
Il sesto ed attuale presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, nella conferenza mondiale dell’ONU a Ginevra, “Durban 2” su razzismo, discriminazione, xenofobia ed intolleranza, ha sancito un odio contro Israele tale da far pensare ad un problema antichissimo che troviamo in Platone e Aristotele, e prima ancora in Socrate, che si domandavano se il “bene è insegnabile”. Qui, di fronte alla offensiva retorica del presidente iraniano, la domanda diventa se “il male è insegnabile”, è comunicabile; per noi affinchè non abbia a ripetersi in futuro, ma per Ahmadinejad per esporre le sue tesi anti-israeliane, nella pretesa di decidere quali uomini o quali gruppi umani hanno il diritto di abitare la Terra e quali no. Un modo di fare sadismo, non in termini di patologia sessuale, bensì a livello psicologico - esistenziale per configurarsi come radicale negazione dell’altro da sé, come negazione al tempo stesso del principio sociale e del principio di realtà. Un modo, nella negazione del proprio simile, per realizzare la propria totale sovranità che potrebbe scatenare un furore nella devastazione, distruzione e opera di morte. Sul piano della coesione degli Stati non si dovrebbe consentire di ascoltare, pur nel libero manifestarsi delle convinzioni e nel libero esprimersi delle idee e della fede religiosa, continua minaccia, purtroppo perdurante in Europa, e anacronistico riemergere di situazioni di intolleranza con riflessi conservatori che non sono, senza dubbio, giustificati. E’ innegabile il convincimento dell’importanza fondamentale, non solo per la dignità delle persone ma anche per la convivenza dei popoli, del dispiegarsi della libertà di pensiero, coscienza e religione, come ogni libero confronto di idee, di ogni libera creazione di attività artistica e culturale, di ogni sapere scientifico oltre gli angusti limiti delle frontiere nazionali, ma è similmente necessario insistere nell’affermare i principi di tolleranza e dialogo, sia all’interno dei singoli stati che nei rapporti degli Stati tra loro, perché si impongano come necessari alla convivenza non solo interna ma anche internazionale. Come diceva Niebuhr, sono le virtù dell’uomo a rendere la democrazia possibile, ma sono invece i suoi difetti a renderla necessaria per non far diventare le cose più irragionevoli di questo mondo come le più ragionevoli a causa della sregolatezza di alcuni uomini.