. Ma questo sforzo per trarre alla luce tutto se stesso, per conquistare non solo il potere della propria personalità ma per possedersi interamente, mi sembra che spesso si vada perdendo nelle forme più incompiute, senza capacità di coordinare risultati e d’interpretarli per trarne risposte coerenti sul significato dell’espressione del voto e della sua importanza che non sarebbe insignificante o impotente solo che volessimo profondamente intendere come si stanno formulando i vari problemi e come vorremmo fossero risolti. Ogni conquista non può escludere l’impiego di un mezzo necessario che è il pensiero perché, col proporselo, s’intende giudicare criticamente per osservare ogni fatto particolare, per conseguire scopi, per raggiungere la verità. Pensiamoci perché tra noi e il mondo esterno non si frappongano i sensi che talvolta ci ingannano o variamente rifrangono l’oggetto che porge a noi un’immagine alterata, fatta pure di eterne illusioni che lasciano fuori la realtà vera.
Tutti noi dovremmo fare politica non per avere potere, fine a se stesso, ma per avere credenze comuni da diffondere senza le quali non vi può essere società stabile. Chi ha il potere, invece, dovrebbe sapere quello che vuole e quello che vuol fare per portare a compimento e compiutamente i suoi progetti non perché è padrone di qualcosa bensì rappresentante che, in nome e per conto di altri o in nome proprio e per conto altrui, riesce a portare a termine degnamente il mandato ricevuto. Intanto chi ha potere cerca di conservarlo staticamente, diventa duro e a volte crudele, non fa fare ad altri per paura di essere messo in secondo piano, detiene la sua poltrona per poter vivere di rendita cui stare saldamente aggrappato. Invece che cercare di convincere gli altri a portare avanti, insieme con le sue idee, progetti e programmi, fa in modo che la propria gestione personalistica diventi sempre più potente per far ubbidire altri al proprio comando. In altri termini la potenza del potere diventa statica, passiva e non dinamica, sino a diventare monopolio del potere. Ma questo modo di esercitare potere non è certo, come pure è stato, capacità di amministrare, capacità di dirigere, di trasformare, aumentare, sviluppare, innovare. Non si è innovatori e non si riesce nemmeno, come potere amministrativo, a comporre i diversi interessi che pure hanno rappresentato la spinta che ha fatto eleggere qualcuno. Se poi si considera un altro aspetto che riguarda le conoscenze di chi esercita potestà, viene fuori che sempre più carente è la capacità di discutere ed approfondire determinate questioni mancando in effetti una appropriata preparazione che non si è mai acquisita né si è avuto il desiderio, quanto meno per dignità personale, di far risuonare le ragioni per cui si doveva pensare alla necessità di un centro di formazione politica. Quindi si è diffusa, ormai, una potenza di resistere al comando politico senza che questo possa rappresentare un effettivo potere accompagnato, peraltro, da teorie “decisionistiche” approssimative che risultano essere fallimentari. Le scorciatoie di tipo ideologico alla caccia di identità assolutamente perdute ci pone di fronte al problema di come costruire nuovi sistemi di rappresentanza che possano di nuovo in qualche modo coniugare la dimensione della potestà con quella di autorevolezza nelle conoscenze, nelle decisioni, nei progetti. E questo diventa un vero, grande problema per risolvere e trovare il modo attraverso cui le procedure attuali di rappresentanza possano essere proiettate verso un potere che sia veramente autorevole, riconosciuto ed apprezzato.