Da un recente manifesto affisso per conto di un’associazione, attraverso le vie della città, per riportare fatti riguardanti un recente episodio di violenza sessuale, appare una condizione di piena coerenza e aderenza con la realtà urbana e sociale in cui viviamo; una realtà disgregata e non solo disorganizzata, piena di caotici conflitti e di sottili incoerenze, che, determinando forti tensioni, coinvolgono gli abitanti. Mi sembra anche che diversi comportamenti si verificano perché i valori che alcuni hanno interiorizzato sono quelli di una sottocultura deviante e spesso dipendente da cause di insufficiente socializzazione, per conflitti interiori, per difficoltà di identificazione o per disordini psichici di vario tipo. Se qualcuno, pressato e condizionato da preoccupanti prospettive, pensa che il suo inserimento nella società, secondo schemi validi, potrà essere una sorpresa inattesa, sicuramente sentirà la crisi della realizzazione di sé e può annunciarsi con esordi che sono inopportuni e inqualificabili. Quindi chi tenta di imporre modelli stereotipati di pensiero e di azione al posto di una scelta critica, non potrà sentirsi immune da inerzia nel proporre disponibilità umana in un processo di formazione e trasformazione socio-culturale che contribuisce al destino di una comunità. Tali processi di trasformazione che sin dagli anni ottanta si sono portati avanti con interventi democratici e riformatori che pure si incrociavano con altri fenomeni che procedevano in direzione opposta, hanno avuto reali prospettive di successo con massicci impegni finanziari e culturali di apparati pubblici e privati. Oggi, noto, che vi è stata una rottura nella continuità del sistema amministrativo contribuendo a rendere, in un certo senso, più complicato, velleitario, improvvisato e non professionalizzato il funzionamento degli apparati pubblici; la conseguenza è che alcune parti del paese, dove si sentono più radicate le tradizioni di buona amministrazione e maggiore cultura amministrativa, sono surclassate dal peso di cambiamenti amministrativi non capaci di affrontare sfide decisive. Un processo di modernizzazione e di insorgenza di fenomeni nuovi che ci devono far riflettere e che non può prescindere dall’analisi del funzionamento delle relative strutture pubbliche, in parte eccessivamente politicizzate, in parte costituite sulla carta, spesso carenti nei mezzi e nelle strutture, quasi sempre impreparate a tenere fede agli impegnativi compiti formalmente previsti.
I sindaci possono prevenire e contrastare atti e comportamenti che non configurano, magari, ipotesi di reato, ma che comunque siano tali da creare disagio, problemi alla gente e favoriscano lo sfruttamento di esseri umani.
Incuria, degrado e decoro urbano –Comprende l’abbandono per terra di carte, di mozziconi, lattine, bottiglie e altri oggetti. Proprio per questo è necessario un incremento di cestini in giro per la città tra cui quelli spegni mozziconi. Sono sanzionate le deiezioni in luoghi pubblici e privati, come ad esempio portoni e strade; è vietato mantenere in stato di abbandono o degrado gli immobili e casolari che, occupati illegalmente, possono favorire fenomeni criminali quali lo spaccio di stupefacenti. .
Atti vandalici e deturpamento di edifici pubblici e privati – Graffiti o scritte sui muri e sugli edifici, danneggiamenti e atti vandalici su beni privati e pubblici, come ad esempio cabine, aree verdi, panchine, segnaletica, arredo urbano, veicoli, monumenti, impianti sportivi.
Tutti gli atti che deturpano la bellezza della città, poiché ne limitano il diritto al godimento di ogni altra persona, sono censurate e multate, aggiungendosi alle conseguenze penali già previste per questi comportamenti.
Atteggiamenti di violenza e comportamenti degenerativi – Colpisce il fenomeno del “bullismo” giovanile e che, inoltre, vieta tutti quei casi dove il comportamento di altri impedisca ad una o più persone di godere il diritto di serena convivenza civile. Fermo restando le eventuali conseguenze dal punto di vista penale, vengono vietati tutti gli atti e i comportamenti, anche dovuti all’abuso di alcool o stupefacenti, come alterchi, violenza, intimidazione e persecuzione nei confronti di altri e che manifestano un’aggressività di gruppo mediante azioni di vandalismo, di molestia o intralcio.
Accattonaggio molesto –Se è possibile chiedere l’elemosina, non sarà consentito farlo in modo molesto, in un modo cioè minaccioso e insistente, che impedisca l’accesso o l’utilizzo di aree e spazi pubblici. E’ vietato anche farlo utilizzando e strumentalizzando minori.
Bivacco – Chi improvvisa un bivacco fuori dalle aree attrezzate, oltre a generare condizioni di precarietà sotto il profilo igienico sanitario, può creare problemi all’utilizzo del territorio. Sono diverse le segnalazioni dei cittadini in alcune zone della città cui ora si può dare risposta. Dunque bivacchi nelle strade, nelle piazze e nei parcheggi possono essere vietati, anche se sono conseguenza di sosta di camper, roulotte e tende fuori dagli appositi spazi.
Schiamazzi e comportamenti degenerativi in pubblico – Anche in questo caso sono molte le richieste di intervento e le lamentele da parte dei cittadini dovuti a schiamazzi, assembramenti chiassosi, rumori molesti, dovuti anche a auto e moto, e a occupazioni improprie di sedi stradali. Questo sia che le situazioni nascano in via spontanea o in conseguenza di attività ludiche, economiche, commerciali e di circoli privati. Dunque sarà possibile aggregarsi ma non infastidire con urla e rumori ripetuti. Sono escluse le manifestazioni e gli eventi programmati che rappresentano forme di aggregazione sociale.
Prostituzione sulle strade – Clienti e prostitute vengono puniti in egual misura al fine di scoraggiare il più possibile la pratica della prostituzione e ridurre così la strumentalizzazione e lo sfruttamento di tante donne. In particolare nelle strade e nei punti di passaggio pubblico è vietato arrestarsi e contrattare con chi offre prestazioni sessuali. Lo stesso vale per le auto: non possono fermarsi nei pressi di una prostituta e nemmeno ospitarla a bordo.
E se l’Amministrazione comunale, il sindaco, cominciasse a realizzare, programmandoli, interventi idonei per prevenire, sanzionare ma, soprattutto, aprire un dialogo, sollecitandolo, sull’educazione sociale?

Il Consiglio dei ministri ha deliberato l’utilizzo di 500 militari da disporre nelle aree a rischio criminalità, dopo gli incidenti recenti di Castel Volturno dei giorni scorsi, scatenati dalla strage della camorra nei confronti di immigrati africani. L’esercito si prepara a organizzarsi nel Casertano. Sono tutti all'insegna dell'emergenza i provvedimenti emanati dalla riunione straordinaria del consiglio dei ministri convocata in risposta alla strage recente di camorra. Non si perde occasione per tradurre il particolare frangente, attraversato dal paese, in termini di un inasprimento della militarizzazione della vita sociale e della guerra contro la camorra ed anche i migranti.
L'invio di 500 militari nelle zone di emergenza della criminalità organizzata è, si dice, per "assicurare il controllo del territorio". Chiedo se - pure
"Non sottovalutare" le violenze e i "segnali di contrapposizione" collegati alla presenza di immigrati in Italia. È il monito lanciato dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, durante il discorso di apertura del Consiglio permanente della Cei.
In Italia, ha osservato Bagnasco, si era raggiunta una "presenza tutto considerato significativa di immigrati" "senza spaccature sociali o situazioni drammatiche". Ora invece "stanno emergendo segnali di contrapposizione anche violenta che sarà bene da parte della collettività a vari livelli non sottovalutare".
Parla di immigrazione il cardinale Bagnasco nella prolusione del Consiglio permanente della CEI. Quindi, ha aggiunto l’arcivescovo di Genova, “vogliamo credere che non si tratti già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ce ne sono, e talora anche allarmi, che occorre saper elaborare in vista di risposte sempre civili, per le quali il pubblico dibattito deve lasciar spazio alla ricerca di rimedi sempre compatibili con la nostra civiltà”.
Il pensiero del presidente Cei è poi andato a coloro che “a prezzo della vita si accostano alle rive italiane, interrogando la nostra coscienza e inevitabilmente sfidando ogni volta le nostre potenzialità d'accoglienza”.
E’ ovvio che, stando così le cose, noi non possiamo condannare una cultura in nome di un’altra; l’etnocentrismo, che ci faceva chiamare “barbari” i popoli diversi da noi, è scomparso o almeno, è augurabile che scompaia. La barbarie sta solo dove l’uomo non viene rispettato e non dove gli “altri” si vestono, salutano o pregano in maniera diversa da noi. E’ questa la grande lezione di tolleranza che ci proviene dall’antropologia culturale dei nostri giorni. Lo scorso secolo moltissime persone hanno sentito l'esigenza di lasciare l'Italia allora povera, per emigrare in altri stati, che offrivano senz'altro più prospettive. Oggi questo fenomeno esiste ancora e si è fatto ben poco per porvi rimedio. Di ciò dovremmo avere sempre memoria. Di fronte all' "arrivo di nuovi irregolari" il presidente della Cei chiede dunque "risposte", "accordi di cooperazione" per portare "alla legalità situazioni irregolari", "integrazione sociale" e accoglienza delle "domande di ricongiunzione familiare".
Ora la cultura è anche insieme di modelli normativi condivisi dai membri della società, i quali servono a regolarne la condotta e sono accompagnati da sanzioni certe nel caso che la condotta non vi si conformi. Se nelle società più semplici, dove mancano un’amministrazione pubblica e una burocrazia i fatti sono regolati da riti tradizionali che si appoggiano anche su pratiche magiche, in una società come la nostra, aggiunge Bagnasco, “alla prova dei fatti il temperamento del nostro popolo si lascia filtrare da una secolare cultura dell'accoglienza e di rispetto per il fratello, per quanto diverso, in difficoltà. Su questo fronte sarà bene procedere – anche in un contesto europeo – cercando con impegno accordi di cooperazione con i Paesi di provenienza e volendo progressivamente guadagnare alla legalità situazioni irregolari compatibili con il nostro ordinamento, accettando di dare – appena vi siano le condizioni – risposte positive sia alle esigenze di una progressiva ed equilibrata integrazione sociale, sia alle domande di ricongiunzione familiare presentate nella trasparenza e per il benessere superiore delle persone coinvolte, oltre che della società tutta”.
La nostra libertà sembra essere in fase di decomposizione. Sembra essere così in campo economico, quando vi è il solo scopo del profitto non subordinato al bene comune, ma sembra che sia così, purtroppo, anche in campo intellettuale allorquando si mettono in questione tutte le certezze o si prefigge il solo scopo di distruggere ogni cosa anche quando è buona. Non si vuole chiedere all’uomo di cultura di pronunciare parole magiche o di essere profeta che parli per oracoli, ma il porre in discussione le diverse pretese in gioco, di non avere la tentazione di fare sintesi definitiva, e, al contrario, osservare per porre fiducia nel colloquio, mettere insieme il diritto di critica con il rispetto dell’altrui opinione. Se avessimo una sintonia di dare alla libertà una disciplina necessaria per la sua realizzazione, all’ordine costituito una finalità che non sia oppressione, forse potremmo inserirci meglio, in un sistema dai multiformi aspetti, ed impegnarci a sottoporre i problemi alla critica della ragione.
Si potrebbe pure osservare che ogni preteso spirito critico finisce, prima o poi, per incoraggiare quel solito modo vizioso di “ vedere due facce in ogni questione”, qual è stato criticamente rilevato da studiosi dei miti intellettuali e si finisca, insomma, col rendersi complici del pacifico spirito di compromesso a tutto danno della coerenza intellettuale, ma potremmo pure rispondere che non si vuole, ad ogni costo, trovare accomodamenti, ma di farsi valere, con responsabilità ed esperienza, dell’unica forza dell’intelligenza, dell’equilibrio, delle abilità acquisite con “ longum usum comprobatum”. Non bisogna permettere, però, sia a giovani sia ad anziani immemori della loro storia e passato che diano come unico scopo alla propria azione quello di demolire tutto quanto altri si sono sforzati di sviluppare e di conservare, anche quando il mondo nel quale viviamo, ed in particolar modo, quello della cultura, va predicando e ricercando una libertà che niente più limita. E in questa forma di complicità, che poi è anche un tradimento, l’intellettuale si pone male nel contesto sociale in cui vive ed opera. C’è pure chi sta lavorando alacremente, usando libertà a lui concessa, per agire in modo tale da distruggerla con motivi politici che creano disordine perché poi l’unica soluzione del ricambio sia l’ascesa di un partito forte e totalizzante; lo si percepisce dagli esempi di cronache di pseudocultura di improvvisatori, di dilettanti, di propagandisti interessati, in ogni luogo, che ormai abbondano senza ritegno alcuno. Se continueremo ad essere quali siamo, sicuramente un’alternativa da opporre non la troveremo o opporremo all’attuale disordine non un altro ordine, ma un altro semplice disordine.
Si potrebbe allora cominciare a pensare, nel nostro piccolo paese, alla costituzione di un“ Nucleo comunale per lo sviluppo della cultura politico-amministrativa” libero, aperto a tutti, con il compito di garantire il coordinamento di tutte le attività connesse con lo sviluppo e la divulgazione delle conoscenze individualmente acquisite. Tale trasmissione di qualità acquisite dovrebbe fare in modo che l’evoluzione storica della nostra comunità sia enormemente più rapida e riuscire ad attutire l’insofferenza di molti giovani, per porre loro in condizione di contrapporsi criticamente ai poteri prepotentemente forti, onde assicurare l’affermazione e l’esercizio dei propri diritti garantiti ma spesso calpestati. “ La vis democratica è di per sé innovativa e creativa quando non viene soffocata nel convenzionalismo, nel formalismo, cioè nella cristallizzazione della vita sociale”.
Stabilire quindi un legame con il gruppo culturale intenso e saldo, ove l’adolescente, ma anche i diversi componenti adulti, possano ricercare ideali vecchi e nuovi, per affermarli o per metterli in discussione, e che spesso si trovano incarnati in un amico, in un maestro o nel gruppo stesso.
Rispettare lo spirito di autonomia con cui ogni generazione subentrante si inserisce nella propria società, riducendo le situazioni di contrasto con le generazioni più anziane ed evitando lo scadimento della visione comunitaria, con la percezione del valore di continuità che vincola fra loro generazioni passate, presenti e future.
Negli ultimi anni si sono avuti una serie di studi, di inchieste sulla gioventù che hanno prodotto una sensazione di interpretazione incerta, non consentendo una risposta adeguata agli innumerevoli interrogativi proposti da questa vasta tematica. “ Sapere invecchiare è il capolavoro della saggezza, una delle cose più difficile nell’arte difficilissima della vita, ma sapere essere giovani è ancora più difficile quando la saggezza non è ancora apparsa e l’orizzonte della speranza addensa spesse nebbie verso l’amore della vita”. Prima di accusare i giovani di essere incoscienti, domandiamoci cosa c’è alla base di certi comportamenti. Le cause degli incidenti? La violenza negli stadi? Come si può sperare che i nostri figli non diventino come noi? Domande che si attestano sulla constatazione che si nasce sani e spesso, a contatto con gli adulti, si rischia di diventare nevrotici. Il dott. Wilhelm Reich, anche se la storia ha cercato con tanto sforzo di cancellarlo, sul presupposto che, man mano che aumentano “ i comportamenti manipolatori degli adulti”, il giovane sia portato a utilizzare le proprie energie vitali per difendersi dal mondo esterno, chiudendosi in una “corazza caratteriale” che “irrigidisce le sue potenzialità in atteggiamenti stereotipati”, ha espresso un ragionamento secondo cui, a tratti, quelle che erano forza di vita si trasformano, nel giovane, in pulsione di morte che danno luogo a “ un sociale caotico e tendenzialmente autodistruttivo”. La condizione giovanile se da un lato registra un miglioramento delle disponibilità economiche, alla elevazione del livello di istruzione, alla emancipazione, dall’altro comporta una situazione di arretratezza, di depressione economica e sociale, di crisi di identità e di valori ideali e civili. Dopo quanto avviene, si avverte, oltre alla tristezza, l’indignazione per non aver potuto evitare danni a se stessi e agli altri che, con più prudenza, senza perdere i lumi della ragione, potevano e dovevano essere evitati, senza il bisogno di confrontarsi, pericolosamente con la morte. La complessità dei fenomeni sul piano sia teorico che empirico comporta, comunque, la necessità di un approccio multifattoriale, l’unico in grado di fornire spiegazione ai diversi comportamenti di chi, ragazzo o giovane, spesso vive una vita assolutamente ripetitiva, vuota, con poche prospettive. Vanno forse nuovamente analizzate, onde identificare competenze in tema di interventi e di possibili cambiamenti di ruoli, la famiglia, la scuola, l’Ente locale a cui la legge affida la gestione della prevenzione, della cura, della informazione, su cui si fondi una conoscenza delle dinamiche sociali, dei problemi dell’adolescente nella società contemporanea. Importante diventa attivare processi di formazione che diano la possibilità di rivedere i propri comportamenti relazionali e mettere in discussione se stessi, quali inadeguati modelli identificatori. Un’azione di prevenzione a largo raggio, che raggiunga cioè un gran numero di soggetti, diventa necessaria sempre di più, per dare l’opportunità di progetti di programmazione educativa globale per perseguire l’obiettivo dello sviluppo psicofisico dell’adolescente con finalità preventive non limitate nel tempo, né concentrate settorialmente su tematiche specifiche, ma si inquadri nella più generale problematica della tutela e della conservazione della salute e della vita.

Nelle ultime passate elezioni politiche pare abbia giocato un ruolo importante, per la sconfitta e la vittoria di alcune aggregazioni partitiche, il concetto di ordine pubblico, sicurezza del cittadino, ordine democratico, che hanno a che fare con elementi costitutivi della politica moderna. Cambia allora qualcosa, nel mondo contemporaneo tra cittadino e sicurezza collettiva e come si trasforma, nelle democrazie occidentali, il rapporto tra libertà e dissenso, come si sposta il confine tra regola e trasgressione? Quali sono o potrebbero essere le ragioni di una sempre più netta contrapposizione tra stato e soggetti? Possono, su questi temi, emergere diversi atteggiamenti o fondamentali modelli di conservatorismo, di tolleranza repressiva, o solo in minima parte di garantismo, ma è certo, che le grammatiche del senso comune, sono ricche di saperi. Saperi, però, che si presentano come riduzioni e semplificazioni del senso possibile che, comunque, neppure singole scienze, con i dovuti apparati concettuali, riescono completamente ed esaurientemente a rappresentare. Ove si intrecciano regole, interazioni di vita quotidiana, mondi di aspettative non sempre condivise, conflitti culturali non mediabili, i nodi da sciogliere diventano complessi e inestricabili. Anzi, si potrebbe dire, che la complessa vicenda della nascita della teoria politica moderna appare segnatamente disegnata dal problema della sicurezza del cittadino, ove, la discussione sulla sovranità, diventa una costruzione intorno alla ambivalente tematica di ordine-sicurezza. Con l’insorgere della modernità, avanza anche la domanda sul come sia possibile l’ordine sociale; domanda che lascia trasparire l’apparizione, sul proscenio europeo, del conflitto e della lotta all’interno stesso della città. E’ qui la metamorfosi della politica, ed è qui anche il legame indissolubile tra città e sicurezza del cittadino. La sovranità ha bisogno di nuove basi di legittimazione, registrando crudamente la crisi del vecchio meccanismo di giustificazione del potere di governo, per attendere che diventi il problema dell’ordine pubblico. L’autonomia della politica che si assume il compito non solo e non tanto più della pacificazione, ma anche il monopolio della forza per continuare ad assicurare autonomia decisionale. Entrano prepotentemente i temi dell’ordine e della sicurezza dei cittadini nell’economia della giustificazione e della rappresentanza politica e vengono immessi come elementi fondamentali nel circuito della legittimazione del potere di governo. In altre parole il potere viene rappresentato come ragione artificiale, inventata, creata dalla società, ma nello stesso tempo l’unica forza capace di assicurare ordine alla città. Può sembrare che il diritto sia diventato una “malattia” e la violenza del governante giustificata quasi fosse un farmaco, un antidoto per rassicurare e proteggere i cittadini. Se, come è da ritenere, la sovranità deve anch’essa sottoporsi a regole, per continuare ad essere sovranità, le sue funzioni devono dipendere dall’automatismo e dalla applicazione delle norme che siano affidate a regole-certezza. La sicurezza è bene comune dei cittadini responsabili e non un affare della sovranità, la cui trasgressione, però, rende necessaria la penalità ma, soprattutto, la prevenzione. La pena è una minaccia, o suggerimento, che, disattesa, torna ad essere pena che deve giustificare il ricorso all’afflizione. Le storie di questi giorni ci mostrano un panorama sociale turbolento in cui sopravvivono vecchie forme di trasgressione, ma si presentano anche nuove forme; nuove prepotenze, ma anche fatti che rappresentano condizioni di dissenso e protesta, non del tutto ingiustificate, con un’incapacità di controllare i conflitti, da parte degli apparati giuridici, che nascondono pure un difetto di comunicazione tra sistemi. La speranza rimane quella di riscoprire quel poco di illuminismo che ci rimane con regole che tutelino, ciascuno, di fronte ad ogni esagerata reazione sociale o statale.