La trasmissione di “Immitis quia toleravi” di ieri, con l’apporto dell’arch. Giuseppe Resta che già aveva dichiarato, dopo aver profuso lavoro e competenze assieme ad altri, spesso ricambiati con comportamenti irriguardosi e irriconoscenti da parte almeno di due amministrazioni succedutesi negli ultimi periodi, il suo cruccio per la mancanza di un serio piano di gestione, ha messo pure in luce che ci vogliono molte idee ancora per riuscire a rendere l’intera struttura la più idonea a porre in essere iniziative capaci di gestire investimenti di grande portata. Un’ampiezza di orizzonti che sul proscenio, ora, di un’opera quasi terminata, deve sorreggere il dibattito aperto con l’intenzione di rimettere in corsa la fantasia progettuale, pronti per sostituire sollecitamente al passato di inerzia, una nuova sensibilità per adeguate misure di intervento. Visitato il Palazzo, infatti, si può dire che si rivivono alcuni eventi narrati, gustando i panorami dall’alto, la torre, e ci si muove tra disegni antichi e pittoreschi in uno scenario che avvolge e che fa colmare, con la fantasia e con l’attenzione, le caratteristiche di un tempo per diventarne parte a sua volta. Considerazioni che possono far supporre che nell’esposizione e nell’uso pubblico - privato del Palazzo, una serie di elementi favorevoli possano spingere, programmaticamente, a molte generali frequenze per stabilire anche rapporti economici con intenti corrispondenti al gusto della bellezza e dell’eleganza. Cultura ed economia quindi si potrebbero imporre nell’ammirazione dell’opera per ingrandire ed organizzare bene, intrattenimenti, scambi culturali con la rotazione settimanale, in concessione, ad associazioni locali che consistentemente e produttivamente si occupano di cultura, museo nell’apposita sala predisposta per conferenze e multimedialità, non esclusa la possibilità di promozione enogastronomica. Comunque fare in modo di non accettare il libero gioco del denaro quando non sia limitato dalle esigenze del bene economico collettivo e, per non rischiare di essere complici, sviluppare idee chiare, raggiungere certezze con una programmazione partecipata, illustrando ai cittadini progetti validi, fattivi, produttivi sia dal punto di vista culturale sia economico-sociale. Attrezzarsi per riuscire meglio agli scopi da raggiungere con capacità inventiva e immaginativa stando continuamente all’erta per favorire ogni possibilità di combinazione di risorse pubbliche e private per la soddisfazione di domande sociali. Insomma un insieme di modelli di programmazione e concertazione che, convergendo su un’ idea di politica integrata, trova nel sistema locale il suo riferimento naturale.
La piazza ritenuta luogo e abitacolo di storia, centro di vita, luogo urbano dedicato dall'uomo nel tempo allo scambio di idee e conoscenze è un concetto nostalgico ormai da tempo superato.
Scrutando tra questi luoghi di intrattenimento si possono immaginare alcuni episodi della nostra vita di gioventù, da quando si passeggiava sino al caos attuale, con episodi, purtroppo, che offendono spesso la tranquillità e la serenità della vita.
Così che da luogo della cattedrale religiosa, da luogo dove si svolgeva incontro civico e politico, luogo di mercato commerciale, si è continuamente trasformata nel tempo sui vari progetti, più o meno validi, nati in modo studiato o a capriccio dalla mente di progettisti e amministratori cangianti e prodotti dalla organizzazione della città e dai modelli di sviluppo socio-economico e politico.
Parcheggi indiscriminati e carreggiate per il traffico hanno preso il sopravvento su cortei, comizi risuonanti di propaganda elettorale, eliminando, con decentramenti e dispersioni tutte quelle funzioni che rendevano possibili le tante attrazioni del centro storico con l’amara conseguenza che la vita fatta di socialità, di incontro, di discussione si ritirasse dalla piazza ma anche dalla strada e da ogni luogo del vivere tradizionale. Questo lamento ormai è diventato molto comune al punto da desiderare un ritorno al passato ma, indubbiamente, con la possibilità di un ripristino molto complicata. Le condizioni e le funzioni di un tempo sono ormai venute meno e le piazze, oggi, le possiamo visitare da turisti con in mano la guida pro loco, o più verosimilmente le attraversiamo solo con l’auto per spostarci velocemente da un luogo ad un altro.
Giancarlo Consonni nel suo libro "Addomesticare la città " osserva: « La piazza si è trasformata da spazio della socialità a palestra della serialità automobilistica”. E' questo un modo di vivere che ha permeato in modo profondo ciascuno di noi rendendoci inquieti e coinvolgendo con l'insieme della città anche i comportamenti e i sentimenti con l’inevitabile avvitamento in un circolo vizioso in cui la crisi della socialità, accettata a malincuore, e il degrado degli spazi pubblici sono, nello stesso tempo, causa ed effetto l'una dell'altro. Degrado degli spazi che è venuto assumendo i connotati di una vera e propria noncuranza dello spazio pubblico, asservendolo alle pure esigenze della realtà caotica e ponendo in essere i sintomi di uno stato d’animo che non sa ancora cosa vuole e come lo vuole e che non è neppure sicuro di se stesso, annullando, pertanto, ogni identità. In questi luoghi, lo squallore si è sostituito a manifestazioni di dialogo, di passatempo ricreativo e salutare, di una casa all’aperto. Ciò che la toponomastica definisce e individua come piazza, deve essere ripensato nella sua architettura, a cominciare dagli interventi più naturali ed appariscenti come la pavimentazione che pure, a volte, è frutto di simboli e disegni pacchiani. La piazza come luogo dello stare insieme può costituire ancora occasioni di interazione, tra persone, tendenti a far superare gli ostacoli a percorsi che vanno recuperati al “senso dell'andare, del camminare, dell'osservare, del sentire, quali esperienze essenziali del vivere”. La cultura che cresce e si sviluppa nell’era della globalizzazione presenta particolarità preoccupanti, quali una sempre maggiore spinta alla solitudine in quanto, spesso, l’interazione col computer viene preferita su quella con la società ed una crescente tendenza all’omologazione culturale, con la perdita progressiva della percezione dello spazio e del tempo, dovuta alla sparizione dei confini, influisce pesantemente sul senso di identità culturale.