Ai nuovi amministratori del Sud che di recente eletti si accingono a governare sicuramente con buona volontà ed entusiasmo, va posta una riflessione profonda sugli insuccessi delle politiche implementate negli ultimi quindici anni il cui paradigma di riferimento è stato esattamente quel laisser faire sottoposto oggi a forti critiche da parte non solo dei suoi oppositori ma anche della grande stampa finanziaria anglosassone che l’aveva promosso grandemente nel mondo, per indurre ad una retrospettiva critica sulle azioni del Governo centrale e locale alla luce dei terremoti finanziari, economici e politici in atto a livello interplanetario.
Ci troviamo al cospetto di una sequenza di previsioni e proposte tutte centrate su un impianto concettuale liberista e tutte più o meno disattese e deludenti. Si pensi alla continua esaltazione degli effetti benefici per il Mezzogiorno della tanto declamata unificazione monetaria e dell’apertura dei mercati. E’ ormai evidente che non si è stati capaci di mettere in atto politiche di “vantaggi comparati” e, anziché aiutare il rilancio del Mezzogiorno, si registra, al contrario, un inasprimento degli squilibri regionali sull’intera scala europea. Le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro che avrebbero dovuto favorire i lavoratori meridionali hanno avuto, invece, effetti analiticamente indeterminati sull’occupazione, che non hanno minimamente arrestato le emigrazioni verso il Nord e hanno generato una grave depressione salariale. Ed esaminando le politiche di privatizzazione e liberalizzazione nel settore bancario ci si accorge che hanno fatto del Mezzogiorno l’unica grande regione d’Europa priva di un proprio sistema bancario, senza che il ricarico che ogni banca decide di aggiungere al tasso di base, tra i tassi praticati agli imprenditori meridionali, si riducesse.
Ed ancora, pensiamo più in generale alle privatizzazioni, sulle quali oggi – con i paesi propugnatori del liberismo che rispondono alle crisi a furia di nazionalizzazioni – bisognerà mettere in atto qualche seria considerazione. Politiche sostenute dalla retorica del “piccolo è bello” e delle “vocazioni locali” ( vocazioni a “morir di fame”) che in realtà hanno fatto del Mezzogiorno un’area sussidiata ed assistita come da sempre è stata. E per finire una attenta analisi sulle questioni in atto riguardanti il federalismo fiscale che potrebbe provocare conseguenze per il Mezzogiorno degne di gravissime preoccupazioni.
In definitiva, una visione strategica di nuove proposte di politica economica, dopo i tanti fallimenti di scelte per il Mezzogiorno, s’impone per un ripensamento delle decisioni delle amministrazioni locali nel rapporto con gli esecutivi centrali ed europei. I comportamenti, gli atteggiamenti, i metodi di lavoro, le relazioni personali e tutto il sistema sociale inoltre dipendono dall’applicazione o meno della moralità. Per salvaguardare i diritti è necessario rispettare i doveri e quindi le “regole”con una formazione che deve basarsi sull’educazione a comportamenti responsabili e sulla corretta informazione. Una presa di coscienza collettiva della seria necessità di inventare e sperimentare nuovi modelli progettuali e di utilizzare nuovi strumenti volti a favorire una crescita evolutiva delle giovani generazioni, si impone, in quanto esse dovranno affrontare problemi sempre più pressanti che colpiscono l’intero pianeta.
La relazione del Governatore di Bankitalia sollecita il Governo a sostenere la crescita economica per uscire dalla crisi con il minor danno possibile soprattutto per i meno abbienti ed in particolar modo per i disoccupati e cassaintegrati che si avvicinano ad essere intorno al 10%.
Da queste pagine, sin dal 22/aprile/’09, nel mio articolo“Il peggio è passato?” : “Si può, con l’assunto fittizio della Confindustria “il peggio è passato”, pretendere l’allungamento dei periodi della cassa integrazione o alleggerimenti per chi decide di investire nuovi capitali senza interventi di politica economica che analizzino più da vicino una più equa distribuzione del reddito? Ed ancora il 6/marzo/’09 in un altro mio articolo “Banche ed imprese”: “Sarebbe auspicabile quindi che banca ed impresa si avvicinassero per aprire al dialogo in modo nuovo con un cambiamento radicale culturale negli operatori bancari - che guardano ormai poco alle relazioni personali ma molto ai documenti cartacei - e gli imprenditori, per riconsiderare questo rapporto con lo scopo di ragionare su una finanza d’impresa in chiave innovativa. Riconoscere, cioè, meglio gli strumenti esistenti sul mercato, usarli tutti e nel modo migliore per l’esigenze in quel momento di quell’impresa. Molto spesso l’innovazione non è altro che un’intelligente interazione tra banca ed impresa-cliente, da cui nasce o potrebbe nascere una sorta di soluzione innovativa per risolvere i problemi finanziari concreti che ha un’impresa”.
Ora il Governatore di Bankitalia conferma la gravità della crisi, lanciando un appello a Governo e banche (…“con le imprese siate lungimiranti”..) perché facciano, ciascuno per la propria parte, il dovuto mestiere loro spettante senza attendere una crescita dell’economia spontanea, che pure è nelle cose, ma che intanto, senza adeguati e ponderati interventi, potrebbe, nella aspettativa inerte, farci morire un poco alla volta. Ancora il 3/aprile/’09 in un altro articolo dal titolo “G20 – legal standard?”, così recitavo: “L’economia mondiale, i Governi dei vari Paesi e gli operatori economici, a fronte della nuova realtà, necessitano di regole adeguate, di istituzioni in grado di sovrintendere al loro rispetto, di strategie adatte a fronteggiare le sfide e a cogliere opportunità. “Infatti ciò che non si riesce a decidere sono nuove regole in risposta alle emergenze in atto, un monitoraggio con la capacità ed un ruolo propositivo di far rispettare le decisioni o gli indirizzi statuiti”. (07 luglio 2008 con un articolo dal titolo “G8- la sfida planetaria”).
Problemi enormi quindi come debiti, disoccupazione, cassintegrati non si affrontano con i pannicelli caldi, ma con interventi di politica economica, organicamente intesi e coordinati, essendo ormai improcrastinabile il “dovere assoluto” di adempiere da parte di chi, spesso, ci governa in modo estemporaneo.
Se c’è il timore che il peggio sta per arrivare siamo portati a non spendere soldi e quindi a risparmiare. Ma così facendo non si stimola la crescita della domanda se non vengono introdotti prodotti nuovi o nuove qualità e varietà di prodotti vecchi, cioè se non vi è innovazione. Ma si può incappare anche, nel perseguire l’equilibrio, in crisi di sovrapproduzione, in situazioni di sottoconsumo, nella disoccupazione, nel deficit del Bilancio dello Stato, nel disavanzo dei conti con l’estero, nell’inflazione. Le situazioni reali si presentano profondamente variegate e l’analisi dello sviluppo economico non può prescindere dall’internazionalizzazione dell’economia, la cui azione è sempre più determinante nel sistema dei prezzi e nella struttura economica dei singoli paesi. Ora lo stimolo messo in atto per sostenere gli acquisti del consumatore ed il conseguente aumento del fatturato delle imprese può far ritenere che il peggio sia passato? Il presupposto delle crisi odierne, che si individua nelle modalità di funzionamento dei mercati oligopolistici, ancora inalterato, con una capacità produttiva non sempre pienamente sfruttata, può essere cambiato o riformato? Se ancora oggi persiste un ristagno degli investimenti in quanto le aspettative degli operatori sono negative, se si assiste al fallimento di molte imprese deboli e all’aumento della disoccupazione, e se la domanda globale cresce molto più lentamente del PNL(Prodotto nazionale lordo), indipendentemente se i fattori produttivi sono in Italia o all'estero, si può affermare che non siamo più in fase di recessione? I consumi privati sono la componente principale della domanda totale interna, ma la determinante principale dei consumi delle famiglie è il reddito, la cui distribuzione, nella situazione attuale dell’economia, è molto sperequata. Si può, con l’assunto fittizio della Confindustria “il peggio è passato”, pretendere l’allungamento dei periodi della cassa integrazione o alleggerimenti per chi decide di investire nuovi capitali senza interventi di politica economica che analizzino più da vicino una più equa distribuzione del reddito?
La banconota euro ha un grado di liquidità scarso ed il risparmio della stessa non viene remunerato in modo adeguato per cui la “roba”, come nei romanzi del Verga, potrebbe essere intaccata per trasformarla in moneta; ma questa operazione non è affatto semplice in quanto bisogna stimarla, stabilire il prezzo che si vuole incassare e cercare un compratore che sia disposto a pagare quel prezzo. Tutto questo richiede tempo, e non è detto che si trovi il compratore per quel prezzo, essendo costretti, a volte, ad accettarne uno inferiore.
La realtà economica che cambia nel tempo deve essere “catturata” in modo appropriato ed ha bisogno di una contabilità nazionale che tenga il passo, ma soprattutto di interventi di politica economica che non siano parzialmente diretti a favorire qualcuno a danno di altri.
“L’economia mondiale, i Governi dei vari Paesi e gli operatori economici, a fronte della nuova realtà, necessitano di regole adeguate, di istituzioni in grado di sovrintendere al loro rispetto, di strategie adatte a fronteggiare le sfide e a cogliere opportunità. I processi di globalizzazione delle attività economiche rappresentano certamente uno dei fenomeni più importanti dell’economia mondiale che comportano sfide e opportunità molto complesse per gli operatori e per i Governi dei vari Paesi, al punto che le loro strategie sono sempre più condizionate da tali realtà in atto”…. “Infatti ciò che non si riesce a decidere sono nuove regole in risposta alle emergenze in atto, un monitoraggio con la capacità ed un ruolo propositivo di far rispettare le decisioni o gli indirizzi statuiti”. Così mi esprimevo sin dal 7 luglio 2008 con un articolo dal titolo “G8- la sfida planetaria”.
L’economia mondiale, I Governi dei vari Paesi ma anche molti operatori economici a fronte delle nuove realtà, si stanno rendendo conto che c’è enorme bisogno di regole adeguate, di istituzioni in grado di sovrintendere al loro rispetto, di strategie adatte a fronteggiare la crisi in atto chiarendo, con grande evidenza, quali possono essere i rischi e le implicazioni della nuova situazione dell’economia mondiale. Infatti, tra i risultati più significativi c’è appunto la definizione, certo ancora da migliorare, di un nuovo sistema di regole e la costituzione di istituzioni che abbiano anche un ruolo non solo di controllo ma anche propositivo, di monitoraggio e di capacità di far rispettare le norme comuni.
Da Londra, nel recente incontro del G20, vengono finalmente fuori le esigenze soprattutto di nuove regole per la finanza mondiale insieme con la decisione di mettere, finalmente, sotto vigilanza i fondi speculativi e di evidenziare i luoghi dei “paradisi fiscali”.
In riferimento al “gold standard” (vecchio sistema nel quale la base monetaria era data da una quantità fissata d'oro), si vorrebbe un “legal standard” per far fronte alle nuove realtà impellenti e, quindi, riformare l’intelaiatura della finanza mondiale. Può sembrare, a fare una interpretazione positiva, che stia emergendo un tracciato su cui, per la necessità dei problemi economici e politici, poggia l’aspirazione di tutti verso obiettivi comuni.
Riusciranno i nostri eroi a ritrovare decisioni per contribuire alla stabilità economica e politica mondiale e, allo stesso tempo, mirare a fare il punto della situazione in merito alle questioni di maggior rilievo, come la crescita economica, l’occupazione, il commercio, l’ambiente, la situazione precaria dei Paesi in via di sviluppo, nonché i focolai di guerra, le missioni di pace delle forze ONU? Oppure i problemi che coinvolgono tutto e tutti, nelle conseguenti decisioni, porteranno a scarsi risultati al punto da farli ritenere poco o niente efficaci?
Se si pensa che alcuni Paesi crescono più di altri o che il Nord cresce sempre più rispetto al Sud, viene spontaneo porsi una domanda. Da dove spunta la crescita e quali fattori possono mettere in moto l’economia? Se ci fermiamo a fare un’analisi prettamente economica potremmo rispondere che la crescita ha due grandi motori che si sostengono vicendevolmente: l’innovazione tecnologica e l’allargamento dei mercati. L’innovazione aiuta ad ampliare i mercati e l’allargamento dei mercati rafforza l’introduzione di nuove tecnologie. L’innovazione, con l’introduzione di prodotti nuovi, stimola la domanda e le imprese si possono avventurare in progetti innovativi. Ma qui si ha bisogno di un imprenditore che sia finanziato attraverso il credito e che si in grado di passare dalla ricerca al prodotto con un valido progetto industriale e, soprattutto, che egli ci creda e investa in esso. Ma esiste, oggi, una “imprenditorialità” che spinga le persone a prendersi il rischio di nuove iniziative che producano i mutamenti necessari, rompano gli equilibri per innovare? Vi sono “spiriti animali” che sentono “l’impulso spontaneo all’azione piuttosto che rimanere inoperosi”? Se si considera poi che le innovazioni non avvengono a getto continuo, ancor più si può spiegare una instabilità che è connaturata al modo di funzionamento e di crescita, che avviene ad “ondate”, di un sistema economico moderno. Se bastassero gli investimenti a fare la crescita,”soldi veri” o “verissimi” , se cioè fosse sufficiente mettere insieme un po’ di macchinari in qualche capannone o in qualche ufficio, peraltro a volte in modo truffaldino, avremmo una crescita ben distribuita tra le diverse aree e regioni. In realtà, l’unica “regolarità” che si osserva è “l’irregolarità” dei tassi di crescita, non solo nel tempo, ma anche nello spazio. E qui tornano in primo piano la storia, le istituzioni, i valori condivisi di un luogo. Sono questi gli elementi che potrebbero rendere un’area più dinamica di un’altra, che potrebbero attrarre investimenti, effettuati sia da imprese locali che da imprese esterne.
Gli ingredienti dello sviluppo si possono trovare nelle parole usate da un economista italiano, intellettuale rigoroso e di grande sensibilità umana e sociale Giacomo Becattini, che, a lungo e in modo approfondito, ha studiato la relazione tra luoghi e sviluppo economico. “ E’ nel nucleo di valori, conoscenze e aspirazioni, nella forma mentis dominante, nel grumo culturale e istituzionale di un luogo, che è racchiuso il ventaglio dei sentieri di sviluppo aperti, in ogni dato momento, a una comunità. Sarà l’incontro di esso con le circostanze “esterne” in senso lato a determinare quale, tra le diverse storie possibili, diverrà quella effettiva”. Abbiamo noi questi ingredienti ben radicati?
Sono cominciati i giochi per le competizioni elettorali ed intanto non ci si vuole accorgere che viviamo in una situazione di diffuso malessere, che si fa pure finta non sorprenda più di tanto, e che vi sono strati sociali in cui non vi è disponibilità del minimo necessario per la sopravvivenza.
Cent’anni or sono si avevano condizioni di vita generalmente povere; vi erano presenti, ovviamente, importanti eccezioni non certo casuali, ma la maggior parte della gente poteva essere considerata povera. Il Meridione si trovava in una condizione relativamente peggiore, ma la povertà era diffusa anche nel Centro e nel Nord. I bassi redditi di cui si disponeva, facevano soffrire di malnutrizione, di analfabetismo pressoché totale, di abitazioni malsane e non certo confortevoli, di malattie largamente diffuse. In una situazione di diffuso malessere era inoltre possibile individuare persone, famiglie e gruppi sociali emarginati, le cui condizioni di vita erano ancora peggiori di quelle della generalità della popolazione e che vivevano in vera e propria miseria. Oggi le condizioni di depressione strutturale del Mezzogiorno, delle campagne, delle diverse città rimaste ai margini di un’industrializzazione mai nata o territorialmente circoscritta, ingrossano la schiera dei poveri. Il reddito netto reale per abitante, i consumi, il sistema di alimentazione, gli alloggi, lo stato di salute, la possibilità di partecipazione sociale, il sistema di garanzie per i lavoratori e di sicurezza sociale per i cittadini, stanno a dimostrare che senza uno sviluppo ordinato, equilibrato, continuo, aumentano le file dei “più poveri”. Si incontrano ancora situazioni di povertà di persone, famiglie, gruppi emarginati, in parte retaggio del ritardo nello sviluppo accumulato nel tempo, in parte conseguenza delle trasformazioni disordinate, in parte risultante di quei processi di impoverimento che sembrano riprodursi o comunque manifestarsi anche nelle aree più favorite e persino nelle situazioni ambientali caratterizzate da maggiore benessere. Vi sono tentativi per uscire da condizioni di vita che cominciano a diventare insopportabili per una nuova povertà, che era l’esperienza di un tempo e che ora comincia a diffondersi? Il tenore di vita generale che è cresciuto, i sacrifici di molti sopportati e che si sopportano, essendo costretti ad emigrare ancora e a vivere sradicati dalle loro famiglie e dalle loro culture, sono problemi di rilevante dimensioni? La carenza di servizi sociali, l’inadeguatezza delle pensioni minime, l’inadeguata disponibilità di alloggi a basso canone, rappresentano, ancora oggi, persistenza di condizioni di povertà, talvolta di miseria ove manca il minimo necessario per sostenersi? Uno Stato, un’amministrazione comunale, organizzazioni che coordinano politicamente una società per raggiungere fini specifici, tutelano, riconoscono, nei limiti della propria funzione politica, o sopprimono ed annullano, con svariate pratiche artificiose, i diritti naturali dell’uomo?
La povertà, oggi, esiste ancora con un popolo che dovrebbe agire nella solidarietà della sua attività ma che vaga, forse inutilmente, alla ricerca di partiti e correnti politiche che si avvicinino ai suoi bisogni, che operino in conseguenza, che siano in grado di lottare, cadendo o vincendo, secondo i momenti storici delle esigenze del divenire umano.
Il Comune, chiamato a rappresentare la propria comunità, dovrebbe curare gli interessi e promuovere lo sviluppo dei cittadini avendo l’obbligo di porre, come fine generale, la promozione dello sviluppo, scopo ritenuto fondamentale dallo stesso ordinamento delle autonomie. Tra gli interessi pubblici primari, quindi, vi è la “promozione dello sviluppo economico, la valorizzazione dei sistemi produttivi e la promozione della ricerca applicata” che lo Stato, le regioni, le province, i comuni e gli altri enti locali assicurano nell’ambito delle rispettive competenze, nel rispetto delle esigenze della salute, della sicurezza pubblica e la tutela dell’ambiente. L’attribuzione dei compiti di maggiore incidenza nella gestione dello spazio economico, costituito dal territorio comunale, nonché nel dare supporto agli attori ivi operanti, comporta una forte responsabilità degli enti locali. E tutto ciò risulta tanto più significativo ove si consideri il momento storico attuale e le difficoltà che il governo centrale dimostra di avere nel raggiungere risultati per la promozione dello sviluppo economico delle realtà territoriali, non soltanto di quelle in condizioni più svantaggiate, e, in particolare, dell’occupazione. L’ente locale, tra non molto, con il cosiddetto federalismo, ancor più, a mio modo di vedere, dovrebbe giocare e vincere una partita fondamentale per il pieno riconoscimento del suo ruolo e, di riflesso, della sua autonomia. Questa missione per ogni amministrazione costituirà uno dei compiti fondamentali che, dalle nostre parti, ma il fenomeno si estende sempre più, viene concepita, al contrario, come sperpero di denaro qua e là, dispersione di energie e risorse con incarichi clientelari, con scambi illeciti tra soggetti non legittimati ad intervenire, con negoziazioni e accordi informali, con il condizionamento di gruppi di pressione palesi ed occulti. Se si volesse trovare una strategia da adottare e quindi un disegno per far rendere al massimo il valore competitivo del territorio, in modo che la propria comunità riesca a creare più ricchezza e, dunque, realizzi il proprio sviluppo, si resterebbe amaramente delusi. Si trovano offerte di luoghi fisici da adibire alle attività produttive senza criterio ma non trovi disponibilità di personale qualificato, con fattori suscettibili di miglioramento, per adeguate politiche di formazione professionale; non hai presenza di soggetti economici già operanti in grado di integrarsi verticalmente od orizzontalmente con le imprese interessate all’insediamento nello stesso territorio; non vi è ancora traccia di semplificazione delle procedure amministrative e un maggior grado di efficienza delle strutture. Trovi, al contrario, una maggiore pressione tributaria con un processo decisionale che non permette ancora di unificare un sistema integrato con una strategia che porti alla valutazione delle prestazioni dei diversi responsabili. Di questo passo…poveri noi che resteremo ancor più mortificati, continuando ad esprimere giudizi sul grado di soddisfazione uguale a zero, attendendo che la “Provvidenza non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.
Un obiettivo principale delle politiche strutturali e di coesione dell’Unione Europea è quello di contribuire alla riduzione delle disparità di trattamento economiche e sociali, sostenendo le politiche nazionali e regionali nelle regioni più deboli e le politiche occupazionali perseguite a livello regionale e nazionale. Spetta in primo luogo agli Stati membri e alle regioni definire le rispettive priorità di sviluppo. Per migliorare l’efficacia del sistema di attuazione delle politiche in generale, occorrono quindi metodi di programmazione basati su un approccio integrato allo sviluppo, mediante la valutazione, in sede di pianificazione, dei loro effetti potenziali sulla situazione riguardante una determinata scelta. Ciò significa che per migliorare la competitività e potenziare l’occupazione bisogna creare idonee condizioni di base ed un ambiente favorevole alla libera impresa; cioè bisogna disporre di infrastrutture materiali, telecomunicazioni e tecnologie dell’informazione, ricerca, sviluppo tecnologico ed innovazione. Ora se sono validi questi presupposti, non mi sembra che la programmazione dell’Amministrazione comunale di Galatone, sulla vicenda di una zona artigianale o industriale bis, possa considerarsi opportuna nè razionalmente collegata a finanziamenti POR, (programmi operativi regionali) FESR (fondo europeo di sviluppo regionale), FSE (fondo sociale europeo), per la semplice considerazione che le autorità responsabili dei programmi devono assicurare che gli interventi abbiano chiari indirizzi di convergenza economica e sociale. Se si considera che la stessa Regione Puglia, tramite i consorzi SISRI, ha già un vasto programma per affrontare il problema e che pur disponendo di ingenti risorse POR da utilizzare insieme con gli enti locali, alle imprese e ai cittadini per la crescita economica in riferimento ad incapacità precedente a spendere, come mai potrà assecondare programmi che si accavallano a tutto danno della semplificazione ed efficacia delle procedure di attuazione? Il sovrapporsi di nodi procedurali, sia dei programmi comunitari sia di quelli ordinari, renderà ancor più difficile la capacità di investire soldi della comunità europea che, peraltro, non dureranno a lungo. Se poi si pensa alla seria mancanza di chiarezza nella definizione di quali debbano essere gli strumenti e i documenti con cui si esplica la funzione di programmazione e di indirizzo strategico della politica di sviluppo regionale il cui esercizio è di competenza dell’organo Consiglio regionale e quali siano, invece, gli strumenti, documenti, atti e decisioni, d’attuazione della programmazione regionale che è di competenza della Giunta, ancora più ardua diventa la funzione di mettere assieme questi intrecci per agevolare la semplificazione delle procedure. Ho l’impressione pertanto che le scelte che si stanno per compiere, pure in riferimento alla dubbia regolarità e legittimità degli atti, rappresentano “la classica montagna che sta per partorire un topolino”.
L’intervento pubblico nei servizi sociali ha rappresentato l’elemento più importante nell’ambito del rapporto tra Stato e settore volontario; si pensava che l’azione volontaria avesse ormai esaurito il suo valore e che la sua opera sarebbe stata caratterizzata da un inesorabile declino, sino ad assumere dimensioni del tutto irrilevanti. Così invece non è e la collaborazione fra soggetto pubblico e organizzazioni volontarie aumenta, sia pure con diverse modalità.
Oggi, i limiti e le disfunzioni della regolamentazione burocratica pubblica sono nuovamente divenuti un problema di grande importanza sia per la destra che per la sinistra politica. La maggior parte delle attuali proposte di una limitazione del ruolo dello Stato sono incentrate su un ritorno al mercato con un ripristino di concezione neo-liberale che mira essenzialmente alla liberazione degli interessi individuali dai vincoli burocratici e normativi. E’ basato sulla presunzione che gli individui agiscono più razionalmente se sono liberi di perseguire i propri interessi, come pare loro più opportuno, e che alla fine ciò sarà di beneficio per tutti. Ma è anche possibile devolvere alcuni funzioni dello Stato a comunità per costituire un tentativo di regolare interessi collettivi di tipo altruistico per scopi sociali; la premessa potrebbe essere che la gente possiede valori di solidarietà e identità comunitarie che, allo stesso modo degli interessi individuali, possono contribuire direttamente all’ordine sociale, senza un coordinamento da parte dello Stato o di Enti derivati. Tradizionalmente tra i due settori, il privato e il pubblico, il privato rappresenta la più parte del mercato e il pubblico “tutto ciò che resta”; ma se tutto ciò che resta è troppo generico, per cui coprendo ogni spazio alla fine si risolve ben poco, rimarrebbe, a sua volta, un enorme spazio residuale. Questo residuo può essere occupato dal terzo settore, la cui emergenza è messa in relazione all’insorgere di nuovi bisogni e alla modificazione di altri tradizionali come l’invecchiamento della popolazione, tossicodipendenza o altro? Vi sono, in atto, richieste di nuove culture di intervento, con più flessibili modalità di erogazione, con la conseguenza di una diversa collocazione istituzionale dei servizi sociali, modalità di gestione più innovative e, dunque, la necessità di ampliare, modernizzare e sviluppare il novero dei soggetti abilitati a fornire servizi. Da un altro lato si è formata la consapevolezza che la politica sociale, almeno nelle modalità in cui si è manifestata, non appare in grado di alterare sostanzialmente la stratificazione prodotta dal mercato, né di eliminare la povertà o ridurre le distanze fra cittadini. In alcuni grandi comparti, quali la sanità, la scuola ai livelli universitari, i trasporti pubblici, la casa, lungi dal privilegiare i meno abbienti, sembra invece che si favoriscano costantemente i gruppi sociali più agiati. Può anche essere che l’opzione del terzo settore venga interpretata come un tentativo, più o meno velato, di esternalizzare al privato funzioni che prima erano svolte da organismi pubblici con lo scopo di ridurre le spese. Porre in essere severi controlli sui bilanci, sul personale volontario e retribuito, sul rispetto delle regole e delle normative fiscali, applicando con rigore le sanzioni stabilite per legge, diventa sempre più necessario come anche stabilire distinzioni chiare che determinino l’effettiva utilità sociale, in base ai principi proposti, all’effettivo numero degli aderenti, alla qualità dell’impatto sulla società civile. Porre in atto tutte quelle azioni che scoraggino la commistione tra interessi elettorali individuali o di partito e attività di utilità sociale.
Occorre, però, una forte creatività organizzativa, come pure un forte senso civico per evitare i conflitti più gravi e potenzialmente distruttivi che hanno origine quando principi, attori, mezzi di scambio, risorse, motivi, norme decisionali e linee di frattura, dei differenti ordini, entrano in competizione l’uno contro l’altro per conquistare gruppi specifici, per controllare le risorse scarse, per incorporare nuove tematiche; in altri termini la politica, all’interno dei diversi ordini - volontariato, cooperazione sociale, professionisti del sociale, banche del tempo, fondazioni, onlus, reti informali di sostegno - è una cosa; la politica tra di essi è tutt’altra cosa che potrebbe comportare anche conflitti drammatici e incerti.
Nella rubrica “Immitis quia toleravi” di ieri si è analizzato un cammino da percorrere nella direzione di acquisire consapevolezza per il perseguimento dei fini di promozione industriale, di fronte alle attuali e relative situazioni politico-amministrative, circa il tipo di lavoro progettuale mancante, ma da pensare, e che si rivela non breve né facile. Molti ostacoli di tipo politico -amministrativo legati ad alcuni ambienti di analisi che si sono venuti a costituire, si frappongono. Per rompere vecchie incrostazioni che impediscono di collegare nuovi traguardi possibili alle esigenze di un potenziamento dell’apparato produttivo, per il cui raggiungimento vengono richieste azioni atte a favorire la formazione di una rete di servizi reali alla produzione, diventa necessaria una propensione all’espletamento di funzioni per le quali si richiedono molte competenze che, attualmente, nella maggioranza di questa comunità, appaiono carenti e confusionarie in quanto le scelte di tipo consortile che potrebbero, allo stato degli atti, offrire maggiore incisività, sono state per ora abbandonate. Peraltro una richiesta di convocazione di Assoimprese per il 10/12/2008 di un tavolo tecnico-istituzionale per tracciare una strada necessaria per progettare gestioni ottimali ai vecchi e nuovi insediamenti produttivi, è stata anticipata, inopportunamente, da una delibera di Consiglio comunale, ove tredici consiglieri su venti, hanno deciso, il 5/12/2008, di procedere per un tipo di zona industriale fuori da quello tracciato dal Consorzio SISRI, chiamato BIS! Questa creazione, in pectore, di altra zona, viene giustificata come esigenza di correzione alle deformazioni prodotte dal Consorzio, mentre in realtà rappresenta un esempio di rottura politico-sociale in aperto antagonismo, di possibile cultura finalizzata ai favori, di informazione approssimativa, di progettualità superficiale, di dispendio enorme di risorse economiche, solo impegnate e probabilmente difficilmente reperibili in futuro o da reperire, con lacrime e sangue, nelle tasche di ciascuno di noi. Di tutta la vicenda un altro aspetto da intuire è quanto non sia diventata consapevole la connessione, costitutiva per programmi validi, tra coesione sociale, sostenibilità dei processi intrapresi e relative e successive pratiche operative. Si è persa, purtroppo, un’altra occasione per una scelta ponderata della gestione della cosa pubblica, che doveva e poteva essere esaminata con la dovuta analisi su una vicenda da approfondire nei suoi fondamenti, nei suoi esiti, soprattutto nel modo di inserirsi nella vita collettiva ed istituzionale.
La sesta puntata di “Immitis quia toleravi” su PUG e ASSOIMPRESE ha analizzato diverse problematiche ai fini di informare sempre più i cittadini, e ha messo in risalto come negli ultimi mesi si è notata una vivace ripresa dell’interesse per l’esame dei rapporti fra l’uomo e il territorio, stante pure il pericolo che rinomati politici e amministratori galatei, confrontandosi superficialmente, senza osservare e rilevare l’effettivo stato di fatto della situazione concreta dei luoghi, potrebbero, con la scusa di reali crescenti bisogni di produttività, assaltare la risorsa terra e mare e non preoccuparsi quindi dell’uomo nel più allargato campo sociale ed ambientale. Fa piacere, perciò, che le esigenze dell’ambiente imposte all’uomo, si stiano analizzando da molti attori che, responsabilmente, stanno organizzandosi per proporre, correttamente ed in conformità di legge, fissazione in termini quantitativi e qualitativi di caratteristiche dell’ambiente ritenute indispensabili per ora e nel prossimo futuro. Si vuole, agendo con anticipazione, evitare errori, sulla base di apprendimento pregresso, miscelando risorse e comportamenti con valutazioni di opportunità tra attori che mediano sul campo tra esigenze diverse, evitando che il ruolo sociale venga escluso da disattenti ed invadenti amministratori. Così che la tutela dei valori ambientali, storici e culturali che il territorio esprime, possa arricchirsi e affinarsi progressivamente grazie al contributo dei cittadini mediante il metodo della copianificazione per aprire ad obiettivi e strategie della comunità locale, oltre ad altri enti ed organismi, a vario livello, coinvolti pure nel governo del territorio. Questi risultati si vogliono raggiungere senza altra richiesta di relazione di ostilità, di mero incontro occasionale, né di scambio o di sfruttamento, per trovare, infine, un accordo produttivo su questioni di interesse comune.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’altro aspetto riguardante l’Organismo SISRI (Consorzio per lo sviluppo industriale e di servizi reali alle imprese) da cui Galatone è uscito con la necessità attuale di rivisitare le precedenti decisioni per ritornare a farne parte ancora, sulla base di elementi nuovi e qualificanti che emergono da un recente regolamento del Consorzio. Un tavolo di confronto per discutere con le autorità interessate per prevenire o far cessare situazioni incresciose e soprattutto dannose per una reale crescita produttiva della nostra Comunità è stato richiesto da ASSOIMPRESE Galatone-Nardò per il giorno 10 dicembre c.a. per analizzare la situazione attuale ed evitare il conseguente contenzioso che, se dovesse persistere, pur in presenza di intenzioni programmate di scelte dirette alla creazione di una “zona industriale bis” in alternativa al consorzio, potrebbe causare l’emarginazione delle categorie interessate da un contesto già avviato con danno enorme in termini di tempo perso e di dispendio di energie.
Nei sentieri nascosti di questa nostra modernità, trovano posto molti interrogativi e tra questi le forme di produzione economica che attraversano gli Stati travalicandone il carattere nazionale, non solo sotto l’aspetto accaparratore e apache del capitalismo ma soprattutto sotto l’aspetto di maggior rottura e conflitto tra ragioni diverse intorno all’uso delle risorse. Infatti il più delle volte i termini sviluppo e crescita vengono usati come sinonimi ma, a ben riflettere, non sono poi la stessa cosa. Per crescita si dovrebbe intendere la dimensione quantitativa dei risultati di un sistema economico, misurati attraverso alcuni indicatori, quali produzione o reddito; mentre per sviluppo dovrebbe intendersi un riferimento anche ad elementi di tipo qualitativo, quali la distribuzione del reddito, la distribuzione dei consumi ed anche altri aspetti, non strettamente economici, come la risposta a bisogni del tipo, istruzione e sanità. Se allora si fa riferimento al valore della produzione espressa in termini reali e non correnti, con riferimento cioè alle quantità di beni e servizi prodotti e non ai valori monetari, quali effetti riteniamo di aver raggiunto? Penso che non si possa più dubitare sul fatto che maggiore disponibilità di beni equivalga in ogni caso a migliori condizioni di vita che farebbe emergere la necessità di avere una diversa sensibilità per la qualità dei prodotti e per la loro distribuzione. Diventa necessario perciò considerare quali beni sono prodotti e che non è la stessa cosa, pertanto, accrescere la produzione di beni alimentari e quella di beni superflui. Una misura quantitativa della crescita della produzione non ci dice nulla su quali beni si produce, sulla loro rispondenza alle esigenze effettive della popolazione. Il processo di sviluppo può significare poi aumento di ricchezza solo per alcuni soggetti o tra alcune aree territoriali di una zona del paese; accade pure, ormai troppo spesso, che la crescita di un tipo di reddito avvenga a scapito di altri ove, al contrario, potrebbero crescere i salari, pur rimanendo costante il reddito complessivo, diminuendo la quota che va ai profitti. Una ripartizione, quindi, del reddito complessivo tra le diverse tipologie e tra le categorie di soggetti economici per una più equa distribuzione dei beni e della ricchezza, è l’altro aspetto importante per valutare la condizione di benessere di una collettività nel cui interno occupa molto spazio un ceto medio, sicuramente diversificato, ma sostanzialmente all’unisono per ciò che riguarda la domanda politica di intervento ad incrementare il suo livello di sviluppo. Di di tutto ciò, in un momento grave di depressione, i nostri rappresentanti, ad ogni livello, persistono a non volerne tener conto. Ma sino a quando?
Globalizzazione è parola che viene ripetuta con insistenza fra tutti gli abitanti del globo, nel bene o nel male. E’ una forza che porta enormi vantaggi ad alcuni, mentre a tante altre persone causa un peggioramento delle condizioni di vita e molti svantaggi. Essa suscita tensioni provocando cambiamenti stravolgenti. Ma questo “demone angelico” che cosa ha portato di veramente nuovo nella nostra società?
La globalizzazione prende l’avvio dal fatto che, per la prima volta nella storia, l’economia di mercato e il sistema di divisione del lavoro capitalistico hanno assunto dimensioni mondiali; questo conduce le grandi aziende a fuoriuscire dai propri confini statali e a trasferire lavoro e stabilimenti dove più le condizioni politico-economiche sono più favorevoli, provocando un’intensificazione degli scambi commerciali a livello globale, con la relativa diffusione ed intensificazione di un enorme libero-scambio; inoltre le multinazionali, sia economiche che politiche, hanno assunto crescente importanza, a scapito dello Stato-nazione, che, invece perde ogni giorno più poteri.
Tutto questo comporta radicalizzazione dello sviluppo industriale e sfruttamento delle risorse ambientali in modo massiccio, e crea problemi ecologici a livello planetario. Dal punto di vista culturale, la maggiore circolazione delle informazioni grazie allo straordinario sviluppo tecnologico dei media è causa, in molte regioni del mondo, della perdita del concetto di identità locale, a favore di una ‘glocalizzazione’, che inventata da Robertson è intesa come il mix di “globalizzazione” e “localizzazione”, cioè l’incontro o lo scontro di culture locali, ridefinite nei loro contenuti e comprese, attraverso i media, nella loro unità globale.
Qualche effetto positivo lo si può trovare in alcune economie deboli che sono rafforzate con la riduzione dell’isolamento dei paesi più poveri e con aiuti forniti dall’estero e dalle organizzazioni internazionali che portano benefici, fanno aumentare l’alfabetizzazione e limitano la diffusione di molte malattie con migliorie anche in agricoltura. Ciononostante la povertà globale è aumentata e la strada da percorrere per la crescita delle condizioni di vita dei paesi in via di sviluppo è ancora in fieri.
Forse una maggior responsabilità da parte di tutti i cittadini del mondo grazie al miglioramento delle tecnologie di comunicazione, anche a basso costo, così come i danni ecologici, causati dallo sfruttamento massiccio delle risorse naturali, può creare spontaneamente movimenti di protesta, creando messaggi in grado di raggiungere dimensioni globali, coinvolgendo persone da tutto il mondo, anche se lontane fisicamente dalle realtà più disparate; ma come sostiene Noam Chomsky «La rapidità con cui una notizia viene fornita dà l'illusione di vivere al centro degli avvenimenti, ma significa soltanto che siamo sottoposti a una propaganda ancora più intensa. Quando gli avvenimenti sono istantanei e appassionanti, ci lasciamo trascinare dal loro flusso. Secondo me la superficialità, non la rapidità, incide sulla percezione del presente. Ma si fa di tutto per cancellare ogni memoria.» Chomsky molto meglio del Sachs ha visto giusto; resta il più attuale anche se avremmo preferito la differente tesi.
Non vi è piano strategico per lo sviluppo economico, sociale e culturale che non preveda, a giusta ragione, il contributo consapevole di idee ispiratrici con la partecipazione, l’aggregazione, la condivisione e la concertazione del capitale umano e sociale locale per il risultato della reciproca influenza nei processi di negoziazione e co-decisione. La rubrica di ieri, “Immitis quia toleravi”, ha riguardato proprio questo argomento, quale “leitmotiv” di ogni puntata, per riflettere sull’unione, il gioco di squadra necessari per convogliare un patrimonio umano costituito di conoscenze, abilità, competenze individuali e valori condivisi all’interno del contesto sociale locale ed anche sovra comunale tali che possano incidere in maniera efficace sulle aree di intervento. Ma si è anche dovuto rilevare come, purtroppo, di fronte ad argomenti molto seri come “Il contratto di quartiere” prima, ed oggi il “Pug” (piano urbanistico generale), pur avendo entrambi i progetti, nei rispettivi loro documenti, insito il concetto di apposite procedure da condividere con un più vasto pubblico, fondati su un robusto e articolato sistema di conoscenze circa la coerenza delle scelte strategiche, presenta, al contrario, molte carenze di strumentazione pattizia, di intese programmatiche, di relativi appuntamenti alla presenza di portatori di interessi diffusi per ascoltare, conoscere e poi deliberare. E’ indiscutibile che questi presupposti, senza modelli organizzativi nuovi e senza aperture partecipative e concertative, debbono essere subito rivisitati per la necessaria funzione di mediazione della Pubblica Amministrazione che sappia giocare l’importante ruolo di mettere in campo strategie di crescita della partecipazione, in modo particolare, presso quei gruppi che tendono a rimanere esclusi dalla gestione politico-amministrativa della comunità. Vi è nella futura strategia dell’uso del territorio, l’idea fondata, attraverso il sistema della perequazione urbanistica, di una giustizia distributiva. Una più equa distribuzione, cioè dei costi e dei benefici eventualmente derivanti dalle scelte di pianificazione urbanistica. Ma a che cosa è o sarà subordinata questa previsione, per ora non è dato di sapere. Continuando, pertanto, a procedere in modo sconveniente, con le maglie del potere che continuano a restare impenetrabili, condizionate da poteri forti o poteri occulti, si arriverà, prima o dopo, all’impotenza del potere politico con la conseguenza di una vera degenerazione; una serie di nuovi problemi faranno avanzare un sempre maggiore desiderio di giustizia, di serietà e di responsabilità. L’ipocrisia, la demagogia, la disparità tra le parole e i comportamenti provocheranno, quasi certamente, confusione e disastri ambientali ed economici.
L’intervento pubblico nell’economia non si dovrebbe svolgere in modo occasionale e saltuario ma secondo una linea di politica economica che sia quanto più possibile coordinata e programmata nei diversi aspetti, in modo tale da raggiungere obiettivi economicamente razionali. Spetta agli organi politici dello Stato o degli Stati, ma anche alle decisioni locali, effettuare in proposito le scelte che, a loro volta, dipendono dall’indirizzo politico prevalente. Ma se ci dovessimo chiedere, oggi, quale politica di intervento si vuole attuare, si corre il rischio di restare confusi e perplessi in particolar modo per ciò che riguarda la politica di sviluppo che, per i paesi sviluppati, dove il tenore di vita è abbastanza alto, l’obiettivo dovrebbe essere quello di assicurare che l’attività produttiva sia sufficientemente dinamica e si accresca di pari passo con l’incremento demografico e con le innovazioni tecnologiche. Così non pare si stia facendo. Infatti la spesa per il potenziamento della ricerca scientifica che favorirebbe il progresso tecnologico e una migliore utilizzazione delle risorse naturali, la spesa per l’istruzione che dovrebbe essere indirizzata a migliorare la qualificazione professionale delle nuove generazioni, sono, in misura rilevante, sempre più ridotte per cui la politica di sviluppo, che agisce a lungo termine e che ha lo scopo di incrementare l’offerta di risorse per accrescere la capacità produttiva, diventa carente e non idonea agli scopi. Inoltre se attuare un’equa distribuzione del reddito significa anzitutto evitare che si verifichino forti concentrazioni di ricchezza nelle mani di poche persone, con conseguente stato di povertà per larghi strati della popolazione e con forti squilibri personali e sociali, anche questo tema sembra non sia stato affrontato in modo appropriato insieme anche con altri squilibri territoriali fra zone sviluppate e depresse come pure in settori dell’economia fra redditi dell’agricoltura, dell’industria e delle attività terziarie. Ora se non vi è nascosta volontà di lasciare al libero gioco delle forze di mercato che tende a svilupparsi con andamenti ciclici che alternano fasi di ripresa e di espansione a fasi di recessione e di crisi, se non si vuole far cumulare, catastroficamente, inflazione e disoccupazione, la necessità diventa quella di intervenire con una decisa politica di stabilizzazione nel fare in modo, cioè, che si incrementi nuova domanda , espandendo la spesa per consumi ed investimenti pubblici insieme con l’incentivazione dei consumi e gli investimenti privati mediante sgravi e sovvenzioni. Aspettare poi la ripresa economica per frenare la domanda complessiva, contraendo le spese pubbliche ed aumentare la pressione tributaria in modo da limitare, ma solo successivamente, la capacità di spesa dei privati. Il governatore Draghi ha sostenuto:” Calano i consumi delle famiglie sotto il peso dell’erosione del reddito disponibile” ed i sondaggi ”rilevano pessimismo tra imprese e famiglie”. I tempi sono stretti e gli interventi ponderati dello Stato non possono più farsi attendere.