Francesco De Sanctis così commentava, con uno studio critico, su “Il Principe” di Machiavelli.
“ Ciascun uomo ha la sua missione su questa terra, seguendo le sue attitudini. La vita non è un gioco d’immaginazione e non è contemplazione. Non è teologia e non è neppure arte. Essa ha in terra la sua serietà, il suo scopo, i suoi mezzi. Riabilitare la vita terrena, darle uno scopo, rifare la coscienza, ricreare le forze interiori, restituire l’uomo nella sua serietà e nella sua attività”.
“Stabilito il centro della vita in terra e attorno alla patria, al Machiavelli non possono piacere le virtù monacali dell’umiltà e della pazienza, che hanno “disarmato il cielo ed effeminato il mondo” e che rendono l’uomo più atto a “sopportare le ingiurie che a vendicarle”. <Agere ed pati fortia romanum est>. “Il cattolicismo, male interpretato, rende l’uomo più atto a patire che a fare. Non è che agli Italiani manchi il valore; anzi ne’ singolari incontri riescono spesso vittoriosi: manca l’educazione e la disciplina o, come egli dice, <i buoni ordini e le buone armi>, che fanno gagliardi e liberi i popoli”.
“Ma se in Italia la tempra è infiacchita, lo spirito è integro. Se da una parte Machiavelli poneva a base della vita l’essere <uomo>, iniziando l’età virile della forza intelligente, d’altra parte il motivo principale comico dello spirito italiano nella sua letteratura romanzesca era appunto la forza incoerente, cioè a dire indisciplinata e senza scopo. Il tipo cavalleresco, come era concepito in Italia, era ridicolo per questo: che si presentava all’immaginazione come un esercizio incomposto di una forza gigantesca, senza serietà di scopo e di mezzi, la forza come forza, e tutta la forza nei fini più seri e più frivoli: ciò che rende così comici Morgante, Mandricardo, Fracassa. Lo spirito italiano dunque da una parte metteva in caricatura il medio evo come un giuoco disordinato di forze, e dall’altro gettava la base di una nuova età su questo principio virile: che la forza è intelligenza, serietà di scopo e di mezzi. Pure l’Italia era corrotta, perché difettava di forze morali, e perciò di un degno scopo che riempisse di sé la coscienza nazionale". Di lui è questo grande concetto: che il nerbo della guerra non sono i denari né le fortezze né i soldati, ma le forze morali o, com’egli dice, il patriottismo e la disciplina. Di quella corruzione italiana la principale causa era il pervertimento religioso. Abbiamo queste memorabili parole: “ La…religione, se nei principi della repubblica cristiana si fusse mantenuta secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli Stati e le repubbliche più unite e più felici assai ch’elle non sono. Né si può fare altra maggiore coniettura della declinazione d’essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi e vedesse l’uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser propinquo senza dubbio o la rovina o il flagello. Ciò che è morto non è il sistema, è la sua esagerazione. Il suo <Stato> non è contento di essere autonomo esso, ma toglie l’autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i dritti (diritti) dello Stato: mancano i dritti (diritti) dell’uomo”. Vi è qualche analogia con la moderna realtà?