La tassa, e di conseguenza anche quella sui rifiuti solidi urbani (TARSU), si ricollega all’esplicazione di un’attività amministrativa nei confronti del singolo, indipendentemente dal fatto che sia stata da lui volontariamente provocata. Ma che la tassa dia luogo ad un obbligazione ex lege, pure per prestare adeguata attività amministrativa nei confronti del singolo, non esclude che essa, sempre restando nell’ambito dell’alveo delle entrate tributarie, possa essere tradotta in tariffa. Di questo argomento si è parlato nella nona trasmissione “immitis”, ove pure si è rammentata un’interrogazione del 01.12.2003, a firma di chi scrive ed in veste allora di consigliere comunale di minoranza, a cui fece seguito una risposta scritta dell’assessore competente, senza mai però approfondire, come sarebbe stato auspicabile, il problema sollevato.
La tariffa è rivolta alla copertura dei costi per i servizi relativi alla gestione di rifiuti urbani ed assimilati e dei rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico. E’ articolata a livello territoriale con riferimento alle caratteristiche delle diverse zone del territorio comunale, ed in particolare alla loro destinazione a livello di pianificazione urbanistica e territoriale, alla densità abitativa, alla frequenza e qualità del servizio da fornire, secondo le modalità stabilite dal regolamento in cui possono essere previste maggiorazioni o riduzioni in relazione alla suddivisione territoriale del Comune in rapporto alle predette caratteristiche. Per la concreta applicazione della tariffa si rende quindi indispensabile l’adozione di un regolamento comunale che disciplini, complessivamente, le diverse fasi applicative integrando, ove necessario, la legislazione vigente, in quanto la tariffa deve considerarsi un’entrata propria del Comune. Tenuto conto che il legislatore – forse un po’ troppo interessato ai principi di massima e poco attento alle effettive condizioni operative per l’applicazione della tariffa – non ha provveduto a recare una normativa esauriente, ma forse pure per riconoscere un significativo riconoscimento all’autonoma potestà regolamentare dei Comuni, è diventato impellente disapplicare la TARSU, introducendo la tariffa, per gli evidenti risparmi favorevoli ai cittadini che, insieme con le agevolazioni per la raccolta differenziata, se pure vi fosse, potrebbero ulteriormente far abbattere una parte variabile della tariffa di una quota proporzionale ai risultati conseguiti dall’abbattimento dei costi dell’intero servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti. La tariffa, infine, potrebbe essere applicata dai soggetti gestori il servizio di raccolta, trasporto, recupero e smaltimento dei rifiuti, nel rispetto delle eventuali convenzioni e relativo disciplinare, nonché del controllo di queste operazioni. In conclusione è il Comune a scegliere le modalità in base alle quali organizzare il servizio in termini di efficienza, efficacia ed economicità in quanto è del tutto evidente la rilevanza pubblica delle funzioni di gestione del servizio in questione che, è ovvio, deve coinvolgere anche gli aspetti inerenti la tutela del territorio e delle condizioni igienico-sanitarie. Tali considerazioni, purtroppo, non sono state mai prese in seria considerazione dagli amministratori di turno del nostro Comune con danni e costi che da tempo ormai perdurano, senza nemmeno una speranza di soluzione adeguata che possa, facendo risparmiare, rendere idoneo e conveniente questo annoso servizio.
Si comincia finalmente a percepire oggi che non basta più occuparsi dell’esistenza umana nel quadro sociale e in quello economico e che è necessario anche occuparsi dell’uomo nel suo ambiente. Ma troppa cosiddetta ecologia umana si sta limitando ad una sorta di sociologia. Diventa necessario, e mi auguro che lo si comprenda più chiaramente in molti altri settori, curare la intera società nella realtà totale dell’ambiente. L’egoismo cieco di chi non percepisce l’istanza di solidarietà che oggi non sorge più dalla singola sensibilità della coscienza ma da una tragica realtà naturale che ci coinvolge tutti e le punizioni di una natura che si vendica di intollerabili oppressioni, deve per forza di cose far cambiare il quadro delle realtà ecologiche condotte per vie che appaiono ancor più difficili da percorrere di tutte quelle indicate e tentate nel passato. Cioè una nuova filosofia dell’ambiente dal punto di vista non più di ciò che l’uomo impone ad esso, ma dei conti che l’ambiente sta imponendo all’uomo, il quale deve mutare di conseguenza le sue posizioni e le abituali prospettive sul mondo che lo circonda. Si fanno strada, in qualche paese avanzato, pratiche di risparmio e di riciclo, e comincia ad aumentare, in particolare, la consapevolezza di tutta una cultura della parsimonia, dettata pure dalla necessità economica, che molte associazioni, leghe, fondazioni, circoli e confraternite, diffondono fra i loro seguaci. Vi sono molti esempi di stratagemmi e consigli grazie ai quali uomini e donne di buona volontà, fra le mura domestiche, come negli uffici o nelle associazioni di quartiere, agiscono per riciclare l’uso di carta stagnola, recipienti di latta, bottiglie di vetro, involucri di plastica, carta, in un mondo in cui le risorse diminuiscono e si comincia a riscoprire la grande miniera dimenticata del risparmio. Insomma la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di prevedere i processi ecologici, per non lamentarci poi nel momento in cui diventiamo destinatari dei capricci dell’ambiente, su cui non sapremmo avanzare ipotesi e suggerire “leggi”. Basta dunque con le grette e malintese tutele nazionali difese con rapace egoismo a difesa privilegiata di alcuni settori minoritari della collettività e preoccupiamoci di assicurare un benessere sociale che presuppone, però, trasformazioni psicologiche, senza le quali non si può sperare in un migliore equilibrio distributivo, né in una migliore amministrazione delle tanto devastate risorse naturali.

Ormai da mesi si nota un deficit di decoro, qualità dei servizi amministrativi, di igiene, con un dissenso crescente verso chi ci ha spiegato la sua buona volontà nel fare, ma che, purtroppo, non ha ottenuto i risultati sperati. Valga per tutti l’esempio della raccolta differenziata, ove pur con un certo tipo di cultura ambientalista che pesa, ci ritroviamo con un nulla di fatto e con una constatata impossibilità a scorgere un pur minimo orientamento carico di responsabilità. Conoscere e applicare correttamente metodi programmatori per raccogliere, gestire, ridurre, presentare, analizzare e interpretare dati sarebbe conveniente per tutti, ma in questa prospettiva, un riferimento al principio di responsabilità che si collega, ovviamente, all’etica sociale e al buon senso comune, non pare possa cogliersi. Di conseguenza il non fare che si collega alla gestione del potere, priva di principi guida, intesi anche come funzione sia del potere che del sapere, sta comportando un andamento caotico pregiudizievole per la progettazione e lo svolgimento dei programmi necessari di azione sociale. Eppure diventa sempre più necessario, confortati da equipe più o meno valide come è in questo paese, una ricerca valutativa che, per essere valida e di etica corretta, dovrebbe rispettare requisiti metodologici, come la predisposizione di una situazione controllata , nel cui ambito verificare le ipotesi, al fine soprattutto di evitare deficienze tecniche e utilizzo distorto delle conclusioni. Queste considerazioni sembrano necessarie in quanto, nell’ambito dell’analisi e sull’andamento della raccolta differenziata, igiene del paese, turismo, efficienza amministrativa, temi assai attuali, i risultati dovrebbero essere obiettivi, controllabili, perché possano diventare programmi pianificati per ottenere un cambiamento sociale. Il fatto è che una malintesa cultura ambientale, come quella da molti anni presente nella nostra amministrazione locale, esprime una serie infinita di indicazioni, senza l’indicazione contemporanea di una soluzione, così da determinare forme diverse di paralisi nello sviluppo della città, finendo col tradire il fondamentale principio dello sviluppo sostenibile, accolto, in tutti i trattati internazionali in materia. Si dovrebbero favorire, al contrario, tutte quelle azioni che possano promuovere il progresso economico e sociale, senza bloccare le iniziative idonee, nel doveroso rispetto delle esigenze di questa e delle generazioni future. Tale complessiva situazione di disagio chiama in causa soprattutto
“Mi rifiuto di fare il rifiuto” è lo slogan lanciato dalla Regione Puglia per una corretta gestione dei rifiuti ed anche per un modo di sviluppare economia. Occorre, però, una campagna di informazione adeguata per diffondere la cultura “della mondezza” con lo scopo di passare dal mondo in cui il rifiuto è un problema verso un mondo in cui invece diventa una risorsa. I Comuni saranno aiutati, con una gara tra gli stessi per vedere chi riuscirà a riciclare di più e meglio e ad attrezzarsi per la raccolta differenziata; il cittadino dovrà avere la capacità di coordinarsi con il sistema di una distribuzione commerciale, dove l’imballaggio determina un sovrapprezzo del 20-30% e dove si potrà scegliere di optare per prodotti che si acquistano senza confezioni. Bisognerà, comunque, costruire impianti moderni per poi alimentare un circuito virtuoso economico e di occupazione. Forse, dopo l’esperienza negativa della Campania, si comincia a studiare un percorso serio per la difesa intransigente dei diritti essenziali che appartengono alla comunità e che non possono risolversi a danno di una parte di essa, nemmeno di quella che sembra subirne il primo impatto né di quei settori meno protetti della società che, contro le aggressioni di un potere locale, magari ricorrendo al ricatto recessivo- occupazionale, non è in grado di conoscere i limiti legali imposti al suo operare. Occorre, però, favorire una maturità e sensibilità ulteriore del processo ambientalista con la presa di coscienza dei limiti dell’uomo inteso come “signore della natura”, per riequilibrare i tempi storici con quelli biologici; diventa necessario, quindi, che i tempi dell’economico vengano cacciati dal ruolo assoluto che da tempo hanno assunto nella società e vengano al rispetto dei tempi biologici. La nostra vita, pare, è regolata esternamente da leggi e meccanismi che sfuggono ai ritmi naturali dell’uomo. E’ necessario invertire questa schiacciante tendenza, per recuperare il ritmo del tempo liberato dalla logica dell’alienazione assoluta dell’economia. Non per tornare ad un meccanismo individualista, che non saprebbe superare l’odierno appiattimento sulla figura dell’<< Homo oeconomicus >> ma per significare la scoperta di un nuovo umanesimo in cui il soggetto- parte biologica di un insieme- si ritrovi come <<homo socius>>, impegnato nella conquista e difesa di valori eccedenti la sua “naturalità”, i quali si esprimono nella tutela ed equilibrata distribuzione delle risorse e nell’accrescimento paritario dei diritti dei membri di una collettività per assicurare che l’esercizio di ognuno sia riconosciuto a “viventi uguali” e non a “sopravvissuti diseguali”.