E’ certo che non si può parlare di Partito se, prima, non si risalga all’elemento primo, che è promotore e costruttore di esso. Tale è, ovviamente , l’uomo. Ma quale uomo? Quello quale lupo crudele ad un altro uomo, oppure il migliore essere uscito da madre Natura che ha gli occhi chiusi e non vuole aprirli dinanzi alla realtà concreta dell’esistenza umana effettiva? Non si può negare che, in tanta varia umanità, vi siano uomini saggi, onesti, laboriosi e amanti del bene proprio e altrui ma è altrettanto innegabile che vi siano, all’opposto, uomini sciocchi, disonesti, egoisti, crudeli, capaci di compiere indifferentemente, con privilegi e pretese sopraffattrici, azioni inusitate. Così si mette in risalto, peggiorando i rapporti, l’avvenuta rottura tra sfera pubblica e sfera privata con conseguente crisi dei tradizionali canali di socializzazione. L’impoverimento culturale e la frammentazione della vita quotidiana, con la “colonizzazione del mondo vitale”, i sottosistemi economia e stato, guidati e controllati dai media, potere, denaro, diritto, diventano sempre più opprimenti. E ciò mentre emerge di più la necessità, in una società super organizzata, di un tipo di guida politica che sia in grado di proporre obiettivi di interesse comune e non d’èlite, collettivamente accettate e soddisfatte, con forme di gestione che non si identificano certo con quelle di tipo oligarchico, plutocratico, tecnocratico.
Intervenendo con mezzi monetari e burocratici, questi sottosistemi penetrano nella riproduzione simbolica del mondo vitale. In questo nascere di conflittualità, occorrono “potenziali di protesta” di cui i giovani dovrebbero essere i portatori principali che non mi sembra siano più canalizzabili in partiti ed associazioni ma piuttosto in quelli della riproduzione culturale, dell’interazione sociale e della socializzazione. Mettendo a nudo la logica di funzionamento della nostra società, facendosi carico dei tanti conflitti, bisogna spostarsi nel campo culturale per captare il senso dell’agire quotidiano, l’identità personale, il tempo e lo spazio di vita. Una “rivoluzione silenziosa” insomma che, in particolare, spinga i giovani, essendone più sensibili, alla solidarietà, alla comprensione, alla tolleranza in opposizione all’individualismo e alla sfrenata competitività economica. Bisogni di eguaglianza sociale che non debbono essere confusi con la massificazione standardizzata dei comportamenti sociali ma che debbono rappresentare bisogni di libertà delle cose nel senso del superamento della dipendenza da beni materiali che, a loro volta, non debbono essere confusi con la libertà di avere più cose. Bisogni che partono dalla disponibilità acquisita per tutti di un bagaglio congruo di beni materiali e di risorse sociali per costruire su percorsi più avanzati di personalizzazione dei modelli di integrazione sociale. Una nuova politica che sottolinea, quindi, i problemi della qualità della vita, dei diritti dell’uomo, dell’autostima individuale, della partecipazione che non deve restare consultiva, parziale e, soprattutto, non deve essere affidata soltanto alla sensibilità del singolo amministratore.
Le numerose situazioni quotidiane dinanzi a cui ognuno si trova vitalmente impegnato, cominciano in queste ore, e lo sarà di più nei giorni futuri, ad essere interessate da telefonate e richieste di incontri politici ai fini, si dice, di tenerci informati sulle prossime scelte riguardanti le elezioni provinciali ed europee, nonché per chiedere voti a favore di questo o quel partito, di questo o quel gruppo, questo o quel candidato. La scelta di ciascuno di noi “vocazionale”, che dovrebbe essere coraggiosa, comincia a diventare fantasiosa, non realistica, coordinata da altri che, furbescamente, giocano con noi, promettendo grandi cose, tra un livello di aspirazione ed effettiva possibilità individuale e sociale, confondendo il tutto in un ibrido miscuglio di scelte sul piano politico-sociale. Nel caso di richiesta desiderata o anche desiderabile, vengono fuori le risposte positive più allettanti che sicuramente, subito dopo, si riveleranno sterili e caduche. La giustificazione sarà che la colpa della mancata promessa è degli altri o di una previsione che non è stato possibile attuare per un groviglio di altre situazioni sopravvenute.
Ma quando capiremo che l’autentica informazione e l’autentica scelta non è quella che ci viene confezionata in modo interessato da chi cura il proprio interesse, specialmente in determinate occasioni, ma quella, invece, che prepara la persona abitualmente capace di assumere compiti responsabili, in nome proprio? Quando cioè si capirà che è necessaria una propria capacità di indirizzo intellettuale, di guida razionale pratica nelle determinazioni della volontà libera e non condizionata dall’interessato candidato di turno, peraltro venuto fuori dagli ingranaggi di un sistema dal quale siamo stati esclusi?
Comunque sembra che questi passi, da tutti, vadano compiuti e che i risultati che verranno fuori rappresenteranno la selezione potente di quel gruppo più abile, nel servirsi degli altri, ricevendone un vantaggio incomparabilmente maggiore di quello che una superiore intelligenza avrebbe potuto conseguire. Concatenando il tutto, però, potremo sostenere, ad elezioni terminate, con risultati che non ci accontenteranno pienamente anche per meccanismi elettorali complicati e di molto lontani dal rispecchiare la vera maggioranza dei cittadini, che il popolo ha deciso democraticamente e che, anzi, è aumentato il vigore della attività politica di chi vota e di chi non vota. Così dopo l’elemento di eccitazione prima e di aspettativa poi, prenderemo atto che a prevalere sarà un altro elemento, quello della frustrazione e, con esso, una meritata punizione per la nostra dabbenaggine che si ripete, costantemente, in occasione di ogni tornata elettoralistica. La conclusione sarà come si dice: “chi ha dato ha dato, chi ha avuto, ha avuto”. Alias: “alea iacta est”. “Il dado è stato lanciato”.
L’azione umana può avere più di una motivazione, così come un racconto relativo ad essa può contenere più di un singolo aspetto, più di una implicazione. Tali racconti possono sviluppare molteplici significati a seconda del carattere, dei desideri e delle circostanze dei narratori e degli uditori. Sono quindi soggetti a variare di qualità e di funzione. Il difetto principale, oggi, a mio modo di vedere, potrebbe consistere nel prendere in considerazione il racconto del politico, di un amministratore locale e nazionale riguardante alcune analisi che presuppongono una serie di teorie universali, che reciprocamente si potrebbero escludere, ciascuna delle quali può venire facilmente confutata, raccogliendo decine di casi indiscutibili che contrastano con essa. Eppure può sembrare che alcune teorie possano illuminare molti cittadini, oppure tutti coloro che si associano ad un particolare tipo di società o cultura, come ad esempio, potrebbe essere in una aggregazione di partito. Ma qui alcuni ardori iniziali verso l’affermazione di una teoria, che tale non sarebbe se non esistessero fenomeni sociali per i quali essa sembra più o meno rilevante, si spengono subito dopo di fronte all’esistenza di altre teorie ed in particolare di fronte ad una, seconda la quale, non esistendo una sola tesi, tutte le altre sono errate. Si può ben capire allora quanto sia difficile creare una figura carismatica di leader - molto spesso viene riconosciuto tale con semplice acclamazione e con provvisorietà - che sappia fare sintesi di tanti fenomeni, tanti principi, avendo in mente una qualche teoria tanto semplice, ma convincente per una platea superficiale e distratta, da meritarne, a mala pena, il nome. In definitiva il leader costituisce una categoria enormemente complessa e nello stesso tempo indefinita e ad essa dobbiamo essere liberi di applicare una qualsiasi di un’intera serie di possibili forme di analisi e di classificazioni. Comunque non tutte le leadership sono suscettibili di spiegazione. Ma pure questo può implicare che ogni capo deve essere assoggettato a sostituzione per avvenimenti nuovi riguardanti l’ambiente storico e sociale che fu la causa vecchia della sua elezione o del suo riconoscimento. Ne consegue che un leader non può essere tale per sempre e, spontaneamente dovrebbe, senza accanimenti procedurali, farsi da parte quando percepisce o a lui viene fatto presente che la sua parabola discendente è a buon punto. Ciò deve implicare, in senso buono, la considerazione che bisogna, di continuo, fare ogni possibile approccio per scegliere, con il presupposto di cambiare, tutti quelli che possono essere promettenti. Nel senso cattivo, la selezione potrebbe avvenire più o meno meccanicamente con la conclusione che il risultato sarà un miscuglio di frammenti discordi.
Il tema non è proprio nuovo. Non lo è nella sua concisa titolazione né, d’altro canto, nella sostanza. E’ però in questa “modernità” che trovano posto gli interrogativi del nostro problema. Illegalismo di grande proporzioni, in quanto forme di produzione economica che attraversano gli stati travalicandone il carattere nazionale, sono il punto di maggior rottura e conflitto tra ragioni diverse intorno all’uso delle risorse: una ragione politico-giuridica e il suo antagonismo. Si tratta di capire come a quella dimensione di ingiustizia possa contrapporsi un diritto adeguato capace di controllare e vanificare l’uso distorto delle risorse collettive che i fenomeni di corruzione pongono in essere. La crescita della produzione e della ricchezza, l’aumento della popolazione, la mutata natura e qualità delle pratiche illegali, la loro diffusione in vasti strati del corpo sociale, esigono, ormai da tempo, un diverso regime punitivo all’interno di una nuova economia del potere di punire. Il “diritto di punire che è stato spostato dalla vendetta del sovrano alla difesa della società”, se calibrato solo sul presupposto che da un lato c’è il politico corrotto e dall’altro tutta la società lesa nel suo patto costitutivo, lascerebbe senza misura e limite la riparazione pretesa dal corpo sociale e, sperequata, risulterebbe la misura di una “calcolata economia della pena”. Si potrebbe arrivare ad indurre le “persone di cuore e umanità” alla assuefazione e quindi alla indulgenza non dovuta. E’ necessario, perciò, un criterio nuovo che deve, da qui in poi, ispirare calcolo, modulazione distribuzione degli effetti del potere di punire ma, a monte soprattutto, del potere di controllo per riconsiderare gli effetti di ritorno del controllo stesso e del successivo castigo ai fini di evitare propagazione e squilibrio che i reati possono indurre sull’ordine sociale. Non si vuole peraltro qui sostenere che abbiamo bisogno di martiri o di eroi; semplicemente, al contrario, che vogliamo segni che facciano emergere il senso della legalità, della pulizia morale oltre che materiale che, purtroppo, da tempo è poco considerata. I partiti, i vari movimenti ormai fanno poco o sono impotenti a reagire sul modo con cui si fanno le candidature, le liste, che bisognerebbe cominciare a vagliarle con grande oculatezza, controllando, come si faceva una volta e non certo formalmente, ogni comportamento ed inclinazione della umana volontà per evidenziare, già in prima battuta, vizi e virtù di chi si cimenta in competizioni elettorali. Il passaggio, poi, da potere legittimato o da “sapere specializzato” per una necessaria riduzione della complessità sociale, a potere “occulto”, comporta degenerazione del potere che, per la sua incontrollabilità potrà essere accompagnato dalla fatalistica convinzione della sua irrefrenabilità e invincibilità. Da questo modo di fare, se non cambieranno al più presto le regole del gioco amministrativo e le mentalità passive di acquisizione di una concezione insopportabile di alcune cose di questo mondo, il terreno di coltura dei diversi poteri e sotto poteri occulti, che determina spesso la vita dei cittadini, alimenterà sempre più l’impotenza del potere sovrano del popolo.
I problemi della politica sono diventati sempre più complicati insieme con le soluzioni soddisfacenti sempre più rare. Le tendenze anti democratiche latenti dovrebbero diventare motivo di preoccupazione di una minoranza, se minoranza c’è nel Consiglio comunale della nostra cittadina, per sviluppare principi che riguardano la battaglia per la stessa difesa della democrazia. Una linea politica che mette in risalto come la responsabilità delle scelte ricade sull’opposizione non meno che sulla maggioranza, sino a ritenere che ogni opposizione ha la maggioranza che si merita. Dobbiamo renderci conto che tutti i problemi politici sono problemi istituzionali che, se sono diretti verso una maggiore uguaglianza, possono essere salvaguardati soltanto con il controllo istituzionale del potere. Ora le minoranze offrono oggi esempi per parlare di battaglia coerente a favore di una società civile? Oppure l’attuale minoranza offre piccoli rimedi a fronte di cause importanti creando incoerenze e disarmonie tra società civile e politica? Se proviamo a costruire una sintetica rubrica delle forze presenti in Consiglio comunale della nostra città , ci si disperde, non riuscendo a trovare le prove di un convincente indirizzo politico con i relativi sforzi diretti ad ottenere gli effetti desiderati. In un momento in cui i prezzi salgono, i redditi scendono, dove è in atto, invece, una redistribuzione del potere e della dipendenza, diventa necessario far crescere la declinante fiducia nelle capacità di chi governa e nelle istituzioni di governo; ma da questo compito non è esclusa la minoranza che ha l’obbligo e il bisogno di verificare se stessa, attraverso la proposizione valida di idee per dare risposte alle esigenze della società ma, dal momento che nessuno conosce tutto, cercare, quanto meno, di garantire la possibilità di dare risposte diverse, preservando le condizioni per il dibattito critico, razionale, in cui sia possibile giustificare di essere in disaccordo. Quali sono i principi in base ai quali proponiamo o prendiamo le decisioni, in altre parole, vivendo in un mondo di incertezze, come si può riuscire a contrastare interventi esecutivi della maggioranza che possono limitare direttamente l’area della libertà individuale, minacciando indirettamente la conservazione della libertà. Se manca una solida e radicata democrazia politica e la dimensione di agorà, dove sono visibili le ragioni dei soggetti, non coglieremo la complessità dell’ambiente in cui si affacciano moltissimi temi di cui soltanto alcuni diventano decisione vincolante a danno di altri con il pericolo di costruire, anche per la complicata storia dei soggetti stessi, progetti particolaristici.
La minoranza, ad oggi, è stata attiva ed è riuscita a guadagnarsi un "sostegno sociale alla non-conformità", cioè avvalersi della presenza, nella vita sociale, di persone in grado di sostenere le opinioni del singolo di fronte alla maggioranza o all'autorità, rompendo così il consenso sociale della maggioranza, non certo per distruggere ogni cosa anche quando è buona, ma soprattutto per proporre costruttivamente controllando il potere sia formalmente che informalmente?

Il "Lodo Alfano" tutela la libertà oppure nuoce alla democrazia? Doveva essere rafforzato da una legge costituzionale o è sufficiente una legge ordinaria? Il Consiglio Superiore della Magistratura fa bene o male quando firma appelli contro alcune leggi sulla giustizia? Domande retoriche che pongono, però, l’esigenza di considerare la comparsa di nuove forme della volontà di conoscere la verità. Vengono in mente alcune considerazioni del Foucault: “ credo insomma che questa volontà di verità, così sorretta da un supporto e da una distribuzione istituzionali, tenda ad esercitare sugli altri discorsi – parlo sempre della nostra società – una sorta di pressione e quasi un potere di costrizione”. Ed ancora: “ ….Ora, questa volontà di verità, come gli altri sistemi di esclusione, poggia su di un rapporto istituzionale: essa è rinforzata, e riconfermata insieme, da tutto uno spessore di pratiche come la pedagogia, come il sistema dei libri, dell’editoria, delle biblioteche, come i circoli eruditi una volta, i laboratori di oggi. Ma essa è anche riconfermata, senza dubbio più profondamente, dal modo in cui il sapere è messo in opera in una società, dal modo in cui è valorizzato, distribuito, ripartito, e in certo qual modo, attribuito”. Quindi si possono avere molte verità di cui, spesso, non si può riconoscere tutta l’importanza se non col mezzo dell’esperienza personale che, se non accettata, si unisce ad un’altra negativa situazione che comporta un’altra verità: il difetto di discussione. Quali mezzi procacciarsi perciò, avendo abbandonato quelli che avevamo, per non accettare passivamente un’opinione, sia pure corrente, e comprendere a fondo gli argomenti? Un pregiudizio, però a volte vivifico, potrebbe essere pure quello di considerare alcuni discorsi pericolosi, e nello stesso tempo indispensabili, per il potere che non può farne a meno né consentirne una proliferazione libera ed incontrollata. Per un certo verso deve produrli se vuole stabilizzarsi e legittimarsi; per altro deve limitarne la circolazione consentendone alcuni, impedendone altri, avendo presente che il controllo è tanto più efficace quanto meno avvertito da coloro sui quali si esercita; a Roma come a Galatone.
Con il Foucault ancora: “ La verità non è al di fuori del potere, né senza potere….La verità è di questo mondo; essa vi è prodotta grazie a molteplici costrizioni. E vi detiene effetti obbligati di potere. Ogni società ha il suo regime di verità, la sua politica generale della verità: i tipi di discorsi cioè che accoglie e fa funzionare come veri; i meccanismi e le istanze che permettono di distinguere gli enunciati veri o falsi, il modo in cui si sanzionano gli uni e gli atri; le tecniche e i procedimenti che sono valorizzati per arrivare alla verità; lo statuto di coloro che hanno l’incarico di designare quel che funziona come vero”. A Roma come a Galatone. Infine, sempre vigili ed attenti, ricordando che, con le parole di un poeta: “ La verità non è di questo mondo, è un imbecille chi non sa mentir! ” Ma saremo tutti d’accordo?
Ricercando le cause della vittoria della destra, Massimo D’Alema, in un corso organizzato dalla fondazione “Italianieuropei” nell’analisi dell’Italia post voto, pone in risalto come la sinistra non abbia saputo dare risposte adeguate ai nuovi problemi, lasciando alla Chiesa cattolica un ruolo di supplenza, in una società smarrita “per gli effetti boomerang della globalizzazione”, che ha offerto risposta costruita “sull’alleanza tra potere e religione” e dettando il programma di governo alla maggioranza di destra che di più ha saputo interpretare bisogni e dare certezze sui relativi interventi risolutivi. Ma la crisi delle ideologie e dei partiti ed una riduzione della partecipazione religiosa organizzata, con una perdita secca di idealità, può giustificare momenti di coagulo tra Stato e Chiesa, se non per momenti di natura effimera e di tipo emozionale? La gestione della cosa pubblica come anche una religione diffusa si presenta, oggi, come massa amorfa, ondeggiante, sensibile alla ricerca di miti, liturgie laicali con tentativi di aggregazione di ogni tipo, dalle sagre paesane ai movimenti e fenomeni settari, agli oroscopi, alle stregonerie, ai guaritori, ai paranormali. Allora sembra che questi fenomeni appartengono più a frammenti di religione, a desiderio di uno Stato rappresentativo, piuttosto che a forme di patti più o meno espliciti tra Chiesa e potere politico che può essere pure tentazione demoniaca, ma che, in realtà, non coglie sul senso civico e patriottismo che, nel nostro Paese, sembra in netta diminuzione; anche se, sarebbe auspicabile, che la società civile e religiosa fossero davvero uniti, come l’anima e il corpo, senza che ciò comportasse conflitto di opinioni e credenze o ingerenze pericolose. Sono in atto sistemi di massificazione ed eterodossia proprie delle società complesse la cui frammentazione, che porta verso un politeismo dei valori, ne è fenomeno sintomatico. Può sembrare che un laicato cattolico e il cosiddetto mondo “laico”, non in contrapposizione al mondo ecclesiastico ma al mondo confessionale, stiano procedendo per vie parallele al costituirsi di forze antagoniste che si modellano vicendevolmente rafforzando, contemporaneamente, l’aspetto antropologico ed umanitario alla ricerca di forme forti di vivacità intorno ai grandi problemi della pace, della sopravvivenza ecologica, della solidarietà universale. L’effetto combinato di queste due tendenze, mentre porta ciascuno dei due poli a costituirsi come elemento forte che aggrega ogni altro fenomeno secondario, può condurre anche al formarsi di nuovi ambiti etici comuni su cui si costruiscono rapporti fecondi di convivenza civile in aperto contrasto con alcuni tentativi di chiusura verso le sacche di emarginazione, i popoli di colore, le nuove povertà, i margini di ogni tipo, cioè contro gli effetti perversi dei meccanismi economici prevalenti e degli egoismi individuali, nazionali e sopranazionali. Sarebbe auspicabile, perciò, un consolidamento di tale fronte comune contro tentazioni normative di natura liberal-radicale che sembrano destinate a scatenarsi, innestando forme vistose di disimpegno e di deresponsabilizzazione individuale e collettiva.

Metodo democratico nei partiti, come se già non fosse previsto dall’art. 49 della Carta Costituzionale sin dal 1948, è una proposta di legge che, discussa dal Consiglio Regionale pugliese, è stata rinviata, rischiando, come nelle previsioni, di essere bocciata. Una proposta che, se approvata, dovrebbe rappresentare un esempio per l’intero sistema politico nazionale, in particolare, tra gli altri punti, per la prevista incompatibilità tra incarichi politici ed amministrativi; come se, nel passato, non si fosse già attuato questo principio spontaneamente ed opportunamente. E’ in riferimento ai voti, al confronto elettorale, alla differenza tra partiti ed associazioni, circoli, sia pure con finalità politiche, che si sta provvedendo ad un testo legislativo, oppure per una ragione di erogazione dei rimborsi per le spese elettorali? O forse anche per dare una parvenza di serietà ai rapporti interni dei partiti, nel rispetto delle minoranze, e non apparire, alla fine, una casta chiusa? Bel modo di operare e come siamo lontani dai ragionamenti dei grandi politici del passato. Alcide De Gasperi , leader della formazione politica dei cattolici democratici, nel dicembre del 1943, sul giornale clandestino “Il Popolo”, che poi sarebbe diventato l’organo di stampa ufficiale della DC, così si esprimeva : “ Le riforme politiche, sociali ed economiche, le garanzie costituzionali, i controlli amministrativi, le stesse sanzioni penali, restano inefficaci se non è viva ed operante la coscienza morale. Il carabiniere, il finanziere, il revisore, il giudice non bastano a frenare e sopprimere la corruzione. Bisogna che controllati e controllori, custodi e custoditi, governo e governati si sentano responsabili innanzi al supremo Creatore e Moderatore di tutte le cose. I conflitti sociali non si possono comporre senza il senso di fraternità che è fermento della civiltà cristiana”. Ed ancora, trent’anni più tardi, un altro uomo politico democratico cristiano, Aldo Moro, destinato, qualche anno dopo, al sacrificio estremo per mano di un gruppo di assassini, tracciava un quadro della realtà italiana che è insieme lucida analisi e profezia. Alla Camera dei Deputati, il 2 dicembre 1974, pronunciava le seguenti parole: “ Il Paese, non ha trovato, evolvendo, un suo assetto definito ed accettabile. Il criterio interpretativo per intendere il significato vero di questa come di ogni altra pericolosa crisi di questi anni, è qui. Non si tratta di sovrastrutture, ma di fenomeni di base. E sarebbe vano apportare piccoli rimedi a fronte di cause importanti. C’è una sproporzione, una disarmonia, un incoerenza tra società civile, ricca di molteplici espressioni e articolazioni, e società politica. Tra l’insieme delle esigenze, nel loro naturale ed immediato modo di manifestarsi, ed il sistema apprestato per farvi fronte e soddisfarle. Le ispirazioni dei cittadini emergono e si affermano più velocemente del formarsi delle risorse economiche e del perfezionarsi degli strumenti legislativi. Antiche ingiustizie non sono state ancora riparate. Non solo è debole e intermittente la nostra economia, ma è discontinua nel suo stesso impetuoso fiorire la vita sociale; stanca la vita politica, sintesi inadeguata e talvolta perfino impotente dell’insieme economico-sociale del Paese. Non dico tutto questo per scoraggiare, ma invece perché si moltiplichino le energie e si applichi la più tesa attenzione, non su di un punto solo ma su tutti, dovunque insomma c’è qualcosa che non va o un’istituzione che non riesce ad assolvere, puntualmente, il proprio compito”. Che grande differenza tra i validi ragionamenti e suggerimenti dei grandi uomini del passato e la pochezza e vacuità dei ragionamenti politici odierni con deboli e deludenti proposte opportunistiche.