Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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giovedì, 11 settembre 2008

CRIMINALITA’

                                                    

Il crimine, inteso come atto gravemente lesivo della morale e oggetto della legge penale e delle sue sanzioni, è sempre esistito in tutte le società. Non esiste una singola causa ma una pluralità di fattori che spinge l’uomo verso la condotta criminale. I criminali sono in effetti ritenuti nemici della legge e dell’ordine ma le loro immagini non corrispondono alla realtà, prendendo questa spesso l’avvio nella nostra immaginazione. Quindi, come nella finzione letterale o teatrale compare la confusione tra fuorilegge buono e cattivo, anche nella convinzione della gente un rapinatore solitario che depreda le banche, a volte non è né buono né cattivo e suscita sentimenti ambigui, ma non censure convinte; l’uomo d’affari disonesto invece, che evade il fisco e che è spregiudicato e senza alcuno scrupolo nelle sue condotte, a volte è soggetto di invidia per l’apparente benessere che riesce ad accumulare o ad esibire. E la criminalità dei “colletti bianchi”? In un periodo in cui scandali e truffe ingenti sembrano dilagare, meglio e più di “tangentopoli”, appare significativo il diffuso desiderio di approfondimento di questo tipo di criminalità, che si caratterizza per l’azione di un criminale non noto, a volte non deprecato. Infatti gli autori di questi tipi di reati devono essere rispettabili e godere di prestigio nella società in cui vivono e devono possedere quelle caratteristiche che si concretizzano nella ricchezza o nell’appartenere a caste culturali, professionali, nobiliari o politiche, caratteristiche che attualmente possono essere peculiari di alti funzionari pubblici, dei cosiddetti rinomati professionisti, degli alti dirigenti di imprese pubbliche, dei politici con incarichi di governo e di sottogoverno; tutto ciò si correla al fatto che i reati commessi da questo tipo di criminali, devono essere attuati nel corso dell’esercizio di una professione, perché altrimenti rientrerebbero nella criminalità comune. Anzi il delitto del criminale in colletto bianco implica pure un abuso di fiducia, nel senso che, per la sua rispettabilità, per la sua condizione sociale e per la sua professione, questo tipo di autore del delitto può contare sulla fiducia di coloro con cui viene a contatto, direttamente o indirettamente, e approfittando di ciò, viene a trovarsi in condizione agevolata per completare la sua azione illecita. In una prospettiva storico- evolutiva meglio sarebbe portare l’attenzione sui diversi modi di reagire al crimine e sulle sanzioni, nei diversi contesti socio-culturali, per reprimere e prevenire la criminalità organizzata o non e del delinquente in quanto tale.