Dopo la sintetica lettura della recente sentenza della Corte Costituzionale, si aprono riflessioni e discussioni, anche critiche ed accese, per dare contributi idonei a mettere in luce problemi che possono essere ricondotti ad uno solo: se può fare problema la trasmissione del dissenso su norme, principi e valori di democrazia costituzionale con un eccesso di “privatismo” e di individualismo accertato per cercare di disfarsi, a cicli sempre più brevi, di contenuti salienti della nostra Carta di fondazione della Repubblica in questo mondo di crescente dinamismo tecnologico e di
ipercomplessità frammentata nella vita sociale.
Ora le generazioni adulte, e soprattutto le anziane, hanno più spessore di memoria storica e più stimoli di esperienze personali associati agli eventi in qualche modo riflessi anche nella Costituzione; ma è così se si verifica un confronto fra alcuni tratti salienti del testo costituzionale ed atteggiamenti e pensieri dei giovani d’oggi? E se qualcuno, approfittando di chi ne sa poco o nulla dei contenuti della nostra legge fondamentale, la cui conoscenza è alquanto debole e in alcuni tratti confusa, volesse ingannare per far cadere un patrimonio normativo e valoriale di democrazia e socialità, comune agli Italiani, intaccando anche l’unità nazionale, la sorte delle istituzioni pubbliche, incidendo pure sul modo di vivere e di pensare? Sarebbe un rischio enorme da non sottovalutare.
La Costituzione, per quanto da molti ritenuta ormai necessitante di riforme, può fornire, nella sua ispirazione e nei suoi contenuti deontologici, un legame di continuità necessario tra le generazioni sempre più distanti fra loro, un legame che è difficile pensare di surrogare altrimenti. Interiorizzare i contenuti salienti della nostra Carta fondamentale non può, peraltro, essere un problema solo cognitivo - informativo. Il patto costituzionale va riletto e rivisitato e, per farlo durare, pur con i necessari adeguamenti ex art. 138, ma solo per la sua seconda parte, come a giusta ragione la Corte ha sentenziato, ha bisogno dei giovani che devono poter trovare in essa ciò di cui servirsi non strumentalmente, ai fini di migliorare la loro capacità progettuale e di una personale strategia tra il privato e il pubblico, a difesa dell’essenza della vita democratica e libera di una società nazionale ma sempre più allargata in un contesto europeo e cosmopolitico.
In questi giorni la nostra mente viene rivolta alla “Passione e Morte di Cristo che subì due processi. Uno religioso, in riunione notturna ed illegale, davanti al Sinedrio che, senza prove sufficienti, lo condannò a morte per essersi chiamato Figlio di Dio quale veramente era; l’altro civile davanti a Ponzio Pilato che, pur sapendo dell’innocenza di Gesù e delle accuse ingiuste che a Lui venivano mosse, dopo brutti ripieghi della sua coscienza ed alcuni espedienti per salvarLo, a furor di folla, fu costretto a ordinare la crocifissione.
Ora la nostra mente va pure all’armamentario legislativo e processuale del nostro sistema giuridico, ove ci troviamo smarriti e perplessi di fronte ad un’analisi che riguarda moltissime leggi inutili, la cui sovrabbondanza, vecchia e nuova, diviene massima ingiustizia che non è certo l’ideale per una sana vita giuridica; necessariamente, devono pure essere compresi diversi giudici, i quali dovranno impietosamente riconoscersi “inadeguati”, come categoria, formazione professionale, apparati strutturali, ad un corretto uso della macchina giudiziaria. Servono coscienze per vivere un momento, un’occasione dalla quale trarre spunto per una autentica rifondazione dell’ordinamento giudiziario, ed, ancor prima, delle categorie relative all’attività giurisdizionale.
Anche il tempo dell’immobilismo fisico ed intellettuale dei giudici è finito; non ha più senso radicalizzare situazioni tipo quelle degli ex pretori mandamentali che per decenni sono restati abbarbicati in una determinata sede, come veri governatori. Oppure di coloro che, per dimostrare il proprio eclettismo, peraltro ancora assurdamente premiato, si spostano con frenesia da un settore all’altro, passando con estrema incoscienza dalle controversie di lavoro a quelle agrarie, e da queste ai problemi dei tossicodipendenti, dei minori, per ritornare poi alla materia fallimentare, passare imperturbabili da una Corte d’Assise e giungere ad un incarico direttivo.
E’ chiaro che chi adopera lo strumento legislativo debba essere abile ed esperto in tale funzione o, quanto meno, così umile e consapevole da dichiararsi disposto ad acquisirne le tecniche le cui carenze, approssimazioni e forzose sintesi compromissorie evidenziano il problema enorme delle non corrette utilizzazioni delle norme giuridiche.
Non intendendo giudicare nessuno, ritengo sia molto chiaro che se una responsabilità va ricercata, essa fa capo a chi permette il crearsi di simili situazioni. Il sonno della ragione partorisce mostri che non sono da contrastare come chi, invece, non ha vegliato in modo più consapevole. Allora le attese e le speranze per una riforma della macchina giudiziaria, generale ed organica, che abbia come scopo un nuovo ordine dell’intero sistema, sono tante per non far naufragare l’idea che deve indurre a porre l’uomo e le sue vicende in una posizione di centralità, cui tutto il complesso e artificioso macchinario scenico di ogni processo deve, per forza di cose, servire ed essere asservito.