Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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martedì, 14 luglio 2009

GALATONE, CITTA’ DEL GALATEO

 

Ho ricevuto, da circa trenta minuti, una nota di Fernando Maglio che con celerità pubblico, anche per anticipare, se lo si vorrà, un altro elemento di discussione sulla “Città del Galateo”, argomento di questa sera, proposto, opportunamente, dal PORTAVOCE Enrico Longo presso la sede della Pro Loco galatea.

Accorgersi, in questa stagione della cultura, come la funzione della conoscenza, in un mondo culturale che muta, va perseguita e come va eventualmente ridefinita la sua specificità, fa sempre piacere. Accorgersi, cioè, come ho avuto modo di scrivere da tempo, che noi siamo ambiente a noi stessi, che il nostro vissuto è ambiente rispetto al nostro modo attuale di percepire, di essere e di comunicare con gli altri.

Giuseppe D’Oria

 

 

 Galatone, Città del Galateo?

Nulla quaestio, senza dimenticare il lavoro iniziato quaranta anni fa da un gruppo di grandi maestri delle scienze umanistiche e filosofiche:

Antonio Corsano, Mario Dal Prà, Francesco Tateo, Aldo Vallone, Nicola Vacca, Antonio Antonaci, Michele Paone, Donato Moro. Catecumeno era l’allora giovane Vittorio Zacchino, oggi ultimo figlio del Galateo.

Nelle Giornate Galateane del 18 e 19 novembre 1969 si inaugurò il monumento al Galateo e si avviò un lungo, fervido, eccellente studio delle opere del e sul Galateo, che, oggi, scientificamente, è più conosciuto nel mondo che nella sua città.

Si tratta di partire, al di là del logo, dal rispettoso, riconoscente, galateano comportamento per gli Autori del rilancio culturale del nostro insigne concittadino, che amava la sua città, ma si qualificava “Greco”.

Allora, una biblioteca, ben venga!

Un centro studi che sia di monitoraggio delle opere di e sul Galateo, ma, soprattutto, di riconoscimento e di valorizzazione del grande lavoro compiuto e da compiere, in Italia, dalle Università di Bari e di Foggia,  da singoli, grandi Studiosi della Provincia di Lecce, dai Ricercatori di tutto il mondo, perché il Galateo è nato a Galatone, ma è universale.

Un’altra notazione.

Galateo è poligrafo.

Galateo per noi “galatei” è, altresì, decantatore di sette prodotti enogastronomici dal colore dello zafferano (saranno reperibili al forestiero?), ma. anche, sull’insegnamento di Antonio Costantini, è l’espressione di un civico periodo aureo  dalla cultura, alla urbanistica, all’edilizia, all’architettura, alla agricoltura.

Io non sono immitis quia tolleravi, ma estimatore  e seguace della fedeltà e dell’accoglienza, insegnate dal nostro.De Ferrariis.

Fernando Maglio

 

 

postato da: giusedoria alle ore 09:53 | link | commenti (1)
categorie: galatone, da fernando maglio, città del galateo
lunedì, 25 maggio 2009

DA FERNANDO MAGLIO

Da Fernando Maglio ricevo e pubblico alcuni brani da appunti che, dopo aver letto, ritengo, siano sintomatici di situazioni di cui si soffre ancora oggi.  Più che partecipare, autonomamente, si aspetta che altri decidano per noi, pronti tuttavia a scaricare su questi altri gli errori, a deplorare con acuti accenti la subordinazione, ad ironizzare su deficienze e contraddizioni. Di questo male si soffre un po' tutti; ed è un bel modo, in fondo, per sentirsi assai poco responsabili di quanto accade. Certo, se smettessimo tutti di considerare gli altri i veri responsabili (senza riflettere che anche noi siamo poi "gli altri" per il nostro prossimo) e se ci assumessimo consapevolmente quella parte di responsabilità che ci spetta (senza volercela prendere tutta, perchè cadremmo nella presunzione), probabilmente, oltre che fare giusta professione di umiltà (una virtù oggi pressochè ignorata), raddrizzeremmo parecchie situazioni distorte. (Giuseppe D'Oria)

Da Appunti  sul periodo Rodelliano per UNITRE

 La piattaforma politica del galatonese degli anni rodelliani

“Pulitica”, “spitente” e “roba”

 

Il Galatonese, intriso di cultura classico-bizantino-cristiana, credeva, come abbiamo visto, nella dignità e libertà della persona, nella roba verghiana, nel localistico ”espediente”, agile intraprendenza, nell’ottimizzazione quantitativa dei  risultati.

Questo orientamento antropologico costituiva la sostanziale piattaforma dei programmi e delle scelte politiche, che, il “ forestiero” Sindaco dell’ottobre 1946 aveva metabolizzato e adottato per l’ indigeno “pachioco” e “fariseo” (assonanza con sciocco e “furese”, rustico).

Il corpo sociale era galvanizzato ed al classismo oligarchico, plutocratico e conformistico sostituiva l’interclassismo, sul fondamento della libertà e dignità della persona.

Il cittadino, blindato dalla (pulitica)“politica”, anteponeva, però, il soddisfacimento dei suoi bisogni individuali, restando insensibile o indifferente al funzionamento della macchina amministrativa, all’efficienza, all’efficacia degli interventi amministrativi, al pubblico bene.

Cercherà l’uomo forte che sappia, immedesimandosi, individuare i suoi bisogni palesi ed occulti, le attese, le speranze, private e sociali, individuali e generali, che sia il responsabile della gestione  con meriti e colpe da premiare o sanzionare con il voto.

Preferirà il leader politico non impegnato in attività economiche, più arbitro che giocatore, che garantisca e lasci libero sfogo alle spinte individuali o  soddisfaccia le richieste particolaristiche rivoltegli, essendo condonata l’attenuazione o inerzia programmatica e qualche umana imperfezione.

Il cittadino, ancora, per ovvio timore, non si esporrà durante il mandato del leader, pur registrando ed introiettando anche empaticamente e continuativamente ogni aspetto comportamentale, ma al termine, quando la passione, accumulata durante il quadriennio, sarebbe esplosa in orgie liberatrici e sanzionatorie delle delusioni subite o dei vantaggi percepiti.

Il galatonese premierà col voto il centro o la destra sociale, marginale essendo rimasta la sinistra tutta, come si ricava dai dati elettorali dal 1946 ad oggi.

 

 Presunzione ed inferno

 

Da buon greco al galatonese poteva attagliarsi il giudizio di B.Russell:

“ Non tutti i Greci, ma un gran numero di essi erano appassionati, infelici, in lotta con se stessi, condotti per una strada dall’intelletto e per un’altra dalle passioni, con un’immaginazione capace di concepire il paradiso e un’ostinata presunzione che crea l’inferno.”

L’inferno era tra galatonesi, il paradiso era assegnato al leader (Ndr).

 

 Passione e sanzione

La politica, di massima, era orgiastica e sanzionatoria, perché passionale e reazionaria.

Un ulteriore aiuto a comprendere il fenomeno proviene da B.Russell:

“L’orfismo, associazioni per il culto di Dioniso, credeva che l’ ”orgia”, considerata un sacramento,  purificasse l’anima del credente e la rendesse capace  di sfuggire al meccanismo della vita”.

 

 L’individualismo dissolvente

Sul disfacimento morale e materiale della società individualistica illumina il recente articolo di Beppe del Colle citando Padre Bartolomeo Sorge.

 “La diagnosi di Padre Sorge parte da una profezia di Giovanni Paolo II contenuta nella Enciclica “Centesimus annus” del 1° maggio 1991, commemorando la “Rerum novarum” di Leone XIII del (15 maggio) 1891: dopo la caduta del muro di Berlino (del 9 novembre 1989 ndr) e del comunismo,  ed il crollo del capitalismo neoliberista tanto evidente in questi mesi (mese di marzo 2009 ndr), alla “civiltà dell’amore” fondata sul Vangelo si è sostituita “l’inciviltà dei nazionalismi superati, degli egoismi eretti a sistema”.

Padre Sorge non ha dubbi: “l’imbarbarimento della situazione” è individuabile nel modo di trattare il maggiore e più pericoloso dei problemi italiani di oggi, il confronto con l’immigrazione, condizionato “ dalla paura diffusa e dal bisogno di sicurezza dei cittadini”; un modo “che non aiuta a risolvere il problema ma lo esaspera”. (Ndr.per i galatonesi del 1946 il problema maggiore, più pericoloso era il comunismo, oggi, 2009, l’arretramento socio-economico)

Di qui il resto di una vera e propria requisitoria: l’antipolitica diventata sistema, un presidenzialismo di fatto; una diminuzione del ruolo del Parlamento, un “pensiero unico” che nega alcuni principi fondamentali della Costituzione.”

Sulla questione  interviene Piero Ostellino con “Lo Stato canaglia”, Rizzoli, Milano, 2009.

 “Il liberalismo non è una dottrina - che dice agli individui quale  è il loro interesse e ne prescrive i comportamenti - ma la dottrina dei limiti del potere e della società aperta, all’interno della quale, ciascuno si presume sappia quale è il proprio interesse  e, di conseguenza, lo persegue in autonomia,  alla sola condizione  di non impedire agli altri di fare altrettanto. Il guaio è che  di liberalismo, nella vita pubblica degli italiani, non c’è traccia. E ci vorranno, forse, generazioni perché vi si affacci.”

Analoghe problematiche affronta Vittorio Emiliani nel libro “Vitelloni e Giacobini”, Donzelli, Milano, 2009.

L’ autore racconta di Voghera (1954)  immersa in un “blando sonno provinciale e semi rurale”, ma, dove, esisteva una borghesia  pronta a recepire e a far fermentare gli stimoli provenienti da élites intellettuali come quelle del Mondo di Pannunzio o di Comunità, il periodico fondato da Adriano Olivetti. Un’autobiografia che narra della formazione della classe dirigente del tempo nutrita e animata di cultura meritocratica.

Si tratta, ancora, del rapporto con il mondo e della interazione della classe dirigente con la realtà, senza paraocchi, miopia, chiusure. 

 

 Era una democrazia il rodellismo?

Un presidenzialismo ante litteram, non solo egemonia della maggioranza sulla minoranza politica, oltre le formali dichiarazioni rassicuranti e difensive.

 Le elezioni si svolgevano regolarmente con il voto segreto, libero e personale. I diritti politici della persona si attuavano con le periodiche votazioni; quelli civili e sociali erano “declamati” nell’assistenzialismo. Il Comune, allora ente autarchico ( non sempre autosufficiente), controllato dal Ministero dell’Interno, era sottoposto alla legge e alla giustizia civile, penale, amministrativa, contabile.

 

Nascerà una nuova cultura politica?

Nascerà una cultura in Galatone?

Dice il Foscolo:”…dal dì che nozze, tribunali ed are”. “E tu onore di pianto Ettore avrai ove fia santo e lagrimato il sangue per la Patria versato e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.

Galatone sembra lontana dalla civiltà della famiglia, della legalità, della memoria, sideralmente distante dalla “civiltà dell’amore”. Troverà almeno l’umanesimo?

L’invidia o il confronto civici con i paesi vicini più evoluti, ieri come oggi, prescindono dalle responsabilità del corpo elettorale, di ciascun elettore, prima di quelle degli eletti.

Noi galatonesi, tuttora, dissolviamo tutto con la critica demolitrice, erudita o perfida, nell’alienazione della retorica del ritorno o del cambiamento, retorica compiaciuta ed esibita, trascurando i segni dei tempi e il criterio unificante degli essenziali valori comuni. L’ ”autismo sociale” atavico è accresciuto dalla “continua interferenza della tecnologia nella vita quotidiana”.

L’innata ansia della Pasqua può, però, imboccare la via di una scelta  razionale e di una opzione democraticamente compiuta, sulla spinta della nostra spiccata e diffusa empatia e sulla convinzione della necessaria considerazione degli altri  per la solidità dei rapporti interpersonali (bisogna comportarsi da “inditori e ccattatori”, venditori e compratori insieme). 

Fernando Maglio

postato da: giusedoria alle ore 18:35 | link | commenti (2)
categorie: politiche culturali, affari umani, da fernando maglio