Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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venerdì, 13 novembre 2009

TRIBUNA GALATEA 2

tribuna galatea 2

La  riunione preparata per "Tribuna Galatea" con la valida presenza di personaggi responsabili della gestione della cosa pubblica e non, si è svolta per interessare non tanto sulla

percezione della inadeguatezza riferita alle istanze di orientamento poste da alcune vive esigenze a livello di esperienze generalizzate e purtroppo disattese, quanto intorno al bisogno di capire, soprattutto da parte di persone che già ampiamente si sono prodigate non senza difficoltà operative nelle iniziative validamente prodotte, la funzione delle varie conoscenze e competenze con onestà e modestia per promuovere ed organizzare la Città  in termini di maggiore efficienza e qualità di servizi offerti ai cittadini.

Avere rapporti periodici, in questi ultimi tempi manchevoli, predisposti per comunicare rilevazioni, informazioni e valutazioni non sporadicamente ma con analisi il cui contenuto contempli le informazioni necessarie alla verifica sintetica del grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati, senza comunque tralasciare aspetti di efficienza e di efficacia in grado di influenzare l’attendibilità delle conclusioni evidenziate con dati effettivi e con riguardo sia alla gestione complessiva, che alla gestione dei singoli servizi , diventa sempre più necessario. Bisognerebbe pure porre mano per studiare il modo di far aumentare la qualità dell’ assemblea elettiva e della giunta, al fine di un corretto rapporto di dialogo e relazione tra organi.

Come? Con  un successivo sforzo comune per adeguare Statuti e regolamenti, ormai superati, per evitare o attutire costrizioni e imposizioni di autorità operante secondo scopi non sempre corrispondenti al pubblico interesse.

Di fronte a questa ampia gamma di problemi, quale può essere la risposta giusta? Cercare prima di accettare, ciascuno con le proprie difficoltà, i problemi sul tappeto per mettere poi  le diverse iniziative in condizione di normalità non potendo pretendere che tutto cambi immediatamente; costruire pure strutture che rilevino, a livello di scelte, il problema della cooperazione tra attori di tipo diverso; a livello progettuale e cognitivo poter considerare il concorso di saperi diversi, spesso molto distanti e non abituati a sviluppare insieme gli argomenti migliori, per una più riconoscibile gradazione delle progettazioni idonee a raggiungere l’effetto d’integrazione tra politiche diverse ma tutte rilevanti per la qualità dello sviluppo del territorio.

Le persone intervenute non hanno respinto le esigenze ed i segni dei tempi, ma hanno avvertito l’urgenza di rendere effettivo ogni messaggio che dalla discussione è nato per impostare i relativi problemi con coscienza e responsabilità e non certo con semplicismo; del resto se si crede che le infinite esigenze si possono risolvere con l’elusione o con il rinvio si dissipa tutto e, rimandando, alla fine, ogni cosa risulterebbe compromessa.

martedì, 08 settembre 2009

LE FUNZIONI SOCIALI DI UN ENTE LOCALE

 

I servizi sociali comprendono molte attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che i cittadini possono incontrare nel corso della vita, escluse quelle assicurate dal sistema previdenziale e sanitario o disposte in sede di amministrazione della giustizia.

La progettazione di una rete di servizi che interviene sul tessuto sociale in tutto il territorio è quindi di grande rilevanza. Ma se mancano la sensibilità umana, la professionalità, la promozione ed il coordinamento necessari per individuare i bisogni ed effettuare tempestivamente gli interventi idonei per fronteggiarli, si può affermare che servizi relativi a giovani, anziani, famiglia, portatori di handicap, tossicodipendenti e alcol dipendenti, sono e restano privi di coordinamento operativo con il relativo fallimento dei soggetti e delle strutture che operano nell’ambito di un territorio. Se a questo si aggiunge che può mancare anche una propensione a promuovere nella comunità lo spirito di solidarietà con un nuovo ed antico rapporto umano che è la chiave del successo dell’azione dell’ente locale, ancor più diventa carente l’organico sistema di presidi e servizi sui quali i cittadini, in situazioni di disagio, dovrebbero avere la certezza di poter fare affidamento ed attribuire al Comune compiti importanti e qualificati. Occorrerebbe soprattutto che l’ente comunale, e per esso in primo piano l' amministratore eletto, esercitasse, diffondendola, molta avvedutezza nel dotarsi di semplicità organizzativa, di capacità immediata d’intervento, limitando i costi che non vanno frantumati a pioggia, e di adempimenti amministrativi per poter assolvere alle sue funzioni con lo spirito di sacrificio e di solidarietà necessari per conquistare la piena fiducia dei cittadini e per assicurare la tutela dei diritti fondamentali di coloro che versano in stato di bisogno al fine di realizzare condizioni di pari dignità e sostegno.

 Nel settore culturale, educativo, sportivo inoltre, capita che non si recuperano nemmeno patrimoni artistici, librari, archivistici, esperienze varie di proposte agonistiche per poterli offrire alla comunità, coordinando l’attività e gli interessi di associazioni che si sono costituite, ricostituite o realizzate ex novo. L’inserimento di giovani studenti e di docenti che hanno concluso la loro attività scolastica, di persone di buona volontà e di provata esperienza, potrebbe consentire di unire all’entusiasmo dei primi la preparazione e l’esperienza dei secondi con energie e capacità da recuperare, organizzare per valorizzare ogni attività fisica e mentale, tradizioni e beni culturali, che costituiscono la storia, spesso sconosciuta, della nostra Comunità.

lunedì, 06 luglio 2009

CURIOSITA' DELL'ALTRO SECOLO

FERNANDO MAGLIO  mi ha trasmesso una nota significativa su “curiosità della metà del secolo scorso “ – che, dopo averla gradita, pubblico con un mio modesto e laconico commento -  riguardante una delibera sul servizio notturno delle farmacie del tempo.

Si pone in risalto un plebiscito popolare e democratico che vince sulla “ratio” della Legge.

La domanda che mi pongo è: come allora si esercita il potere e quanto il potere è esercitato?

Una cosa è certa: tutti i problemi politici sono problemi istituzionali, problemi di struttura legale ma anche di persone ove il progresso verso una maggiore uguaglianza può essere salvaguardato soltanto mediante il controllo istituzionale del potere.

Giuseppe  D’Oria

 

CURIOSITA’ DELL’ALTRO SECOLO

 

- Il plebiscito designa la farmacia notturna.

“Il pensiero del Consiglio Comunale, che è l’autentica espressione della maggioranza del Popolo Galateo, è stato chiaramente espresso nelle delibere Consiliari  18 luglio 1950 n. 56 e 22.9.1950 n. 65, alle quali mi riporto, rimanendo in attesa del preannunziato provvedimento che codesta Prefettura emanerà in proposito.

Intanto, mentre si prende atto della nota telegrafica n. 9078 Sanità con cui codesta Prefettura fissa il turno delle Farmacie, desidero far presente all’E.V. quanto appresso:

1) La delibera di Giunta Comunale 9.12.1949 n. 320, divenuta esecutiva, fu adottata con l’intervento degli assessori dissidenti.

2) Il Sindaco, come rilevasi dalla Delibera Consiliare 18 luglio 1950 n. 56 ebbe a richiamare il Consiglio sulle decisioni adottate, pronunziando le seguenti parole, “ a questo punto il Sindaco fa presente al Consiglio che il servizio farmaceutico notturno, quando è istituito deve essere a turno da tutti i farmacisti. L’Amministrazione, in tanto, può affidarlo ad un unico farmacista, in quanto, gli altri abbiano chiesto di essere esonerati. Se  tutti i farmacisti si obbligano di farlo attenendosi alle norme di legge in vigore ed assicurando per tutte le 24 ore, la presenza in farmacia di apposito farmacista, egli (Sindaco ndr) ritiene,  a suo parere, che il Comune  non possa affidare, sempre alla stessa farmacia, il servizio farmaceutico notturno. Alle osservazioni del Sindaco si oppongono tutti i Consiglieri ai quali si aggiungono i numerosi cittadini presenti nell’aula, che, avendo seguito con vivo interesse la discussione, chiedono che il servizio in oggetto sia assolutamente affidato ad unico farmacista, ragione per cui il Consiglio conferma ancora all’unanimità le sue decisioni contenute nelle lettere A), B) C) ed E) della presente delibera”. Le motivazioni del Sindaco pro tempore.

(Cristo o Barabba? Il plebiscito contro la ragione della Legge. Ndr).

 

Eravamo  a meta luglio 1950. Sembra lontano dalle prassi politiche ed amministrative?

Fernando Maglio

 

 

lunedì, 25 maggio 2009

TAGLIO AI PARLAMENTARI

 

I parlamentari italiani sono “inutili e pletorici”. Così qualcuno ha definito gli onorevoli deputati e senatori della Repubblica che, se fossero ridotti nel numero, insieme con l’abolizione delle province, la riduzione di consiglieri comunali, regionali e dei membri dei consigli di amministrazione di società pubbliche o a partecipazione statale, potrebbero ridurre i costi della politica e tagliare gli sprechi. Si sta preparando quindi un premierato forte che accompagnato da devolution, Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari, riscriverebbe la seconda parte della carta costituzionale.
Con l'istituzione del Senato federale della Repubblica, quale Camera rappresentativa degli interessi del territorio e delle comunità locali, si supererebbe  anche l’attuale bicameralismo perfetto che rappresenta una inutile perdita di tempo.
Ci si può domandare peraltro se siano sufficienti soltanto strumenti tecnici e particolare procedure per ottenere dalle forze politiche in Parlamento un comportamento razionale, e non per questo meno incisivo e qualificato sotto il profilo politico, quando si tratta di delineare soprattutto l’uso delle pubbliche risorse e di esprimere le relative opzioni. Stabilire se questo sia o no un fatto positivo dipende dalle valutazioni che si fanno riguardo alla priorità degli interventi dello Stato nella società, ove il complessivo impatto delle scelte sull’economia accrescono le difficoltà nel promuovere maggiori o nuove iniziative contro le ingiustizie sociali del paese - non coinvolgendo i ricchi ai problemi dei quali si provvede con espedienti fiscali - procedendo con vecchie consuetudini di gonfiare gli stanziamenti su alcuni programmi popolari e magari demagogici, senza considerare se un uso alternativo degli stessi fondi aggiuntivi possa essere vantaggioso o se qualche altro programma debba subire un corrispondente taglio. Una necessaria azione per fare una seria politica economica, sulla scorta anche di alcune positive esperienze straniere, e non una mera e poco veritiera registrazione di contrastanti spinte settoriali, passa certamente per una programmazione coordinata ed armonica dell’erogazione della spesa tra i tanti e vari centri autonomi di gestione dei servizi pubblici in cui si articola il nostro ordinamento con una riforma che consenta alle Camere di avere un quadro globale e pluriennale delle previsioni di entrata e di spesa del settore pubblico integrato. La strada per conseguire questi obiettivi non è facile né breve; bisogna però decidersi ad imboccarla, magari attraverso provvedimenti graduali e parziali ma coerenti. La rappresentanza politica, di qualunque natura ed appartenenza, pur con il rischio di favorire le classi abbienti, tanto già avviene, potrebbe pure aumentare, ma senza stipendi, indennità, parcelle di vario tipo, laute pensioni che potrebbero, al contrario, essere sostituite con un semplice rimborso spese o indennità di missione, se… di missione si tratta !

 

 

mercoledì, 22 aprile 2009

IL PEGGIO E’ PASSATO ?

 

Se c’è il timore che il peggio sta per arrivare siamo portati a non spendere soldi e quindi a risparmiare. Ma così facendo non si stimola la crescita della domanda se non vengono introdotti prodotti nuovi o nuove qualità e varietà di prodotti vecchi, cioè se non vi è innovazione. Ma si può incappare anche, nel perseguire l’equilibrio, in crisi di sovrapproduzione, in situazioni di sottoconsumo, nella disoccupazione, nel deficit del Bilancio dello Stato, nel disavanzo dei conti con l’estero, nell’inflazione. Le situazioni reali si presentano profondamente variegate e l’analisi dello sviluppo economico non può prescindere dall’internazionalizzazione dell’economia, la cui azione è sempre più determinante nel sistema dei prezzi e nella struttura economica dei singoli paesi. Ora lo stimolo messo in atto per sostenere gli acquisti del consumatore ed il conseguente aumento del fatturato delle imprese può far ritenere che il peggio sia passato?  Il presupposto delle crisi odierne, che si individua nelle modalità di funzionamento dei mercati oligopolistici, ancora inalterato, con una capacità produttiva non sempre pienamente sfruttata,  può essere cambiato o riformato? Se ancora oggi persiste un ristagno degli investimenti in quanto le aspettative degli operatori sono negative, se si assiste al fallimento di molte imprese deboli e all’aumento della disoccupazione, e se la domanda globale cresce molto più lentamente del PNL(Prodotto nazionale lordo), indipendentemente se i fattori produttivi sono in Italia o all'estero, si può affermare che non siamo più in fase di  recessione?  I consumi privati sono la componente principale della domanda totale interna, ma la determinante principale dei consumi delle famiglie è il reddito, la cui distribuzione, nella situazione attuale dell’economia, è molto sperequata. Si può, con l’assunto fittizio della Confindustria “il peggio è passato”, pretendere l’allungamento dei periodi della cassa integrazione o alleggerimenti per chi decide di investire nuovi capitali senza interventi di politica economica che analizzino più da vicino una più equa distribuzione del reddito?

 La banconota euro ha un grado di liquidità scarso ed il risparmio della stessa non viene remunerato in modo adeguato per cui la “roba”, come nei romanzi del Verga, potrebbe essere intaccata per trasformarla in moneta; ma questa operazione non è affatto semplice in quanto bisogna stimarla, stabilire il prezzo che si vuole incassare e cercare un compratore che sia disposto a pagare quel prezzo. Tutto questo richiede tempo, e non è detto che si trovi il compratore per quel prezzo, essendo costretti, a volte, ad accettarne uno inferiore.

La realtà economica che cambia nel tempo deve essere “catturata” in modo appropriato ed ha bisogno di una contabilità nazionale che tenga il passo, ma soprattutto di interventi di politica economica che non siano parzialmente diretti a favorire qualcuno a danno di altri.

martedì, 03 marzo 2009

MANIFESTO RAZZISTA

Da un recente manifesto affisso per conto di un’associazione, attraverso le vie della città, per riportare fatti riguardanti un recente episodio di violenza sessuale, appare una condizione di piena coerenza e aderenza con la realtà urbana e sociale in cui viviamo; una realtà disgregata e non solo disorganizzata, piena di caotici conflitti e di sottili incoerenze, che, determinando forti tensioni, coinvolgono gli abitanti. Mi sembra anche che diversi comportamenti si verificano perché i valori che alcuni hanno interiorizzato sono quelli di una sottocultura deviante e spesso dipendente da cause di insufficiente socializzazione, per conflitti interiori, per difficoltà di identificazione o per disordini psichici di vario tipo. Se qualcuno, pressato e condizionato da preoccupanti prospettive, pensa che il suo inserimento nella società, secondo schemi validi, potrà essere una sorpresa inattesa, sicuramente sentirà la crisi della realizzazione di sé e può annunciarsi con esordi che sono inopportuni e inqualificabili. Quindi chi tenta di imporre modelli stereotipati di pensiero e di azione al posto di una scelta critica, non potrà sentirsi immune da inerzia nel proporre disponibilità umana in un processo di formazione e trasformazione socio-culturale che contribuisce al destino di una comunità. Tali processi di trasformazione che sin dagli anni ottanta si sono portati avanti con interventi democratici e riformatori che pure si incrociavano con altri fenomeni che procedevano in direzione opposta, hanno avuto reali prospettive di successo con massicci impegni finanziari e culturali di apparati pubblici e privati. Oggi, noto, che vi è stata una rottura nella continuità del sistema amministrativo contribuendo a rendere, in un certo senso, più complicato, velleitario, improvvisato e non professionalizzato il funzionamento degli apparati pubblici; la conseguenza è che alcune parti del paese, dove si sentono più radicate le tradizioni di buona amministrazione e maggiore cultura amministrativa, sono surclassate dal peso di cambiamenti amministrativi non capaci di affrontare sfide decisive. Un processo di modernizzazione e di insorgenza di fenomeni nuovi che ci devono far riflettere e che non può prescindere dall’analisi del funzionamento delle relative strutture pubbliche, in parte eccessivamente politicizzate, in parte costituite sulla carta, spesso carenti nei mezzi e nelle strutture, quasi sempre impreparate a tenere fede agli impegnativi compiti formalmente previsti.

venerdì, 27 febbraio 2009

LE POLITICHE DI PRIVATIZZAZIONE

                  

 Ma chi non ha mai sentito parlare di privatizzazione almeno a partire dall’inizio degli anni ’80? Dopo le politiche del governo conservatore in Gran Bretagna e del repubblicano Reagan negli Stati Uniti, anche l’Italia ne ha seguito l’esempio, perché si è sentita l’esigenza o di una riconsiderazione dei rapporti tra pubblico e privato con una motivazione ideologica, cioè di scelta politica, che oscilla a favore dello Stato o del mercato, o di un processo di crescita insostenibile della spesa pubblica e l’esplosione del debito. Da qui la vendita di beni e attività pubbliche ai privati che oltre a portare introiti che possono concorrere a ridurre il debito pubblico contribuisce anche ad evitare di mantenere in vita attività non economiche. Di più in un paese industriale avanzato è bene che, come si dice, ciascuno faccia il proprio mestiere; il compito dello Stato non è quello di produrre beni e servizi che possono essere prodotti da imprese private, per perseguire, in questo modo, le finalità principali dell’incremento dell’efficienza e la soluzione di problemi manageriali. L’efficienza sarebbe raggiunta adeguando le formule organizzative troppo rigide a quelle più consone ad attività produttive da svolgersi nel mercato ove si trovano anche imprese private concorrenti;  i problemi manageriali si risolvono in quanto nelle imprese pubbliche molto spesso i dirigenti vengono nominati più per ragioni di appartenenza partitica che per competenza. L’afflusso, poi, di azionisti privati offrirebbe un potente stimolo a scelte più oculate, evitando risultati negativi di bilancio da coprire con i contributi dello Stato. Ma l’enorme insieme di attività economiche possedute dallo Stato, attraverso due grandi holding come Iri ed Eni, privatizzate,  impediscono allo Stato di mantenere un controllo generale, in senso lato, sulle attività trasferite? E questo compito di “regolamentazione” come attività di controllo delle decisioni del prezzo, di produzione, del comportamento delle imprese, svolta da settore pubblico per motivi di interesse collettivo, come si è esplicato? E non è forse vero che alcune imprese pubbliche, privatizzate, non stiano incessantemente sfruttando la loro posizione dominante, con comportamenti, in termini di decisioni sulla produzione e sui prezzi di vendita, che non garantiscono la tutela dei consumatori? La regolazione che in genere viene effettuata da agenzie indipendenti che devono possedere competenze tecniche rilevanti per poter controllare e indirizzare le politiche produttive e di prezzo delle imprese regolamentate, sono all’altezza dei compiti oppure, per deregolamentazione, si lascia correre su crisi bancarie e conseguente distruzione di risparmio con un aumento di incidenti di ogni tipo? Si ha l’impressione che alle inefficienze di un monopolio pubblico si sia sostituito un monopolio privato a tutto danno sempre e comunque del povero “contribuente”.

venerdì, 06 febbraio 2009

PROMOZIONI CULTURALI, RICREATIVE E SPORTIVE

                                            

Ai Comuni, anche se in via non esclusiva, sono attribuite le funzioni amministrative in materia di promozione delle attività culturali, ricreative e sportive. Agli Enti locali, in quanto enti pubblici rappresentativi di interessi generali della comunità amministrata, deve, in linea di principio, essere riconosciuta la piena legittimazione a perseguire qualsiasi fine nell’interesse di tale comunità, anche mediante erogazione di contributi e sostegni economici in favore di soggetti, senza possibilità di escludere le attività di associazioni e di altri organismi privati che, nella circostanza, non siano dirette a realizzare soltanto un proprio vantaggio economico, ma concorrono comunque a realizzare finalità della collettività, ivi comprese l’incentivazione e la protezione di categorie di cittadini con riguardo a loro particolari ed apprezzate condizioni. Ma questi principi, benché abbastanza semplici, nella pratica difficilmente vengono attuati. Ad esempio una adeguata pianificazione e sviluppo che preveda un incremento delle organizzazioni per la promozione culturale, ricreativa e sportiva, destinatarie anche di una disciplina tributaria parzialmente vantaggiosa, è molto carente. Una strategia per la riattivazione del circuito virtuoso con incentivi selettivi e formazione di un recupero del capitale sociale, costretto a rifugiarsi in coscienze individuali, manca completamente di riflessioni per delineare i contorni di un piano di ricerca territoriale che possa quantificare, selezionando, i potenziali di capitale sociale a disposizione dello sviluppo locale. Tutto ciò può continuare ad essere portato avanti con la sola improvvisazione, con scelte artefatte o frutto di manufatto, senza l’occhio addestrato per cogliere i potenziali di sviluppo e leggerne i sintomi? Se si cambiasse strada, capiremmo che si tratta di individuare, costruendo, tipologie, sistemi di indicatori per interpretare sintomi anche lontani, in apparenza minimi, di dati che ci dicessero quanto è significativa un’erosione costante di vivibilità, sicurezza, affidabilità della città come spazio civile. Abbiamo allora l’obbligo di osservare, cercando di capire, tutte le forme e gli stili di vita che socializzano, che aggregano, che surrogano gli insensibili poteri pubblici, nella produzione di beni essenziali che passerebbero dallo stato potenziale a costrutto sociale riconoscibile.

martedì, 03 febbraio 2009

MODELLI DI PROGRAMMAZIONE

                                                                                      

Un obiettivo principale delle politiche strutturali e di coesione dell’Unione Europea è quello di contribuire alla riduzione delle disparità di trattamento economiche e sociali, sostenendo le politiche nazionali e regionali nelle regioni più deboli e le politiche occupazionali perseguite a livello regionale e nazionale. Spetta in primo luogo agli Stati membri e alle regioni definire le rispettive priorità di sviluppo. Per migliorare l’efficacia del sistema di attuazione delle politiche in generale, occorrono quindi metodi di programmazione basati su un approccio integrato allo sviluppo, mediante la valutazione, in sede di pianificazione, dei loro effetti potenziali sulla situazione riguardante una determinata scelta. Ciò significa che per migliorare la competitività e potenziare l’occupazione bisogna creare idonee condizioni di base ed un ambiente favorevole alla libera impresa; cioè bisogna disporre di infrastrutture materiali, telecomunicazioni e tecnologie dell’informazione, ricerca, sviluppo tecnologico ed innovazione. Ora se sono validi questi presupposti, non mi sembra che la programmazione dell’Amministrazione comunale di Galatone, sulla vicenda di una zona artigianale o industriale bis, possa considerarsi opportuna nè razionalmente collegata a finanziamenti POR, (programmi operativi regionali) FESR (fondo europeo di sviluppo regionale), FSE (fondo sociale europeo), per la semplice considerazione che le autorità responsabili dei programmi devono assicurare che gli interventi abbiano chiari indirizzi di convergenza economica e sociale. Se si considera che la stessa Regione Puglia, tramite i consorzi SISRI, ha già un vasto programma per affrontare il problema e che pur disponendo di ingenti risorse POR da utilizzare insieme con gli enti locali, alle imprese e ai cittadini per la crescita economica in riferimento ad incapacità precedente a spendere, come mai potrà assecondare programmi che si accavallano a tutto danno della semplificazione ed efficacia delle procedure di attuazione? Il sovrapporsi di nodi procedurali, sia dei programmi comunitari sia di quelli ordinari, renderà ancor più difficile la capacità di investire soldi della comunità europea che, peraltro, non dureranno a lungo. Se poi si pensa alla seria mancanza di chiarezza nella definizione di quali debbano essere gli strumenti e i documenti con cui si esplica la funzione di programmazione e di indirizzo strategico della politica di sviluppo regionale il cui esercizio è di competenza dell’organo Consiglio regionale e quali siano, invece, gli strumenti, documenti, atti e decisioni, d’attuazione della programmazione regionale che è di competenza della Giunta, ancora più ardua diventa la funzione di mettere assieme questi intrecci per agevolare la semplificazione delle procedure. Ho l’impressione pertanto che le scelte che si stanno per compiere, pure in riferimento alla dubbia regolarità e legittimità degli atti, rappresentano “la classica montagna che sta per partorire un topolino”.

 

 

giovedì, 29 gennaio 2009

PARTECIPAPUG FARSA?

                                                 

Nella rubrica di “immitis quia toleravi” di ieri, con la partecipazione dell’arch. Giuseppe Resta e dell’ing. Vito Baglivo, su come chi ci governa ha deciso di ascoltare i cittadini interessati per rendere loro co-pianificatori del nuovo P.U.G., non si è potuto fare a meno di osservare, criticando costruttivamente, di come alcune tendenze recenti di organizzazione nelle principali politiche di settore, anche per ciò che riguarda le nuove professioni

del sociale per produrre ed offrire suggerimenti adeguati, stanno di fatto avvenendo in assenza di un disegno organico e con un enorme dispendio di energie. Sebbene si può presumere in linea di massima che, in un quadro programmatico, una forte partecipazione dei destinatari sia in grado di offrire maggiore coinvolgimento, partecipazione, capacità di ascolto, disposizione alla complessità e altro, è evidente che servono predisposizioni e verifiche, senza le quali non si può escludere il rischio che dietro tutto si nasconda una qualche forma di dilettantismo o una tradizionalissima forma di propaganda e di retorica populistica, quand’anche animata dalle migliori intenzioni. Una ulteriore sfida potrebbe essere rappresentata dalla valutazione di impatto sociale che, prescritta in molte carte di qualità sociale, richiederebbe un maggiore potenziamento e non lasciata, al contrario, alla libidine di chi ci rappresenta con poca razionalità politica. Si sta trattando invece l’argomento come se lo strumento fosse marginale, limitandosi a considerare “esternamente” gli effetti sociali di un intervento urbanistico, senza una progettazione contemporanea di aspetti tecnici, sociali ed economici. Perseguire una maggiore integrazione degli interventi e degli strumenti richiederebbe che si partisse dal problema dell’individuo o del gruppo di individui, della comunità o del quartiere. Il problema infatti è sempre “integrato”, in quanto rappresenta l’integrazione di una moltitudine di dimensioni e di aspetti problematici che si agglomera in un gruppo o individuo. Partire dal problema vuol dire che questo inizia ad articolarsi, ad avere voce, a conquistarsi uno spazio nell’arena politico-decisionale. Purtroppo la capacità di partecipazione, per così come è stato ed è concepito il “partecipapug”, è molto depotenziata. L’esclusione, la dimenticanza di considerare alcuni luoghi come il villaggio S.Rita, la marginalità sociale, il non aver voce determinante, il non essere in grado di partecipare, di non voler potenziare le capacità di accesso agli apparati amministrativi e di trasparenza, finiscono col limitarsi ad una registrazione approssimativa dei livelli di accordo e disaccordo, senza alcuna vera partecipazione attiva e senza alcuna possibilità di proposizione nell’esprimere ciò di cui si ha veramente bisogno, ma anche senza alcuna possibilità di definire modalità organizzative per esercitare, in forma associata, anche l’attività di controllo. Tutto ciò denota che istituzioni deboli, nel senso di scarsa fiducia negli organi di governo locale e loro modesta affidabilità, facciano crescere, nel giudizio dell’opinione pubblica, analisi negative ove “l’irregolarità” diventa un fenomeno troppo diffuso.

lunedì, 19 gennaio 2009

ABOLIZIONE DI LEGGI

                                  

Tacito, a cui si fa riferimento, ma forse pure Cicerone, così declamava in latino:  Corruptissima re publica plurimae leges”. Quando le leggi sono moltissime, significa che lo Stato è corrotto, o quando c’è molta corruzione, molte sono le leggi; ma anche che, essendo grande la corruzione dello Stato, molto sono le leggi che camuffano la sua corruzione senza, al contrario, cercare di porvi un rimedio. Così di leggi ne abbiamo tante e perciò se queste sono un indicatore della corruzione, vorrebbe dire che noi siamo “corruptissimi.” Ora stanno per essere abolite 29.100 leggi inutili, ma quante ne restano ancora che non sono certo l’ideale per una sana vita giuridica e la cui sovrabbondanza legislativa, vecchia e nuova, diviene “massima ingiustizia (“summum ius, summa iniuria”) specialmente quando non si distinguono più gli atti di legislazione, di qualsiasi ordine e grado, dagli atti di amministrazione e di programmazione con leggi che spesso si risolvono pure in leggi-manifesto o in cannoneggiamenti a salve? Tenuto anche conto che la “ratio” della legge e la sua qualità non può essere disgiunta dalla sua evoluzione del processo di conoscenza, decisione e controllo, a maggior ragione oltre le 29.000 e più da abolire- cosa di per sé già positiva – occorrerebbe pure procedere ad una razionalizzazione delle stesse per correggerne, emendarne e renderne efficaci la tipologia e la sostanza. Inoltre specialmente quelle leggi che disciplinano interventi nei campi della produzione o nel ramo sociale, dovrebbero essere chiare, comprensibili ed immediatamente intellegibili con particolare riferimento agli scopi quantitativi e qualitativi che si vogliono perseguire, in riferimento alle risorse umane e finanziarie da impegnare e utilizzare, agli strumenti necessari da impiegare, ai tempi entro cui iniziare, rispettare e terminare le opere programmate. Si potrebbero mettere in risalto così l’efficacia e soprattutto la trasparenza degli atti anche al fine di snelli e immediati interventi di controllo, che sono sempre più scarsi ed inefficienti, oltre ad eventuali azioni sostitutive nei casi di inadempienze non giustificate. Osservando il gioco delle leggi nel tempo non si riesce a capire a quale norma si può fare riferimento in quanto leggendo “la legge di cui, il decreto di cui, la norma di cui” nasce una perdurante incertezza dei diritti e dei doveri che rivela l’inflazione e l’inquinamento normativo, riducendo così il nostro stato di diritto alla caricatura di se stesso. Infine un’esigenza che si sente pressante può riguardare il fatto che ogni provvedimento legislativo dovrebbe avere insito in sé un alto grado di realismo, di coerenza, in un quadro normativo non assolutamente rigido ma flessibile per seguire i vari accadimenti sociali ed economici che si vanno incessantemente registrando, nelle diverse realtà cangianti, oggi molto più di ieri. E’ tanto difficile allora far seguire i fatti a tanti declamati buoni propositi di rinnovamento, di riforme? Non credo, purchè vi sia in mente un qualche modello progettuale, generale ed organico che abbia, come scopo, un nuovo ordine dell’intero sistema, evitando che il legislatore sia sottoposto alle dannose torsioni prodotte da interventi sporadici e disarticolati, da cui è spesso determinato, nel tentativo di assecondare le contingenze che presume siano il risultato di una interpretazione del comune sentire.

 

 

 

 

 

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giovedì, 15 gennaio 2009

CASTELLO BELMONTE-PIGNATELLI

                                                

 

La trasmissione di “Immitis quia toleravi” di ieri, con l’apporto dell’arch. Giuseppe Resta che già aveva dichiarato, dopo aver profuso lavoro e competenze assieme ad altri, spesso ricambiati con comportamenti irriguardosi e irriconoscenti da parte almeno di due amministrazioni succedutesi negli ultimi periodi, il suo cruccio per la mancanza di un serio piano di gestione, ha messo pure in luce che ci vogliono molte idee ancora per riuscire a rendere l’intera struttura la più idonea a porre in essere iniziative capaci di gestire investimenti di grande portata. Un’ampiezza di orizzonti che sul proscenio, ora, di un’opera quasi terminata, deve sorreggere il dibattito aperto con l’intenzione di rimettere in corsa la fantasia progettuale, pronti per sostituire sollecitamente al passato di inerzia, una nuova sensibilità per adeguate misure di intervento. Visitato il Palazzo, infatti, si può dire che si rivivono alcuni eventi narrati, gustando i panorami dall’alto, la torre, e ci si muove tra disegni antichi e pittoreschi in uno scenario che  avvolge e che fa colmare, con la fantasia e con l’attenzione, le caratteristiche di un tempo per diventarne parte a sua volta. Considerazioni che possono far supporre che nell’esposizione e nell’uso pubblico - privato del Palazzo, una serie di elementi favorevoli possano spingere, programmaticamente, a molte generali frequenze per stabilire anche rapporti economici con intenti corrispondenti al gusto della bellezza e dell’eleganza. Cultura ed economia quindi si potrebbero imporre nell’ammirazione dell’opera per ingrandire ed organizzare bene, intrattenimenti, scambi culturali con  la rotazione settimanale, in concessione, ad associazioni locali che consistentemente e produttivamente si occupano di cultura, museo nell’apposita sala predisposta per conferenze e multimedialità, non esclusa la possibilità di promozione enogastronomica. Comunque fare in modo di non accettare il libero gioco del denaro quando non sia limitato dalle esigenze del bene economico collettivo e, per non rischiare di essere complici, sviluppare  idee chiare, raggiungere certezze con una programmazione partecipata, illustrando ai cittadini progetti validi, fattivi, produttivi sia dal punto di vista culturale sia economico-sociale. Attrezzarsi per riuscire meglio agli scopi da raggiungere con capacità inventiva e immaginativa stando continuamente all’erta per favorire ogni possibilità di combinazione di risorse pubbliche e private per la soddisfazione di domande sociali. Insomma un insieme di modelli di programmazione e concertazione che, convergendo su un’ idea di politica integrata, trova nel sistema locale il suo riferimento naturale.

mercoledì, 07 gennaio 2009

POTERE INVISIBILE

                                                 

 La democrazia  sembra non essere più in grado di risolvere il problema dell’esistenza, accanto a un potere visibile, di un potere invisibile. Eppure l’obiettivo della democrazia, sin dalla sua nascita secondo il modello dell’Atene classica, caratterizzata dalle riunioni del popolo nell’agorà dove si prendevano liberamente le decisioni e aver ascoltato gli oratori che illustravano i diversi punti di vista, doveva essere proprio quello di garantire un’organizzazione sociale in ogni direzione specifica d’indagine che ha per oggetto le attività, i raggruppamenti, le idee, le credenze umane perché si incontrino e si fecondino reciprocamente. Anzi, la preferenza di scegliere le regole democratiche rispetto agli stati assoluti, che difendevano la necessità di decisioni prese rigorosamente in segreto (arcana imperii), si è sviluppata proprio in nome della sua capacità di rendere trasparente il potere. Ma come si può spiegare guerra accesa tra poteri dello Stato, tra procure, tra magistrati, tra Enti, tra Comuni e Città, tra Regioni e Comuni in modo aperto ma anche occulto, quando proprio da costoro dovremmo attenderci controllo e giustizia? Kant nell’Appendice alla Pace perpetua sostiene che "tutte le azioni relative al diritto di altri uomini, la cui massima non è suscettibile di pubblicità, sono ingiuste" e da questo punto di vista risulta ovvio l’obbligo di pubblicità di tutti gli atti governativi non solo per far conoscere al cittadino l’operato dei detentori del potere e dunque il loro controllo, ma anche perché tale pubblicità costituisce già di per sé una forma di controllo. Il controllo del potere, tra l’altro, è ancora più impellente in un momento in cui i mezzi tecnici che sono a sua disposizione per controllare i cittadini si sono ampliati di molto rispetto al passato. Ma proprio per questo motivo si fa ancora più pressante la domanda "chi controlla i controllori?", la cui risposta è basilare per poter garantire un governo visibile ipotizzato dal pensiero democratico. Qualora si rispondesse in modo negativo, sicuramente ci potremmo trovare in presenza di promesse mancate con tendenze contrarie allo stesso presupposto dell’attività democratica. Da qui un fenomeno crescente dell’apatia politica che coinvolge moltissimi potenziali votanti e, sebbene possa sembrare paradossale, di un mancato effetto della desiderata educazione della cittadinanza. In paesi democratici che, come l’Italia, hanno ancora una percentuale di votanti abbastanza alta, anche se in continua diminuzione, potrebbero permanere tante ragioni per pensare che vada sempre più scemando il voto d’opinione a favore di quello clientelare attuale che si basa sul principio del “do ut des o facio ut facias”, senza  ideali di rinnovamento graduale della società che dovrebbe avvenire con il dibattito aperto e libero delle idee per poter permettere la nascita di capovolgimenti sociali silenziosi ma efficaci.

 

 

 

venerdì, 02 gennaio 2009

PALAZZO MARCHESALE

palazzo marchesale Galatone 

Ad inizio d’anno nuovo, si ritiene assolutamente indispensabile, dopo l’impegno proficuo di ristrutturazione del nostro Palazzo, coagulando intorno ad esso gli interventi di ogni componente interessata, Comune, imprenditori, associazionismo culturale e del tempo libero, ciascuna per la parte di propria competenza, pensare per riuscire a rendere l’intera struttura la più idonea a porre in essere iniziative capaci di gestire investimenti di grande portata. Oggi l’impatto con il mercato è talmente complesso che non possiamo fermarci su due o tre piccole, insignificanti proposte turistiche, ma bisogna esprimersi con una managerialità ed efficienza pubblica per presentare grandi progetti di sviluppo. Il tipo di turismo di piccole o medie imprese non si può più fare, perché anche la piccola e media impresa è diventata un grosso investimento. Inoltre non essendo stati capaci di tenere il passo con quanto è avvenuto altrove, rimaniamo un paese che registra la minore utilizzazione di capitale fisso investito nel turismo. Esistono centinaia di città che vivono della loro struttura congressuale, della loro struttura fieristica, della loro capacità di organizzare un sistema commerciale che vive ed opera per tutto l’anno, ma qui a Galatone, pare che il turismo debba continuare a restare indietro, spiegando con ciò le deficienze nel bilancio pubblico, pur dovendo essere l’ente locale il vero asse portante della politica del turismo, se si vuole scegliere anche questa cultura dello sviluppo e considerare il turismo un elemento di qualità e di progresso per la crescita del Paese. Abbiamo perciò bisogno di proposizioni da parte di chi è responsabile istituzionalmente allo sviluppo e alla promozione del settore per analizzare attentamente scelte che organi pubblici ed anche imprenditori privati devono attuare nell’immediato futuro, senza improvvisazione per ciò che, nel campo turistico, è diventato una scienza del turismo mentre qui si continua ad operare semplicemente con le buone intenzioni. Mi chiedo allora in quanto tempo un programma potrà essere realizzato, quale sarà il coinvolgimento dei vari soggetti attivi interessati per risolvere questo dilemma senza scaricare la responsabilità su nessuno, ma per domandarsi quali siano le soluzioni che, immediatamente, possiamo attuare e da chi dipenda la loro decisione. Proposte da fare? Mi sembra che siano tutte implicite nel mio assunto. Ma voglio ancora ribadire che è importante che tutti ci sensibilizziamo a questi problemi e che tutti, politici, amministratori,studiosi e privati cittadini, collaboriamo reciprocamente per andare avanti e riporre speranze per un recupero e riutilizzazione di uno spazio prezioso.

giovedì, 11 dicembre 2008

ZONA INDUSTRIALE 1 O BIS?

                                             

Nella rubrica “Immitis quia toleravi” di ieri si è analizzato un cammino da percorrere nella direzione di acquisire consapevolezza per il perseguimento dei fini di promozione industriale, di fronte alle attuali e relative situazioni politico-amministrative, circa il tipo di lavoro progettuale mancante, ma da pensare, e che si rivela non breve né facile. Molti ostacoli di tipo politico -amministrativo legati ad alcuni ambienti di analisi che si sono venuti a costituire, si frappongono. Per rompere vecchie incrostazioni che impediscono di collegare nuovi traguardi possibili alle esigenze di un potenziamento dell’apparato produttivo, per il cui raggiungimento vengono richieste azioni atte a favorire la formazione di una rete di servizi reali alla produzione, diventa necessaria una propensione all’espletamento di funzioni per le quali si richiedono molte competenze che, attualmente, nella maggioranza di questa comunità, appaiono carenti e confusionarie in quanto le scelte di tipo consortile che potrebbero, allo stato degli atti, offrire maggiore incisività, sono state per ora abbandonate. Peraltro una richiesta di convocazione di Assoimprese per il 10/12/2008 di un tavolo tecnico-istituzionale per tracciare una strada necessaria per progettare gestioni ottimali ai vecchi e nuovi insediamenti produttivi, è stata anticipata, inopportunamente, da una delibera di Consiglio comunale, ove tredici consiglieri su venti, hanno deciso, il 5/12/2008, di procedere per un tipo di zona industriale fuori da quello tracciato dal Consorzio SISRI, chiamato BIS! Questa creazione, in pectore, di altra zona, viene giustificata come esigenza di correzione alle deformazioni prodotte dal Consorzio, mentre in realtà rappresenta un esempio di rottura politico-sociale in aperto antagonismo, di possibile cultura finalizzata ai favori, di informazione approssimativa, di progettualità superficiale, di dispendio enorme di risorse economiche, solo impegnate e probabilmente difficilmente reperibili in futuro o da reperire, con lacrime e sangue, nelle tasche di ciascuno di noi. Di tutta la vicenda un altro aspetto da intuire è quanto non sia diventata consapevole la connessione, costitutiva per programmi validi, tra coesione sociale, sostenibilità dei processi intrapresi e relative e successive pratiche operative. Si è persa, purtroppo, un’altra occasione per una scelta ponderata della gestione della cosa pubblica, che doveva e poteva essere esaminata con la dovuta analisi su una vicenda da approfondire nei suoi fondamenti, nei suoi esiti, soprattutto nel modo di inserirsi nella vita collettiva ed istituzionale.