Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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venerdì, 09 ottobre 2009

DISCARICA ABUSIVA ED ESPOSTO PISCINA

 

I due problemi esistenti potrebbero, apparentemente, non sembrare connessi ma se si guarda, al contrario, ai compiti ed agli obblighi dell’ente locale, si rileva che alla base delle due questioni vi è un dato comune: la mancanza della tutela del territorio, dei beni demaniali e patrimoniali e la relativa gestione a cui si provvede mediante gli strumenti di programmazione urbanistica, la disciplina relativa alla loro attuazione, la realizzazione delle infrastrutture utilizzabili dalla popolazione, gli interventi e l’attività per la tutela dell’ambiente, la dotazione dei servizi. Non accorgersi che da tempo vi è stata la realizzazione, in alcune zone artigiane, di allestimento di discarica, ricorda molto da vicino il reato di costruzione abusiva, che è permanente fino all’ultimazione dell’opera, e non importa se l’apprestamento dell’area consista in una organizzazione articolata o rudimentale. Ancor peggio se si pensa alle funzioni dei comuni relative alle attività sportive i cui riferimenti, tantissimi, si possono trovare nelle leggi, ma anche negli statuti, nei regolamenti per l’uso degli impianti e nelle convenzioni per la fruibilità delle strutture. Ora un convinto carattere programmatico di attività politico – amministrativa sensato, una coordinazione e cooperazione tra uffici comunali, preposti al controllo e alla vigilanza del proprio territorio e dei relativi beni, sarebbero da ritenere indispensabili per rispondere efficacemente alle esigenze di una gestione quanto meno di sufficiente qualità dei servizi pubblici e per correggere gli squilibri esistenti nella qualità della vita che dovrebbero essere superati rendendo omogenee le condizioni in tutte le parti del territorio; ma sembra che qui, dalle parti nostre, l’attuazione di alcuni importanti compiti istituzionali comporti difficoltà insuperabili, o inerzie colpevoli, nel rendere possibili procedure di ordine e di riordino territoriale secondo le leggi generali della Repubblica che fissano i principi nell’ambito dei quali Comuni e Province esercitano, o dovrebbero esercitare, le proprie funzioni. La consapevolezza delle responsabilità dovrebbe dare vita ad un nuovo esercizio di democrazia che pure nel passato, attraverso il privilegio di costruire Statuti e i regolamenti, si è concretato in una prima testimonianza della funzione positiva che la partecipazione popolare ha potuto esercitare, attuando con convinzione gli istituti previsti nel rapporto nuovo con i cittadini. Acqua passata? Purtroppo sì con organi e azioni amministrative che, “mala tempora currunt”, hanno assunto sempre più disegni diversi da quelli tracciati dallo Statuto eludendo, così, impegni e responsabilità.

 

sabato, 14 marzo 2009

LE POVERTA’ DI OGGI

                                                    

Sono cominciati i giochi per le competizioni elettorali ed intanto non ci si vuole accorgere che viviamo in una situazione di diffuso malessere, che si fa pure finta non sorprenda più di tanto, e che vi sono strati sociali in cui non vi è disponibilità del minimo necessario per la sopravvivenza.

Cent’anni or sono si avevano condizioni di vita generalmente povere; vi erano presenti, ovviamente, importanti eccezioni non certo casuali, ma la maggior parte della gente poteva essere considerata povera. Il Meridione si trovava in una condizione relativamente peggiore, ma la povertà era diffusa anche nel Centro e nel Nord. I bassi redditi di cui si disponeva, facevano soffrire di malnutrizione, di analfabetismo pressoché totale, di abitazioni malsane e non certo confortevoli, di malattie largamente diffuse. In una situazione di diffuso malessere era inoltre possibile individuare persone, famiglie e gruppi sociali emarginati, le cui condizioni di vita erano ancora peggiori di quelle della generalità della popolazione e che vivevano in vera e propria miseria. Oggi le condizioni di depressione strutturale del Mezzogiorno, delle campagne, delle diverse città rimaste ai margini di un’industrializzazione mai nata o territorialmente circoscritta, ingrossano la schiera dei poveri. Il reddito netto reale per abitante, i consumi, il sistema di alimentazione, gli alloggi, lo stato di salute, la possibilità di partecipazione sociale, il sistema di garanzie per i lavoratori e di sicurezza sociale per i cittadini, stanno a dimostrare che senza uno sviluppo ordinato, equilibrato, continuo, aumentano le file dei “più poveri”. Si incontrano ancora situazioni di povertà di persone, famiglie, gruppi emarginati, in parte retaggio del ritardo nello sviluppo accumulato nel tempo, in parte conseguenza delle trasformazioni disordinate, in parte risultante di quei processi di impoverimento che sembrano riprodursi o comunque manifestarsi anche nelle aree più favorite e persino nelle situazioni ambientali caratterizzate da maggiore benessere. Vi sono tentativi per uscire da condizioni di vita che cominciano a diventare insopportabili per una nuova povertà, che era l’esperienza di un tempo e che ora comincia a diffondersi? Il tenore di vita generale che è cresciuto, i sacrifici di molti sopportati e che si sopportano, essendo costretti ad emigrare ancora e a vivere sradicati dalle loro famiglie e dalle loro culture, sono problemi di rilevante dimensioni? La carenza di servizi sociali, l’inadeguatezza delle pensioni minime, l’inadeguata disponibilità di alloggi a basso canone, rappresentano, ancora oggi, persistenza di condizioni di povertà, talvolta di miseria ove manca il minimo necessario per sostenersi? Uno Stato, un’amministrazione comunale, organizzazioni che coordinano politicamente una società per raggiungere fini specifici, tutelano, riconoscono, nei limiti della propria funzione politica, o sopprimono ed annullano, con svariate pratiche artificiose, i diritti naturali dell’uomo?

 La povertà, oggi, esiste ancora con un popolo che dovrebbe agire nella solidarietà della sua attività ma che vaga, forse inutilmente, alla ricerca di partiti e correnti politiche che si avvicinino ai suoi bisogni, che operino in conseguenza, che siano in grado di lottare, cadendo o vincendo, secondo i momenti storici delle esigenze del divenire umano.

lunedì, 05 gennaio 2009

"LA CIVILTA' DEI RIFIUTI"

                                               

Il problema è, oggi, la massa crescente di rifiuti solidi che occorre eliminare. Come la bava di una lumaca, una scia sempre più densa di rifiuti solidi incomincia ad invadere la città; e invece che prendere questo problema in considerazione, dopo aver esaminato i calcoli economici tradizionali che comportano costi non riconosciuti e non valutati per le comunità nel loro complesso, lo si lascia come problema secondario senza esaminare attentamente i vari dati che costituiscono questa massa impressionante di “immondizia”composta da parti che dovrebbero essere esaminate separatamente, perché dipende dalla loro rispettiva natura la maniera migliore per eliminarle. Se non si vuole che la crescente marea di rifiuti solidi finisca con il seppellire la nostra società, come le sette città di Ur dei Caldei che vennero sepolte sotto i detriti di sette livelli di “civiltà”, bisognerà, al più presto, pensare al primo problema, il più tremendo, che riguarda la raccolta di tali rifiuti. Ci si limita molto spesso ad adoperare per qualche ora un involucro, un vetro, un contenitore di alluminio, ma niente di tutto questo viene consumato e resta, a volte per un modo di fare spensierato, sui cigli della strada e dei luoghi da picnic abbondantemente cosparsi di bottiglie e di sacchetti di plastica. Ma la raccolta, atteso che venga opportunamente posta in essere, copre la parte preponderante del costo per poterla effettuare?  Il secondo problema è diventato il luogo di raccolta ove l’immondizia, se non viene accuratamente concentrata e correttamente smaltita, fa diventare il posto di scarico un nido di insetti e roditori con produzione di tutta una gamma di odori sgradevoli e, prendendo fuoco, diffusione nell’aria di veleni nocivi per la salute. Le decisioni, nel settore amministrativo, e le relative responsabilità dei pubblici amministratori fanno venire a galla le loro omissioni e negligenze, anche in materia ambientale, per cui a rivendicare la funzione di “giudice naturale” degli interessi diffusi della collettività, dovrebbe essere il Procuratore generale della Corte dei Conti che, quale giudice contabile, dalla nozione tradizionale di danno pubblico, secondo una linea evolutiva, dovrebbe diventare anche il giudice contabile del danno pubblico ambientale quale rappresentante dei diritti-interessi riconosciuti ai singoli, per cui il concetto di danno non andrebbe restrittivamente inteso in termini meramente finanziari, quali i casi di alterazione o turbativa dei bilanci, o strettamente patrimoniali, ma anche interpretato in modo da ricomprendere in esso la lesione di interessi più generali di natura eminentemente pubblica, interessando tutta la categoria dei cittadini in quanto suscettibili di valutazione economica; un giudice contabile, in altri termini, investito e consapevole delle tecniche risarcitorie applicabili ai problemi ambientali con una funzione sanzionatoria e preventiva, anche quale strumento parallelo a quello penale. Così procedendo, forse, faremmo in modo di tutelare maggiormente l'ambiente e, con l’ ”immondizia”, potremmo tentare di combattere e sconfiggere il contrasto, o le connivenze, tra forze istituzionali ed altre forze occulte non certamente finalizzate alla tutela del bene comune.

giovedì, 30 ottobre 2008

PROSPETTIVE POLITICO-AMMINISTRATIVE

La prima trasmissione di “ Immitis quia toleravi ”, ad opera di myboxtv, nata per lanciare discussione su un nuovo ordine di problemi, ha posto l’interrogativo di come è mutata la gestione amministrativa, le esperienze, le professionalità, quell’insieme, cioè, di conoscenze, di qualità operative necessarie per una determinata attività in un sistema complesso, per rilevare quanto attualmente l’azione amministrativa, con la quale si assumono decisioni e scelte, sia frutto di un processo nel quale intervengono numerosi attori con una evoluzione non priva di incertezze e che ha molte luci ma anche tante ombre.

Di fronte a variegate e complicate situazioni politico-amministrative, non volendo accettare di abbandonare le situazioni nelle mani dei potenti di turno, con rassegnazione fatalistica, si è fatto riferimento alla necessità di mantenere vivo, perché attuale, il dibattito sulla democrazia e partecipazione, ritenendo che questi concetti non siano scontati quanto, al contrario, mortificati e sottomessi. Si è fatto riferimento anche alla necessità di requisire ogni spazio in cui sia possibile educare alla partecipazione democratica e fare esperienza di impegno soggettivo e di gruppo. Dalle domande pervenute in maniera interattiva, almeno sino a questo momento, si è avuta la sensazione che vi può essere una positiva prospettiva in grado di far sentire e di articolare la propria voce con una eventuale, auspicabile capacità della società civile di entrare nel discorso politico- amministrativo, sia pure in maniera differenziata,  per dare rappresentanza visibile alle proprie motivazioni. Ciò richiede, allora, che le Pubbliche Amministrazioni, oltre ai compiti tradizionali, sotto molti aspetti ormai superati, svolgano funzioni di mediazione e articolazione dei conflitti, di suggerimento di decisioni e facilitazioni dei processi negoziali, sappiano giocare l’importante ruolo di mettere in campo strategie di crescita della partecipazione, in modo particolare presso quei gruppi che, per posizione sociale, tendono a rimanere esclusi dalla gestione politico-amministrativa della comunità. Lo scopo, con la valida assistenza di tutti coloro che hanno buona volontà, dovrebbe essere quello di moltiplicare una educazione alla democrazia attraverso la democrazia, con un percorso che attraversi i problemi della società con la reale partecipazione e consapevolezza di tutti specialmente quando si può cogliere una degenerazione del potere che per la sua incontrollabilità si accompagna alla fatalistica convinzione della sua irrefrenabilità e invincibilità. Non si fa troppa fatica a rilevare proprio nelle maglie del potere, con la loro impenetrabilità, il terreno di coltura fertile per tutti quei poteri e sotto poteri occulti che determinano spesso la vita e il destino dei cittadini e riducono all’impotenza anche il potere politico. La vera degenerazione del potere politico non è mai nella politica in quanto tale, ma nella graduale spoliticizzazione del potere, con la conseguente spoliticizzazione dei cittadini. A chi esercita potere spetta quindi, oggi, un compito in più, ed è quello di imparare a comprendere la complessità del sistema senza avere la pretesa di ridurla, attrezzandosi al contrario, al fine di evitare che essa diventi l’alibi imbattibile della degenerazione del potere. Questo significa pure farsi “vigili” e responsabili di fronte agli interessi che ruotano intorno a un dato problema, cercando non solo una composizione ottimale del conflitto degli interessi, ma il riferimento essenziale ad una griglia di valori, attraverso cui far sempre filtrare le scelte e le decisioni.

giovedì, 23 ottobre 2008

SCUOLE OCCUPATE

                                                  

“Sono una mamma indignata, nonchè insegnante preoccupata, che vorrebbe dire la sua in merito all’”autogestione” (come amano definirla i ragazzi) che si sta svolgendo al Liceo Classico Europeo nell’assoluta indifferenza del corpo docente e del dirigente scolastico.
Da più di dieci giorni i ragazzi dell’Istituto hanno occupato le aule impedendo il normale svolgimento delle lezioni e nessun provvedimento disciplinare è stato preso nei loro confronti.
Ma la cosa ancora più sconvolgente e che questi ragazzi, assenti per le attività didattiche curriculari, si presentino tranquillamente a mensa per consumare i pasti che l’istituto mette loro a disposizione.
Non solo, quella sparutissima minoranza che non ha voluto aderire a questa forma estrema di protesta nel migliore dei casi viene derisa e ricattata.
Non voglio entrare nel merito delle motivazioni, sicuramente valide, perchè la modalità con la quale queste motivazioni sono portate avanti, escludendo il dialogo ‘con” e il rispetto “verso” gli altri, le vanifica completamente.
Mi trovo davvero in difficoltà, come mamma, a spiegare a mia figlia, che per sua volontà si è voluta dissociare da questa assurda protesta, cosa è bene e cosa no.
E come insegnante rimango davvero impressionata da questo ribaltamento di valori del quale la stessa istituzione scolastica, rimanendo a guardare, avvalora generando solo un clima di confusione, altro che dialogo educativo”.

Fin qui una lettera di una madre di studentessa del Liceo del Convitto "Cutelli" di Catania.

Ignorare o fingere di ignorare l’esistenza di realtà socialmente fluide può condurre a tentare di spiegare alcune tensioni interne di una parte di società solo in termini di indocilità, negligenza, maleducazione oppure in termini che per sé descrivono solo una parte di fenomeni di una realtà assai complessa, nella comprensione della quale risiede il vero problema, oggi della scuola?

Qui si può vedere un riferimento alla necessità di organizzare uno scambio umano che è anche fine di ogni aggregato sociale, e far beneficiare ogni membro dello scambio stesso, in termini di solidarietà, inclusione nel gruppo, azione collettiva, proposta di fini contro una parte dello Stato che forse capirà, ma lo sta già capendo, che la risposta al mondo della scuola non si può dare sbrigativamente né con decreti che, al momento della discussione in aula parlamentare, si traducono in voti di fiducia al Governo senza altri confronti, né tanto meno con la polizia che dovrebbe soffocare le manifestazioni con intimidazioni che inasprirebbero lo stato delle cose. La protesta di questi giorni è anche protesta politica contro il Governo che comincia a tagliare fondi  consistenti a cominciare dalla scuola senza una preventiva, accurata analisi di programmazione di attuazione di una più equa distribuzione del reddito nazionale.

sabato, 20 settembre 2008

LA CITTA’ E' IN CRISI ?

                                              

La società  degli uomini, in un sistema di sistemi, in ogni periodo storico e in qualsiasi parte della superficie terrestre, è caratterizzata sempre in base alla struttura sociale che possiede, in relazione ai gruppi che la compongono, e alle istituzioni che dovrebbero regolarle e che i diversi gruppi accettano per la loro convivenza. Ma di continuo accadono cose che non corrispondono ai desideri o alle aspettative di alcuno. La democrazia, però, offre la possibilità di porre in essere qualsiasi riforma o cambiamento ragionevole a condizione che vi sia comprensione di principi non ancora sufficientemente sviluppati che, pertanto, bisogna promuovere. Diventa necessaria quindi far crescere l’idea di socializzazione per far entrare, ovunque senza veti, tutti coloro che sono nuovi, integrandosi con chi c’è già e non disdegna di offrire tutta la sua esperienza intellettuale, politica, economica, spirituale per il dovuto scambio fra culture. Occorre anche un sistema di comunicazione che permetta ai fatti di interesse collettivo di raggiungere l’intera comunità con mezzi che possano soddisfare questa funzione. Se allora gli strumenti locali dell’informazione non funzionano o non si vuole che funzionino, bisogna sopperirvi con una qualche forma di volontariato che renda questo servizio alla collettività, immaginando che un’ultima, disperata, assurda forma di comunicazione potrebbe, malauguratamente, essere rappresentata dalla violenza, l’aggressione fisica, come, peraltro, qualche volta è accaduto. Come ho già avuto modo di esprimere giovedì, 27 marzo 2008 in “La politica di questi giorni”,  tutto questo sta comportando il sorgere di apparati sempre

più distanti dall’uomo, che per realizzare in modo efficiente le proprie finalità di potere, tendono gradualmente e senza pudore, a ridurre le relazioni umane in rapporti tra oggetti, e a ridurre, fino a farli scomparire del tutto, gli spazi riservati alle comunità dialoganti. L’aspetto più pietoso di questo fatale processo è che ciò che è umano si sta traducendo in atti di ufficio le cui vittime diventano proprio i cittadini. Quali iniziative, in questo ingranaggio? Si potrebbe continuare a pensare e a ragionare, come peraltro si è iniziato a fare con “Lazarus”, a organizzare volontariato, ove diffondendo opinioni, senza tenere gli altri nell’ignoranza dei principi di queste opinioni, informazione per l’approfondimento di tematiche socio-politiche al di là delle superficiali o inesistenti valutazioni proposte dagli strumenti di comunicazione sociale, si possa raggiungere l’obiettivo di porre attenzione sugli aspetti più concreti dei modi di vita del nostro paese, mischiando le diverse conoscenze. Se ci riusciremo, al di fuori ed al di sopra di ogni altro interesse, sia pur legittimo, partitico, renderemo effettivo l’esercizio del potere pubblico e della sovranità in ciascun cittadino.

 

 

 

 

 

giovedì, 11 settembre 2008

CRIMINALITA’

                                                    

Il crimine, inteso come atto gravemente lesivo della morale e oggetto della legge penale e delle sue sanzioni, è sempre esistito in tutte le società. Non esiste una singola causa ma una pluralità di fattori che spinge l’uomo verso la condotta criminale. I criminali sono in effetti ritenuti nemici della legge e dell’ordine ma le loro immagini non corrispondono alla realtà, prendendo questa spesso l’avvio nella nostra immaginazione. Quindi, come nella finzione letterale o teatrale compare la confusione tra fuorilegge buono e cattivo, anche nella convinzione della gente un rapinatore solitario che depreda le banche, a volte non è né buono né cattivo e suscita sentimenti ambigui, ma non censure convinte; l’uomo d’affari disonesto invece, che evade il fisco e che è spregiudicato e senza alcuno scrupolo nelle sue condotte, a volte è soggetto di invidia per l’apparente benessere che riesce ad accumulare o ad esibire. E la criminalità dei “colletti bianchi”? In un periodo in cui scandali e truffe ingenti sembrano dilagare, meglio e più di “tangentopoli”, appare significativo il diffuso desiderio di approfondimento di questo tipo di criminalità, che si caratterizza per l’azione di un criminale non noto, a volte non deprecato. Infatti gli autori di questi tipi di reati devono essere rispettabili e godere di prestigio nella società in cui vivono e devono possedere quelle caratteristiche che si concretizzano nella ricchezza o nell’appartenere a caste culturali, professionali, nobiliari o politiche, caratteristiche che attualmente possono essere peculiari di alti funzionari pubblici, dei cosiddetti rinomati professionisti, degli alti dirigenti di imprese pubbliche, dei politici con incarichi di governo e di sottogoverno; tutto ciò si correla al fatto che i reati commessi da questo tipo di criminali, devono essere attuati nel corso dell’esercizio di una professione, perché altrimenti rientrerebbero nella criminalità comune. Anzi il delitto del criminale in colletto bianco implica pure un abuso di fiducia, nel senso che, per la sua rispettabilità, per la sua condizione sociale e per la sua professione, questo tipo di autore del delitto può contare sulla fiducia di coloro con cui viene a contatto, direttamente o indirettamente, e approfittando di ciò, viene a trovarsi in condizione agevolata per completare la sua azione illecita. In una prospettiva storico- evolutiva meglio sarebbe portare l’attenzione sui diversi modi di reagire al crimine e sulle sanzioni, nei diversi contesti socio-culturali, per reprimere e prevenire la criminalità organizzata o non e del delinquente in quanto tale.

giovedì, 24 luglio 2008

MANCANO I FATTI

                         

                         

Ormai da mesi si nota un deficit di decoro, qualità dei servizi amministrativi, di igiene, con un dissenso crescente verso chi ci ha spiegato la sua buona volontà nel fare, ma che, purtroppo, non ha ottenuto i risultati sperati. Valga per tutti l’esempio della raccolta differenziata, ove pur con un certo tipo di cultura ambientalista che pesa, ci ritroviamo con un nulla di fatto e con una constatata impossibilità a scorgere un pur minimo orientamento carico di responsabilità. Conoscere e applicare correttamente metodi programmatori per raccogliere, gestire, ridurre, presentare, analizzare e interpretare dati sarebbe conveniente per tutti, ma in questa prospettiva, un riferimento al principio di responsabilità che si collega, ovviamente, all’etica sociale e al buon senso comune, non pare possa cogliersi. Di conseguenza il non fare che si collega alla gestione del potere, priva di principi guida, intesi anche come funzione sia del potere che del sapere, sta comportando un andamento caotico pregiudizievole per la progettazione e lo svolgimento dei programmi necessari di azione sociale. Eppure diventa sempre più necessario, confortati da equipe più o meno valide come è in questo paese, una ricerca valutativa che, per essere valida e di etica corretta, dovrebbe rispettare requisiti metodologici,  come la predisposizione di una situazione controllata , nel cui ambito verificare le ipotesi, al fine soprattutto di evitare deficienze tecniche e utilizzo distorto delle conclusioni. Queste considerazioni sembrano necessarie in quanto, nell’ambito dell’analisi e sull’andamento della raccolta differenziata, igiene del paese, turismo, efficienza amministrativa, temi assai attuali, i risultati dovrebbero essere obiettivi, controllabili, perché possano diventare programmi pianificati per ottenere un cambiamento sociale. Il fatto è  che una malintesa cultura ambientale, come quella da molti anni presente nella nostra amministrazione locale, esprime una serie infinita di indicazioni, senza l’indicazione contemporanea di una soluzione, così da determinare forme diverse di paralisi nello sviluppo della città, finendo col tradire il fondamentale principio dello sviluppo sostenibile, accolto, in tutti i trattati internazionali in materia. Si dovrebbero favorire, al contrario, tutte quelle azioni che possano promuovere il progresso economico e sociale, senza bloccare le iniziative idonee, nel doveroso rispetto delle esigenze di questa e delle generazioni future. Tale complessiva situazione di disagio chiama in causa soprattutto la Pubblica Amministrazione che, sinora, molto ha parlato, poco ha dialogato, per niente ha studiato, ancor meno ha proposto, scarsamente ha informato e, in quasi niente, ha formato. In siffatto contesto si aggrava un senso di malessere e di precarietà, che è tipico del periodo, essendo chiaro che in situazione del genere sia di pensiero che di azioni, così frammentato e conflittuale, diventa sempre più difficile elaborare qualcosa di unitario.

mercoledì, 23 luglio 2008

LE STRISCE BLU E GLI STRISCIANTI

                                     

 

Senza credenze comuni, da cui derivano comuni doveri, non vi può essere alcuna società stabile perché può esserci vera società soltanto tra esseri intelligenti; e se gli interessi possono momentaneamente avvicinare gli uomini, il nodo che li unisce, senza rapporto con la loro natura più intima e nobile, alla fine, si dissolverà nel nulla. Se le mode e l’effimero prendono il sopravvento negli stili di vita, è consequenziale che le strisce blu, per delimitare parcheggi a pagamento e non, possano suscitare più interesse rispetto a tante altre scelte che dovrebbero comportare riflessione critica e programmazione seria per evitare ricadute a pioggia negative sulla testa del cittadino pensante. Se anche rappresentanti della minoranza politica, di fronte a decreti scriteriati che non hanno in sé nemmeno la parvenza della legittimità, si limitano a chiedere quali siano stati i criteri dell’atto inesistente, possiamo intuire di fronte a quali “progetti elastici” ci possiamo ancora trovare, ma anche quale possibile ricognizione su quei temi si possa riuscire ad effettuare se non chiudendosi entro gli egoismi che, striscianti, fanno diventare viscida e servile quella moltitudine di interessati che, per giustificarsi, moltiplicheranno, a modo proprio, la sostanziale riuscita di scelte fatte su misura personale. Come si può notare, da minuzie, rispetto a cose ben più gravi, possono nascere iniziative dense di ricchezza e testimonianze fattive che si estendono al punto tale che possono penetrare gli intimi recessi di altri interessati che, permeati di principi cattolici e cristiani, di laicismo, permissivismo, edonismo, saranno intaccati, comunque, dallo stesso fenomeno grandioso del tornaconto, di sensi che nulla hanno a che fare con gli stimoli o i confronti ad esclusivo livello di solidarietà, di umiltà, di costruzione reciproca che forma “Chiese deboli” propense a gareggiare a livello burocratico piuttosto che a livello caritativo, assistenziale, missionario, sociale. L’educazione di ciascuno dovrebbe urtare contro modelli prepotenti ed affermarsi con testimonianze evidenti e collettive di valori specifici ma dedizione, gratuità solidarietà, fratellanza stentano a dare frutti pratici perché quasi impossibilitati a consolidarsi in tradizioni ed abitudini di vita, cioè in modelli di condotta. Ne usciremo? Se ripenseremo su come impostare una qualche forma stabile di vita culturale e comunitaria, forse, riusciremo a trasmettere, come è avvenuto in altre epoche, i presupposti di un mondo nuovo ma, soprattutto, di un “piccolo villaggio” in cui, con sofferenza, continueremo a vivere. Si ha fiducia che il rimedio, l’unico rimedio a situazioni di malessere, possa consistere nel lasciare che le stagioni politiche insieme con i conflitti spirituali  si svolgano e si concludano in modo spontaneo, non stancandosi, però, di diffondere opinioni e credenze ai fini di una discussione che, piaccia o non piaccia, non deve finire mai con l’essere oppressa.

mercoledì, 16 luglio 2008

DISORDINE ASSOLUTO

                            

La crisi in atto sui mercati e i relativi processi di globalizzazione delle attività economiche stanno dividendo illustri studiosi e manager sulle terapie e strategie, per far fronte alle necessità di realtà scabrose che potrebbero riguardare molti ordini di fattori e che, con una certa semplificazione, potrebbero essere politici, economici, tecnologici. Politici, in quanto la fine del confronto Est-Ovest, che implicava anche un certo tipo di organizzazione delle attività economiche, è cambiato; economici, per l’affermarsi di principi e di comportamenti con al centro il ruolo del mercato e la libertà d’iniziativa; tecnologici, per le possibilità offerte da informatica e telematica che consentono comportamenti e tipi di flussi economici impossibili da attuare fino a pochi anni addietro. Le azioni che si possono avviare e gli strumenti che si possono utilizzare per raggiungere obiettivi che facciano progredire l’economia sono molteplici ed estremamente differenziabili nei diversi contesti, ma è certo che, in generale, deve diventare essenziale la creazione di un contesto istituzionale che generi fiducia ai potenziali imprenditori per diffondere una cultura imprenditoriale ai fini di promuovere e valorizzare sul mercato le risorse di cui si dispone, le vocazioni e i saperi locali. Occorre facilitare l’entrata sul mercato per nuove imprese, abbassando le barriere all’entrata e promuovendo collaborazioni e reti d’imprese per sviluppare servizi collettivi ed economie esterne, avendo cura di incrementare la formazione delle risorse umane e la trasmissione dei saperi. Non ultimo diffondere l’innovazione e l’applicazione degli standard internazionali.

La laboriosità di tanti piccoli imprenditori e comunità locali che non possono essere definite a priori ma che sono frutto di un continuo interagire tra il mercato e le forze locali, devono poter accompagnare la crescita economica ordinata per rafforzare e accelerare le dinamiche del mercato che, da tempo, si va liberalizzandosi con estensione continua ed anche con crescente competizione. Con la tutela contro le contraffazioni garantite dall’accordo sulla proprietà intellettuale, il rafforzamento della normativa contro le deviazioni, ma anche la maggiore efficacia delle procedure per la soluzione delle controversie, dovrà essere reso più chiaro e coercitivo con la vigilanza  dell’ OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), oggi più conosciuta con il nome inglese World Trade Organization (WTO),  che deve poter svolgere il ruolo ad essa assegnato se non si vogliono istituzioni che non servono a nulla e che, alla fine, vale la pena di sopprimerle. In definitiva, un mercato libero, ma anche sempre più ingiusto, deve poter essere controllato in via preventiva e successiva, e non solo quando è troppo tardi, per rendere credibili le istituzioni deputate ad hoc; per il rispetto degli accordi, per la tutela dei più deboli, per una ordinata amministrazione delle cose di questo mondo che, purtroppo, diventa sempre più una torre di Babele. Se non si vuole il caos, bisogna pensarci in modo approfondito e, soprattutto, affidarsi a persone ed organi che sappiano far fronte all’emergenza e che abbiano le capacità di  usare i mezzi a disposizione, nell’interesse di tutti. Per mettere, almeno, ordine al disordine, per attuare una necessaria quanto impellente, ordinaria ed ordinata amministrazione della cosa pubblica.

 

martedì, 08 luglio 2008

IL RUOLO DEL CONSIGLIO COMUNALE

                                                               

                                                       

Ogni Consiglio comunale ha le competenze in materia di indirizzo e programmazione generale dell’attività di governo e svolge un ruolo di controllo politico-amministrativo. Il rapporto tra maggioranza dell’assemblea consiliare ed il sindaco è predeterminato dal procedimento elettorale e ne risulta influenzato; occorre  però tener presente che i consiglieri sono direttamente responsabili dei provvedimenti che adottano per cui hanno la più ampia libertà nell’esprimere le loro operazioni ed il loro voto. Indirizzi generali e programmazione degli interventi e della gestione effettuata attraverso gli atti fondamentali, verifica dei risultati, attività di conoscenza ed ispettiva, eventuale azione di sfiducia, sono in sintesi, le funzioni attribuite alla competenza del Consiglio comunale. Ma è anche organo di rappresentanza diretta e generale del corpo elettorale e deve, attraverso idonei strumenti da prevedere nello Statuto e nei regolamenti, – che non valgono per sempre – costituire il riferimento diretto della partecipazione dei cittadini alle funzioni di indirizzo e di programmazione dell’attività del Municipio, per lo sviluppo della comunità alla quale lo stesso è preposto. Le decisioni di grande rilievo, che determinano il presente ed il futuro della Comunità, sono affidate al Consiglio comunale. Ma se un Consiglio comunale ha, nel suo seno, confuse maggioranze e minoranze, se viene meno l’esigenza di far corrispondere ad ogni consigliere il suo posto e di assegnare ad ogni posto il suo consigliere, se non si vogliono esplorare le ragioni fondamentali che sottendono i processi di evoluzione sociale in atto e cogliere il grado di incidenza in un processo nuovo della comunità, quale cinghia di trasmissione può più rappresentare per il corpo elettorale? Se si vuole continuare a percorrere la strada che porta a polemiche mai lasciate da parte, se il concetto di cultura si attua solo quando ingloba interessi di parte spinti da un istinto naturale, quando mai un consesso rappresentativo potrà svolgere un ruolo che si possa collegare direttamente all’innovazione ed al cambiamento? Avremo sempre i segni negativi di una caduta di civiltà e i tanti nomi che oggi si indicano quali responsabili della cosa pubblica, non propensi o non idonei ad interpretare i problemi veri sul tappeto, allontanandosi per comodo o per ignavia dalle reali possibilità di avere un ruolo degno, anche svolgendo un ruolo di oppositore, si adagiarà, prima o poi, sul solco di un conformismo che convaliderà soltanto un’illusione di voler cambiare il perverso andamento di una politica generale senza  significati. Quinto Orazio Flacco che sferzava con simpatica ironia le vicissitudini politiche e civili del suo tempo, in una sua satira che potrebbe valere anche per noi, così si esprimeva: “quid rides? Mutato nomine de te fabula narratur”. (Perché ridi? Sotto nome diverso la favola parla di te). E con i tempi che corrono meglio ridere che piangere!

venerdì, 27 giugno 2008

FUORI DAL MERCATO

Scienza e tecnologia non sono considerate in Italia investimenti da tenere in grande considerazione, come avviene, al contrario in America, e tanto meno una nuova cultura, come avviene in Germania o in Francia, ma veri e propri “optional ” cui si devono interessare solo gli esperti. E’ un grande errore. Un Paese industrializzato richiede una cultura tecnologica, altrimenti si corre il rischio che la nostra generazione  lasci ai figli non solo il peso insostenibile del debito pubblico, ma anche una struttura industriale ormai tecnologicamente impoverita, estremamente leggera e quindi effimera. I nuovi fenomeni della società industriale avanzata, da quelli del consumo a quelli dell’automazione, la diversa e più sottile divisione del lavoro, i nuovi simboli di prestigio sociale, hanno portato altri elementi da valutare all’interno dello schema dello sviluppo attraverso i conflitti di classe. I mercati finanziari non sono più quelli di una volta in quanto sono invasi da nuovi padroni che detengono fondi incommensurabili con un mercato,spesso fittizio, che sposta ingenti capitali senza adeguati controlli e, contemporaneamente, con debiti pubblici investiti su scommesse di società incapaci di rientrare dal proprio indebitamento. La globalizzazione sta producendo tali enormi problemi tanto da far parlare di un mercato mondiale impazzito. Il prof. Guido Rossi, filosofo del diritto, padre dell’antitrust, ex presidente Consob, sostiene infatti, e a giusta ragione, nel suo ultimo libro “Perché filosofia” che ” il capitalismo globale sta diventando da un lato antidemocratico e dall’altro nemico delle classi medie”.  Crede nell’Europa che sarebbe la nostra salvezza nonostante i segnali di fragilità che sono arrivati dall’Irlanda, ma è preoccupato anche da una rivincita del nazionalismo del protezionismo. Ora si può essere d’accordo, come nel sistema democratico ateniese, che una vita realmente civile può essere vissuta nell’ambito di una città ( poliz ), oggi, nell’ambito di una Europa; ma è questa, come lo era la poliz,  un centro abitato di modeste dimensioni, con un suo territorio, in ogni parte del quale il cittadino poteva avere la sua casa, la sua indipendenza economica? No, di certo. I giganteschi agglomerati dei tempi moderni, le estensioni territoriali, la mancanza di indipendenza e libertà economica e di pensiero, rappresentano una continua difficoltà da cui scaturiscono enormi problemi culturali e sociali di ogni tipo. Si trova oggi un luogo, come nell’antico sistema democratico ateniese, ove fu scoperta non solo la democrazia ma anche la stessa politica, quel tipo di arte di conseguire decisioni mediante la discussione pubblica e poi obbedire a quelle decisioni in quanto condizione necessaria di una convivenza civile? La più importante caratteristica esterna alla polis era l’indipendenza politica (autonomia), il cui principio era oggetto di devozione quasi fanatica da parte dei Greci antichi perché ciò distingueva la vera polis non asservita ad altre città, ad un signore o ad una potenza straniera. Essere ridotti a tanto implicava un marchio di vergogna. Ora noi come siamo ridotti? Purtroppo, a differenza di uno Stato greco noi non ci vergogniamo e, ciò che è peggio, non sentiamo dolorosamente che la perdita dell’autonomia comporta anche quella della libertà personale. All’interno, il governo poteva essere di qualsiasi forma; cosa che non incideva sullo stato della città. Ma per il diritto di sceglierlo o di cambiarlo, lottarono sempre strenuamente. Quando anche noi propenderemo verso un sentimento che non sia diretto verso la vergogna e a lottare strenuamente per scegliere o cambiare le situazioni avverse?

sabato, 12 aprile 2008

ORMAI E’ DECLINO

declino 

Quella attuale è un’epoca di discontinuità, caratterizzata dal diffondersi di nuove tecnologie dell’informazione e la globalizzazione dei mercati. Il ruolo della politica era quello di assecondare o mitigare le difficoltà di adattamento mentre,oggi, la novità è che le nuove tecnologie da un lato e il fenomeno della globalizzazione dall’altro, non indicano più una via sola, ma aprono un ventaglio di vie dello sviluppo, richiamando l’esigenza urgente di prefigurare modelli di vita ed assetti istituzionali alternativi. Nessun modello di crescita economica, che senza giustizia sociale emargina gruppi di persone, è sostenibile nel lungo periodo, nemmeno dal punto di vista puramente economico. La principale conseguenza è che il libero scambio non è più condizione sufficiente a garantire l’aggancio, la convergenza dei tracciati di sviluppo dei vari Paesi, ove, non al passo con i tempi, si resta indietro e si corre il rischio, come accade qui da noi, dopo la grandezza delle passate gesta, di lasciar languire investimenti, idee con perdita di prestigio internazionale. Quello che spiega il divario crescente tra Nord e Sud del mondo ma anche del nostro Paese non è perciò un problema solo di risorse naturali o di quantità di capitale fisico, quanto pure un divario di sapere e conoscenze. Abbiamo una economia globale senza che vi sia una società civile anch’essa globale con il rischio che il processo di globalizzazione trascini con sé una omologazione che tende a sopprimere le differenze culturali nazionali. Bisogna trovare, quindi, i modi per individuare un modello di sviluppo raccordato, nel quale rendere compatibili gli elementi di specificità e la libertà di circolazione del sapere che possa portare ad un cambiamento sociale con riferimento alle esigenze demografiche, tecnologiche e, perciò, di una nuova organizzazione sociale. Il compito che si pone quindi  per una vera  crescita non è più e soltanto quello del semplice aumento quantitativo della produzione, ma anche quello di una trasformazione qualitativa nella struttura della produzione della società e della cultura del nostro paese. Solo da una perfetta ed equilibrata corrispondenza di questi fattori, con mobilità sociale e mobilità di idee, con stretto rapporto tra “progredire storico” e “progredire culturale” della nostra stessa realtà, possiamo pretendere sviluppo e non vie obbligate da forzature esterne, da imposizioni di modelli economici e culturali che ci porterebbero molto lontani e ci renderebbero estranei alla natura ed alle tradizioni, con effetti imprevedibili e deleteri, per l’intera comunità.  

postato da: giusedoria alle ore 11:02 | link | commenti
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