Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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mercoledì, 25 novembre 2009

AZIONE POLITICA GALATONESE

Galatone città del Galateo

 Alberto Resta, giovane intraprendente e meticoloso nelle analisi politiche, in un suo articolo dal titolo “Ciak, si gira!- Rilancio dell’azione politica galatonese”, offre lo spunto per qualche mia  considerazione quale contributo all' iniziativa intrapresa per avere una strategia che per ora potrebbe sembrare idonea a  rimpiazzare alcuni indirizzi politici differenti da quelli sin qui posti in essere da chi è al potere e per prepararsi a mutamenti di un certo rilievo che comportano avvicendamento di persone e consentire ad altri, soprattutto giovani, di essere pronti alla successione. E proprio per permettere tale avvicendamento, che sia anche frutto di un’autentica opzione, condivido le persone di buona volontà che si organizzano, parlano, scrivono, pubblicano per stabilire e portare avanti opinioni studiate e meditate con serietà.

La democrazia offre, per fortuna ancora, un prezioso campo di battaglia per qualsiasi iniziativa di “pazzia politica” adatta a cambiare concezioni vecchie non più in sintonia con i tempi provocandone altre utili ad interpretare bisogni di una società che richiede soluzioni nuove di fronte a problemi grandi ed urgenti. Occorre pure, però, studiare il processo della condotta intelligente, l’influsso dei fattori concomitanti, la natura ed “educabilità” della creatività politica. Come ho già avuto modo di osservare in altre occasioni, ribadisco che è giusto e necessario, se di continuo accadono cose, che le stesse, pur quando non corrispondono a diversi progetti, vanno sempre tenute in serio conto, specialmente quando si prendono decisioni e si creano strutture organizzative; diversamente, snobbando o sottovalutando, si potrebbe andare incontro ad un principio permanente di alterazione. La capacità a progettare una macchina secondo gli scopi che alcuni si propongono consiste pure nel prevedere che la stessa non venga fuori in modo diverso o difforme dagli intendimenti di partenza. Capita che per una gran quantità di meccanismi organizzativi non si è in grado di produrre quel che da essi ci si attende nonostante le buone intenzioni e la chiarezza degli obiettivi. C’è bisogno, quindi, di una tecnologia politica o amministrativa che realizzi un atteggiamento permanentemente ma costruttivamente critico nei confronti dei mezzi organizzativi in vista del mutare degli scopi. L’efficacia di qualsiasi indirizzo politico va provata; e tale controllo richiede che si vada alla ricerca non di prove che i propri sforzi stanno ottenendo gli effetti desiderati, bensì di prove che dimostrino il contrario. Tutto ciò non è né costoso né difficile nella pratica, se non altro per la ragione che raramente è necessaria una minuziosa accuratezza. Perciò va pure detto che sarà sommo errore vedere i momenti della creatività e della riflessione come momenti separati e servirsi delle attività programmate e libere come di stimolazioni alternative o addirittura competitive. Creatività e ragionamento si armonizzano nella dinamica delle svariate situazione sociali. Ciò che conta è che nulla venga sottratto, o si tenti di farlo, a chi senta, dal profondo, sollecitazioni per una azione liberatrice che possa far conseguire una formazione comune capace di muoversi da sé, realmente idonea a discernere quanto è autentico da quanto è mistificato. Quindi l’augurio è, perché non ci sia perditempo ozioso, che nell’agire di ciascuno ci sia la spinta, servendosi di contenuti e strumenti diversi, ed anche di operatori diversi, a raggiungere un solo fine: realizzare politica in senso aristotelico in un momento in cui la persistente staticità dei comportamenti continua ad essere da sonno di corpo ibernato con il rischio di svegliarsi, poi, in uno stato di cose che è il contrario di quanto speravamo.

 

 

venerdì, 13 novembre 2009

TRIBUNA GALATEA 2

tribuna galatea 2

La  riunione preparata per "Tribuna Galatea" con la valida presenza di personaggi responsabili della gestione della cosa pubblica e non, si è svolta per interessare non tanto sulla

percezione della inadeguatezza riferita alle istanze di orientamento poste da alcune vive esigenze a livello di esperienze generalizzate e purtroppo disattese, quanto intorno al bisogno di capire, soprattutto da parte di persone che già ampiamente si sono prodigate non senza difficoltà operative nelle iniziative validamente prodotte, la funzione delle varie conoscenze e competenze con onestà e modestia per promuovere ed organizzare la Città  in termini di maggiore efficienza e qualità di servizi offerti ai cittadini.

Avere rapporti periodici, in questi ultimi tempi manchevoli, predisposti per comunicare rilevazioni, informazioni e valutazioni non sporadicamente ma con analisi il cui contenuto contempli le informazioni necessarie alla verifica sintetica del grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati, senza comunque tralasciare aspetti di efficienza e di efficacia in grado di influenzare l’attendibilità delle conclusioni evidenziate con dati effettivi e con riguardo sia alla gestione complessiva, che alla gestione dei singoli servizi , diventa sempre più necessario. Bisognerebbe pure porre mano per studiare il modo di far aumentare la qualità dell’ assemblea elettiva e della giunta, al fine di un corretto rapporto di dialogo e relazione tra organi.

Come? Con  un successivo sforzo comune per adeguare Statuti e regolamenti, ormai superati, per evitare o attutire costrizioni e imposizioni di autorità operante secondo scopi non sempre corrispondenti al pubblico interesse.

Di fronte a questa ampia gamma di problemi, quale può essere la risposta giusta? Cercare prima di accettare, ciascuno con le proprie difficoltà, i problemi sul tappeto per mettere poi  le diverse iniziative in condizione di normalità non potendo pretendere che tutto cambi immediatamente; costruire pure strutture che rilevino, a livello di scelte, il problema della cooperazione tra attori di tipo diverso; a livello progettuale e cognitivo poter considerare il concorso di saperi diversi, spesso molto distanti e non abituati a sviluppare insieme gli argomenti migliori, per una più riconoscibile gradazione delle progettazioni idonee a raggiungere l’effetto d’integrazione tra politiche diverse ma tutte rilevanti per la qualità dello sviluppo del territorio.

Le persone intervenute non hanno respinto le esigenze ed i segni dei tempi, ma hanno avvertito l’urgenza di rendere effettivo ogni messaggio che dalla discussione è nato per impostare i relativi problemi con coscienza e responsabilità e non certo con semplicismo; del resto se si crede che le infinite esigenze si possono risolvere con l’elusione o con il rinvio si dissipa tutto e, rimandando, alla fine, ogni cosa risulterebbe compromessa.

martedì, 06 ottobre 2009

CONSIGLIO COMUNALE ON LINE

 

La comunicazione di un ente locale è come un puzzle o, se si preferisce, come un mosaico: per essere apprezzata e per funzionare ha bisogno che tutte le tessere si incastrino alla perfezione.

La comunicazione, dunque, in uno scenario in continuo movimento dal punto di vista normativo e tecnologico, assume oggi varie forme che, nel futuro, saranno probabilmente destinate a scomporsi ulteriormente e a richiedere attenzioni e professionalità sempre più raffinate. E’ sufficiente allora un nuovo servizio pubblico che permette al cittadino di osservare le discussioni e seguire le decisioni che l’organo rappresentativo delibera? E’ sicuramente un segnale della necessità dell’ente locale di informare e di avere un’immagine riconoscibile, forte e credibile all’esterno, ma questa necessità potrebbe fare affidamento su una gamma più ampia di strumenti; dalla pubblicità alle relazioni pubbliche, alla rete di rapporti sociali sul territorio. La comunicazione istituzionale vede spesso protagonisti tutti coloro i quali hanno compiti di governo nell’ente locale: in primo luogo il sindaco (o il presidente della Provincia, della Regione e così via), per proseguire con gli assessori, i consiglieri e, per analogia, tutta la macchina amministrativa e, al suo interno, in particolar modo i dirigenti. In altre parole la comunicazione istituzionale coinvolge, in maniera crescente, i livelli di governo e di gestione di un ente, in una escalation che, all’esterno, deve essere vissuta come un’identificazione tra chi “comunica” e l’istituzione che rappresenta. Ancora – e solo per limitarsi all’esempio più vicino alla gente – il sindaco che parla deve essere identificato da chi lo ascolta con il Comune che governa. Nel suo ruolo istituzionale quindi – essere cioè il primo cittadino di tutta la collettività amministrata e non della sola parte che lo ha votato – il sindaco deve rappresentare l’istituzione. Quando parla il sindaco deve parlare il Comune e la sua comunicazione istituzionale non può e non deve, quindi, confondersi mai con la comunicazione politica. Per dare voce alle istituzioni, si può fare ricorso alle forme più classiche e tradizionali dell’informazione. L’immagine di un ente locale deve molto del suo successo all’incisività e all’efficacia con la quale riesce a raggiungere i mezzi di informazione. Un compito tanto più semplice e agevole, quanto più è organizzata la struttura impegnata nella diffusione dei messaggi istituzionali dell’amministrazione: dall’addetto stampa all’ufficio stampa, dalla rete civica all’URP, per finire con le nuove frontiere della telematica, internet in testa. Ma non basta. La comunicazione e “ l’operazione trasparenza” passano anche attraverso mille altre forme. Elencarle tutte sarebbe esercizio complesso e rischierebbe di non essere esaustivo. Tanto vale, dunque, richiamare alcune immagine classiche. Comunicazione istituzionale, ad esempio, è quella che si intrattiene nei rapporti con altri enti pubblici, soggetti economici e altre “forze” presenti nel territorio, attraverso una rete capillare di relazioni esterne, spesso “gestite” da professionisti in questo settore. Comunicazione istituzionale è anche l’allestimento di mostre o la presenza negli stand fieristici in cui viene promossa l’immagine dell’ente locale, l’organizzazione di momenti pubblici di incontro, dai convegni ai seminari, dagli incontri nelle scuole alle visite guidate all’interno dell’amministrazione, dalle tavole rotonde con i mass media alle celebrazioni ufficiali, l’attività editoriale in proprio e la produzione di audiovisivi, le borse di studio bandite dall’ente e i percorsi formativi rivolti ai più giovani. Si potrebbe dire, insomma, che per raggiungere l’obiettivo della comunicazione e, quindi, della partecipazione della collettività alla vita amministrativa, tutti gli strumenti sono buoni. Siamo arrivati a garantire tutto questo?

 

venerdì, 10 luglio 2009

ENCICLICHE E PASSIONI UMANE

 

                                           

Sul fenomeno della globalizzazione, il Papa Benedetto XVI , ha firmato la sua terza enciclica “Caritas in Veritate”.

Le encicliche sociali, e per citarne qualcuna a cui quest’ultima si potrebbe collegare, quali le pregresse “Populorum Progressio” di Paolo VI, “Sollecitudo Rei Socialis, “Laborem Exercens”, sostengono che al mondo occorrono nuove regole per dare importanza alla solidarietà tra gli uomini insieme con una crescita sicuramente materiale, ma soprattutto spirituale. La “Caritas in Veritate”, pur non essendo un’enciclica anti-capitalista, esorta “Le Autorità politiche mondiali” a fare scelte idonee, con regole cogenti, onde evitare eccessivi privilegi, enormi rendite che producono le conseguenze della mancata crescita e della ingiusta inflazione per non aggravare maggiormente le categorie di persone che non hanno voce in capitolo e non sono protette.  

Di ogni enciclica, però, noi italiani, popolo di santi, di navigatori ma anche di truffatori, non ne abbiamo fatto appieno buon uso, anzi, oggi, sul “trionfo del mercato mondiale”, ci lasciamo sopraffare da un “pensiero unico” secondo cui è  il mercato che comanda e spiega ogni evento. Accanto a ciò, tanti comportamenti individuali che, in ogni momento, pongono in atto odio, paura, risentimento, invidia, ambizione che aggravano i nostri umani rapporti; una logica del dominio del capitale, perciò, iscritta nel rapporto sociale ridotto a merce che sembra escludere ogni possibilità di vero sviluppo e di ritorno all’umano.

Sotto questi aspetti è illusorio vedere, senza una “distruzione creatrice “ per rifarsi a Schumpeter, la possibilità di un vero sviluppo. Sembra difficile per ora pensare ad un modo di fare “Politica” che possa sostituire la categoria dell’utile economico e del potere a quella della “caritas” e del mutuo aiuto. Una sostituzione che sarebbe una forzatura nell’ordine delle attuali situazioni e che potrebbe dar luogo a pericolosi fraintendimenti.

Dire che un Partito deve concorrere con gli altri per riuscire a “piazzare” il proprio prodotto, quindi la propria politica sul mercato elettorale, in fondo significa che quel partito deve comunque trovare il modo di soddisfare la domanda del suo elettorato a costi comparativamente minori. Del resto la parziale azione politica, più che giudiziaria, di Mani pulite che ha lasciato in sospeso tanti problemi, ha eliminato il baratro della questione morale che si è allargato sempre di più tra l’indifferenza generale con la propagazione attuale di offerte subdole per allettanti feste, piacere della bella vita, mondanità, donne a pagamento e viaggi lussuosi con fini nascosti, sicuramente illeciti, e con l’ampliamento anche verso chi si è servito di tali fatti per farne lotta politica ma per diventarne subito dopo vittima? Ora, ritengo, dobbiamo fare appello ai  nostri strumenti intellettuali ed avere molto coraggio per l’interpretazione individuale e collettiva - e quindi responsabile – delle tensioni, dei pericoli e delle prospettive in atto.

E’ pur vero che Don Abbondio, di manzoniana memoria, sosteneva che il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare. Bisogna però cominciare, per necessità e per legittima difesa, ad averne di più. Se è vero che l’essere “furbo” a volte diventa un vanto e che la furbizia si mette al servizio della frode che è fenomeno sempre più dilagante, non ci si pone più il problema del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso, dell’onesto e del disonesto; l’onesto, il vero, il giusto non sono più valori per i quali valga la pena spendersi e sacrificarsi e l’assuefazione ai furti, ai delitti, alle tangenti è tale che non ci sorprende più di tanto. In conclusione vorrei tanto sperare che la contraddizione del capitale possa “fondere”, proprio nel suo nocciolo, non per una crisi del capitale ma per una tendenza ad una variegata incalcolabile rivoluzione culturale e sociale.

 

martedì, 16 giugno 2009

RASOIO E TARASSACO

Ricevo e pubblico alcuni brani di Fernando Maglio che, a mio modo di vedere, sono degni di essere diffusi per mettere in risalto, senza sminuire l’importanza delle più vaste cause economiche e sociali, i tanti problemi di un tempo che riguardavano la “roba”, il nutrimento, la lotta per la vita, economica e personale. Le ragioni degli atteggiamenti riportati rientrano nella psicologia, nello sviluppo e nelle reazioni dell’essere umano che allora, come adesso,  determinano, da una parte una progressiva e definitiva liberazione da alcune rigidità sociali legate ad antiche incrostazioni culturali, con la conseguente importantissima spinta a mutamenti a livello dei singoli e, dall’altra, pur nella persistenza di profonde differenze tra gruppi, sentimenti di colpevolezza, di ansietà e di insicurezza da cui tentiamo la fuga senza riuscirvi in quanto situazioni del genere hanno le loro radici nella storia stessa che ci ha coinvolti e che non hanno avuto né hanno unicamente cause razionali.  

Giuseppe D'Oria

 

Rasoio e tarassaco

Negli anni 40 del secolo scorso in Galatone imperava il diffuso individualismo esasperato (il solipsismo), riaccartocciato più solidamente con il passare degli anni.

Le favole del rasoio, per tagliare il pane, e del tarassaco, fatto mangiare all’asino, trascinato dal villano sul campanile della Chiesa, simboleggiavano, sia pure sarcasticamente, la nostra parsimonia e l’alta propensione al risparmio, insieme con la difesa e il miraggio della roba.

La società era stratificata economicamente, ma omologata dalla cultura materiale (la proprietà immobiliare, soprattutto terriera, goduta o attesa) ed astratta.

L’orientamento operativo personale e interpersonale si ritrovava nelle massime di ascendenza greca, latina, bizantina e  cristiana, che, solitamente, erano rievocate nel pasto comune dal padre di famiglia o nei circoli ricreativi dal più anziano, il quale, in quanto tale, continuava a godere di un potere correttivo, sul più giovane, anche in pubblico o nella piazza in attesa della giornata.

Tra i proverbi e gli aforismi locali erano richiamati il “Graeci  sumus” (Greci siamo), “Sai il luogo della nascita”, “ignori il luogo della morte” del Galateo, occorre “Politica”(Pulitica in dialetto) (occorre etica comportamentale), “Raddrizza il ganzoncello quando è tenerello”, dei sofisti, “ Ti piace dire male dei tuoi, non sentirne dire”, “Non ti impicciare, non ti impacciare, non fare bene per non ricevere male”.

Le stagioni e la religione scandivano il calendario.

La relazionalità si manifestava, prevalentemente, con espedienti accattivanti o irretenti, avendo progettato il soggetto di lucrare vantaggi e/o evitare spese alle spalle altrui.

Il Galatonese era una persona operosa, protesa alla razionale ottimizzazione dei risultati, assorbita dal quotidiano impegno lavorativo da mane a sera.

Prontamente intuitivo, quanto sornione, rigoroso e sentenzioso, di ferrea memoria, diventava duttile e tollerante per necessità, ma rimaneva ancorato alle profonde convinzioni individuali e individualiste.

Usava nelle contingenze storiche  la massima flessibilità insieme con il distaccato scetticismo e con la mai sopita attesa messianica per riscattare storici torti, vessazioni, angherie, attestata dalla esclusiva massima, “Ci ha ccambaratu scambara ca a Nardò parmescia”, “Ritorni al digiuno quaresimale,  chi l’ha interrotto, perché a Nardò, centro e governo della Diocesi, è ancora la Domenica delle Palme”.

La Repubblica con il Referendum costituzionale e l’Assemblea Costituente

Monarchia e nostalgia

Il corso politico, nato dalla nordica Resistenza, era esorcizzato dallo scetticismo atavico e dalla permanenza di una maggioritaria, sostanziale nostalgia autoritaria.  L’eccezionale liberalismo elitario era neutralizzato dall’incombente prassi di un mondo chiuso, arcaico, immoto.

Nel clima politico e sociale, reso più stantio e circospetto dalla crisi post bellica, e dalla paura dei socialcomunisti, si svolsero il 2 giugno 1946 il Referendum istituzionale e le votazioni per la Costituente.

Le prime elezioni politiche, a suffragio universale di tutti i cittadini, maschi e femmine, con voto personale, libero e segreto, introdotto nel gennaio 1946 da Palmiro Togliatti, erano guidate, localmente, dal principio di evitare salti nel buio, facendo anche leva sull’emozione e sulla retorica in difesa della Monarchia e dell’esistente. “Ci llassa la strata ecchia e pigghia la noa, sape cce llassa e no ssape cce troa”.

Galatone, come dimostrano i risultati elettorali del 2 giugno 1946, votò per la Monarchia e per l’Uomo Qualunque, diffidando delle novità.

La Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, col metodo testimoniato del servizio politico disinteressato, nasceva (settembre 1946) verticisticamente e si sviluppava, socialmente, dopo una lunga, decennale gestazione, con la vittoria nelle elezioni amministrative del maggio 1956.

Non erano emersi, ancora, giovani e/o personalità che volessero in politica rischiare, sperimentare, innovare.

I partiti di sinistra durante tutta la prima repubblica avranno esigue adesioni e scarsa influenza, per humus improprio.

Il Galatonese medio rifiuterà lo statalismo egalitaristico nelle sue diverse interpretazioni, aderirà, in misura ridotta, ad un socialismo umanitario, soprattutto per condurre battaglie in difesa della libera iniziativa, della proprietà privata e del riconoscimento dei diritti sociali.

 

Fernando Maglio

 

 

 

 

 

giovedì, 11 giugno 2009

ASTENSIONISMO

 

Marcato è stato lo spostamento intervenuto nella somma delle astensioni e delle schede bianche e nulle e, come sempre avviene, anche in occasione dell’ultima tornata elettorale ha rappresentato un dato incisivo. Sul fenomeno è necessario riflettere in quanto non pare assolutamente persuasivo il punto di vista di chi ritiene “fisiologico” l’aumento delle astensioni, e cioè come una sorta di occidentalizzazione o dell’avvio di un processo di uniformità del dato italiano a quello di altri paesi europei ed extraeuropei. A parte il fatto che questa considerazione non motiva l’aumento delle schede bianche e nulle, la stessa maggiore astensione dal voto, ammesso che rappresenti una maggiore coincidenza con la realtà di altri Paesi, deve pure avere una spiegazione. E se per il prossimo referendum abrogativo su "Premio di maggioranza alla lista più votata” per Camera e Senato e “abrogazione candidature multiple” si stanno già producendo inviti a “non votare”, si potrebbe osservare, al di là di ogni forzatura propagandistica e strategica, che senza adeguati sviluppi sul piano dell’iniziativa politica e di massa, senza partiti adeguati ad una politica, nazionale e locale, con strutture organizzative, propagandistiche e di informazione a questa nuova realtà, le conseguenze potrebbero diventare ancor più critiche nel superare i nostri marcati limiti. Ma non è forse vero che una astensione così massiccia può significare un attacco contro i partiti, le ammucchiate ove gioca in esse la protesta, il malcontento e, qualche volta, il disgusto? A me pare che non pochi elettori abbiano pensato che in sostanza votare non serve. E non serve, secondo loro, perché in effetti con il voto non si riesce a cambiare nulla, dato che i partiti sarebbero pressappoco eguali fra loro e che comunque né gli uni né gli altri riuscirebbero a modificare le condizioni precarie della società. Mi sembra che si possa affermare che in alcuni elettori è venuta meno la paura del cambiamento, in altri la fiducia nella possibilità di ottenerlo.

Il fenomeno credo abbia investito, in questo senso, i partiti maggiori e fra di loro più nettamente opposti. E volendo andare all’essenziale si può dire che negli ultimi tempi l’immagine dei partiti risulti essere di molto appannata rispetto al passato soprattutto per ciò che riguarda quei settori, e sono molto vasti, in cui sono più forti le esigenze e le attese di giustizia, le iniziative per progettare la socialità che rispecchiano limiti ed errori di chi non capisce, o fa finta di non capire, le esigenze di questo mondo.

Avviene pure, per la verità, che le idee si confondono in larga misura come conseguenza dell’opera mistificatrice, denigratoria fra avversari, con campagne concertate e martellante di giornali e riviste, di radio e televisioni, private e pubbliche.

La correttezza, l’onestà, le mani pulite contano ancora molto e sono alla base per svolgere adeguata azione di governo accanto alle indicazioni delle prospettive di una seria politica che non può prescindere dal giudizio sul passato e sul presente. Forse se salviamo qualcuno di questi fattori, è probabile che “ l’astensionismo” possa ridursi ritrovando il gusto e la passione della partecipazione e del voto nei confronti di un partito.

lunedì, 08 giugno 2009

INFORMAZIONE E COMUNICAZIONE

Accese polemiche possono accompagnare l’ordine della informazione e comunicazione volte, nell’emergere di rivendicazioni, ad un riequilibrio delle diseguaglianze esistenti all’ interno della diffusione e di circolazione di un certo tipo di informazione. A questo proposito vengono prese in considerazione le problematiche relative alle nuove tecnologie che stanno mutando il volto dei mass media che sembrano ancora voler mantenere in vita approcci “culturologici” ed “ economicistici” e non, come dovrebbe essere, interdisciplinari che tengano conto della complessità sociale in cui viviamo. Le diatribe circa la difesa della libertà di comunicazione sottolineano l’abitudine di considerare la diffusione di notizie come facenti parte della sfera culturale tralasciando la dimensione più propriamente economica. Ma, a ben vedere l’informazione viene trattata come un prodotto commerciale che, pertanto, ha bisogno di mercato, il più ampio e libero, che si possa dispiegare su una scala la più vasta possibile. Ed infatti vi è un interesse a difendere la probabilità di penetrare nei mercati presentando all’opinione pubblica il problema in termini di netta contrapposizione tra “censura” e “libertà”. Ma nella realtà non sarà mai possibile applicare il principio della libera circolazione di notizie se non quando tutti abbiano ugualmente accesso ad ogni fonte di informazione e partecipino su un piano di uguaglianza al controllo e all’utilizzazione dei mezzi di diffusione e comunicazione. Auspicherei, in relazione ai problemi posti sull’informazione, un più stretto legame tra “economia e comunicazione”, in un interscambio fra economisti e specialisti della comunicazione. Mettere l’accento sullo stretto legame esistente fra il campo della informazione e quello economico non significa, tuttavia, sposare una concezione meccanica e monocausale che riconduce a fattori prevalentemente economici i processi di comunicazione, ma avere la capacità di impiegare il termine di “complessità” per definire e comprendere la ricchezza di relazioni esistenti in un sistema sociale che va ben oltre ogni esponente della maggioranza che amministra e della minoranza che controlla o quel lupo solitario che vuole esprimere la propria opinione. Il concetto di partecipazione deve diventare l’elemento guida su ogni tema della comunicazione e dello sviluppo per non essere recettori passivi di grandi fenomeni e per rilevare la vita e la cultura locali come fattori che producono entità sociali nonostante l’azione specifica e contraria di alcuni potentati; per non ridurre la notizia, che ormai viaggia in microsecondi, in una merce di scambio di uno sterminato supermercato dell’informazione, che potrebbe condizionare modi di vivere ed operare; per difendersi contro un diretto intervento manipolatorio del diffuso agire comunicativo. Potrebbe essere possibile, in loco, attuare un istituto economico, una cooperazione, un’agenzia per la raccolta e la diffusione a tutti i soci, a cui si possono aggiungere altri abbonati, delle notizie da essa ottenute e prodotte con la somma, cioè, di sforzi armonici per unire le attività di persone o società aventi preesistenti interessi comuni, la cui realizzazione sarebbe molto difficile o impossibile se queste attività restassero isolate?

venerdì, 10 aprile 2009

FRATELLI NELLA TRAGEDIA

  

Con il titolo della Gazzetta del Mezzogiorno, in prima pagina, “Fratelli nella tragedia”, Liborio Loiacono, il 29 dicembre 1980, definiva la solidarietà umana verso la Basilicata e l’Irpinia colpite da terremoto nella notte del 23 novembre 1980. Immaginando i traumi e le angosce che vivono oggi le popolazioni abruzzesi, riflettendo sugli apporti di umana solidarietà, su un senso civico che sembra in netta diminuzione e una sacralità non individualista né limitata solo ai grandi problemi della sopravvivenza che pure ci affliggono, non sono pochi coloro che continuano ad interrogarsi, e a interrogarci, se è proprio necessaria la tragedia, per diventare umani, produttivi, più di quanto conviene essere, al contrario, in ogni momento. Mi chiedo perché rincorrere miti quasi sempre fonti di delusione, passando di crisi in crisi, fino alla totale immersione nel privato, e non invece addurre un diverso senso delle priorità o il privilegio di interessi strategici, politici, economici con una combinazione di realismo nella gradualità degli esiti volta per volta da conseguire, nelle attese che occorre continuare a nutrire, per attenuare le divisioni del nostro modo di agire. Per quale motivo dobbiamo muoverci con movimenti di breve durata, a vita organizzativa labile, e come tali con scarse possibilità di rendere servizi duraturi, sostitutivi delle carenze statuali? La massa di energie sprigionate verso il solidarismo e la gratuità sono veramente enormi e le contrapposizioni partitiche, in questi giorni, sembrano attutirsi per un senso e significato della vita che portano a momenti di coagulo che, purtroppo, potrebbero essere di natura effimera ed emozionale. Oggi, anche da parte delle Istituzioni, è tangibile una testimonianza evidente e collettiva di valori specifici come azione, dedizione, amore, gratuità, umiltà, solidarietà, fratellanza che mi auguro possa continuare a consolidarsi in tradizioni ed abitudini di vita, cioè in modelli di condotta, senza lasciarsi vincere dalle mode e dall’effimero che da domani potrebbero continuare ad avere il sopravvento.

 

lunedì, 09 marzo 2009

CAPACITA’ DI LIBERE SCELTE

                                                  

Le numerose situazioni quotidiane dinanzi a cui ognuno si trova vitalmente impegnato, cominciano in queste ore, e lo sarà di più nei giorni futuri, ad essere interessate da telefonate e richieste di incontri politici ai fini, si dice, di tenerci informati sulle prossime scelte riguardanti le elezioni provinciali ed europee, nonché per chiedere voti a favore di questo o quel partito, di questo o quel gruppo, questo o quel candidato. La scelta di ciascuno di noi “vocazionale”, che dovrebbe essere coraggiosa, comincia a diventare fantasiosa, non realistica, coordinata da altri che, furbescamente, giocano con noi, promettendo grandi cose, tra un livello di aspirazione ed effettiva possibilità individuale e sociale, confondendo il tutto in un ibrido miscuglio di scelte sul piano politico-sociale. Nel caso di richiesta desiderata o anche desiderabile, vengono fuori le risposte positive più allettanti che sicuramente, subito dopo, si riveleranno sterili e caduche. La giustificazione sarà che la colpa della mancata promessa è degli altri o di una previsione che non è  stato possibile attuare per un groviglio di altre situazioni sopravvenute.

 Ma quando capiremo che l’autentica informazione e l’autentica scelta non è quella che ci viene confezionata in modo interessato da chi cura il proprio interesse, specialmente in determinate occasioni, ma quella, invece, che prepara la persona abitualmente capace di assumere compiti responsabili, in nome proprio? Quando cioè si capirà che è necessaria una propria capacità di indirizzo intellettuale, di guida razionale pratica nelle determinazioni della volontà libera e non condizionata dall’interessato candidato di turno, peraltro venuto fuori dagli ingranaggi di un sistema dal quale siamo stati esclusi?

Comunque sembra che questi passi, da tutti, vadano compiuti e che i risultati che verranno fuori rappresenteranno la selezione potente di quel gruppo più abile, nel servirsi degli altri, ricevendone un vantaggio incomparabilmente maggiore di quello che una superiore intelligenza avrebbe potuto conseguire. Concatenando il tutto, però, potremo sostenere, ad elezioni terminate, con risultati che non ci accontenteranno pienamente anche per meccanismi elettorali complicati e di molto lontani dal rispecchiare la vera maggioranza dei cittadini, che il popolo ha deciso democraticamente e che, anzi, è aumentato il vigore della attività politica di chi vota e di chi non vota. Così dopo l’elemento di eccitazione prima e di aspettativa poi, prenderemo atto che a prevalere sarà un altro elemento, quello della frustrazione e, con esso, una meritata punizione per la nostra dabbenaggine che si ripete, costantemente, in occasione di ogni tornata elettoralistica. La conclusione sarà come si dice: “chi ha dato ha dato, chi ha avuto, ha avuto”. Alias: “alea iacta est”. “Il dado è stato lanciato”.