Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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mercoledì, 14 ottobre 2009

FONDAZIONE DI PARTECIPAZIONE

Prende corpo sociale e schema procedurale la fase della promozione e costituzione di una “Fondazione di partecipazione” denominata “LA CITTA’ DEL GALATEO” che mediante l’elaborazione di strategie partecipate e condivise di sviluppo locale potrebbe sostenere

e promuovere la crescita della città di Galatone. In tale contesto rivestono particolare importanza la tutela, la conservazione e il miglioramento dell’ambiente e del paesaggio, nonché la valorizzazione della cultura, delle tradizioni e del saper fare locali.

Tra gli scopi anche quello di promuovere ed organizzare manifestazioni, convegni, incontri, procedendo alla pubblicazione dei relativi atti o documenti, ed ogni altra iniziativa idonea a favorire la realizzazione degli obiettivi individuati e favorendo i contatti tra la Fondazione stessa e gli operatori del settore e/o di altri soggetti ad altri settori direttamente o indirettamente connessi all’attività della Fondazione medesima.

Di fronte a questa ampia gamma di problemi, quale può essere la risposta giusta? Cercare prima di accettare ciascuno con le proprie difficoltà, i propri problemi per mettere le iniziative in condizione di normalità “provvisoria” in quanto non si può pretendere che tutto il mondo si adatti a noi; costruire pure strutture che mettano in condizione la Fondazione di reagire positivamente alle diverse svariate situazioni che si presenteranno e che potrebbero non essere favorevoli alle esigenze statutarie. Passare poi da una fase di rapporto con gli altri ad una fase di adattamento attivo alle realtà che sono davanti agli occhi di tutti. E’ evidente che la prima fase, difficile come ogni inizio, da protettiva deve poi diventare, con un impegno sempre più attivo, reattiva, con un agire strategico che implichi un quadro di riferimento unitario con altre associazioni; con una elaborazione di regole del gioco cooperative per assumere una prospettiva abbastanza ampia, proporzionata alla natura dei problemi da trattare, con la predisposizione di risorse per le correzioni in corso d’opera, con il controllo degli impatti della propria azione, mediante valutazioni accurate, dividendone insieme le responsabilità.

A livello di scelte c’è il problema della cooperazione tra attori di tipo diverso; a livello progettuale e cognitivo c’è il concorso di saperi diversi, spesso molto distanti e non abituati a sviluppare insieme gli argomenti migliori. Allora bisogna cercare di assumere questa problematica dicendo che l’integrazione tra realtà diverse deve essere cognitivamente esigente e che nel costruire i tanto desiderati quadri di riferimenti occorre muoversi sullo stretto sentiero tra miglioria del senso di orientamento delle strategie e rischi di caduta in nuovi equivoci pianificatori ex ante e dall’alto di cui non abbiamo certo bisogno: ma il bisogno è quello di una più riconoscibile gradazione delle progettazioni per raggiungere l’effetto d’integrazione tra politiche diverse ma tutte rilevanti per la qualità dello sviluppo del territorio. Si spera, infine, che non prevalga la frammentazione o, tra diversi attori, la collusione o la defezione ma un elevato livello di cooperazione tra gli attori orientato ai risultati efficaci necessari anche per orientare azioni istituzionali per l'indispensabile accesso ad alcune fonti di finanziamento che superino blocchi decisionali e rallentamenti burocratici.

Il conseguimento di questi diversi risultati ci attende, ben consci, che i contenuti culturali non siano da ordinare secondo uno schema sistematico e manualistico, ma siano finalizzati al rafforzamento di una comunità di fronte all'insorgere impetuoso dei problemi umani che caratterizzano questa fase del nostro vivere.

giovedì, 08 ottobre 2009

LODO ALFANO ILLEGITTIMO

 

Dopo la sintetica lettura della recente sentenza della Corte Costituzionale, si aprono riflessioni e discussioni, anche critiche ed accese, per dare contributi idonei a mettere in luce problemi che possono essere ricondotti ad uno solo: se può fare problema la trasmissione del dissenso su norme, principi e valori di democrazia costituzionale con un eccesso di “privatismo” e di individualismo accertato per cercare di disfarsi, a cicli sempre più brevi, di contenuti salienti della nostra Carta di fondazione della Repubblica in questo mondo di crescente dinamismo tecnologico e di

 ipercomplessità frammentata nella vita sociale.

Ora le generazioni adulte, e soprattutto le anziane, hanno più spessore di memoria storica e più stimoli di esperienze personali associati agli eventi in qualche modo riflessi anche nella Costituzione; ma è così se si verifica un confronto fra alcuni tratti salienti del testo costituzionale ed atteggiamenti e pensieri dei giovani d’oggi? E se qualcuno, approfittando di chi ne sa poco o nulla dei contenuti della nostra legge fondamentale, la cui conoscenza è alquanto debole e in alcuni tratti confusa, volesse ingannare per far cadere un patrimonio normativo e valoriale di democrazia e socialità, comune agli Italiani, intaccando anche l’unità nazionale, la sorte delle istituzioni pubbliche, incidendo pure sul modo di vivere e di pensare? Sarebbe un rischio enorme da non sottovalutare.

La Costituzione, per quanto da molti ritenuta ormai necessitante di riforme, può fornire, nella sua ispirazione e nei suoi contenuti deontologici, un legame di continuità necessario tra le generazioni sempre più distanti fra loro, un legame che è difficile pensare di surrogare altrimenti. Interiorizzare i contenuti salienti della nostra Carta fondamentale non può, peraltro, essere un problema solo cognitivo - informativo. Il patto costituzionale va riletto e rivisitato e, per farlo durare, pur con i necessari adeguamenti ex art. 138, ma solo per la sua seconda parte, come a giusta ragione la Corte ha sentenziato, ha bisogno dei giovani che devono poter trovare in essa ciò di cui servirsi non strumentalmente, ai fini di migliorare la loro capacità progettuale e di una personale strategia tra il privato e il pubblico, a difesa dell’essenza della vita democratica e libera di una società nazionale ma sempre più allargata in un contesto europeo e cosmopolitico.

martedì, 06 ottobre 2009

CONSIGLIO COMUNALE ON LINE

 

La comunicazione di un ente locale è come un puzzle o, se si preferisce, come un mosaico: per essere apprezzata e per funzionare ha bisogno che tutte le tessere si incastrino alla perfezione.

La comunicazione, dunque, in uno scenario in continuo movimento dal punto di vista normativo e tecnologico, assume oggi varie forme che, nel futuro, saranno probabilmente destinate a scomporsi ulteriormente e a richiedere attenzioni e professionalità sempre più raffinate. E’ sufficiente allora un nuovo servizio pubblico che permette al cittadino di osservare le discussioni e seguire le decisioni che l’organo rappresentativo delibera? E’ sicuramente un segnale della necessità dell’ente locale di informare e di avere un’immagine riconoscibile, forte e credibile all’esterno, ma questa necessità potrebbe fare affidamento su una gamma più ampia di strumenti; dalla pubblicità alle relazioni pubbliche, alla rete di rapporti sociali sul territorio. La comunicazione istituzionale vede spesso protagonisti tutti coloro i quali hanno compiti di governo nell’ente locale: in primo luogo il sindaco (o il presidente della Provincia, della Regione e così via), per proseguire con gli assessori, i consiglieri e, per analogia, tutta la macchina amministrativa e, al suo interno, in particolar modo i dirigenti. In altre parole la comunicazione istituzionale coinvolge, in maniera crescente, i livelli di governo e di gestione di un ente, in una escalation che, all’esterno, deve essere vissuta come un’identificazione tra chi “comunica” e l’istituzione che rappresenta. Ancora – e solo per limitarsi all’esempio più vicino alla gente – il sindaco che parla deve essere identificato da chi lo ascolta con il Comune che governa. Nel suo ruolo istituzionale quindi – essere cioè il primo cittadino di tutta la collettività amministrata e non della sola parte che lo ha votato – il sindaco deve rappresentare l’istituzione. Quando parla il sindaco deve parlare il Comune e la sua comunicazione istituzionale non può e non deve, quindi, confondersi mai con la comunicazione politica. Per dare voce alle istituzioni, si può fare ricorso alle forme più classiche e tradizionali dell’informazione. L’immagine di un ente locale deve molto del suo successo all’incisività e all’efficacia con la quale riesce a raggiungere i mezzi di informazione. Un compito tanto più semplice e agevole, quanto più è organizzata la struttura impegnata nella diffusione dei messaggi istituzionali dell’amministrazione: dall’addetto stampa all’ufficio stampa, dalla rete civica all’URP, per finire con le nuove frontiere della telematica, internet in testa. Ma non basta. La comunicazione e “ l’operazione trasparenza” passano anche attraverso mille altre forme. Elencarle tutte sarebbe esercizio complesso e rischierebbe di non essere esaustivo. Tanto vale, dunque, richiamare alcune immagine classiche. Comunicazione istituzionale, ad esempio, è quella che si intrattiene nei rapporti con altri enti pubblici, soggetti economici e altre “forze” presenti nel territorio, attraverso una rete capillare di relazioni esterne, spesso “gestite” da professionisti in questo settore. Comunicazione istituzionale è anche l’allestimento di mostre o la presenza negli stand fieristici in cui viene promossa l’immagine dell’ente locale, l’organizzazione di momenti pubblici di incontro, dai convegni ai seminari, dagli incontri nelle scuole alle visite guidate all’interno dell’amministrazione, dalle tavole rotonde con i mass media alle celebrazioni ufficiali, l’attività editoriale in proprio e la produzione di audiovisivi, le borse di studio bandite dall’ente e i percorsi formativi rivolti ai più giovani. Si potrebbe dire, insomma, che per raggiungere l’obiettivo della comunicazione e, quindi, della partecipazione della collettività alla vita amministrativa, tutti gli strumenti sono buoni. Siamo arrivati a garantire tutto questo?

 

giovedì, 17 settembre 2009

DEMOCRAZIA MALATA

Il termine democrazia suggerisce l’idea che l’enunciato in questione sia effettivamente ben confermato da materiale di prova rilevante a disposizione; ma se il reperimento, reclutamento, la selezione, la preparazione  dei deputati e senatori e dei ministri si basano su regole estremamente duttili dettate dalla linea politica assolutista del capo di turno; se la prudenza, che dovrebbe essere amore che sa dirigersi nelle proprie scelte, diventa discernimento superficiale del quando e del come agire e fare e lasciar agire; se la disponibilità sui mezzi adeguati per una generosa collaborazione tra forze politiche alla crescita dell’uomo si lascia fuorviare da motivazioni meno chiare come simpatia e preferenze, ricerca di sé, vanità ed orgoglio, cura delle apparenze, passività e pregiudizio; se l’intuito, il tatto, il consiglio che sono indispensabili insieme con il richiamo a informazioni precise e fondate per una competenza tecnico-esecutiva, si traducono in temporeggiamenti, machiavellismi per rifuggire da impegni gravosi e compromettenti; se il costume vigente di moltissimi amministratori si basa su una bella ragione corrotta che corrompe ogni cosa con una enorme confusione tra azioni virtuose e ladrocinio; se in ogni partito la politica si esercita a colpi di telefono senza confronto e dialettica interna; se l’informazione consiste di più a scoprire il privato di altri e sul quale giocano le identificazioni e i problemi di ciascuno; se tutto ciò sta accadendo, significa riconoscere praticamente che,  nel suo ordine e grado di essere, la democrazia è malata. Lo Stato, rappresentato malamente, sta diventando una macchina per la oppressione di un ambito territoriale a favore di un altro con una linea politica generale, che non esclude nessuno, secondo la quale c’è un solo modo per migliorare le cose, quello cioè della conquista di potere fine a se stesso. Non resta altro che sperare, essendone convinti, nelle nostre capacità a saper instaurare un rapporto fra persone di buona volontà che si serva della solidarietà, della collaborazione e della cooperazione. Una vita comunitaria di gruppo, con partecipazione consapevole alla vita sociale, per difenderci dai meccanismi prepotenti di altri, capendo che tutti i problemi politici sono anche problemi istituzionali che ci appartengono e che il progresso verso una maggiore uguaglianza può essere salvaguardato mediante il controllo istituzionale del potere.

venerdì, 19 giugno 2009

REFERUNDUM SU “PORCELLUM”

 

La legge elettorale n.270 del 21 dicembre del 2005 (dal titolo "Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica") non ha permesso più al cittadino di scegliere, con il suo voto, il deputato e il senatore. Il cosiddetto “Porcellum” ha sostituito il diritto dell’elettore di scegliere i rappresentanti con il meccanismo delle liste bloccate che dà ai segretari dei partiti il potere di decidere chi deve andare in Parlamento, attribuendo particolare rilevanza al "voto di partito".

 E’ pur vero che il referendum abrogativo non cancella questa legge ingiusta ma è pur vero che se passerà il referendum il Parlamento dovrà fare le riforme che oggi non vuole, rappresentando pertanto un pungolo a mettere in moto le cose. Viceversa è certo che se, come da molte parti politiche si vuole, non sarà raggiunto il quorum per la validità del referendum, ogni cosa resterà come è ora. E’ vero pure che, se passasse il referendum abrogativo, si aprirebbe una fase di “vuoto legislativo” in quanto le leggi deve farle il Parlamento, ma è pur vero che le uniche riforme sono state fatte per iniziativa popolare con l’apporto, cioè,  del potere sovrano del popolo, tenuto conto che l’elefantiaco Parlamento spesso è bloccato dai partiti che riforme, specialmente quelle che riguardano la “propria reformatio in peius”, non ne vogliono.

 Di più la proposta referendaria sull’abolizione delle candidature multiple potrebbe togliere la possibilità dell’enorme potere di un candidato di essere eletto in più luoghi e, pertanto, optando per uno dei vari seggi ottenuti, di permettere che i “non eletti” della propria lista in quella circoscrizione, gli subentrino nel seggio a cui rinunzia non disponendo più, perciò, “ad libitum” della sorte di alcuni candidati.

In linea di principio non si è in errore se si sostiene che ogni referendum deve ricercare nei fatti la validità di tale forma di democrazia diretta per non subire prevaricazioni da parte di chi ne abbia interesse e per far emergere, al contrario, la vis politica, non costretta da vincoli di alcun genere, da motivi oligarchici, per rendere effettivo l’esercizio del potere sovrano, già tanto limitato, di ciascun cittadino. Proprio la fiducia negli strumenti di partecipazione politica diretta deve privilegiare il ruolo che svolge l’azione del popolo sulla politica nazionale per far cedere, sotto l’impulso della piazza, ogni forma palese od occulta, di assolutismo. Un passo verso una reale distribuzione del potere con un anelito a far cessare, sia pure in parte, quel senso di malessere e di precarietà che è tipico del periodo, con la consapevolezza che dovremmo rinverdire quei principi fortemente innovativi dell’organizzazione dei fatti sociali in un contesto così frammentato e conflittuale, sia di pensiero che di azioni, per elaborare qualcosa di unitario.

 

martedì, 09 giugno 2009

CAMPAGNE ELETTORALI

 

Ci siamo trovati nei giorni scorsi di fronte ad iniziative elettoralistiche - e non sono ancora terminate - che, pur nella frantumazione, hanno comunque prodotto proposte e risultati riaffermando al tempo stesso le prospettive politiche del nostro paese e dei grandi temi di cui ancora dovrà discutersi per arrivare alla prossima fase conclusiva dei ballottaggi. Dei temi internazionali si è discusso poco e sarebbe fuorviante dimenticare, o più semplicemente subordinare, le specifiche caratteristiche della consultazione elettorale alle valutazioni di una politica più generale che dovrà determinare il governo prossimo provinciale. E l’obiettivo politico che penso tutti dovremmo prefiggerci è quello di porre al centro delle attenzione i problemi delle amministrazioni locali, il bilancio delle loro attività, le proposte programmatiche per il loro avvenire, nell’ambito, naturalmente, di un obiettivo politico generale. I partiti e i movimenti che hanno ricevuto una nuova e decisiva spinta devono ulteriormente chiarire il significato rinnovatore che è alla loro base per riuscire a portare a compimento vere e proprie riforme e comunque di ottenere positive realizzazioni economiche, sociali e politiche. Ciò che emerge ed emergerà ancor di più tra non molto è il ruolo delle autonomie locali per enucleare, nel loro insieme, di fronte ai problemi più ardui della crisi che scuote l’intera società, le proprie necessità cercando di ottenere, con programmi validi, contributi ed apporti di ogni genere, senza chiudersi nel proprio ristretto ambito, per essere parte integrante e costitutiva di uno Stato che non è più centralistico. Il panorama quindi sta per cambiare completamente in un quadro di emergenza che richiede risposte corrispondenti ed adeguate avendo come punto di riferimento costante i cittadini e i loro bisogni. L’augurio quindi affinchè i candidati eletti svolgano un’azione per abbattere vecchie impalcature e gettare le basi, in attuazione del diritto costituzionale, di risanamento e di rinnovamento ai fini di un governo locale di nuovo tipo ma, soprattutto, adeguato ai tempi difficili.

venerdì, 22 maggio 2009

PROBLEMA POLITICO

 

 In questi giorni, molti interventi di candidati e pochi da parte dei cittadini, data l’imminente elezione di rappresentanti europei e locali, riguardano problemi che analizzano l’organizzazione dell’umana società e l’esercizio dei pubblici poteri; ma appare che essi siano ancora ancorati a soli motivi di reggimento politico senza chiedersi quali rapporti debbano intercorrere tra il cittadino e lo Stato; se quest’ultimo debba avere l’unico compito di tutelare diritti, se l’organizzazione statale debba risolvere in sé  ogni autonomia ed iniziativa dei cittadini o se ancora lo Stato debba esprimere l’unità organica di un popolo nel quale le iniziative individuali, promosse, tutelate, disciplinate dai poteri, locali, regionali, centrali, europei, siano rivolte concordemente e subordinate al vantaggio comune, e come ciò debba avvenire. Parlare di questi problemi, per ora, piuttosto che intendere come essi spezzino la discussione in altrettante problematiche esistenti, costituirebbe forse l’aspetto di un unico problema. Le prospettive particolari dell’unico grandioso edificio si può ammirare da infiniti punti di vista. Un panorama, lo stesso panorama, si presenta a mille spettatori da mille punti di vista diversi: impossibile a tutti essere nello stesso tempo in ogni punto osservato. Anche se si tratta dell’orizzonte infinito, questo non può essere visto se non puntualizzandosi nell’angustia di una pupilla, sìcchè tutti gli spettatori vedono tutto, ma quell’oggetto che per uno è vicino, per un altro è lontano, quello che per uno si presenta nitido in primo piano, per un altro sfuma in lontananza. Non esiste una sintesi allo stesso modo che non vi è visione del panorama se non da un punto di vista. Ma oltre il fine particolare che conseguiamo con ciascuna delle nostre azioni, delle enunciazioni programmatiche, spesso false, qual è il fine supremo a cui debbono essere rivolte tutte le nostre azioni solidali? E se tante energie ci appartengono, siamo incondizionatamente liberi di disporne, o non grava su di noi un’autorità che, senza costringerci, ci indica in quale modo dobbiamo agire? Esiste un obbligo, un dovere morale che, senza necessitarci, ci indica in qual modo dobbiamo agire? Discussioni su problemi di fondamento del dovere, di obblighi, di principi, di ideale non se ne ascoltano, anzi dal punto di vista estetico si osservano perturbazioni passionali, conoscenze che si basano su una o più sensazione empirica, rappresentazioni dovute a precedenti esperienze e conservate nella memoria, tante imitazioni con il fine di un parziale utile consenso, senza alcuna libera attività creatrice, nuova dell’impegno a produrre tesi valide ed idonee a darci speranze. Purtroppo una calma indifferente ma solo apparente, con la negazione di criteri di verità, sembra voglia annullare la conoscenza della dura realtà, nel suo vero essere, che potrebbe darci la possibilità di comportarci, rispetto ad essa, con una vera proficua serenità.

venerdì, 24 aprile 2009

GOVERNABILITA’ E COSTITUZIONE

                                  http://www.onmic.it/docebo/doceboCms/index.php?mn=news&pi=2_10&op=news&sp=3

Che cos’è la Costituzione? Ha dato la risposta esatta il Presidente della Repubblica inaugurando la Biennale di democrazia nel teatro regio di Torino. La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato italiano. La stessa, per quanto da molti ritenuta ormai necessitante di sollecite riforme, fornisce ancora, nella sua ispirazione e nei suoi contenuti deontologici, un legame di continuità necessario tra le generazioni sempre più distanti fra loro, un legame che è difficile pensare di surrogare altrimenti. Ma il nodo rilevante nello sviluppo della politica e del diritto moderni riguarda la “governabilità” dell’esecutivo e la necessità di un aggiornamento della seconda parte della Costituzione per verificare l’ipotesi di rafforzare i poteri del governo e del suo premier. Un problema che riguarda gli equilibri tra potere legislativo ed esecutivo con una possibile rottura progressiva tra autonomia e delega di organi che, ricalcando sostanziali trasformazioni della politica, potrebbe anche cominciare ad avvertire l’irrompere sulla società di altre passioni e altri interessi, legati alla frantumazione e scomposizione degli stessi organi costituzionali. Da qui la giusta riflessione del Presidente della Repubblica che, citando Norberto Bobbio, sostiene: “la denuncia della ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. Ancora “ la Carta costituzionale non è un residuato bellico. E la divisione dei poteri è importante almeno quanto la governabilità”.

Preservando i diritti della rappresentanza parlamentare si dovrebbe aggiungere che il sistema democratico italiano, come sagomato dalla Costituzione, è un “pieno” giuridico- politico i cui supporti sono tanto di istituti di democrazia rappresentativa quanto di democrazia diretta e che ogni alterazione, materiale e formale, di questo equilibrio condurrebbe ad una alterazione del sistema, riguardato nel suo complesso. Sembra pure opportuno richiamare la dizione usata nell’art. 49 della Costituzione “associarsi in partiti con metodo democratico” che si può leggere in chiave “parlamentaristica”, per privilegiare il momento elettorale e gli istituti di democrazia rappresentativa laddove, a dire il vero, sulle modalità di questa partecipazione, cui la Costituzione si è ispirata, si vengono a configurare molti e gravi interrogativi. Ogni partito, ormai, e i rappresentanti da esso deputati, sembrano centri di riferimento puramente materiale di interessi allo stato diffuso e organizzazioni atipiche non classificabili con sufficiente attendibilità e tanto meno con sicurezza, specialmente ora, in un momento estremamente fluido e in una sfumata zona di confine.

Domani 25 Aprile, nel giorno del ricordo, non possiamo non ricollegarci al valore della libertà ed alla tutela della libertà. Dobbiamo essere capaci di un impegno positivo ed umile nella costruzione di fondamenta su cui poggiare la dignità e la libertà di ciascuno di noi, evitando ogni pericolo di disimpegno nelle varie forme dell’indifferenza. Se rifletteremo e prenderemo coscienza dei valori della Resistenza che hanno informato la nostra Costituzione, il problema della governabilità sarà sicuramente superato nel rispetto di ogni principio democratico.

 

 

 

 

 

venerdì, 27 febbraio 2009

LE POLITICHE DI PRIVATIZZAZIONE

                  

 Ma chi non ha mai sentito parlare di privatizzazione almeno a partire dall’inizio degli anni ’80? Dopo le politiche del governo conservatore in Gran Bretagna e del repubblicano Reagan negli Stati Uniti, anche l’Italia ne ha seguito l’esempio, perché si è sentita l’esigenza o di una riconsiderazione dei rapporti tra pubblico e privato con una motivazione ideologica, cioè di scelta politica, che oscilla a favore dello Stato o del mercato, o di un processo di crescita insostenibile della spesa pubblica e l’esplosione del debito. Da qui la vendita di beni e attività pubbliche ai privati che oltre a portare introiti che possono concorrere a ridurre il debito pubblico contribuisce anche ad evitare di mantenere in vita attività non economiche. Di più in un paese industriale avanzato è bene che, come si dice, ciascuno faccia il proprio mestiere; il compito dello Stato non è quello di produrre beni e servizi che possono essere prodotti da imprese private, per perseguire, in questo modo, le finalità principali dell’incremento dell’efficienza e la soluzione di problemi manageriali. L’efficienza sarebbe raggiunta adeguando le formule organizzative troppo rigide a quelle più consone ad attività produttive da svolgersi nel mercato ove si trovano anche imprese private concorrenti;  i problemi manageriali si risolvono in quanto nelle imprese pubbliche molto spesso i dirigenti vengono nominati più per ragioni di appartenenza partitica che per competenza. L’afflusso, poi, di azionisti privati offrirebbe un potente stimolo a scelte più oculate, evitando risultati negativi di bilancio da coprire con i contributi dello Stato. Ma l’enorme insieme di attività economiche possedute dallo Stato, attraverso due grandi holding come Iri ed Eni, privatizzate,  impediscono allo Stato di mantenere un controllo generale, in senso lato, sulle attività trasferite? E questo compito di “regolamentazione” come attività di controllo delle decisioni del prezzo, di produzione, del comportamento delle imprese, svolta da settore pubblico per motivi di interesse collettivo, come si è esplicato? E non è forse vero che alcune imprese pubbliche, privatizzate, non stiano incessantemente sfruttando la loro posizione dominante, con comportamenti, in termini di decisioni sulla produzione e sui prezzi di vendita, che non garantiscono la tutela dei consumatori? La regolazione che in genere viene effettuata da agenzie indipendenti che devono possedere competenze tecniche rilevanti per poter controllare e indirizzare le politiche produttive e di prezzo delle imprese regolamentate, sono all’altezza dei compiti oppure, per deregolamentazione, si lascia correre su crisi bancarie e conseguente distruzione di risparmio con un aumento di incidenti di ogni tipo? Si ha l’impressione che alle inefficienze di un monopolio pubblico si sia sostituito un monopolio privato a tutto danno sempre e comunque del povero “contribuente”.

giovedì, 29 gennaio 2009

PARTECIPAPUG FARSA?

                                                 

Nella rubrica di “immitis quia toleravi” di ieri, con la partecipazione dell’arch. Giuseppe Resta e dell’ing. Vito Baglivo, su come chi ci governa ha deciso di ascoltare i cittadini interessati per rendere loro co-pianificatori del nuovo P.U.G., non si è potuto fare a meno di osservare, criticando costruttivamente, di come alcune tendenze recenti di organizzazione nelle principali politiche di settore, anche per ciò che riguarda le nuove professioni

del sociale per produrre ed offrire suggerimenti adeguati, stanno di fatto avvenendo in assenza di un disegno organico e con un enorme dispendio di energie. Sebbene si può presumere in linea di massima che, in un quadro programmatico, una forte partecipazione dei destinatari sia in grado di offrire maggiore coinvolgimento, partecipazione, capacità di ascolto, disposizione alla complessità e altro, è evidente che servono predisposizioni e verifiche, senza le quali non si può escludere il rischio che dietro tutto si nasconda una qualche forma di dilettantismo o una tradizionalissima forma di propaganda e di retorica populistica, quand’anche animata dalle migliori intenzioni. Una ulteriore sfida potrebbe essere rappresentata dalla valutazione di impatto sociale che, prescritta in molte carte di qualità sociale, richiederebbe un maggiore potenziamento e non lasciata, al contrario, alla libidine di chi ci rappresenta con poca razionalità politica. Si sta trattando invece l’argomento come se lo strumento fosse marginale, limitandosi a considerare “esternamente” gli effetti sociali di un intervento urbanistico, senza una progettazione contemporanea di aspetti tecnici, sociali ed economici. Perseguire una maggiore integrazione degli interventi e degli strumenti richiederebbe che si partisse dal problema dell’individuo o del gruppo di individui, della comunità o del quartiere. Il problema infatti è sempre “integrato”, in quanto rappresenta l’integrazione di una moltitudine di dimensioni e di aspetti problematici che si agglomera in un gruppo o individuo. Partire dal problema vuol dire che questo inizia ad articolarsi, ad avere voce, a conquistarsi uno spazio nell’arena politico-decisionale. Purtroppo la capacità di partecipazione, per così come è stato ed è concepito il “partecipapug”, è molto depotenziata. L’esclusione, la dimenticanza di considerare alcuni luoghi come il villaggio S.Rita, la marginalità sociale, il non aver voce determinante, il non essere in grado di partecipare, di non voler potenziare le capacità di accesso agli apparati amministrativi e di trasparenza, finiscono col limitarsi ad una registrazione approssimativa dei livelli di accordo e disaccordo, senza alcuna vera partecipazione attiva e senza alcuna possibilità di proposizione nell’esprimere ciò di cui si ha veramente bisogno, ma anche senza alcuna possibilità di definire modalità organizzative per esercitare, in forma associata, anche l’attività di controllo. Tutto ciò denota che istituzioni deboli, nel senso di scarsa fiducia negli organi di governo locale e loro modesta affidabilità, facciano crescere, nel giudizio dell’opinione pubblica, analisi negative ove “l’irregolarità” diventa un fenomeno troppo diffuso.

venerdì, 09 gennaio 2009

LEADERSHIP FORMALE ED INFORMALE

                                             

L’azione umana può avere più di una motivazione, così come un racconto relativo ad essa può contenere più di un singolo aspetto, più di una implicazione. Tali racconti possono sviluppare molteplici significati a seconda del carattere, dei desideri e delle circostanze dei narratori e degli uditori. Sono quindi soggetti a variare di qualità e di funzione. Il difetto principale, oggi, a mio modo di vedere, potrebbe consistere nel prendere in considerazione il racconto del politico, di un amministratore locale e nazionale riguardante alcune analisi che presuppongono una serie di teorie universali, che reciprocamente si potrebbero escludere, ciascuna delle quali può venire facilmente confutata, raccogliendo decine di casi indiscutibili che contrastano con essa. Eppure può sembrare che alcune teorie possano illuminare molti cittadini, oppure tutti coloro che si associano ad un particolare tipo di società o cultura, come ad esempio, potrebbe essere in una aggregazione di partito. Ma qui alcuni ardori iniziali verso l’affermazione di una teoria, che tale non sarebbe se non esistessero fenomeni sociali per i quali essa sembra più o meno rilevante, si spengono subito dopo di fronte all’esistenza di altre teorie ed in particolare di fronte ad una, seconda la quale, non esistendo una sola tesi, tutte le altre sono errate. Si può ben capire allora quanto sia difficile creare una figura carismatica di leader - molto spesso viene riconosciuto tale con semplice acclamazione e con provvisorietà - che sappia fare sintesi di tanti fenomeni, tanti principi, avendo in mente una qualche teoria tanto semplice, ma convincente per una platea superficiale e distratta, da meritarne, a mala pena, il nome. In definitiva il leader costituisce una categoria enormemente complessa e nello stesso tempo indefinita e ad essa dobbiamo essere liberi di applicare una qualsiasi di un’intera serie di possibili forme di analisi e di classificazioni. Comunque non tutte le leadership sono suscettibili di spiegazione. Ma pure questo può implicare che ogni capo deve essere assoggettato a sostituzione per avvenimenti nuovi riguardanti l’ambiente storico e sociale che fu la causa vecchia della sua elezione o del suo riconoscimento. Ne consegue che un leader non può essere tale per sempre e, spontaneamente dovrebbe, senza accanimenti procedurali, farsi da parte quando percepisce o a lui viene fatto presente che la sua parabola discendente è a buon punto. Ciò deve implicare, in senso buono, la considerazione che bisogna, di continuo, fare ogni possibile approccio per scegliere, con il presupposto di cambiare, tutti quelli che possono essere promettenti. Nel senso cattivo, la selezione potrebbe avvenire più o meno meccanicamente con la conclusione che il risultato sarà un miscuglio di frammenti discordi.

giovedì, 18 dicembre 2008

LA QUESTIONE LEGALITA'

                                                         

Il tema non è proprio nuovo. Non lo è nella sua concisa titolazione né, d’altro canto, nella sostanza. E’ però in questa “modernità” che trovano posto gli interrogativi del nostro problema. Illegalismo di grande proporzioni, in quanto forme di produzione economica che attraversano gli stati travalicandone il carattere nazionale, sono il punto di maggior rottura e conflitto tra ragioni diverse intorno all’uso delle risorse: una ragione politico-giuridica e il suo antagonismo. Si tratta di capire come a quella dimensione di ingiustizia possa contrapporsi un diritto adeguato capace di controllare e vanificare l’uso distorto delle risorse collettive che i fenomeni di corruzione pongono in essere. La crescita della produzione e della ricchezza, l’aumento della popolazione, la mutata natura e qualità delle pratiche illegali, la loro diffusione in vasti strati del corpo sociale, esigono, ormai da tempo, un diverso regime punitivo all’interno di una nuova economia del potere di punire. Il “diritto di punire che è stato spostato dalla vendetta del sovrano alla difesa della società”, se calibrato solo sul presupposto che da un lato c’è il politico corrotto e dall’altro tutta la società lesa nel suo patto costitutivo, lascerebbe senza misura e limite la riparazione pretesa dal corpo sociale e, sperequata, risulterebbe la misura di una “calcolata economia della pena”. Si potrebbe arrivare ad indurre le “persone di cuore e umanità” alla assuefazione e quindi alla indulgenza non dovuta. E’ necessario, perciò, un criterio nuovo che deve, da qui in poi, ispirare calcolo, modulazione distribuzione degli effetti del potere di punire ma, a monte soprattutto, del potere di controllo per riconsiderare gli effetti di ritorno del controllo stesso e del successivo castigo ai fini di evitare propagazione e squilibrio che i reati possono indurre sull’ordine sociale. Non si vuole peraltro qui sostenere che abbiamo bisogno di martiri o di eroi; semplicemente, al contrario, che vogliamo segni che facciano emergere il senso della legalità, della pulizia morale oltre che materiale che, purtroppo, da tempo è poco considerata. I partiti, i vari movimenti ormai fanno poco o sono impotenti a reagire sul modo con cui si fanno le candidature, le liste, che bisognerebbe cominciare a vagliarle con grande oculatezza, controllando, come si faceva una volta e non certo formalmente, ogni comportamento ed inclinazione della umana volontà per evidenziare, già in prima battuta, vizi e virtù di chi si cimenta in competizioni elettorali. Il passaggio, poi, da potere legittimato o da “sapere specializzato” per una necessaria riduzione della complessità sociale, a potere “occulto”, comporta degenerazione del potere che, per la sua incontrollabilità potrà essere accompagnato dalla fatalistica convinzione della sua irrefrenabilità e invincibilità. Da questo modo di fare, se non cambieranno al più presto le regole del gioco amministrativo e le mentalità passive di acquisizione di una concezione insopportabile di alcune cose di questo mondo, il terreno di coltura dei diversi poteri e sotto poteri occulti, che determina spesso la vita dei cittadini, alimenterà sempre più l’impotenza del potere sovrano del popolo.

 

 

lunedì, 15 dicembre 2008

LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

                                

Appare che il tempo dell’immobilismo intellettuale di alcuni politici, ma anche di alcuni giudici, forse finirà o sta per finire. Dopo i recenti accadimenti tra procure di Salerno e Catanzaro che hanno dato un altro grande impulso a far ritenere che pure una parte della Magistratura è ammalata, un traguardo che tutti e in buona fede ci proponiamo è quello di giungere, non certo attraverso la semplicistica creazione di nuovi strumenti o di nuove strutture, ad una vera e propria riforma del funzionamento della giustizia che veda finalmente protagonisti non solo coloro che subiscono le alterne e variegate vicende del giudizio ma soprattutto coloro che sono chiamati a pronunciarlo con procedure serie che mettano in risalto ogni vizio come anche ogni virtù. “L’aliquid novi” che aspettiamo non è più quello che vede il processo come uno scenario attraverso ben studiate schematizzazioni, riti ripetitivi, parole, suggestioni, gesti che amplificano e tipicizzano un determinato personaggio, ma un procedimento giudiziario come mezzo per la ricerca della verità. Vorremmo la corretta applicazione dei diritti processuali civili e penali, esistenti o da cambiare ancora, in cui la forma, i mezzi, gli strumenti, tutto ciò, insomma, che induce a porre l’uomo e le sue vicende in una posizione primaria tolga il resto dell’impianto artificioso della macchina della giustizia che a lui non è asservito. La verità reale, può anche darsi, venga a volte costruita con ragionamenti e termini di strana soggettività che, a sua volta, si traduce, o potrebbe tradursi, in una lettura di dati processuali che, alla luce di una presunta asepsi logica, fa passare la categoria  del “libero convincimento del giudice” come una etichetta verbale con cui nascondere ogni e più disparato contenuto. E’ vero che ci si può accontentare di una verità che il processo riesce a produrre anche per il fatto che essa può essere controllata con il corretto uso di mezzi che il rito propone ed impone, ma sembra ormai che la capacità delle parti ad operare correttamente e gli strumenti a loro disposizione, vengano sempre di più ad essere manchevoli e spesso superficialmente adattati. Da qui la necessità di valutare i fattori strutturali e culturali che, ai vari livelli della società, condizionano la formulazione di un dato ordinamento giuridico e della nozione di giustizia che lo sottende, cercando di migliorare la conoscenza delle materie psicologiche quale fattore utile per meglio spiegare il comportamento dell’uomo, e quindi anche di colui che entra in conflitto con la legge. E’ fin troppo chiaro che di ogni abilità debba essere fornito proprio il soggetto che crea gli strumenti necessaria per il buon funzionamento della giustizia e cioè, in primis, il legislatore le cui carenze, approssimazioni e forzose sintesi compromissorie debbono sicuramente essere, al più presto, superate, per una riforma della giustizia che non sia “ la nostra, la vostra, la loro” ma per tutti.

 

 

martedì, 18 novembre 2008

CO-PIANIFICAZIONE PUG

                            

Si viene e si vuole portare a conoscenza con soddisfazione che, dopo le prime due riunioni di presentazione del PUG, di carattere promozionale e pubblicitario, si entra ora nel vivo della problematica con verbali ufficiali e concludenti che non potranno essere carta senza significato. Il 17 u.s. presso l’assessorato all’Urbanistica della Regione Puglia , si è dato inizio, come per legge, all’iter di formazione degli strumenti di pianificazione territoriale. Hanno partecipato le Autorità competenti invitate; ma la cosa che fa più piacere è stata la presenza di una delegazione di Galatone, appartenente ad un più generale Pubblico interessato, per favorire le proposte di soggetti accreditati come  “A Levante” rivista, “il Piccolo Principe”, “A Levante” associazione e per stabilire le modalità con cui si potranno mettere a disposizione della Città il proprio patrimonio di dati e conoscenze. Fa piacere questo primo atto anche in considerazione del fatto che più volte si era fatto riferimento ad un comitato spontaneo di cittadini, con l’intento di elaborare proposte ma anche controllare le scelte implicanti conseguenze avulse dalla realtà ed interessate per fini speculativi, che la stessa Associazione “A Levante” per un conforto ed un confronto non vuole escludere, salvo poi a diventare portavoce di ciò che sarà in grado di recepire. Un modo di procedere, perciò,  in linea con le nostre osservazioni le cui conseguenze, in sintonia con altro e diverso libero sentire, stanno producendo l’effetto desiderato di cogliere ogni occasione per attuare le più adeguate procedure partecipative attraverso la discussione e le proposte con l’influenza di saperi e conoscenze che inducano a far rispettare l’utilizzazione del territorio, la qualità dell’ambiente. Far capire anche e soprattutto che le vere responsabilità assunte verso la società o il benessere collettivo, sono un bisogno elementare da cui non si può prescindere. I soci dell’Associazione “A Levante” - spazi per la ricerca, l’arte, la memoria, il territorio - hanno in animo di dare il proprio contributo e concorrere a risolvere le questioni inerenti il valore della civiltà e dei suoi singoli contenuti.

L’Amministrazione comunale, di fronte a questi contributi, si spera propedeutici anche ad altri appartenenti ad Associazioni legalmente costituite, sperando pure nell’apporto spontaneo di portatori di interessi abilitati, non può che essere soddisfatta per la possibilità  di ricevere concreta collaborazione e condivisione per responsabilità inerenti scelte e previsioni dello sviluppo del proprio territorio.

 

giovedì, 06 novembre 2008

INTERVENTO ATTIVO DI CITTADINI

                                               

A seguito della puntata precedente di “Immitis quia toleravi”, in questa seconda del 05/11/’08, anche con l’ausilio intelligente di Vito Baglivo, sono stati evidenziati  tratti salienti di problemi verso cui, alcuni cittadini, avevano puntato la loro attenzione. Si potrebbe pure affermare che la trasmissione ha rappresentato e rappresenta un momento, non certo di salotto, di un fondamentale punto di incontro che offre opportunità di dialogo per una necessaria diffusione di notizie e valutazioni, con un pubblico che crede al rapporto costruttivo tra ente locale e cittadinanza, anche in tempi di sfiducia verso le istituzioni e disaffezione alla vita politica. Pertanto - di fronte ad alcuni disservizi che presenta il sito web del comune, alle volute e mancate riprese delle riunioni dei Consigli comunali, al mancato coinvolgimento della popolazione per capire quale destinazione debba avere il palazzo Belmonte Pignatelli e le delibere di proroghe, a trattativa privata, di concessione dell’uso degli impianti sportivi - pur guardando con disincanto a molti prodotti dell’ente locale, ogni cittadino potrebbe cominciare ad essere pronto a giudicare impietosamente l’utilità o l’inutilità di alcune scelte per decretarne il successo o il fallimento. Ad onor del vero si è pure fatto cenno - sempre che la notizia non ufficiale sia concretamente valida - ad un’iniziativa della pubblica amministrazione, rilevante e sicuramente degna di apprezzamento, della istruttoria in atto per l’acquisto del castello di Fulcignano. Avvenimento questo che, dato con il beneficio d’inventario in quanto oggetto ancora di approfondita verifica, potrebbe suscitare una forte sensazione di gradimento nonché di soddisfazione per un’annosa vicenda più volte messa sul tappeto con enfasi e vigore.

Pertanto meditare e reagire con i modi e le forme più appropriate, sperando che, intanto, si possa avere speranza nell’assicurare al cittadino la dovuta informazione, la più corretta comunicazione, senza metterla in ombra, potrebbe farci sentire tutti impegnati non tanto a scoprire altre forme di democrazia, ma a progettare interventi idonei a rafforzare la consapevolezza del necessario riferimento all’autonomia del soggetto umano individuale e sociale. Se questo obiettivo porteremo avanti, potremmo anche scoprire un impegno nuovo a coinvolgerci con un’azione che, oltre ad essere pedagogica ed educativa, rappresenterebbe una dimensione politica accettabile. Se la seconda puntata è servita, anche  in minima parte, a farsi carico di ciò, forse avremo fatto un passo avanti per una esperienza positiva soggettiva e di gruppo. Perchè, parafrasando, non siano impensabili nella nostra comunità, le famose parole di Kennedy  “Non chiediamoci che cosa Galatone ha fatto per noi ma che cosa noi abbiamo fatto per Galatone". E molti nostri problemi potrebbero cominciare proprio da qui.