Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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venerdì, 18 settembre 2009

VITTIME DI KABUL

 

L’ennesimo sacrificio di militari, al servizio dello Stato, e la morte di cittadini inermi hanno scosso ancora una volta gli animi di popolazioni intere. Ma qui una qualche riflessione, anche senza affrontare sistematicamente tutti gli argomenti che vi sono connessi, va fatta.

 L’esistenza di Stati politici separati gli uni dagli altri e costituiti in modo diverso, comporta problemi riguardanti i processi di politica economica, di scambi o conflitti religiosi e di guerra, spesso intimamente connessi, che non possono essere visti solo con i sentimenti del dolore e dell’emozione.

La violenza “legittima” di cui uno Stato crede di essere portatore, sia pure per apparenti motivazioni giustificatrici, con l’aiuto di abili strateghi che hanno a disposizione manipolatori per organizzare i loro colpi bassi, verso una massa manipolabile tale da farle credere nella colpevolezza di chi subisce, o da confermare in esso la responsabilità nei disordini che turbano la comunità, rivela che nell’ordine della violenza è l’identità del male e del rimedio. Che cosa significa avere programmi ambiziosi di intervento a fini pacifici o di tutela della democrazia quando questa ricchezza di iniziative non si estende anche su altri commilitoni alleati, o sul mondo intero, laddove ancora permane un uso distorto delle risorse collettive che nessuna norma legislativa è capace di controllare e vanificare, che è ancora problema tipico che soggiace ad un conflitto tra le ragioni della politica e del diritto da una parte e gli interessi di un’economia che può crescere grazie alla sua separatezza dall’altra? Come si può pretendere poi di ristabilire ordine, in una determinata parte della superficie terrestre, nella complessità del sistema mondo, ove Stati politici reggono fin quando gli statuti della politica e del diritto lasciano che la distribuzione e l’allocazione delle risorse siano delegate al libero gioco delle forze economiche?

Ora se anche il militare e la sua descrizione con le conseguenti modalità di addestramento, così come ricostruita da Foucault (Michel Foucault - Sorvegliare e punire (5/10-) dimostrano con grande evidenza come già dal XVIII sec. il soldato fosse “divenuto qualcosa che si fabbrica”, una macchina progettata, costruita, calcolata sulla base di una precisa committenza, con tecniche disciplinari dell’addestramento militare che lo hanno trasformato, ri-generato, lavorato nel dettaglio, reso docile, obbediente ma al contempo più rapido, efficiente, forte, coordinato nei gesti e nei movimenti, non diventa anch’esso obiettivo di assoggettamento per poterlo manipolare e su cui  articolare una economia politica del potere?

Infine una apertura religiosa ai fini di una corretta impostazione di scambi di esperienze religiose o di forme di ecumenismo e di proselitismo o, anche semplicemente, di accoglienza e tolleranza reciproca richiederebbe una serie di previe informazioni, conoscenze e senso di identità; non facili ad aversi in forma spontanea nemmeno tra i praticanti religiosi.

Paradossalmente gli uomini possono conoscere una pace soltanto se fuori di essi esiste qualcosa che per la sua elevatezza e trascendenza esiga la loro obbedienza e abbia la dignità di polarizzare i loro desideri.

Allora l’ennesimo sacrificio, che seppure in modo estremamente spiritualizzato e simbolico potremmo scorgere ancora in questo frangente, a quale funzione assolve e a quale bisogno corrisponde? Come nella vecchia metafora epicurea in Naufragio con spettatore, siamo sulla terraferma a guardare il naufragio lontano, godendo della gioconda volontà di avere distanza di sicurezza dalla tragedia. Ma anche lo spettatore potrebbe diventare naufrago e la distanza di sicurezza si potrebbe annullare quando si tratta di beni collettivi che, in tanto si possono realizzare in quanto sono di tutti, come nel caso della pace.

 

 

 

 

martedì, 23 giugno 2009

TUTTI E SEMPRE SCOLARI

La scuola e gli studi per ciascuno di noi non sono stati che una fase, episodi di quel processo educativo a cui si è impresso un moto accelerato. Nei primi giochi infantili – non ozioso passatempo, ma palestra di energie fisiche ed intellettuali – nella consuetudine con familiari ed amici, nella suggestione irresistibile dell’esempio, nello spettacolo triste e lieto della vita quotidiana, nella contemplazione delle bellezze naturali, abbiamo ricevuto stimoli che hanno promosso, o a volte ritardato, la nostra educazione. Quando da alunni siamo rientrati in classe per la prima lezione del mattino non eravamo gli stessi che il maestro aveva salutato il giorno avanti e tanto meno quelli che si riprendono all’inizio del nuovo anno essendo intanto cambiate le cognizioni, gli stessi desideri con cui fummo lasciati pochi mesi prima, al termine dell’anno precedente: perché su di noi agiva nel frattempo la scuola della vita, talora più efficace della vita di scuola. Né l’educazione si estende solo alla fanciullezza e alla giovinezza, quantunque in queste età più pronto sia l’apprendere, più tenace il ricordare, come più rapido ed intenso è il processo di assimilazione in ogni organismo giovane e sano.

Lo spirito, per mantenere eterna giovinezza, deve continuare il ritmo intenso del processo di diffusione e assimilazione, né mai deve sentirsi sazio, per stimolare e rendere insaziabile l’appetito ideale.

Noi, oggi, ormai maturi nell’ordine intellettuale delle cose nuove, non siamo più scolari e ci riveliamo solo capaci di imporre modelli culturali precostituiti e indifferenziati.  Nella trasmissione di un certo tipo di cultura, abbiamo indipendenza nella sfera cognitiva e volitiva sentendoci, però, sempre di più attratti da un autoritarismo che si serve dell’ascolto ed ottiene come risultato il condizionamento sociale e l’asservimento. Siamo diventati una classe che si serve dell’obbedienza passiva e si esercita con motivazioni esterne che portano come risultato al conformismo.

Nell’ordine psicologico siffatta situazione comporta un’atmosfera di insicurezza che ci pone in uno stato d’ansia. Quest’ultimo, invece di maturare, si blocca o regredisce; ci fa vedere gli altri come esseri prevalentemente frustranti, di fronte ai quali ci poniamo in posizione di superiorità ma, nel contempo, di dipendenza e di passività. Le nostre competenze non si stanno ristrutturando progressivamente e reciprocamente nel campo culturale e non stiamo nemmeno lavorando con partecipazione per realizzare un compito comune. Sembra che ciascuno, non più attento come scolaro, sia destinato a restare senza prospettive nuove orientative ed anche, privo di appropriazione della personale cospicua eredità, destinato ad affossare sempre più la propria statura spirituale ed intellettuale che non riassume certamente gli sforzi ed i successi accumulati.

venerdì, 14 novembre 2008

GLOBALIZZAZIONE: OTTIMISTI- PESSIMISTI

                                

Gli ottimisti, come Wolfgang Sachs, ritenevano che la globalizzazione avrebbe portato ad una radicale redistribuzione del potere economico su scala mondiale attenuando il divario fra economie ricche e povere mentre i pessimisti, come Noam Chomsky, sostenevano che sarebbe stata la causa del tramonto della democrazia, squassata da confusioni del capitale finanziario con pochi effetti di movimenti di capitali corrispondenti a scambio di beni e servizi e, al contrario, con tutto il resto composto da circolazione di carattere finanziario; miliardi di dollari si sarebbero mossi da una parte all’altra del pianeta alla ricerca del profitto speculativo con effetti destabilizzanti.

Globalizzazione è parola che viene ripetuta con insistenza fra tutti gli abitanti del globo, nel bene o nel male. E’ una forza che porta enormi vantaggi ad alcuni, mentre a tante altre persone causa un peggioramento delle condizioni di vita e molti svantaggi. Essa suscita tensioni  provocando cambiamenti stravolgenti. Ma questo “demone angelico” che cosa ha portato di veramente nuovo nella nostra società?
La globalizzazione prende l’avvio dal fatto che, per la prima volta nella storia, l’economia di mercato e il sistema di divisione del lavoro capitalistico hanno assunto dimensioni mondiali; questo conduce le grandi aziende a fuoriuscire dai propri confini statali e a trasferire lavoro e stabilimenti dove più le condizioni politico-economiche sono più favorevoli, provocando un’intensificazione degli scambi commerciali a livello globale, con la relativa diffusione ed intensificazione di un enorme libero-scambio; inoltre le multinazionali, sia economiche che politiche, hanno assunto crescente importanza, a scapito dello Stato-nazione, che, invece  perde ogni giorno più poteri.
Tutto questo comporta radicalizzazione dello sviluppo industriale e sfruttamento delle risorse ambientali in modo massiccio, e crea problemi ecologici a livello planetario. Dal punto di vista culturale, la maggiore circolazione delle informazioni grazie allo straordinario sviluppo tecnologico dei media è causa, in molte regioni del mondo, della perdita del concetto di identità locale, a favore di una ‘glocalizzazione’, che inventata da Robertson è intesa come il mix di “globalizzazione” e “localizzazione”, cioè l’incontro o lo scontro di culture locali, ridefinite nei loro contenuti e comprese, attraverso i media, nella loro unità globale.
 Qualche effetto positivo lo si può trovare in alcune economie deboli che sono rafforzate con la riduzione dell’isolamento dei paesi più poveri e con aiuti forniti dall’estero e dalle organizzazioni internazionali che portano benefici, fanno aumentare l’alfabetizzazione e limitano la diffusione di molte malattie con migliorie anche in agricoltura. Ciononostante la povertà globale è aumentata e la strada da percorrere per la crescita delle condizioni di vita dei paesi in via di sviluppo è ancora in fieri.
 Forse una maggior responsabilità da parte di tutti i cittadini del mondo grazie al miglioramento delle tecnologie di comunicazione, anche a basso costo, così come i danni ecologici, causati dallo sfruttamento massiccio delle risorse naturali, può creare spontaneamente movimenti di protesta, creando messaggi in grado di raggiungere dimensioni globali, coinvolgendo persone da tutto il mondo, anche se lontane fisicamente dalle realtà più disparate; ma come sostiene Noam Chomsky «
La rapidità con cui una notizia viene fornita dà l'illusione di vivere al centro degli avvenimenti, ma significa soltanto che siamo sottoposti a una propaganda ancora più intensa. Quando gli avvenimenti sono istantanei e appassionanti, ci lasciamo trascinare dal loro flusso. Secondo me la superficialità, non la rapidità, incide sulla percezione del presente. Ma si fa di tutto per cancellare ogni memoria.» Chomsky molto meglio del Sachs ha visto giusto; resta il più attuale anche se avremmo preferito la differente tesi.

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì, 01 ottobre 2008

LE LOBBY DELLE MULTINAZIONALI

                                 

Nell’agenda dell’Organizzazione mondiale del commercio, con il pretesto della facilitazione degli scambi, la trasparenza negli appalti, le regole sulla concorrenza, rientreranno, i diritti degli investitori e quindi la liberalizzazione del settore degli investimenti. Un modo di fare “monopolio decisionale” su ciò che concerne le sorti economiche e sociali di chi è amministrato.

Le multinazionali europee sono molto interessate ad avere sintonia sugli investimenti che possa permettere loro di inserirsi in mercati dove, senza regole ed accorgimenti specifici, le imprese locali verrebbero fagocitate in pochi mesi, e con forza sostengono energicamente questa linea e l’alternativa di trovare altre forme che limitino la presenza di imprese straniere, almeno per vincolarle alla collaborazione con realtà locali e ai trasferimenti di tecnologie, così necessarie per una crescita sana delle economie dei paesi in via di sviluppo, non è, per ora, presa in considerazione.

Procedendo in questo modo, quindi con una totale liberalizzazione degli investimenti, si correrebbe il serio pericolo che nei paesi del Sud del mondo verrebbe anche eliminata tutta una serie di vincoli sociali ed ambientali. Di questo rischio se ne rendono ben conto proprio i paesi in via di sviluppo, di cui circa la metà, ma che non è maggioranza, si dicono contrari all’allargamento dell’agenda WTO (Organizzazione mondiale del commercio) agli investimenti. Allora se i paesi poveri sono contro, quelli ricchi e soprattutto le loro multinazionali a favore, quando parliamo di sviluppo e di vantaggi generati dalla  liberalizzazione degli investimenti a chi ci riferiamo e allo sviluppo di quali realtà ?

L’impietoso rapporto Istat 2007 fotografa una situazione dalla quale emerge, in primis, un dato facilmente riscontrabile secondo cui parlare di povertà sembra a tutti strano perché concretamente parliamo di “povertà nell’abbondanza”.
C’è un problema di povertà ma c’è anche un problema di eccessiva ricchezza che riguarda una parte limitata della nostra popolazione che detiene la potestà decisionale sulla sorte economica e finanziaria del mondo intero. La ricchezza è una delle cause della povertà e gliene va accreditata parte della responsabilità sia pure attraverso la mediazione degli organi istituzionali che fanno spesso scelte politiche spregiudicate con ricadute sociali drammatiche. E’ in questo senso che appare urgentissima una più equa distribuzione delle risorse per ridurre la forbice tra chi fatica ad arrivare a fine mese e chi invece sperpera a dismisura. Infatti vi sono i tanti rappresentanti del popolo, che dovrebbero dare esempi diversi dagli attuali, smascherati da Rizzo e Stella sugli sperperi e sui lussi incontrollati dei politici italiani,  che sono anche quelli che, dalle pagine dei giornali o dai palchi dei comizi elettorali, piangono poi ipocritamente per i poveri sfortunati che hanno un lavoro precario o i poveri pensionati in difficoltà persino per comprare le medicine; a conferma di un detto che spesso tiene banco tra i discorsi della gente comune in merito al nuovo andamento della vita economica, per la quale ormai il ceto medio non esiste più.
La povertà oggi in Europa è dunque una realtà anche quando non significa morire di fame o non avere soldi. Esiste una zona limite abitata da tanti dove povertà significa anche fragilità di relazioni, insicurezza sociale, instabilità lavorativa, inadeguatezza che, nell’acutizzarsi delle diseguaglianze sociali, crea una situazione nella quale molti rischiano sempre più spesso di trovarsi e dove, se non è ancora ammissibile parlare di povertà, è indubbia una realtà di insicurezza sociale percepita e vissuta.
Perciò la povertà diventa una sensazione non così distante da noi e dalla nostra società; una povertà intesa non solo come condizione oggettivamente misurabile ma come senso di insicurezza o di vergogna che emargina e crea disagi all’interno di vite che non vivono ma sopravvivono, nell’emarginazione da un sistema sociale nel quale la voce dei più deboli è sempre più raramente sentita.


giovedì, 25 settembre 2008

MILITARI

                                      

Il Consiglio dei ministri ha deliberato l’utilizzo di 500 militari da disporre nelle aree a  rischio criminalità, dopo gli incidenti recenti di Castel Volturno dei giorni scorsi, scatenati dalla strage della camorra nei confronti di immigrati africani. L’esercito si prepara a organizzarsi nel Casertano. Sono tutti all'insegna dell'emergenza i provvedimenti emanati dalla riunione straordinaria del consiglio dei ministri convocata in risposta alla strage recente di camorra. Non si perde occasione per tradurre il particolare frangente, attraversato dal paese, in termini di un inasprimento della militarizzazione della vita sociale e della guerra contro la camorra ed anche i migranti.
L'invio di 500 militari nelle zone di emergenza della criminalità organizzata è, si dice, per "assicurare il controllo del territorio". Chiedo se -   pure La Russa osserva che i soldati non risolvono ogni male-  non possano essere più produttive, rispetto a quelle recenti attuate dal Governo, le iniziative e i rapporti con gli altri,  il dare la parola, l’affetto, l’esempio come tanti che , lavorando instancabilmente, hanno dimostrato si possa fare, riuscendo a togliere il terreno ai potenti e preparando i cambiamenti necessari. Se si  trovano e si scelgono i modi di attuazione delle libertà, dello sviluppo di ogni essere, con le tecniche giuridiche, amministrative, sociologiche, forse potremmo evitare scene di guerra, di autoritarismo che non instaurano alcuna tutela del territorio, ma incutono, al contrario, un’atmosfera di insicurezza che pone il cittadino in uno stato d’ansia che, nello stesso tempo, lo pone, con frustrazione, in posizione di dipendenza e di passività. Gli atteggiamenti e le condotte sono importanti per farci capire se portano sempre dentro l’orientamento alla democrazia aperta, con il potere esercitato sempre più da tutti, nella direzione e nel controllo dal basso, nella libertà di critica, di informazione, di espressione, da non sospendere mai, nel superamento di ogni sfruttamento, di ogni potenza sugli altri per via del denaro; un metodo, se si accettano questi principi, che rappresentano anche una scelta,  per un’azione continua di trasformazione sociale che non vuole distruggere gli avversari ma che sente la forte esigenza della solidarietà e collaborazione. Forse potremmo non avere effetti pratici immediati nel gelido mondo in cui viviamo, ma libertà vuol dire pure essere in grado di superare quelle concezioni che spingono a pensare come “bisogna rendere la pariglia”, “non mi lascio sopraffare”. Tutta la nazione danese, dal re in giù, riuscì a respingere, formalmente e pubblicamente, la politica di Hitler che avversò con una aperta calma, convinta resistenza che scosse il morale delle truppe tedesche e degli uomini delle SS che occupavano il Paese, facendo cambiare tutti i disegni sulla questione ebraica. Ma lo fecero soltanto esprimendo unanimemente e validamente, in parole ed azioni, la forza delle loro convinzioni profondamente radicate. Queste convinzioni morali non avevano niente di eroico o di sublime. Erano semplicemente normali. L’autoritarismo e le sue larvate forme ottengono, come risultato, il condizionamento sociale e l’asservimento. Di tutto ciò, dovremmo preoccuparci seriamente.         



lunedì, 15 settembre 2008

CONFLITTI SENZA CAMBIAMENTO

                                                      

 

L’attuale situazione sociale, economica e politica non consente di comprendere le espressioni di influenza che procedono da una maggioranza ad una minoranza in quanto avvengono in modo asimmetrico. Non ci consente di capire i giochi che, generalmente, si dovrebbero muovere in maniera dialettica e circolare da una minoranza verso una maggioranza e viceversa. Lo scopo di tale forze è il raggiungimento di una condizione di stabilità attraverso il conformismo, la soluzione degli eventuali conflitti all’interno delle regole maggioritarie, la diffusione di una sola concezione della realtà. Le minoranze sono certamente più interessate al cambiamento che non alla stabilità del sistema sociale; non si comprende, però, perché accettano passivamente la condizione di dipendenza nella quale l’influenza maggioritaria cerca di spingerle e di tenerle. Eppure non mancano le persone che avendo crediti di simpatia, fiducia, potrebbero essere riconosciute come autorità e quindi, partendo da questa posizione, tentare la via del cambiamento. Coloro che appartengono ad estrazioni sociali apprezzabili, potrebbero sentirsi liberi di sostenere posizioni diverse da quelle della maggioranza in quanto, nel caso dovessero sbagliare nella loro analisi e nel loro comportamento, una piccola perdita di prestigio non comporterebbe per loro alcuna conseguenza in termini di emarginazione e rifiuto da parte della socialità. All’altro estremo della scala sociale, gli individui di estrazione meno alta potrebbero sentirsi altrettanto liberi di esprimere la propria opinione in quanto non avrebbero nulla da perdere in termini di prestigio all’interno di una comunità. Allora perché si diventa incerti delle nostre decisioni e dei nostri giudizi? La presenza di contrapposizioni e di conflitti non è certo situazione facile, anzi, è situazione minacciosa, che genera ansia, sia in chi promuove un cambiamento sia in chi resiste a tale cambiamento, ma il pericolo, in un contesto in cui esistono posizioni diversificate e contrapposte senza il conseguente agire, è che si può perdere la certezza delle proprie opinioni e di propri giudizi. Se però consideriamo un processo di influenza che può nascere dai contenuti importanti da comunicare e che possono essere assunti come punto di riferimento, se si crede in quello che si sta dicendo, disponibili a spendere pure in termini di tempo, di risorse personali, di rinunce, allora diventa gratificante esprimere il proprio punto di vista anche rispetto ad una maggioranza che non condivide quello che si dice e che anzi, in alcune situazioni, lo schernisce, lo deride, lo insulta. Ma c’è pur bisogno di uno stile di comportamento che, insieme con le opinioni, è necessario organizzare per mettere opportunamente un disegno in atto con l’intensità necessaria al fine di ricevere la dovuta attenzione. Ma oggi, purtroppo, esempi di comportamenti, che indicano quanto l’individuo sia impegnato in una libera scelta, equa ed autonoma, quanto il fine perseguito da raggiungere sia importante e quanto si è disposti a spendere in termini di sacrifici personali per l’affermazione delle proprie idee, scarseggiano, essendo pure carenti gli elementi che testimoniano la determinazione dell’agire scevro dal tornaconto personale e da qualsiasi condiscendenza nei confronti del potere.