Dal Sud i giovani scappano per sistemarsi al Centro-Nord. Il Presidente delle Repubblica afferma: “per una ripresa stabile occorre superare il divario con il Nord”. Molto giusto.
Ma da tempo si sa che è fin troppo evidente il contrasto che si delinea tra il dominante materialismo economico e l’aspirazione verso “una società più umana” che garantisca le libertà individuali. Abbiamo scordato la Lettera enciclica “Laborem exercens” pubblicata dal papa Giovanni Paolo II il 14 settembre 1981?
Se gli anni settanta hanno rappresentato la crisi, una crisi generale che ha investito anche la realtà del mondo giovanile con la caduta di quei punti di riferimento che permettevano la piena integrazione tra individuo e società, negli anni ottanta la “questione giovanile” sempre più si delinea come “problematica sociale” e perde la sua originaria autonomia. Molti diversi orientamenti di analisi hanno posto l’accento, di volta in volta, ora su di un problema, ora sull’altro, senza poter comprendere che cosa è necessario al giovane per essere un individuo, cioè entità/identità nella società e non categoria ben distinta per età, gruppo sociale, assenza o presenza di ruolo nella moderna divisione del lavoro.
Ciononostante emerge il bisogno di conoscenza come spinta motivazionale tale da percorrere fino in fondo l’iter di studi, sia nella speranza di una risoluzione per il lavoro, sia per una ritrovata “personalizzazione” nel tessuto sociale. La cultura istituzionale non li coinvolge e, non soltanto perché non consente loro di proiettarla in una realtà lavorativa personale, ma perché ha perso di credibilità; quasi del tutto assente il ruolo di collegamento con il mercato del lavoro, completamente lontani dai nuovi modelli emergenti i contenuti delle discipline di insegnamento, per cui i giovani avvertono il bisogno di cercare altrove e diversamente una propria identità culturale e sociale. Persiste ancora, d’altra parte, una interiorizzazione piuttosto passiva e abulica di un modello sociale stereotipato nel quale prevale il dovere della società di garantire al giovane una collocazione sicura ed un ingresso altrettanto stabile e proporzionato al titolo di studio conseguito.
Ora i giovani ritengono necessario un contatto con la realtà cittadina solo nel senso di un’apertura verso il mondo produttivo che possa facilitare quell’inserimento professionale che a tutti appare molto incerto. L’aspirazione verso il futuro che si proietti oltre la propria diretta esperienza, aspirazione che avrebbe potuto essere desunta da preoccupazioni di “tipo ecologico” per la mancanza di verde, di mare pulito, di città curata, di strade vivibili e percorribili, di atmosfera pulita, dovrebbe confermare una tendenza che, si spera, possa rappresentare la spinta al rinnovamento culturale e sociale che pure è sempre stata una caratteristica giovanile ma che oggi appare appartenere a tutti.
Un’altra giornata di lotta e di memoria storica sta per essere celebrata con una manifestazione sobria e senza corteo a L’Aquila da parte dei sindacati più rappresentativi. Mi sembra, però, che il significato che essa oggi rappresenta ha valore per conservarne memoria ma non i contenuti che lasciano molto a desiderare. Nei paesi della Comunità Europea, la disoccupazione è particolarmente allarmante per i giovani e meno giovani e trovare lavoro di primo impiego è difficile nella maggioranza dei paesi con prospettive per l’occupazione che non sono certo ottimistiche; per coloro che vedono prolungarsi il periodo di transizione verso il mercato del lavoro, l’attuale problema della disoccupazione diventa il problema della disoccupazione degli adulti di domani. L’apprensione deve essere considerata anche nella diffusione della gravità del fenomeno. Si assiste ormai non alla difficoltà di un gruppo poco esteso e circoscritto ma ad un’inquietudine che è grave e che si somma alle disseminate necessità, alla quantità di persone coinvolte che vengono a scuotere tutto l’assetto sociale al punto da diventare “emergenza sociale”. La preoccupazione del fenomeno nasce, quindi, non solo da una disoccupazione giovanile vista come una realtà contingente, ma come un problema strutturale che esprime una contraddizione oggettiva e fondamentale delle società industrializzate. Se il lavoro significa per i giovani autonomia economica e quindi accesso all’indipendenza, viceversa, allontanandosi da questa affermazione, si genera un conflitto corrosivo specialmente quando manca un tipo di impiego stabile, messo di continuo in questione strutturalmente, che possa offrire condizione indispensabile per l’assunzione di tutti gli altri ruoli di adulto.
Il 1* maggio, visto non solo come celebrazione, dovrebbe ricordare a chi ci governa che i cambiamenti strutturali della nostra società, in particolare sotto l’effetto della crisi, tendono ad indebolire ancor più i deboli, i giovani delle classi meno abbienti, coloro che subiscono più duramente un’esclusione dal mercato del lavoro, rafforzando i forti. Anche a parità di merito e di livello di istruzione chi può resistere di più e più a lungo sul mercato, in attesa dell’impiego buono, sono i più forti; chi può aspettare di meno è reso debole e costretto a prendere ciò che capita. Un tempo al lavoro poteva pure essere attribuito il prestigio, la carriera, la sicurezza del posto; oggi, le aspettative e le motivazioni servono a dare al lavoro una dimensione più umana, a superare impostazioni conflittuali e di anonimato sociale e comportare quindi un’impostazione economicistica in grado di rendere il lavoro umanamente più comprensibile e vivibile.
Il Comune, chiamato a rappresentare la propria comunità, dovrebbe curare gli interessi e promuovere lo sviluppo dei cittadini avendo l’obbligo di porre, come fine generale, la promozione dello sviluppo, scopo ritenuto fondamentale dallo stesso ordinamento delle autonomie. Tra gli interessi pubblici primari, quindi, vi è la “promozione dello sviluppo economico, la valorizzazione dei sistemi produttivi e la promozione della ricerca applicata” che lo Stato, le regioni, le province, i comuni e gli altri enti locali assicurano nell’ambito delle rispettive competenze, nel rispetto delle esigenze della salute, della sicurezza pubblica e la tutela dell’ambiente. L’attribuzione dei compiti di maggiore incidenza nella gestione dello spazio economico, costituito dal territorio comunale, nonché nel dare supporto agli attori ivi operanti, comporta una forte responsabilità degli enti locali. E tutto ciò risulta tanto più significativo ove si consideri il momento storico attuale e le difficoltà che il governo centrale dimostra di avere nel raggiungere risultati per la promozione dello sviluppo economico delle realtà territoriali, non soltanto di quelle in condizioni più svantaggiate, e, in particolare, dell’occupazione. L’ente locale, tra non molto, con il cosiddetto federalismo, ancor più, a mio modo di vedere, dovrebbe giocare e vincere una partita fondamentale per il pieno riconoscimento del suo ruolo e, di riflesso, della sua autonomia. Questa missione per ogni amministrazione costituirà uno dei compiti fondamentali che, dalle nostre parti, ma il fenomeno si estende sempre più, viene concepita, al contrario, come sperpero di denaro qua e là, dispersione di energie e risorse con incarichi clientelari, con scambi illeciti tra soggetti non legittimati ad intervenire, con negoziazioni e accordi informali, con il condizionamento di gruppi di pressione palesi ed occulti. Se si volesse trovare una strategia da adottare e quindi un disegno per far rendere al massimo il valore competitivo del territorio, in modo che la propria comunità riesca a creare più ricchezza e, dunque, realizzi il proprio sviluppo, si resterebbe amaramente delusi. Si trovano offerte di luoghi fisici da adibire alle attività produttive senza criterio ma non trovi disponibilità di personale qualificato, con fattori suscettibili di miglioramento, per adeguate politiche di formazione professionale; non hai presenza di soggetti economici già operanti in grado di integrarsi verticalmente od orizzontalmente con le imprese interessate all’insediamento nello stesso territorio; non vi è ancora traccia di semplificazione delle procedure amministrative e un maggior grado di efficienza delle strutture. Trovi, al contrario, una maggiore pressione tributaria con un processo decisionale che non permette ancora di unificare un sistema integrato con una strategia che porti alla valutazione delle prestazioni dei diversi responsabili. Di questo passo…poveri noi che resteremo ancor più mortificati, continuando ad esprimere giudizi sul grado di soddisfazione uguale a zero, attendendo che la “Provvidenza non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.
Nell’agenda dell’Organizzazione mondiale del commercio, con il pretesto della facilitazione degli scambi, la trasparenza negli appalti, le regole sulla concorrenza, rientreranno, i diritti degli investitori e quindi la liberalizzazione del settore degli investimenti. Un modo di fare “monopolio decisionale” su ciò che concerne le sorti economiche e sociali di chi è amministrato.
Le multinazionali europee sono molto interessate ad avere sintonia sugli investimenti che possa permettere loro di inserirsi in mercati dove, senza regole ed accorgimenti specifici, le imprese locali verrebbero fagocitate in pochi mesi, e con forza sostengono energicamente questa linea e l’alternativa di trovare altre forme che limitino la presenza di imprese straniere, almeno per vincolarle alla collaborazione con realtà locali e ai trasferimenti di tecnologie, così necessarie per una crescita sana delle economie dei paesi in via di sviluppo, non è, per ora, presa in considerazione.
Procedendo in questo modo, quindi con una totale liberalizzazione degli investimenti, si correrebbe il serio pericolo che nei paesi del Sud del mondo verrebbe anche eliminata tutta una serie di vincoli sociali ed ambientali. Di questo rischio se ne rendono ben conto proprio i paesi in via di sviluppo, di cui circa la metà, ma che non è maggioranza, si dicono contrari all’allargamento dell’agenda WTO (Organizzazione mondiale del commercio) agli investimenti. Allora se i paesi poveri sono contro, quelli ricchi e soprattutto le loro multinazionali a favore, quando parliamo di sviluppo e di vantaggi generati dalla liberalizzazione degli investimenti a chi ci riferiamo e allo sviluppo di quali realtà ?
L’impietoso rapporto Istat 2007 fotografa una situazione dalla quale emerge, in primis, un dato facilmente riscontrabile secondo cui parlare di povertà sembra a tutti strano perché concretamente parliamo di “povertà nell’abbondanza”.
C’è un problema di povertà ma c’è anche un problema di eccessiva ricchezza che riguarda una parte limitata della nostra popolazione che detiene la potestà decisionale sulla sorte economica e finanziaria del mondo intero. La ricchezza è una delle cause della povertà e gliene va accreditata parte della responsabilità sia pure attraverso la mediazione degli organi istituzionali che fanno spesso scelte politiche spregiudicate con ricadute sociali drammatiche. E’ in questo senso che appare urgentissima una più equa distribuzione delle risorse per ridurre la forbice tra chi fatica ad arrivare a fine mese e chi invece sperpera a dismisura. Infatti vi sono i tanti rappresentanti del popolo, che dovrebbero dare esempi diversi dagli attuali, smascherati da Rizzo e Stella sugli sperperi e sui lussi incontrollati dei politici italiani, che sono anche quelli che, dalle pagine dei giornali o dai palchi dei comizi elettorali, piangono poi ipocritamente per i poveri sfortunati che hanno un lavoro precario o i poveri pensionati in difficoltà persino per comprare le medicine; a conferma di un detto che spesso tiene banco tra i discorsi della gente comune in merito al nuovo andamento della vita economica, per la quale ormai il ceto medio non esiste più.
La povertà oggi in Europa è dunque una realtà anche quando non significa morire di fame o non avere soldi. Esiste una zona limite abitata da tanti dove povertà significa anche fragilità di relazioni, insicurezza sociale, instabilità lavorativa, inadeguatezza che, nell’acutizzarsi delle diseguaglianze sociali, crea una situazione nella quale molti rischiano sempre più spesso di trovarsi e dove, se non è ancora ammissibile parlare di povertà, è indubbia una realtà di insicurezza sociale percepita e vissuta.
Perciò la povertà diventa una sensazione non così distante da noi e dalla nostra società; una povertà intesa non solo come condizione oggettivamente misurabile ma come senso di insicurezza o di vergogna che emargina e crea disagi all’interno di vite che non vivono ma sopravvivono, nell’emarginazione da un sistema sociale nel quale la voce dei più deboli è sempre più raramente sentita.
La disoccupazione, oggi, è forse meno esplosiva del passato ma più corrosiva, meno rivoluzionaria ma più deleteria.
In realtà anche se può sembrare che i giovani abbiano una “allergia al lavoro” questo sentimento è un atteggiamento transitorio, legato all’inflazione e alla stagnazione dell’economia, ma resta sicuramente il dato che il lavoro è importante per la maggioranza dei giovani. In questo contesto la norma, in discussione, che prevede di impedire l’assunzione dei precari a tempo indeterminato dovrebbe essere emendata e discussa attraverso un disegno di legge e non risolta, sbrigativamente, con un decreto, tenuto conto che nei giovani il lavoro occupa un posto non certo secondario. Infatti non vi è ombra di dubbio che i giovani sono del tutto diversi dall’immagine stereotipata, prolungatasi per molto tempo e che ancora oggi resiste limitatamente, dei giovani che non avrebbero più “ l’etica” del lavoro. Gli atteggiamenti giovanili nei confronti del lavoro smentiscono inequivocabilmente il luogo comune della poca volontà di lavorare o del rifiuto del lavoro da parte dei giovani. Le condizioni lavorative precarie, saltuarie, non tutelate e non corrispondenti al titolo di studio fanno prevalere l’immagine negoziale del lavoro in cui prevalgono gli elementi legati alla prestazione più che al valore senza dare peso a parametri come prestigio, carriera, sicurezza del posto che, pur non rappresentando più differenze nette fra le varie classi sociali e frazioni sociali, configurano senza dubbio una dimensione umana che non consente di esprimersi, tradendo le esigenze di realizzazione personale nel recupero di aspettative e motivazioni che servono a superare impostazioni conflittuali e condizioni di anonimato sociale, a comportare quindi le eventuali istanze garantite e l’impostazione economica e il miglioramento di status in grado di rendere anche “ il lavoro umanamente più comprensibile e vivibile nel bilancio di senso dell’individuo”. Le difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro contribuiscono inoltre a spingere i giovani ad attivare strategie ed investimenti più differenziati ad una più marcata elasticità ad accettare, per bisogno, anche un lavoro di ripiego. L’incidenza del ruolo lavorativo, quindi, determina un’identità globale dell’individuo la cui personalità si frammenta pericolosamente; come pure racchiudere nel lavoro il simbolo di un’epoca, superata, è operazione riduttiva anche se non risulta facile dire quale possa essere la sostituzione nei travagli di una trasformazione in atto che mostra volti contraddittori segnata da “un’accettazione non deferente come quella quotidianamente riconoscibile nella relativa apparente indecifrabilità del mondo giovanile”. Il Parlamento, di tutto ciò, dovrebbe tenere maggior conto e considerazione.
Sembra che il lavoro umano, ancor più oggi, giustifica il suo valore di condanna biblica a cui se ne aggiunge un’altra che riguarda l’occasione del lavoro. E la disoccupazione si concentra soprattutto al Sud, colpendo sia uomini che donne come fenomeno che si diffonde, in quanto non è un gruppo sociale poco esteso a trovare difficoltà per rinvenire un posto di lavoro, che resterebbe un fatto circoscritto; qui, al contrario, la gravità si somma alla visibilità sociale, alla quantità delle persone coinvolte ed il problema viene a scuotere tutto l’assetto sociale, diventando, perciò, emergenza sociale. In Puglia gli investimenti rallentano, l’industria ristagna e la disoccupazione fa aumentare i flussi migratori verso il Nord-Est. Il numero dei laureati, disoccupati, è aumentato di tre volte rispetto al 1990. L’emergenza sociale non riguarda più i senza titolo di studio o i diplomati, ma anche i giovani con un più elevato livello di istruzione che vedono frustrate le loro aspettative, dopo anni di sacrifici. Il giovane, all’uscita della scuola, si trova di fronte al dilemma di optare per un passaggio rapido dalla scuola al lavoro, con il rischio di dover accettare un impiego dequalificato, oppure, se è preferibile non lavorare affatto per evitare sottoccupazione. Quindi emigrare? La risposta dipende pure dall’appoggio finanziario della famiglia e dal livello di istruzione, ma tutto ciò, pone problemi che sicuramente non possono essere scaricati sulle cause esclusivamente di recessione economica. Le prospettive del lavoro e di un’occupazione si sono deteriorate sia qualitativamente che quantitativamente. La crescita economica presuppone infatti un maggior numero di posti qualificati, un più alto reddito e una diminuzione dell’orario di lavoro; il problema, però, è quello dei benefici che vanno verso una sola direzione. L’impiego, nelle professioni più qualificate, si sviluppa in cifre assolute e in rapporto al numero totale dei posti. Ne risulta che la domanda di nuovi reclutamenti per posti qualificati, rimane stabile rispetto all’accresciuta popolazione giovanile. Vi è da sottolineare che se i processi di selezione associati attualmente al passaggio, ad un impiego o ad una professione interessano numerosi adolescenti e la disoccupazione giovanile taglia, quindi, trasversalmente i ceti ed entra dappertutto, sono i giovani delle classi meno abbienti coloro che subiscono più duramente un’esclusione dal mercato del lavoro. I cambiamenti strutturali della nostra società, in particolare sotto l’effetto della crisi, tendono ad indebolire ancora più i deboli e rafforzare i forti. Eppure, un diverso approccio ai problemi del lavoro in genere e della società più specificatamente, ebbe la cultura cattolica, in particolare attraverso l’elaborazione dovuta alle encicliche sociali, dalla “Rerum novarum” alla “Laborem exercens”. Anche se altre encicliche hanno riscattato la positività del lavoro in funzione dell’uomo, oggi, si percepisce di più l’aspetto problematico del lavoro che, congiunto inevitabilmente con la fatica, a causa della maledizione che il peccato ha portato con sé, crea pure stati d’animi esacerbati. Non poteva bastare una sola espiazione? Se ne aggiunge un’altra: quella di non poter lavorare e, quindi, accanto ad una piccola parte della Passione di Cristo che ha accettato per noi la sua Croce, ce ne dobbiamo assumere un’altra che riguarda la disoccupazione, l’emigrazione, per segnare la strada della vita umana sulla terra che diventa ogni giorno più difficile. Le ideologie, per quel poco che contano ancora, da qualunque parte provengano, ossificandosi, non riescono più, purtroppo, a dar conto dei fenomeni che si manifestano nella realtà.