Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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martedì, 27 ottobre 2009

RISULTATI DI UN PARTITO

Quali sono o potrebbero essere gli ideali morali che i recenti eletti di un Partito possono offrire alla politica? Ma quali grettezze e spiriti di proselitismo che a quelli si uniscono potrebbero pure rappresentare limitazioni umane che diventerebbero valore di approssimazione? Quale la scommessa allora? Qui, come diceva don Mazzolari, una rivoluzione non si fa in sacrestia come non si risolve ai vertici; avviene soltanto nell’uomo tutto intero.

“E’ importante uscire dalla cittadella per raggiungere i lontani... passare dal lamento all'azione, dall'accidia tradizionale alla novità coraggiosa”.

 C’è bisogno di occasioni per parlare della utilità di un Partito ai fini di un governo civile essendo necessario, per il momento, mettere in luce come sia somma barbarie voler rifiutare alla dignità della persona, non ritenendola più utile alla pari di alcuni altri bisogni fisici, e sottraendo autorità agli uomini stessi che, senza onestà e modestia, provocano turbamenti alla tranquillità pubblica. Purtroppo il popolo dà facilmente ascolto a chi vuole scuotere i costumi prestabiliti; e questo diventa un mezzo per rovinare tutto. Ora invece si dovrebbe cominciare a domandare ad alta voce, senza tregua, l’esecuzione di ogni promessa fatta per tutelare la concezione della democrazia e dello Stato, per porre in essere proposte serie che si traducano in legge, per non violare i diritti naturali dell’uomo riconoscendone l’uso ma anche per dare limiti perché non diventino, degenerando, licenza. Tutto ciò, se necessario, anche creando una corrente politica che si avvicini il più possibile ad una valutazione oggettiva della realtà storica del momento che operi in conseguenza, che sia capace di lottare cadendo o vincendo, secondo i momenti storici del divenire umano. Come ho già avuto modo di rilevare, con qualche altro mio precedente commento sui partiti e sugli uomini che operano ed agiscono in esso, “si ha sempre più bisogno di un tipo di guida politica che sia in grado di proporre obiettivi di interesse comune e non d’èlite, collettivamente accettate e di interesse comune, soddisfatte con forme di gestione che non si identificano certo con quelle di tipo oligarchico, plutocratico, tecnocratico".

In questo nascere di conflittualità, occorrono “potenziali di protesta” di cui i giovani dovrebbero essere i portatori principali che non mi sembra siano più canalizzabili in partiti ed associazioni ma piuttosto in quelli della riproduzione culturale, dell’interazione sociale e della socializzazione.

Una “rivoluzione silenziosa” insomma che, in particolare, spinga i giovani alla solidarietà, alla comprensione, alla tolleranza in opposizione all’individualismo e alla sfrenata competitività politica.

mercoledì, 24 giugno 2009

DE PROFUNDIS…CLAMAVI

 

HO RICEVUTO e con piacere pubblico alcune valide considerazioni di Fernando Maglio che, ospite gradito di questo blog, dimostra di essere eccellente narratore di vita e di storia i cui avvenimenti, passati e recenti, agitano i pensieri e i sentimenti. Con la sua fantasia, nutrita di esperienza personale metodicamente disciplinata, nella trasmissione del documento, scherzosamente, così ha firmato: “Fernando Maglio vecchio e sordo, non sordido”. L’analisi che segue ci fa capire come un certo tipo di società, quella in cui stiamo vivendo, ha molti lati positivi ma pure tanti limiti, difetti, disvalori anche se niente ci impedisce di prefigurare un nuovo modello sociale, se non proprio perfetto, certo migliore di quello attuale. Con quale criterio? Quello sicuramente del “bene comune” da intendersi non in modo statico ed empirico come la somma aritmetica dei beni delle singole persone, quanto piuttosto in una forma dinamica, e cioè come l’insieme di tutte quelle condizioni che assicurano il massimo sviluppo possibile della personalità di tutti i cittadini. Non meno importante del primo una nuova entrata nel “regno dei valori e degli ideali”, soprattutto ad opera dei giovani la cui educazione, come richiamata dalla “Gaudium et spes”, “di qualsiasi origine sociale, deve essere impostata in modo da suscitare uomini e donne, non tanto raffinati intellettualmente ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo”.

 Giuseppe D’Oria

 

 

 

De profundis ……i risultati elettorali 2009

Avendo io affievolito, se non esaurito, il diritto di cittadinanza attiva mi permetto di interloquire, da lontano, nella complicata e complessa situazione locale e generale.

Un primo sforzo da compiere è la lettura dei segni de tempi, sulle o tra le righe, per trarre le conseguenti valutazioni e proporre le opportune soluzioni.

E’ una norma anch’essa vecchia, come me, ma, poco attuata o dimenticata, pur insegnata, sin dal 1961,  da un maestro eccezionale, Giovanni XXIII, che precorreva la società dell’apparenza e vi anteponeva la umile adesione ai processi storici i quali, camminando, fanno smarrire colui che manchi del necessario impegno interpretativo ed orientativo.

Questa aurea direttiva dovrebbe guidare l’operatore sociale che all’onestà intellettuale unisce la congruenza delle proposte.

Nel merito, ritengo che il cittadino, singolo od associato, sia, pericolosamente, stanco e scettico verso i suoi rappresentanti, che hanno rincorso, fin qui, i cosiddetti inciuci,  per il mero potere, nel mentre concorrevano a decomporre e frantumare la solida base sociale, che, pur, si rinnovava.

La pluralità delle posizioni non è ricomposta nell’unità, essendo teorizzati il separatismo e l’autoreferenzialità, al posto della confluenza della molteplice ricchezza della vita individuale, associata e di gruppo, nell’alveo dello spirito di servizio e del bene comune.

Uno strumento ambiguo, poi, è la comunicazione quando ignora che il cittadino è smaliziato, da sempre,  nel giudizio sul potere, che può subire, ma non amare. Ciascuno di noi, molto pianamente, parte, principalmente, dal proprio piccolo ed estende la sua osservazione all’intero ambiente, che lo circonda, sottraendosi all’assillo tecnologico e mediatico e formulando, in crescente autonomia, i criteri e i voti ai suoi esponenti.

E’ venuta meno, ancora, con l’operosità, la regola della moralità pubblica e privata, come i tempi moderni oppongono al comune osservatore.

Se vedo bene, qui, si cerca la via di uscita, all’oscurità incombente, negli accordi di vertice, sul presupposto della transumanza delle pecore al comando del leader.

Il ricambio delle menti e degli esponenti, al contrario, abbisogna, non di illusionistiche ed illudenti improvvisazioni verticistiche o di collettivi plebisciti, ma del tesoro delle esperienze vissute, della convinta “follia” del nuovo, con la posposizione dei propri orgoglio ed interesse.

Un’ ulteriore precauzione mi sovviene: ci face pane e cofani ndi sbaglia. All’errore, che è una componente individuale e sociale, sia nell’elezione del c.d. delegato,  sia nella gestione, deve sovvenire la forza della organizzata correzione democratica, di base, e della priorità del bene pubblico.

I popoli di antica consuetudine democratica licenziano gli sconfitti o comunque limitano i mandati  governativi elettivi, per il ricambio, ma, soprattutto, per l’eliminazione delle incrostazioni e dell’accumulo delle scorie intossicanti.

Tutto bene? Resistenza alle tentazioni del potere, anche tecnologico, del denaro e dell’escort (omo e bisex), come oggi si dice.

Sub lege libertas, per chiudere con il latinorum.    

Fernando Maglio

 

postato da: giusedoria alle ore 08:24 | link | commenti
categorie: de profundis, ansia ed eccitazione
martedì, 16 giugno 2009

RASOIO E TARASSACO

Ricevo e pubblico alcuni brani di Fernando Maglio che, a mio modo di vedere, sono degni di essere diffusi per mettere in risalto, senza sminuire l’importanza delle più vaste cause economiche e sociali, i tanti problemi di un tempo che riguardavano la “roba”, il nutrimento, la lotta per la vita, economica e personale. Le ragioni degli atteggiamenti riportati rientrano nella psicologia, nello sviluppo e nelle reazioni dell’essere umano che allora, come adesso,  determinano, da una parte una progressiva e definitiva liberazione da alcune rigidità sociali legate ad antiche incrostazioni culturali, con la conseguente importantissima spinta a mutamenti a livello dei singoli e, dall’altra, pur nella persistenza di profonde differenze tra gruppi, sentimenti di colpevolezza, di ansietà e di insicurezza da cui tentiamo la fuga senza riuscirvi in quanto situazioni del genere hanno le loro radici nella storia stessa che ci ha coinvolti e che non hanno avuto né hanno unicamente cause razionali.  

Giuseppe D'Oria

 

Rasoio e tarassaco

Negli anni 40 del secolo scorso in Galatone imperava il diffuso individualismo esasperato (il solipsismo), riaccartocciato più solidamente con il passare degli anni.

Le favole del rasoio, per tagliare il pane, e del tarassaco, fatto mangiare all’asino, trascinato dal villano sul campanile della Chiesa, simboleggiavano, sia pure sarcasticamente, la nostra parsimonia e l’alta propensione al risparmio, insieme con la difesa e il miraggio della roba.

La società era stratificata economicamente, ma omologata dalla cultura materiale (la proprietà immobiliare, soprattutto terriera, goduta o attesa) ed astratta.

L’orientamento operativo personale e interpersonale si ritrovava nelle massime di ascendenza greca, latina, bizantina e  cristiana, che, solitamente, erano rievocate nel pasto comune dal padre di famiglia o nei circoli ricreativi dal più anziano, il quale, in quanto tale, continuava a godere di un potere correttivo, sul più giovane, anche in pubblico o nella piazza in attesa della giornata.

Tra i proverbi e gli aforismi locali erano richiamati il “Graeci  sumus” (Greci siamo), “Sai il luogo della nascita”, “ignori il luogo della morte” del Galateo, occorre “Politica”(Pulitica in dialetto) (occorre etica comportamentale), “Raddrizza il ganzoncello quando è tenerello”, dei sofisti, “ Ti piace dire male dei tuoi, non sentirne dire”, “Non ti impicciare, non ti impacciare, non fare bene per non ricevere male”.

Le stagioni e la religione scandivano il calendario.

La relazionalità si manifestava, prevalentemente, con espedienti accattivanti o irretenti, avendo progettato il soggetto di lucrare vantaggi e/o evitare spese alle spalle altrui.

Il Galatonese era una persona operosa, protesa alla razionale ottimizzazione dei risultati, assorbita dal quotidiano impegno lavorativo da mane a sera.

Prontamente intuitivo, quanto sornione, rigoroso e sentenzioso, di ferrea memoria, diventava duttile e tollerante per necessità, ma rimaneva ancorato alle profonde convinzioni individuali e individualiste.

Usava nelle contingenze storiche  la massima flessibilità insieme con il distaccato scetticismo e con la mai sopita attesa messianica per riscattare storici torti, vessazioni, angherie, attestata dalla esclusiva massima, “Ci ha ccambaratu scambara ca a Nardò parmescia”, “Ritorni al digiuno quaresimale,  chi l’ha interrotto, perché a Nardò, centro e governo della Diocesi, è ancora la Domenica delle Palme”.

La Repubblica con il Referendum costituzionale e l’Assemblea Costituente

Monarchia e nostalgia

Il corso politico, nato dalla nordica Resistenza, era esorcizzato dallo scetticismo atavico e dalla permanenza di una maggioritaria, sostanziale nostalgia autoritaria.  L’eccezionale liberalismo elitario era neutralizzato dall’incombente prassi di un mondo chiuso, arcaico, immoto.

Nel clima politico e sociale, reso più stantio e circospetto dalla crisi post bellica, e dalla paura dei socialcomunisti, si svolsero il 2 giugno 1946 il Referendum istituzionale e le votazioni per la Costituente.

Le prime elezioni politiche, a suffragio universale di tutti i cittadini, maschi e femmine, con voto personale, libero e segreto, introdotto nel gennaio 1946 da Palmiro Togliatti, erano guidate, localmente, dal principio di evitare salti nel buio, facendo anche leva sull’emozione e sulla retorica in difesa della Monarchia e dell’esistente. “Ci llassa la strata ecchia e pigghia la noa, sape cce llassa e no ssape cce troa”.

Galatone, come dimostrano i risultati elettorali del 2 giugno 1946, votò per la Monarchia e per l’Uomo Qualunque, diffidando delle novità.

La Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, col metodo testimoniato del servizio politico disinteressato, nasceva (settembre 1946) verticisticamente e si sviluppava, socialmente, dopo una lunga, decennale gestazione, con la vittoria nelle elezioni amministrative del maggio 1956.

Non erano emersi, ancora, giovani e/o personalità che volessero in politica rischiare, sperimentare, innovare.

I partiti di sinistra durante tutta la prima repubblica avranno esigue adesioni e scarsa influenza, per humus improprio.

Il Galatonese medio rifiuterà lo statalismo egalitaristico nelle sue diverse interpretazioni, aderirà, in misura ridotta, ad un socialismo umanitario, soprattutto per condurre battaglie in difesa della libera iniziativa, della proprietà privata e del riconoscimento dei diritti sociali.

 

Fernando Maglio

 

 

 

 

 

mercoledì, 27 maggio 2009

IRRITAZIONE POLITICA

 

Il nuovo clima politico e culturale rende possibile il dispiegarsi di fenomeni nuovi nella società civile e il profilarsi di nuovi orientamenti nel sistema della politica. Questo sistema politico è soggetto a continue pressioni in quanto è possibile realizzare intese costituite di volta in volta, o di momento in momento, non sui programmi stabiliti ma su accordi occasionali e quindi sulla possibilità continua di recedere dagli stessi con decisioni che hanno carattere distributivo e compensativo. Sono insieme conservatrici e progressiste. Entro un siffatto quadro politico è possibile comprendere perché l’orizzonte evolutivo del sistema è così frastagliato, e, in particolare perchè, accanto ad elementi arretrati, coesistono elementi che presentano una evoluzione strutturale così proiettata verso il futuro che, in particolari contingenze, può diventare rischiosa. Infatti mentre per alcuni ambiti di proposte  programmatiche relative a determinate innovazioni tecnologiche, capaci di produrre particolari effetti, è dato di rilevare una difficoltà evolutiva del sistema politico, per altri ambiti, invece esiste una estesa disponibilità, fornita da interventi economici europei, statuali, i quali però vengono furbescamente confusi e totalmente immunizzati dall’incontrollabile frastagliamento di competenze tra poteri centrali e poteri periferici. Sembra particolarmente difficile delineare costellazioni di interessi che non sono toccate da forma di tutela compensativa, così come sembra particolarmente difficile individuare, se non in relazione a determinate contingenze, costellazioni di interessi oggetto di disinteresse legislativo, e quindi di pericolosa trasgressione. Ora, c’è possibilità, liberandosi da atteggiamenti intellettuali o comunque etici - in quanto potrebbero essere riduttivi, o per converso potrebbero produrre l’illusione che si possono descrivere, al di fuori della politica, come fatti ed eventi sociali – di riuscire a risolvere il dilemma fra coscienza e ordine sociale oppure di pretendere di farlo senza ripetere formule astratte  e vuote, che mancano di qualsiasi concretezza?

Spentesi le ideologie, il potere di collaborazione sociale è diventato puramente residuale e solo scarsamente agisce come riferimento congruente dell’azione. I valori, come le ideologie, sono risorse sempre più scarse ma la protesta, nelle società complesse, deve diventare una funzione stabile per mirare alla continua rottura e riformulazioni delle regole del gioco; un rituale, però, che pur non essendo privo di obiettivi politici, non si traduca in interessi personali che degradando, prima o poi, troverebbero riconoscimento ma anche assorbimento. Il sistema politico continui pure a reagire con impazienza, irritazione e, non riuscendo a capire, sia impotente ad assorbire e canalizzare un agire ad esso non conforme che deve avere l’orgoglio di non lasciarsi afferrare e quindi nemmeno definire. Come cioè per l’azione sociale è diventato problematico orientare la propria carica di protesta contro il potere “sordo”, in quanto il problema resta quello di trovare e definire il “potere”, così per il potere resti il problema di captare e definire gli obiettivi della protesta e della opposizione. I risultati? Chi vivrà, vedrà.

venerdì, 22 maggio 2009

PROBLEMA POLITICO

 

 In questi giorni, molti interventi di candidati e pochi da parte dei cittadini, data l’imminente elezione di rappresentanti europei e locali, riguardano problemi che analizzano l’organizzazione dell’umana società e l’esercizio dei pubblici poteri; ma appare che essi siano ancora ancorati a soli motivi di reggimento politico senza chiedersi quali rapporti debbano intercorrere tra il cittadino e lo Stato; se quest’ultimo debba avere l’unico compito di tutelare diritti, se l’organizzazione statale debba risolvere in sé  ogni autonomia ed iniziativa dei cittadini o se ancora lo Stato debba esprimere l’unità organica di un popolo nel quale le iniziative individuali, promosse, tutelate, disciplinate dai poteri, locali, regionali, centrali, europei, siano rivolte concordemente e subordinate al vantaggio comune, e come ciò debba avvenire. Parlare di questi problemi, per ora, piuttosto che intendere come essi spezzino la discussione in altrettante problematiche esistenti, costituirebbe forse l’aspetto di un unico problema. Le prospettive particolari dell’unico grandioso edificio si può ammirare da infiniti punti di vista. Un panorama, lo stesso panorama, si presenta a mille spettatori da mille punti di vista diversi: impossibile a tutti essere nello stesso tempo in ogni punto osservato. Anche se si tratta dell’orizzonte infinito, questo non può essere visto se non puntualizzandosi nell’angustia di una pupilla, sìcchè tutti gli spettatori vedono tutto, ma quell’oggetto che per uno è vicino, per un altro è lontano, quello che per uno si presenta nitido in primo piano, per un altro sfuma in lontananza. Non esiste una sintesi allo stesso modo che non vi è visione del panorama se non da un punto di vista. Ma oltre il fine particolare che conseguiamo con ciascuna delle nostre azioni, delle enunciazioni programmatiche, spesso false, qual è il fine supremo a cui debbono essere rivolte tutte le nostre azioni solidali? E se tante energie ci appartengono, siamo incondizionatamente liberi di disporne, o non grava su di noi un’autorità che, senza costringerci, ci indica in quale modo dobbiamo agire? Esiste un obbligo, un dovere morale che, senza necessitarci, ci indica in qual modo dobbiamo agire? Discussioni su problemi di fondamento del dovere, di obblighi, di principi, di ideale non se ne ascoltano, anzi dal punto di vista estetico si osservano perturbazioni passionali, conoscenze che si basano su una o più sensazione empirica, rappresentazioni dovute a precedenti esperienze e conservate nella memoria, tante imitazioni con il fine di un parziale utile consenso, senza alcuna libera attività creatrice, nuova dell’impegno a produrre tesi valide ed idonee a darci speranze. Purtroppo una calma indifferente ma solo apparente, con la negazione di criteri di verità, sembra voglia annullare la conoscenza della dura realtà, nel suo vero essere, che potrebbe darci la possibilità di comportarci, rispetto ad essa, con una vera proficua serenità.

lunedì, 06 aprile 2009

GUAI SU GUAI

 

 Come se non bastassero  i tanti problemi che ci assillano, anche i terremoti si accaniscono contro di noi con tanta povera gente direttamente interessata da decine di morti e migliaia di sfollati. Anche se terremoti si verificano ogni giorno sulla Terra e la maggior parte causa poco o nessun danno, quest’ultimo accaduto in Abruzzo, purtroppo ha mietuto vittime e provocato ingenti danni. Le difficoltà conosciute, anche se non direttamente sperimentate da molti di noi, consapevolmente o meno, ci fanno pensare con senso di umana solidarietà a quelle genti ma anche a stabilire le terapie più efficaci e rapide per i mali ecologici e ai criteri di “salute” per sviluppare una puntuale patologia degli ecosistemi. Compito che dovrebbe essere di ogni uomo responsabile.

Sembra che un atteggiamento non sano nei confronti della natura e una politica, spesso dissennata,  si mettano assieme per fare di tutto perché il nostro cosmos si trasformi, al più presto, in caos. Gli shock che si stanno subendo, sia interni che esterni, non sono certo destinati, come accade in economia, a rientrare nel breve periodo, ragione per la quale, se non cominciamo seriamente a darci una mossa pensando al nostro futuro, aggiungeremo guai su guai. Se non ci vogliamo rendere conto ed acquisire consapevolezza che i problemi non sono più di natura congiunturale, ma strutturale, che vale cioè per il futuro, allora correremo il rischio di restare  a terra senza aver riflettuto su difficoltà serie con le quali ci dovremo confrontare. Ci vogliono subito scelte determinate e coraggiose ma senza invocare, come pure sta accadendo, reazioni autoritarie che rappresentano, a mio parere, una maschera che cela una frustrazione, irritazione profonda, insicurezza di base di consapevole o inconsapevole rivalità. Si vuole cioè dominare gli altri con la forza della propria posizione, piuttosto che dominare se stessi. Diventa così  più facile attuare l’aspetto più immediato e spettacolare dell’autorità, con un comando ed una sanzione, senza un vero ascendente che si basa, o dovrebbe basarsi, al contrario, sulla forza morale che produce il vero consenso o la dovuta comprensione. L’ansietà e l’insicurezza potrebbero condurre, sul mondo circostante, a prendere atteggiamenti apertamente aggressivi che non rientrerebbero più nello sviluppo e nelle reazioni dell’essere umano. Non dobbiamo quindi sminuire l’importanza delle cause economiche, del nutrimento, della lotta per la vita, economica e personale ed usare bene questo tempo per reagire, per incidere su elementi di collaborazione, di partecipazione, di integrazione di una persona con le altre per maturare il senso della responsabilità e della solidarietà, specialmente nella cattiva sorte, per non restare bloccati in una posizione che difficilmente si svilupperà domani.

giovedì, 08 gennaio 2009

IL LINGUAGGIO, LA CRITICA

                                                 

La socialità, si dice, è innata nell' essere umano, fa parte della sua natura. Come istinto insopprimibile dell’uomo, quello di vivere con gli altri, aggregandosi, di sentire che il suo rapporto con gli altri è, in qualche modo, necessario, conferma una tendenza spontanea. Ma questa tendenza non andrebbe anche promossa, aiutata e guidata per evitare una possibile atrofia e soprattutto per potenziare al massimo una crescita ordinata all’interno di un processo sociale che è anche bisogno di educazione con gesti, parole e azioni che fanno la stessa socialità? In questo contesto, mi sembra che la funzione del linguaggio e della critica, sia sotto l’aspetto descrittivo sia argomentativo, può quadrare con i fatti oppure no, può concentrarsi, ponendo attenzione, sull’espressione e sulla comunicazione. Ma è proprio qui che la nostra opera, come tutte le opere umane diventa fallibile. Commettiamo costantemente errori con standard oggettivi ai quali possiamo venir meno nella verità, nel contenuto, nella validità delle diverse tesi. Ma è pure così che il linguaggio si può arricchire, facendo divenire possibile l’argomentazione critica e la conoscenza in senso oggettivo. Ora il dialogo o il confronto, mi auguro costruttivo, l’immensa varietà di costumi nelle diverse culture che cambiano e si differenziano, le forme diverse in cui si esprimono, nei partiti e fuori da essi, dovrebbero comporre la vita degli associati oppure, scomponendosi, ridursi a cosa degna di poco interesse?  E se, considerate tutte queste cose ma pure altre ancora potrebbero essere enumerate, non  cominciamo a guardare con molta modestia a questioni politiche e partitiche, non iniziamo soprattutto a sentirci tutti coinvolti nella liberazione e nella promozione di mete per l’analisi di situazioni reali concernenti la vita difficile da condurre, diventeremmo oppure no, aggregando ruoli umili con grandi o piccole virtù, più disponibili e pazienti nel sacrificio che ne deriva dal vivere con gli altri? A noi la scelta. L’attenzione, perciò, è da centrare sulle persone e non sulla struttura in quanto tale che, per la sua conservazione ad ogni costo, può diventare inevitabilmente oppressiva nei confronti dei suoi membri pure quando si “elegge”, a maggior ragione quando "si nomina", qualcuno che con un certo uso della libertà potrebbe diventare, a sua volta, gravemente lesivo della libertà e dei diritti altrui, specie nei confronti degli associati o “degli iscritti”, delusi e non, più deboli e meno capaci.

 Auspichiamo quindi più sensibilità nel rispettare le persone, maggiore disponibilità a praticare nelle piccole cose, che spesso si dimenticano, con coloro che ci stanno più vicino, che hanno comuni intenzioni, insieme con una serietà nell’azione tutta tesa nei progetti più vasti di riforma e rinnovamento sociale.

venerdì, 03 ottobre 2008

PAURE PLANETARIE

                                                  

Un dato ineludibile che sta emergendo e che rappresenta un vero e proprio “pretium doloris”,  riguarda la costante crescita non del benessere ma delle paure planetarie che bisogna combattere. Per questo si è aperto un confronto, a Roma, tra premi Nobel, ricercatori e studiosi per il "World Social Summit". Tema  da studiare ed approfondire che nasce dalla sempre maggiore considerazione intorno alle paure nelle società contemporanee. Uno stato d’animo provocato "non solo dall'aumento dei rischi percepiti come minacce per gli individui" dal terrorismo alla sicurezza personale passando per le minacce ambientali, "ma soprattutto dalla crescita dell'incertezza con cui sempre più ampi strati di popolazione mondiale sono costrette a confrontarsi".

 Gli italiani che fanno sempre maggiore fatica a "sbarcare il lunario" vivono in un’ Italia che compie sempre più enormi sforzi per essere competitiva nel mondo, ove la ridotta produttività annaspa a  conquistare parte di mercato e riduce il prodotto che stenta a distribuire. E gli elementi che frenano la produttività, come i poteri occulti o meno di cui sono titolari tante categorie che bloccano l' evoluzione sociale,  i privilegi, le rendite, fanno sì che a subirne le conseguenze della mancata crescita e della crescente inflazione siano soprattutto le poche categorie che non hanno voce in capitolo e non sono protette. Le previsioni della Commissione europea e il nuovo indice dei prezzi dell’ Istat confermano queste situazioni preoccupanti.
Sia a destra che a sinistra la forza del capitale prevale suonando la stessa musica: “sicurezza”.  Ma tale sicurezza non riguarda il lavoro che, mancando, si trasforma in insicurezza sociale, ma altro non è che la sicurezza per il capitale. Il processo di accumulazione capitalistico che durante le sue fasi di sviluppo esclude strati di meno abbienti , ne rende precari altri e produce migliaia di diseredati che da un continente all’altro forniscono manodopera a basso prezzo e per tutti i tipi di lavoro, anche quello nero.

In questo processo non è difficile individuare anche la tendenza all’ aumento irrefrenabile della tecnica con la conseguente inevitabile riduzione progressiva della mano d’opera; la macchina elettronica offre alla società, ai gruppi, all’industria una occasione irripetibile di rivedere sistemi sbagliati e irrazionali, ma può anche portare allo sconvolgimento di tutti i valori acquisiti  con la tendenza a regredire verso epoche che ci illudevamo fossero del tutto scomparse.

La deregulation in atto del movimento dei capitali, rimuovendo gli ultimi, deboli, ostacoli agli investimenti esteri diretti a livello globale, potrà rendere tutti meno sovrani, svuotando progressivamente, di ogni controllo, l’economia mondiale. Ancora una volta, in soltanto apparente monotonia, tornano le parole formazione e cultura per scegliere se diventare forza motrice del prossimo futuro o coda di un mezzo che marcia veloce guidato dalle nuove forze e potenze economiche orientali con uno scenario che aprirebbe la strada a nuovi rapporti negli equilibri mondiali, e , nel contempo, con un Europa che non si sa ancora quale voce forte possa avere nelle decisioni di politica internazionale. Nel 2009 la presidenza a rotazione del Gruppo degli Otto, o G8, spetterà all’Italia. Sarà un impegno per interessi economici, politici ma, si spera, possa curarsi anche di aspetti sociali per suggerire una via che comprenda l' attenuazione della cappa di insicurezza.

 

 

giovedì, 25 settembre 2008

MILITARI

                                      

Il Consiglio dei ministri ha deliberato l’utilizzo di 500 militari da disporre nelle aree a  rischio criminalità, dopo gli incidenti recenti di Castel Volturno dei giorni scorsi, scatenati dalla strage della camorra nei confronti di immigrati africani. L’esercito si prepara a organizzarsi nel Casertano. Sono tutti all'insegna dell'emergenza i provvedimenti emanati dalla riunione straordinaria del consiglio dei ministri convocata in risposta alla strage recente di camorra. Non si perde occasione per tradurre il particolare frangente, attraversato dal paese, in termini di un inasprimento della militarizzazione della vita sociale e della guerra contro la camorra ed anche i migranti.
L'invio di 500 militari nelle zone di emergenza della criminalità organizzata è, si dice, per "assicurare il controllo del territorio". Chiedo se -   pure La Russa osserva che i soldati non risolvono ogni male-  non possano essere più produttive, rispetto a quelle recenti attuate dal Governo, le iniziative e i rapporti con gli altri,  il dare la parola, l’affetto, l’esempio come tanti che , lavorando instancabilmente, hanno dimostrato si possa fare, riuscendo a togliere il terreno ai potenti e preparando i cambiamenti necessari. Se si  trovano e si scelgono i modi di attuazione delle libertà, dello sviluppo di ogni essere, con le tecniche giuridiche, amministrative, sociologiche, forse potremmo evitare scene di guerra, di autoritarismo che non instaurano alcuna tutela del territorio, ma incutono, al contrario, un’atmosfera di insicurezza che pone il cittadino in uno stato d’ansia che, nello stesso tempo, lo pone, con frustrazione, in posizione di dipendenza e di passività. Gli atteggiamenti e le condotte sono importanti per farci capire se portano sempre dentro l’orientamento alla democrazia aperta, con il potere esercitato sempre più da tutti, nella direzione e nel controllo dal basso, nella libertà di critica, di informazione, di espressione, da non sospendere mai, nel superamento di ogni sfruttamento, di ogni potenza sugli altri per via del denaro; un metodo, se si accettano questi principi, che rappresentano anche una scelta,  per un’azione continua di trasformazione sociale che non vuole distruggere gli avversari ma che sente la forte esigenza della solidarietà e collaborazione. Forse potremmo non avere effetti pratici immediati nel gelido mondo in cui viviamo, ma libertà vuol dire pure essere in grado di superare quelle concezioni che spingono a pensare come “bisogna rendere la pariglia”, “non mi lascio sopraffare”. Tutta la nazione danese, dal re in giù, riuscì a respingere, formalmente e pubblicamente, la politica di Hitler che avversò con una aperta calma, convinta resistenza che scosse il morale delle truppe tedesche e degli uomini delle SS che occupavano il Paese, facendo cambiare tutti i disegni sulla questione ebraica. Ma lo fecero soltanto esprimendo unanimemente e validamente, in parole ed azioni, la forza delle loro convinzioni profondamente radicate. Queste convinzioni morali non avevano niente di eroico o di sublime. Erano semplicemente normali. L’autoritarismo e le sue larvate forme ottengono, come risultato, il condizionamento sociale e l’asservimento. Di tutto ciò, dovremmo preoccuparci seriamente.         



mercoledì, 23 luglio 2008

LE STRISCE BLU E GLI STRISCIANTI

                                     

 

Senza credenze comuni, da cui derivano comuni doveri, non vi può essere alcuna società stabile perché può esserci vera società soltanto tra esseri intelligenti; e se gli interessi possono momentaneamente avvicinare gli uomini, il nodo che li unisce, senza rapporto con la loro natura più intima e nobile, alla fine, si dissolverà nel nulla. Se le mode e l’effimero prendono il sopravvento negli stili di vita, è consequenziale che le strisce blu, per delimitare parcheggi a pagamento e non, possano suscitare più interesse rispetto a tante altre scelte che dovrebbero comportare riflessione critica e programmazione seria per evitare ricadute a pioggia negative sulla testa del cittadino pensante. Se anche rappresentanti della minoranza politica, di fronte a decreti scriteriati che non hanno in sé nemmeno la parvenza della legittimità, si limitano a chiedere quali siano stati i criteri dell’atto inesistente, possiamo intuire di fronte a quali “progetti elastici” ci possiamo ancora trovare, ma anche quale possibile ricognizione su quei temi si possa riuscire ad effettuare se non chiudendosi entro gli egoismi che, striscianti, fanno diventare viscida e servile quella moltitudine di interessati che, per giustificarsi, moltiplicheranno, a modo proprio, la sostanziale riuscita di scelte fatte su misura personale. Come si può notare, da minuzie, rispetto a cose ben più gravi, possono nascere iniziative dense di ricchezza e testimonianze fattive che si estendono al punto tale che possono penetrare gli intimi recessi di altri interessati che, permeati di principi cattolici e cristiani, di laicismo, permissivismo, edonismo, saranno intaccati, comunque, dallo stesso fenomeno grandioso del tornaconto, di sensi che nulla hanno a che fare con gli stimoli o i confronti ad esclusivo livello di solidarietà, di umiltà, di costruzione reciproca che forma “Chiese deboli” propense a gareggiare a livello burocratico piuttosto che a livello caritativo, assistenziale, missionario, sociale. L’educazione di ciascuno dovrebbe urtare contro modelli prepotenti ed affermarsi con testimonianze evidenti e collettive di valori specifici ma dedizione, gratuità solidarietà, fratellanza stentano a dare frutti pratici perché quasi impossibilitati a consolidarsi in tradizioni ed abitudini di vita, cioè in modelli di condotta. Ne usciremo? Se ripenseremo su come impostare una qualche forma stabile di vita culturale e comunitaria, forse, riusciremo a trasmettere, come è avvenuto in altre epoche, i presupposti di un mondo nuovo ma, soprattutto, di un “piccolo villaggio” in cui, con sofferenza, continueremo a vivere. Si ha fiducia che il rimedio, l’unico rimedio a situazioni di malessere, possa consistere nel lasciare che le stagioni politiche insieme con i conflitti spirituali  si svolgano e si concludano in modo spontaneo, non stancandosi, però, di diffondere opinioni e credenze ai fini di una discussione che, piaccia o non piaccia, non deve finire mai con l’essere oppressa.

mercoledì, 16 aprile 2008

ANSIA COME ECCITAZIONE

ansia 

 

Ci sono stati d’animo che possono creare un certo livello di eccitazione, come lo è, per esempio,  l’ansia. E l’ansia che pervade, a questo punto, è l’analisi a livello generale di come, chi ha vinto le elezioni e si accinge a governare, comprenderà ed imparerà la complessità del sistema giuridico, economico, sociale che stiamo vivendo e, attrezzandosi, riuscirà a risolvere i problemi, evitando l’alibi imbattibile della degenerazione del potere. L’ansia di vedere se riuscirà, la neo eletta classe dirigente, avendo le basi per una seria governabilità, a comporre il conflitto tra i diversi interessi in gioco, con una “fantasia al potere”, imprescindibile, ma con un riferimento essenziale ad una griglia di valori, attraverso cui fare sempre riferimento per  filtrare le scelte e le decisioni. Un’ ansia che si accompagna anche all’aspettativa che tutti, con pochi partiti rappresentati, riescano a mettersi di buona lena e fare bene le scelte, per realizzare quanto promesso durante la campagna elettorale. Un’ansia di vedere se si sentirà l’esigenza di uno Stato che non è puramente e semplicemente un’idea astratta, ma, essenzialmente, cultura che aggrega, che si costruisce per processi complessi e continui, nelle sedi istituzionalmente deputate. Se, cioè, il nuovo insediamento con relativo potere, non sarà conflittualità implicita tra il prevalere dell’interesse di parte e la forza della ragione che aspira ad una convivenza serena, in cui ciascuno sia rispettato per quello che è, secondo la sua dignità di maggioranza o opposizione, e i cui rapporti sociali si adeguano a modelli che traggono la loro forza normativa non dall’immediato interesse particolare, ma da altre ragioni, di carattere etico, che tendono a subordinare il potere alla giustizia.  La vita pubblica italiana che, come altre volte si è avuto modo di affermare e che tutti possono individuare, appare gravemente caratterizzata da una molteplicità di comportamenti illegali, disonesti ed illeciti, dovrebbe essere oggetto di un puntuale osservatorio che nessuno, dagli uomini al potere, dalla classe politica in generale, al semplice uomo della strada, può più sottovalutare per l’autorità culturale e morale che parte da esso per non arrivare, se già non lo siamo, alla normalizzazione dei comportamenti devianti e deviati, alla diffusione dei fenomeni di disonestà che possono, proprio dal cuore dello Stato, propagarsi  fin nell’animo e nella parte più intima del cittadino, tanto da non destare meraviglia, né rivolta e condanna morale ed istituzionale. Quindi un’eccitazione ansiosa che, fuori e dentro le istituzioni, governo, amministrazioni locali, partiti politici, enti pubblici,  dovrà comportare, come aspettativa, di essere vigili  di fronte a tutto quello che può ancora succedere, essere  attenti per non abbandonare, nelle mani dei potenti e di chi comunque potrebbe avere “occupato lo Stato”, la capacità di discernere il potere, inteso come servizio al cittadino, e mai come degenerazione, frutto di arroganza opprimente e interesse fine a se stesso.

postato da: giusedoria alle ore 12:55 | link | commenti
categorie: ansia ed eccitazione