ROMA (Da Repubblica) –“Il processo breve anche per la mafia e per il terrorismo. Esteso a tutti i reati, da quelli minori ai più gravi. Una grande e unica tagliola. Con la scusa di rendere costituzionale e rispettosa del principio di uguaglianza e del diritto a un identico trattamento una legge che, così com'è oggi, ha incassato più zeri in pagella di qualsiasi altra delle 19 leggi ad personam prodotte per il capo del governo e i suoi amici. Al punto che se ne sono resi conto perfino gli autori, gli avvocati del premier Niccolò Ghedini e Piero Longo, che giusto in queste ore, ufficialmente per correre ai ripari, stanno ideando un meccanismo che costringerà i giudici a far di conto per ogni tipo di reato.
I due studiano e riscrivono il ddl da capo a piedi prima della discussione al Senato. E dal restyling salta fuori la novità più clamorosa: anche per i processi sulla mafia e sul terrorismo i giudici dovranno rispettare una scadenza per ogni fase dibattimentale. Quanti anni per primo grado, appello, Cassazione? Cinque o sei come ipotizza qualcuno nel Pdl, oppure un tempo più ristretto, tra i tre e i quattro anni? È la scelta più difficile che al momento è ancora in bilico perché è legata alla scansione temporale da fissare per tutti i reati”. Rammento un mio commento di giovedì, 09 aprile 2009, dal titolo “Davanti ai tribunali”:
“Ora la nostra mente va pure all’armamentario legislativo e processuale del nostro sistema giuridico, ove ci troviamo smarriti e perplessi di fronte ad un’analisi che riguarda moltissime leggi vecchie e nuove, con un divenire di massima ingiustizia che non è certo l’ideale per una sana vita giuridica; necessariamente, devono pure essere compresi diversi giudici, i quali dovranno impietosamente riconoscersi “inadeguati”, come categoria, formazione professionale, apparati strutturali, ad un corretto uso della macchina giudiziaria. Servono coscienze per vivere un momento, un’occasione dalla quale trarre spunto per una autentica rifondazione dell’ordinamento giudiziario, ed, ancor prima, delle categorie relative all’attività giurisdizionale. Anche il tempo dell’immobilismo fisico ed intellettuale dei giudici è finito; non ha più senso radicalizzare situazioni tipo quelle degli ex pretori mandamentali che per decenni sono restati abbarbicati in una determinata sede, come veri governatori. Oppure di coloro che, per dimostrare il proprio eclettismo, peraltro ancora assurdamente premiato, si spostano con frenesia da un settore all’altro, passando con estrema incoscienza dalle controversie di lavoro a quelle agrarie, e da queste ai problemi dei tossicodipendenti, dei minori, per ritornare poi alla materia fallimentare, passare imperturbabili da una Corte d’Assise e giungere ad un incarico direttivo.E’ chiaro che chi adopera lo strumento legislativo debba essere abile ed esperto in tale funzione o, quanto meno, così umile e consapevole da dichiararsi disposto ad acquisirne le tecniche le cui carenze, approssimazioni e forzose sintesi compromissorie evidenziano il problema enorme delle non corrette utilizzazioni delle norme giuridiche. Non intendendo giudicare nessuno, ritengo sia molto chiaro che se una responsabilità va ricercata, essa fa capo a chi permette il crearsi di simili situazioni. Il sonno della ragione partorisce mostri che non sono da contrastare come chi, invece, non ha vegliato in modo più consapevole. Allora le attese e le speranze per una riforma della macchina giudiziaria, generale ed organica, che abbia come scopo un nuovo ordine dell’intero sistema, sono tante per non far naufragare l’idea che deve indurre a porre l’uomo e le sue vicende in una posizione di centralità, cui tutto il complesso e artificioso macchinario scenico di ogni processo deve, per forza di cose, servire ed essere asservito”. Sono ancora valide le considerazioni fatte?
Il periodico d’informazione “ZOOM” torna dopo circa quattro mesi di fermo ma, questa volta, con la ferma intenzione di essere un mezzo di diffusione completamente autonomo, con una propria registrazione, per essere veramente indipendente su avvenimenti “interni” ma anche esterni alla nostra Comunità.
Mi piacciono, in particolare, l’articolo della prima pagina di Walter Paiano “AAA cercasi trasparenza”, ove si mettono in risalto alcune delibere di giunta che fanno emergere scelte di autorità operanti secondo scopi non sempre corrispondenti al pubblico interesse ed il successivo articolo di Antonio Zuccalà “Il PUG si è inceppato”, ove emergono carenze nella relativa tabella di marcia in quanto, di fatto, si nota l’assenza di un disegno organico con enorme dispendio di energie e con scarsa razionalità politica mista a tradizionalissime forme di propaganda e di retorica populistica finalizzata alla conservazione del consenso.
Il 29 gennaio 2009 osservavo:”
“Purtroppo la capacità di partecipazione, per così come è stato ed è concepito il “partecipapug”, è molto depotenziata. La marginalità sociale, il non aver voce determinante, il non essere in grado di partecipare, di non voler potenziare le capacità di accesso agli apparati amministrativi e di trasparenza, finiscono col limitarsi ad una registrazione approssimativa dei livelli di accordo e disaccordo, senza alcuna vera partecipazione attiva e senza alcuna possibilità di proposizione nell’esprimere ciò di cui si ha veramente bisogno, ma anche senza alcuna possibilità di definire modalità organizzative per esercitare, in forma associata, anche l’attività di controllo. Tutto ciò denota che istituzioni deboli, nel senso di scarsa fiducia negli organi di governo locale e loro modesta affidabilità, facciano crescere, nel giudizio dell’opinione pubblica, analisi negative ove “l’irregolarità” diventa un fenomeno troppo diffuso”. Ed ancora:
“La tutela dei valori ambientali, storici e culturali che il territorio esprime, può arricchirsi e affinarsi progressivamente grazie al contributo dei cittadini mediante il metodo della copianificazione per aprire ad obiettivi e strategie della comunità locale, oltre ad altri enti ed organismi, a vario livello, coinvolti pure nel governo del territorio”.
I risultati che si vogliono raggiungere non sono né vogliono essere richiesta di ostilità, di mero incontro occasionale, né di scambio o di sfruttamento, ma il modo per trovare, al contrario, un accordo produttivo su questioni di interesse comune. Se tutto questo è ancora vero, oggi, c’è bisogno, allora, che i grandi temi, che altro non rappresentano che i problemi della città, dall’occupazione all’uso e la tutela del territorio, diventino serio oggetto della nostra iniziativa politica con una nuova cultura rinnovata a partire dalle esperienze che si fanno in luoghi in cui si lavora e si amministra, dentro e fuori l’amministrazione comunale.
Il termine democrazia suggerisce l’idea che l’enunciato in questione sia effettivamente ben confermato da materiale di prova rilevante a disposizione; ma se il reperimento, reclutamento, la selezione, la preparazione dei deputati e senatori e dei ministri si basano su regole estremamente duttili dettate dalla linea politica assolutista del capo di turno; se la prudenza, che dovrebbe essere amore che sa dirigersi nelle proprie scelte, diventa discernimento superficiale del quando e del come agire e fare e lasciar agire; se la disponibilità sui mezzi adeguati per una generosa collaborazione tra forze politiche alla crescita dell’uomo si lascia fuorviare da motivazioni meno chiare come simpatia e preferenze, ricerca di sé, vanità ed orgoglio, cura delle apparenze, passività e pregiudizio; se l’intuito, il tatto, il consiglio che sono indispensabili insieme con il richiamo a informazioni precise e fondate per una competenza tecnico-esecutiva, si traducono in temporeggiamenti, machiavellismi per rifuggire da impegni gravosi e compromettenti; se il costume vigente di moltissimi amministratori si basa su una bella ragione corrotta che corrompe ogni cosa con una enorme confusione tra azioni virtuose e ladrocinio; se in ogni partito la politica si esercita a colpi di telefono senza confronto e dialettica interna; se l’informazione consiste di più a scoprire il privato di altri e sul quale giocano le identificazioni e i problemi di ciascuno; se tutto ciò sta accadendo, significa riconoscere praticamente che, nel suo ordine e grado di essere, la democrazia è malata. Lo Stato, rappresentato malamente, sta diventando una macchina per la oppressione di un ambito territoriale a favore di un altro con una linea politica generale, che non esclude nessuno, secondo la quale c’è un solo modo per migliorare le cose, quello cioè della conquista di potere fine a se stesso. Non resta altro che sperare, essendone convinti, nelle nostre capacità a saper instaurare un rapporto fra persone di buona volontà che si serva della solidarietà, della collaborazione e della cooperazione. Una vita comunitaria di gruppo, con partecipazione consapevole alla vita sociale, per difenderci dai meccanismi prepotenti di altri, capendo che tutti i problemi politici sono anche problemi istituzionali che ci appartengono e che il progresso verso una maggiore uguaglianza può essere salvaguardato mediante il controllo istituzionale del potere.