Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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lunedì, 02 novembre 2009

INCONTRO DEL 10/11/2009

CITTA

 

E’ stato diramato un invito di partecipazione, diretto ad ogni Associazione e Circolo di Galatone, per il giorno 10/11/2009, alle ore 19,00, presso la sala del Circolo Cittadino della nostra Città.

Poche parole per dire cosa è, o vuole essere, almeno nelle intenzioni di chi l’ha promosso, questo incontro, da dove viene e perché.

 E’ vero che la risposta a queste domande non può che venire dalle cose che saranno dette, che ascolteremo dagli interventi dei singoli rappresentanti delle varie Associazioni e Circoli invitati ai quali va tutta la riconoscenza per la loro disponibilità, per la rilevanza dei contributi che si apprestano a rendere.

La idea della riunione nasce non tanto dalla percezione della inadeguatezza di una rappresentanza pubblica - inadeguatezza intendo riferita alle istanze di orientamento poste da alcune vive esigenze a livello di esperienze generalizzate e purtroppo disattese – quanto dal bisogno di capire, soprattutto da parte di persone che già ampiamente si sono prodigate non senza difficoltà operative nelle iniziative validamente prodotte, la funzione delle varie conoscenze in un mondo culturale che muta; come queste conoscenze vanno perseguite e, prima ancora, se e come vanno eventualmente ridefinite le diverse specificità; infine come si raccordano, si integrano con altre agenzie del sapere per avere la possibilità di produrre un quadro di riferimento unitario.

 Il bisogno, come ho già avuto modo di sostenere, è quello di una più riconoscibile gradazione delle progettazioni per raggiungere l’effetto d’integrazione tra iniziative diverse ma tutte rilevanti per la qualità dello sviluppo del territorio. Si spera, infine, che non prevalga la frammentazione o, tra diversi attori, la collusione o la defezione ma un elevato livello di cooperazione tra gli attori orientato ai risultati efficaci necessari anche per orientare azioni istituzionali per l'indispensabile accesso ad alcune fonti di finanziamento che superino blocchi decisionali e rallentamenti burocratici.

Una elaborazione di regole del gioco cooperative per assumere una prospettiva abbastanza ampia, proporzionata alla natura dei problemi da trattare, con la predisposizione di risorse per le correzioni in corso d’opera, con il controllo degli impatti della propria azione, mediante valutazioni accurate, dividendone insieme le responsabilità.

Un modo, dunque, che può avere la parvenza di una sfida. Ma la sfida è a noi stessi, una reazione al nostro bisogno di capire, di integrare le conoscenze che possediamo, di liberarci di incertezze che, anziché diminuire, crescono nel tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

venerdì, 30 ottobre 2009

TRIBUNA GALATEA

I puntata Tribuna Galatea

 

La trasmissione “Tribuna Galatea”, grazie soprattutto al servizio che presta MYBOXTV anche attraverso le svariate iniziative intraprese, è andata avanti, si è conclusa pure con l'assenza di qualcuno e, ciononostante, ha offerto, spero, lo spunto per riflettere su alcuni avvenimenti locali, grandi e piccoli, vicini e lontani, previsti e non prevedibili.

Si è voluto dare, come credo anche si potrà farà in seguito, un contributo per raccogliere informazioni, selezionarle, eventualmente controllarle, completarle, diffonderle anche attraverso altre agenzie di opinioni locali che puntano a valutazioni e commenti, per non limitare l’ analisi di alcuni avvenimenti a ristretti settori interessati che potrebbero dipendere da chi fornisce notizie e documentazioni non in modo e forma lineare e, spesso, solo sulle attività loro proprie.

Il minuscolo contributo marginale infine, ma sempre necessario, offerto da “Tribuna Galatea”, ha voluto mettere a disposizione dei cittadini che ascoltano un dibattito tra persone di buona volontà che ringrazio della partecipazione pronta e operosa, al contrario di chi ritiene o ha ritenuto di non dover partecipare alla trasmissione, neppure a farsi rappresentare, a non rispondere ad inviti scritti e sottoscritti che denotano comportamenti senza cortesia ed etichetta e che creano, per ciò stesso, effetti opposti alla buona pubblica immagine, che si pretenderebbe di avere o ancora di conservare, assieme alla incapacità di calarsi nei reciproci punti di vista, di vedere l'altro e di riconoscerne la possibili ragioni e di guardarsi per riconoscere il proprio possibile errore, istituendo così un meccanismo di reciprocità che è il prerequisito essenziale della convivenza. Peccato! Forse ci sarà una prossima volta.

 

 

 

giovedì, 03 settembre 2009

OPACITA' SOCIALE

Le tendenze in atto nella nostra società rendono sempre più problematico – nonostante le apparenze contrarie – il lavoro di lettura e la comprensione del sociale.

Non intendo dire solo e tanto, di quel lavoro di lettura del sociale che svolgono sociologi, antropologi e altri studiosi o professionisti che hanno come loro specifico scopo di leggere la società. Intendo far riferimento a quel lavoro di lettura del sociale che ogni essere umano svolge, naturalmente, in quanto membro della società, quindi attore sociale.

L’accelerazione dei processi di trasformazione sociale e di mutamento culturale, l’accesso sempre più generalizzato alla comunicazione, l’aumento, e l’aumentata velocità e capillarità di diffusione, di ogni tipo di informazione e soprattutto dell’informazione d’attualità tendono a creare, nel loro intreccio perverso, un’illusione di trasparenza che è all’origine di questa particolare e nuova forma di difficoltà di lettura del sociale. In questo contesto ben si inserisce l’uomo al potere che se non è limitato da criteri di democrazia, può far diventare il suo governo simile ad una tirannia. Così se un Sindaco di un paese ci presenta una versione sistematicamente distorta e incompleta del mondo sociale, il lettore- ascoltatore deve far ricorso a categorie di lettura, selezione e interpretazione particolarmente complesse per poter “correggere” e inserire in cornici interpretative adeguate le cose che si “farfugliano”. Non voglio evocare fantasmi orwelliani né partire per la tangente con l’ennesima sparata apocalittica contro il potere dell’informazione, ma desidero porre al centro della riflessione la nuova forma di opacità sociale prodotta dall’illusione di trasparenza causata dal dilatarsi dell’informazione d’attualità per segnalare un ostacolo molto difficile da superare e che è un vero scoglio epistemologico che ingombra il campo della riflessione ogni volta che si vuole compiere fino in fondo il lavoro che dovrebbe portare ad una capacità d’indagine, verso snodi che collegano l’analisi con la progettazione. E succede pure che quando nell’organizzazione burocratica di una Comunità vengono inserite figure professionali che devono realizzare il proprio lavoro più o meno “sui generis” e poco vicine alle esigenze della società, ci sia apre all’imprevisto, dove forse si lavora poco, spesso senza vincoli preordinati di compiti ed orari, provocando inefficienze e disfunzioni da una parte e frustrazioni, disaffezioni e idiosincrasie dall’altra. Questa “massa” di abusi che non legittimano le competenze necessarie per le funzioni culturali, per le quali si legittima il ruolo professionale, non può certo poi far affermare che laureati e diplomati delle più svariate provenienze, con esigenze ed aspettative legittime, aggregati in associazioni culturali, sono “ipocriti”. Le conseguenze di queste affermazioni a me paiono “drammatiche” sia in quei settori del campo culturale – come i media e la pubblicità – nei quali la ragione economica finisce per dettar legge, sia in quei settori – politiche culturali pubbliche – nei quali la ragione burocratica o quella assistenzialistico – clientelare, finiscono pure con l’avere predominio. La speranza è, alla fine, che, pur sapendo che si opera in base al presupposto che ci possono essere tendenze anti - democratiche latenti e palesi sia tra i governati che fra i governanti, si possa trovare una linea volta all’instaurazione di istituzioni intese alla salvaguardia della democrazia.

lunedì, 06 luglio 2009

CURIOSITA' DELL'ALTRO SECOLO

FERNANDO MAGLIO  mi ha trasmesso una nota significativa su “curiosità della metà del secolo scorso “ – che, dopo averla gradita, pubblico con un mio modesto e laconico commento -  riguardante una delibera sul servizio notturno delle farmacie del tempo.

Si pone in risalto un plebiscito popolare e democratico che vince sulla “ratio” della Legge.

La domanda che mi pongo è: come allora si esercita il potere e quanto il potere è esercitato?

Una cosa è certa: tutti i problemi politici sono problemi istituzionali, problemi di struttura legale ma anche di persone ove il progresso verso una maggiore uguaglianza può essere salvaguardato soltanto mediante il controllo istituzionale del potere.

Giuseppe  D’Oria

 

CURIOSITA’ DELL’ALTRO SECOLO

 

- Il plebiscito designa la farmacia notturna.

“Il pensiero del Consiglio Comunale, che è l’autentica espressione della maggioranza del Popolo Galateo, è stato chiaramente espresso nelle delibere Consiliari  18 luglio 1950 n. 56 e 22.9.1950 n. 65, alle quali mi riporto, rimanendo in attesa del preannunziato provvedimento che codesta Prefettura emanerà in proposito.

Intanto, mentre si prende atto della nota telegrafica n. 9078 Sanità con cui codesta Prefettura fissa il turno delle Farmacie, desidero far presente all’E.V. quanto appresso:

1) La delibera di Giunta Comunale 9.12.1949 n. 320, divenuta esecutiva, fu adottata con l’intervento degli assessori dissidenti.

2) Il Sindaco, come rilevasi dalla Delibera Consiliare 18 luglio 1950 n. 56 ebbe a richiamare il Consiglio sulle decisioni adottate, pronunziando le seguenti parole, “ a questo punto il Sindaco fa presente al Consiglio che il servizio farmaceutico notturno, quando è istituito deve essere a turno da tutti i farmacisti. L’Amministrazione, in tanto, può affidarlo ad un unico farmacista, in quanto, gli altri abbiano chiesto di essere esonerati. Se  tutti i farmacisti si obbligano di farlo attenendosi alle norme di legge in vigore ed assicurando per tutte le 24 ore, la presenza in farmacia di apposito farmacista, egli (Sindaco ndr) ritiene,  a suo parere, che il Comune  non possa affidare, sempre alla stessa farmacia, il servizio farmaceutico notturno. Alle osservazioni del Sindaco si oppongono tutti i Consiglieri ai quali si aggiungono i numerosi cittadini presenti nell’aula, che, avendo seguito con vivo interesse la discussione, chiedono che il servizio in oggetto sia assolutamente affidato ad unico farmacista, ragione per cui il Consiglio conferma ancora all’unanimità le sue decisioni contenute nelle lettere A), B) C) ed E) della presente delibera”. Le motivazioni del Sindaco pro tempore.

(Cristo o Barabba? Il plebiscito contro la ragione della Legge. Ndr).

 

Eravamo  a meta luglio 1950. Sembra lontano dalle prassi politiche ed amministrative?

Fernando Maglio

 

 

martedì, 21 aprile 2009

ANTISEMITISMO

Il sesto ed attuale presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, nella conferenza mondiale dell’ONU a Ginevra, “Durban 2” su razzismo, discriminazione, xenofobia ed intolleranza, ha sancito un odio contro Israele tale da far pensare ad un problema antichissimo che troviamo in Platone e Aristotele, e prima ancora in Socrate, che si domandavano se il “bene è insegnabile”. Qui, di fronte alla offensiva retorica del presidente iraniano, la domanda diventa se “il male è insegnabile”, è comunicabile; per noi affinchè non abbia a ripetersi in futuro, ma per Ahmadinejad  per esporre le sue tesi anti-israeliane, nella pretesa di decidere quali uomini o quali gruppi umani hanno il diritto di abitare la Terra e quali no. Un modo di fare sadismo, non in termini di patologia sessuale, bensì a livello psicologico - esistenziale per configurarsi come radicale negazione dell’altro da sé, come negazione al tempo stesso del principio sociale e del principio di realtà. Un modo, nella negazione del proprio simile, per realizzare la propria totale sovranità che potrebbe scatenare un furore  nella devastazione, distruzione e opera di morte. Sul piano della coesione degli Stati non si dovrebbe consentire di ascoltare, pur nel libero manifestarsi delle convinzioni e nel libero esprimersi delle idee e della fede religiosa, continua minaccia, purtroppo perdurante in Europa, e anacronistico riemergere di situazioni di intolleranza con riflessi conservatori che non sono, senza dubbio, giustificati. E’ innegabile il convincimento dell’importanza fondamentale, non solo per la dignità delle persone ma anche per la convivenza dei popoli, del dispiegarsi della libertà di pensiero, coscienza e religione, come ogni libero confronto di idee, di ogni libera creazione di attività artistica e culturale, di ogni sapere scientifico oltre gli angusti limiti delle frontiere nazionali, ma è similmente necessario insistere nell’affermare i principi di tolleranza e dialogo, sia all’interno dei singoli stati che nei rapporti degli Stati tra loro, perché si impongano come necessari alla convivenza non solo interna ma anche internazionale. Come diceva Niebuhr, sono le virtù dell’uomo a rendere la democrazia possibile, ma sono invece i suoi difetti a renderla necessaria per non far diventare le cose più irragionevoli di questo mondo come le più ragionevoli a causa della sregolatezza di alcuni uomini.

venerdì, 27 marzo 2009

TESTAMENTO BIOLOGICO

                                                    

In relazione al “testamento biologico”, discusso ed approvato al Senato, con varie e vaste polemiche, ed ora in attesa di inviarlo alla Camera, ci si trova di fronte a considerazioni che sono particolarmente importanti in quanto concezioni culturali ed ideologiche si intrecciano per vedere come modi di parlare e forme di pensiero, pur consolidate, possono esercitare a volte effetti unificanti ma spesso anche divergenti. Le questioni che emergono sono rilevanti per i fondamenti del discorso giuridico e per la sua razionalità particolare, ove in uno stesso contesto si può vedere come la determinazione giuridica della realtà sociale si produce attraverso il trattamento della individualità che viene rappresentata come una proprietà naturale dell’uomo e, in particolare, attraverso il diritto, come soggettività giuridica. E la soluzione di questi problemi viene ricercata secondo percorsi tradizionali dell’etica medica, con una metodologia risolutiva che è identica a quella giuridica, ponendo cioè criteri intorno ai quali deve essere raggiunto il maggior consenso possibile. Una volta stabiliti questi criteri, e molto spesso si tratta prevalentemente di una strategia politica, si passa sulla discussione relativa alla applicazione dei criteri che spesso è dominata dai cosiddetti progressi della tecnica, spesso accecanti. La formula “avere un diritto”, di vivere e di morire, può sembrare il ricevimento di qualcosa, senza considerare che possedere un diritto, sapersi nel diritto come titolare di esso, non è mai un momento di una formazione esterna o soltanto esteriore, ma ciò che è già sempre fin dalla nascita. La questione allora di quale significato abbia l’espressione “avere un diritto”, viene acquisita fin dall’inizio nelle strategie del discorso giuridico e medico e la semantica di questo procedimento diviene più chiara se si tiene presente in che misura i significati della parola “avere” vengono qui interpretati. Di nuovo l’esperienza possibile del concetto di “avere” è oggetto di riflessione nella nostra società. E’ davvero possibile condividere con alcuni il presupposto secondo il quale oggi sia possibile, in quanto individui, prendere posizione in modo autonomo e rispettoso della libertà del volere, sui problemi dell’eutanasia o l’obbligo alla nutrizione e idratazione? Oppure, noi che viviamo sotto la pressione del cambiamento in meglio, siamo stati già incarnati in questa idea del progresso, per cui una presa di posizione è diventata mera finzione? Quanto ancora potremo permetterci il lusso di porre queste domande semplicemente a livello riflessivo o filosofico, o, propriamente, neppure a quel livello?

giovedì, 05 febbraio 2009

IL COMUNE ED IL TURISMO

                             

Il ruolo che il Comune esercita nell’ambito delle attività turistiche ha rilievo determinante per il consolidamento e per l’ulteriore sviluppo di un settore essenziale per l’economia. Il movimento turistico indirizza le sue scelte secondo le attrattive delle diverse aree. Fra queste è fondamentale l’immagine complessiva che ogni località è in grado di offrire, costituita dal livello di efficienza e di qualità dei servizi realizzati per le strutture ricettive e le attrazioni naturali ed artistiche, per circondarle di una condizione ambientale curata, gradevole, serena. Il turista o l’ospite che viene a trovarsi in una località gemellata o prescelta, osserva, esigendo però di essere servito dall’organizzazione pubblica locale ad un livello qualitativo molto più elevato di quello che riceve nel suo luogo di residenza. Ma così è? Il Comune dovrebbe assicurare i servizi che rendono funzionante al miglior livello le strutture private integrandole con attrezzature pubbliche che realizzino le dotazioni necessarie che il privato non ha costruito o attivato, per mancanza di mezzi o perché economicamente non remunerative. Ma così è? Il ruolo di protagonista che il Comune dovrebbe assumere è quello di conquistare il turista con un’ottima accoglienza, dopo aver studiato con attenzione il funzionamento di tutti i servizi, comunali e non, che lo stesso utilizza o potrebbe utilizzare, disponendo o promuovendo i necessari adeguamenti che rendono gradevole la permanenza o l’ospitalità per costruire un rapporto destinato a rinnovarsi negli anni con iniziative che testimoniano la considerazione che al turista viene riservata dall’organizzazione pubblica e privata della comunità. Si dice che, in questi giorni, nei ristoranti e pizzerie, vi è una tendenza a impinguare gli ospiti di cibi non presentabili e non consoni alle loro abitudini; solo in una o due serate sono state previste poche attività di svago, caste e pure, senza alcuna altra forma di socializzazione locale; non vi è presentazione e discussione di alcun progetto di interesse, in zona, che possa spingere verso un qualsiasi futuro investimento. Si nota solo qualche nota perditempo di vigile che presidia una o due piazze al fine di evitare sosta di auto, con un piano traffico inesistente, un abbellimento solo ornamentale e superficiale della città, peraltro di dubbio gusto, un coinvolgimento sociale provocato da semplici, striminziti e generici inviti a partecipare che denotano, come di consueto anche in questo frangente, scelte blandamente connesse che frantumano ancor più lo sviluppo locale e le buone pratiche sul terreno dell’integrazione. Passata questa settimana di diffusione di immagini pubblicitarie, come è nell’intenzione degli attuali amministratori, spese le risorse finanziarie per l’avvenimento occasionale, si ha l’impressione che l’andamento generale delle cose continuerà come prima, peggio di prima, con le solite rilevate carenze e senza alcun criterio di adeguamento alle disposizioni vigenti, in materia, dell’Unione Europea.

 

lunedì, 02 febbraio 2009

GEMELLAGGIO GALATONE, ELK, TALSI

                                                  

In questa settimana Galatone, e per essa gli amministratori locali, sembra voler mettere in evidenza bisogni di appartenenza e stima, intellettuali ed estetici, più attenti agli ideali e alla qualità della vita. Un cambiamento che, attraverso un gemellaggio sul piano culturale, vuole trovare una misura proprio nel fatto di non ritrovarci là dove siamo, chiedendosi se è possibile indicare la direzione di tale cambiamento, al di là dei suoi aspetti più di superficie, per dare una risposta all’aspirazione crescente a disegnare e  realizzare un progetto anche economico-sociale, anzichè accettare supinamente prospettive legate ad una contrattualità che non sia finalizzata al tornaconto, ma collettiva. Inoltre ridurre le distanze fra segmenti di popolazioni che, se in un tempo si ispiravano a valori diversi, o addirittura antagonisti, oggi appaiono sempre minori. Questo modo di avvicinare gli uni agli altri progressivamente, come se attorno all’attuale Amministrazione vi fosse un centro gravitazionale che attrae in modo irresistibile, può anche sembrare, però, come l’implosione di parti più distanti nel passato e protesa verso un tutto indifferenziato futuro. Il fenomeno può anche sembrare interessante per certi suoi aspetti produttivi, ma tutte le previsioni potrebbero essere gracili, e questa più di altre, perché giocata su un terreno non molto conosciuto, per cui l’intera costellazione dei valori che animano la vita culturale potrebbe pure oscurarsi, tenuto conto che nuove forze stanno maturando e dinamiche a noi sconosciute stanno organizzandosi nel corpo sociale. Si profilano proposte di identità sociale, diverse da quelle istituzionalmente note, con interessi che accrescono il loro potere aggregante, lasciando prevedere che l’economia sarà il terreno su cui si confronteranno, a livello locale e regionale, statale ed internazionale, gli egoismi, i localismi e le identità etnico-istituzionali. La disponibilità per una elaborazione socioculturale creativa del futuro, direttamente collegata con le più ampie trasformazioni dell’ambito culturale generale, insieme con una solidarietà internazionale per le sacche di povertà e di miseria del Sud di ogni paese, appare sempre più debole e, con essa, sempre più minate le basi ideali alla costruzione di una sensibilità universale costituita dall’inviolabilità e sacralità della persona e della dignità umana, della qualità della vita, degli invalicabili limiti al degrado di ogni tipo.

giovedì, 08 gennaio 2009

IL LINGUAGGIO, LA CRITICA

                                                 

La socialità, si dice, è innata nell' essere umano, fa parte della sua natura. Come istinto insopprimibile dell’uomo, quello di vivere con gli altri, aggregandosi, di sentire che il suo rapporto con gli altri è, in qualche modo, necessario, conferma una tendenza spontanea. Ma questa tendenza non andrebbe anche promossa, aiutata e guidata per evitare una possibile atrofia e soprattutto per potenziare al massimo una crescita ordinata all’interno di un processo sociale che è anche bisogno di educazione con gesti, parole e azioni che fanno la stessa socialità? In questo contesto, mi sembra che la funzione del linguaggio e della critica, sia sotto l’aspetto descrittivo sia argomentativo, può quadrare con i fatti oppure no, può concentrarsi, ponendo attenzione, sull’espressione e sulla comunicazione. Ma è proprio qui che la nostra opera, come tutte le opere umane diventa fallibile. Commettiamo costantemente errori con standard oggettivi ai quali possiamo venir meno nella verità, nel contenuto, nella validità delle diverse tesi. Ma è pure così che il linguaggio si può arricchire, facendo divenire possibile l’argomentazione critica e la conoscenza in senso oggettivo. Ora il dialogo o il confronto, mi auguro costruttivo, l’immensa varietà di costumi nelle diverse culture che cambiano e si differenziano, le forme diverse in cui si esprimono, nei partiti e fuori da essi, dovrebbero comporre la vita degli associati oppure, scomponendosi, ridursi a cosa degna di poco interesse?  E se, considerate tutte queste cose ma pure altre ancora potrebbero essere enumerate, non  cominciamo a guardare con molta modestia a questioni politiche e partitiche, non iniziamo soprattutto a sentirci tutti coinvolti nella liberazione e nella promozione di mete per l’analisi di situazioni reali concernenti la vita difficile da condurre, diventeremmo oppure no, aggregando ruoli umili con grandi o piccole virtù, più disponibili e pazienti nel sacrificio che ne deriva dal vivere con gli altri? A noi la scelta. L’attenzione, perciò, è da centrare sulle persone e non sulla struttura in quanto tale che, per la sua conservazione ad ogni costo, può diventare inevitabilmente oppressiva nei confronti dei suoi membri pure quando si “elegge”, a maggior ragione quando "si nomina", qualcuno che con un certo uso della libertà potrebbe diventare, a sua volta, gravemente lesivo della libertà e dei diritti altrui, specie nei confronti degli associati o “degli iscritti”, delusi e non, più deboli e meno capaci.

 Auspichiamo quindi più sensibilità nel rispettare le persone, maggiore disponibilità a praticare nelle piccole cose, che spesso si dimenticano, con coloro che ci stanno più vicino, che hanno comuni intenzioni, insieme con una serietà nell’azione tutta tesa nei progetti più vasti di riforma e rinnovamento sociale.

martedì, 09 dicembre 2008

LA COMUNICAZIONE TRA CULTURE DIVERSE

                                                 

Il nuovo ordine mondiale dell’informazione ha favorito la nascita di nuove agenzie aventi come obiettivo quello di introdurre negli scambi di informazione più equità sia sul piano quantitativo che qualitativo e favorire flussi di comunicazione “orizzontali” rispetto a vecchie strutture, ereditate dal passato, prevalentemente “verticali”. Nonostante ciò un miglior equilibrio della circolazione delle notizie lascia inalterati molti divari ai fini di una attuazione per sollecitare soluzioni comuni e politiche coordinate. Uno squilibrio si accentua anche per i sempre più rapidi progressi e per il sempre maggiore utilizzo delle nuove tecnologia tra chi può e che non può. Infatti ancora oggi si discute sulla possibilità di promuovere l’edificazione di un “nuovo, più equo ed effettivo ordine mondiale dell’informazione e della comunicazione”, ove diversi rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo continuano ad accusare gli organi di informazione occidentali di parzialità e pregiudizio. Si è dichiarato  che “Le comunicazioni sono tuttora controllate da un gruppo di paesi che applicano criteri selettivi nella diffusione dell’informazione. L’attuale flusso delle informazioni non tiene conto della storia e della cultura di molte parti del mondo”. Tutto ciò, ovviamente, determina un drammatico stato di squilibrio nel campo della comunicazione e alcune notizie sono diramate nei confronti di alcuni Paesi in termini sensazionalistici e distorti, da cui il reclamo del bisogno di una più ampia partecipazione all’attuale sistema globale della comunicazione e alla rivoluzione in corso nel campo dell’informatica. La notizia che viaggia in microsecondi è divenuta sempre più mercato di uno sterminato supermercato dell’informazione che condiziona modi di vivere e di operare. La rivoluzione telematica sta comportando una serie di problemi e tra questi, il più grave fra tutti, è quello del rischio di una nuova colonizzazione da parte di gruppi che possono monopolizzare banche dati e canali di comunicazione. Non per sposare una visione apocalittica degli effetti della rivoluzione tecnologica - anche perché vi è crescita e riduzione delle differenze nelle competenze del pubblico - ma l’abolizione delle differenze dipende molto dalle condizioni sociali nelle quali il soggetto si trova e l’utilizzo dell’informazione richiede competenza, strumenti adeguati e sufficiente motivazione che molti ancora non hanno. Questa situazione può far riflettere sui “possibili diseredati della comunicazione”? Per dirla con Walter Lippman: “In qualsiasi società che non sia talmente assorbita nei suoi interessi né tanto piccola che tutti siano in grado di sapere tutto ciò che vi accada, le idee si riferiscono a fatti che sono fuori dal campo visuale dell’individuo e che per lo più sono difficili da comprendere”: di conseguenza, “ ciò che l’individuo fa si fonda non su una nuova conoscenza diretta e certa ma su immagini che egli si forma o gli vengono date”.