Il termine democrazia suggerisce l’idea che l’enunciato in questione sia effettivamente ben confermato da materiale di prova rilevante a disposizione; ma se il reperimento, reclutamento, la selezione, la preparazione dei deputati e senatori e dei ministri si basano su regole estremamente duttili dettate dalla linea politica assolutista del capo di turno; se la prudenza, che dovrebbe essere amore che sa dirigersi nelle proprie scelte, diventa discernimento superficiale del quando e del come agire e fare e lasciar agire; se la disponibilità sui mezzi adeguati per una generosa collaborazione tra forze politiche alla crescita dell’uomo si lascia fuorviare da motivazioni meno chiare come simpatia e preferenze, ricerca di sé, vanità ed orgoglio, cura delle apparenze, passività e pregiudizio; se l’intuito, il tatto, il consiglio che sono indispensabili insieme con il richiamo a informazioni precise e fondate per una competenza tecnico-esecutiva, si traducono in temporeggiamenti, machiavellismi per rifuggire da impegni gravosi e compromettenti; se il costume vigente di moltissimi amministratori si basa su una bella ragione corrotta che corrompe ogni cosa con una enorme confusione tra azioni virtuose e ladrocinio; se in ogni partito la politica si esercita a colpi di telefono senza confronto e dialettica interna; se l’informazione consiste di più a scoprire il privato di altri e sul quale giocano le identificazioni e i problemi di ciascuno; se tutto ciò sta accadendo, significa riconoscere praticamente che, nel suo ordine e grado di essere, la democrazia è malata. Lo Stato, rappresentato malamente, sta diventando una macchina per la oppressione di un ambito territoriale a favore di un altro con una linea politica generale, che non esclude nessuno, secondo la quale c’è un solo modo per migliorare le cose, quello cioè della conquista di potere fine a se stesso. Non resta altro che sperare, essendone convinti, nelle nostre capacità a saper instaurare un rapporto fra persone di buona volontà che si serva della solidarietà, della collaborazione e della cooperazione. Una vita comunitaria di gruppo, con partecipazione consapevole alla vita sociale, per difenderci dai meccanismi prepotenti di altri, capendo che tutti i problemi politici sono anche problemi istituzionali che ci appartengono e che il progresso verso una maggiore uguaglianza può essere salvaguardato mediante il controllo istituzionale del potere.
HO RICEVUTO e con piacere pubblico alcune valide considerazioni di Fernando Maglio che, ospite gradito di questo blog, dimostra di essere eccellente narratore di vita e di storia i cui avvenimenti, passati e recenti, agitano i pensieri e i sentimenti. Con la sua fantasia, nutrita di esperienza personale metodicamente disciplinata, nella trasmissione del documento, scherzosamente, così ha firmato: “Fernando Maglio vecchio e sordo, non sordido”. L’analisi che segue ci fa capire come un certo tipo di società, quella in cui stiamo vivendo, ha molti lati positivi ma pure tanti limiti, difetti, disvalori anche se niente ci impedisce di prefigurare un nuovo modello sociale, se non proprio perfetto, certo migliore di quello attuale. Con quale criterio? Quello sicuramente del “bene comune” da intendersi non in modo statico ed empirico come la somma aritmetica dei beni delle singole persone, quanto piuttosto in una forma dinamica, e cioè come l’insieme di tutte quelle condizioni che assicurano il massimo sviluppo possibile della personalità di tutti i cittadini. Non meno importante del primo una nuova entrata nel “regno dei valori e degli ideali”, soprattutto ad opera dei giovani la cui educazione, come richiamata dalla “Gaudium et spes”, “di qualsiasi origine sociale, deve essere impostata in modo da suscitare uomini e donne, non tanto raffinati intellettualmente ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo”.
Giuseppe D’Oria
De profundis ……i risultati elettorali 2009
Avendo io affievolito, se non esaurito, il diritto di cittadinanza attiva mi permetto di interloquire, da lontano, nella complicata e complessa situazione locale e generale.
Un primo sforzo da compiere è la lettura dei segni de tempi, sulle o tra le righe, per trarre le conseguenti valutazioni e proporre le opportune soluzioni.
E’ una norma anch’essa vecchia, come me, ma, poco attuata o dimenticata, pur insegnata, sin dal 1961, da un maestro eccezionale, Giovanni XXIII, che precorreva la società dell’apparenza e vi anteponeva la umile adesione ai processi storici i quali, camminando, fanno smarrire colui che manchi del necessario impegno interpretativo ed orientativo.
Questa aurea direttiva dovrebbe guidare l’operatore sociale che all’onestà intellettuale unisce la congruenza delle proposte.
Nel merito, ritengo che il cittadino, singolo od associato, sia, pericolosamente, stanco e scettico verso i suoi rappresentanti, che hanno rincorso, fin qui, i cosiddetti inciuci, per il mero potere, nel mentre concorrevano a decomporre e frantumare la solida base sociale, che, pur, si rinnovava.
La pluralità delle posizioni non è ricomposta nell’unità, essendo teorizzati il separatismo e l’autoreferenzialità, al posto della confluenza della molteplice ricchezza della vita individuale, associata e di gruppo, nell’alveo dello spirito di servizio e del bene comune.
Uno strumento ambiguo, poi, è la comunicazione quando ignora che il cittadino è smaliziato, da sempre, nel giudizio sul potere, che può subire, ma non amare. Ciascuno di noi, molto pianamente, parte, principalmente, dal proprio piccolo ed estende la sua osservazione all’intero ambiente, che lo circonda, sottraendosi all’assillo tecnologico e mediatico e formulando, in crescente autonomia, i criteri e i voti ai suoi esponenti.
E’ venuta meno, ancora, con l’operosità, la regola della moralità pubblica e privata, come i tempi moderni oppongono al comune osservatore.
Se vedo bene, qui, si cerca la via di uscita, all’oscurità incombente, negli accordi di vertice, sul presupposto della transumanza delle pecore al comando del leader.
Il ricambio delle menti e degli esponenti, al contrario, abbisogna, non di illusionistiche ed illudenti improvvisazioni verticistiche o di collettivi plebisciti, ma del tesoro delle esperienze vissute, della convinta “follia” del nuovo, con la posposizione dei propri orgoglio ed interesse.
Un’ ulteriore precauzione mi sovviene: ci face pane e cofani ndi sbaglia. All’errore, che è una componente individuale e sociale, sia nell’elezione del c.d. delegato, sia nella gestione, deve sovvenire la forza della organizzata correzione democratica, di base, e della priorità del bene pubblico.
I popoli di antica consuetudine democratica licenziano gli sconfitti o comunque limitano i mandati governativi elettivi, per il ricambio, ma, soprattutto, per l’eliminazione delle incrostazioni e dell’accumulo delle scorie intossicanti.
Tutto bene? Resistenza alle tentazioni del potere, anche tecnologico, del denaro e dell’escort (omo e bisex), come oggi si dice.
Sub lege libertas, per chiudere con il latinorum.
Fernando Maglio