Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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martedì, 28 aprile 2009

DA UN COMMENTO

 

Francesco De Sanctis così commentava, con uno studio critico, su “Il Principe” di Machiavelli.

“ Ciascun uomo ha la sua missione su questa terra, seguendo le sue attitudini. La vita non è un gioco d’immaginazione e non è contemplazione. Non è teologia e non è neppure arte. Essa ha in terra la sua serietà, il suo scopo, i suoi mezzi. Riabilitare la vita terrena, darle uno scopo, rifare la coscienza, ricreare le forze interiori, restituire l’uomo nella sua serietà e nella sua attività”.

“Stabilito il centro della vita in terra e attorno alla patria, al Machiavelli non possono piacere le virtù monacali dell’umiltà e della pazienza, che hanno “disarmato il cielo ed effeminato il mondo” e che rendono l’uomo più atto a “sopportare le ingiurie che a vendicarle”. <Agere ed pati fortia romanum est>. “Il cattolicismo, male interpretato, rende l’uomo più atto a patire che a fare. Non è che agli Italiani manchi il valore; anzi ne’ singolari incontri riescono spesso vittoriosi: manca l’educazione e la disciplina o, come egli dice, <i buoni ordini e le buone armi>, che fanno gagliardi e liberi i popoli”.

“Ma se in Italia la tempra è infiacchita, lo spirito è integro. Se da una parte Machiavelli poneva a base della vita l’essere <uomo>, iniziando l’età virile della forza intelligente, d’altra parte il motivo principale comico dello spirito italiano nella sua letteratura romanzesca era appunto la forza incoerente, cioè a dire indisciplinata e senza scopo. Il tipo cavalleresco, come era concepito in Italia, era ridicolo per questo: che si presentava all’immaginazione come un esercizio incomposto di una forza gigantesca, senza serietà di scopo e di mezzi, la forza come forza, e tutta la forza nei fini più seri e più frivoli: ciò che rende così comici Morgante, Mandricardo, Fracassa. Lo spirito italiano dunque da una parte metteva in caricatura il medio evo come un giuoco disordinato di forze, e dall’altro gettava la base di una nuova età su questo principio virile: che la forza è intelligenza, serietà di scopo e di mezzi. Pure l’Italia era corrotta, perché difettava di forze morali, e perciò di un degno scopo che riempisse di sé la coscienza nazionale". Di lui è questo grande concetto: che il nerbo della guerra non sono i denari né le fortezze né i soldati, ma le forze morali o, com’egli dice, il patriottismo e la disciplina. Di quella corruzione italiana la principale causa era il pervertimento religioso. Abbiamo queste memorabili parole: “ La…religione, se nei principi della repubblica cristiana si fusse mantenuta secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli Stati e le repubbliche più unite e più felici assai ch’elle non sono. Né si può fare altra maggiore coniettura della declinazione d’essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi e vedesse l’uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser propinquo senza dubbio o la rovina o il flagello. Ciò che è morto non è il sistema, è la sua esagerazione. Il suo <Stato> non è contento di essere autonomo esso, ma toglie l’autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i dritti (diritti) dello Stato: mancano i dritti (diritti) dell’uomo”.  Vi è qualche analogia con la moderna realtà?

postato da: giusedoria alle ore 17:03 | link | commenti
categorie: processo educativo, affari umani, da un commento