Giuseppe D'Oria

NON HA MOLTA IMPORTANZA CHI PARLA O CHI SCRIVE, SE TUTTI LO POSSIAMO SMASCHERARE."I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA HANNO AL LORO ATTIVO UN GRAN BENE, MA IL VOLUME DEL MALE CHE HANNO ROVESCIATO SULLE VARIE COMUNITA' UMANE DEVE ANCORA ESSERE PESATO".

Chi sono

Utente: giusedoria
Nome: GIUSEPPE D'ORIA
Ho insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti superiori e sono andato in pensione nel 2003 con più di trentacinque anni di servizio, compresi i quattro universitari. Non ho voluto rimanere sino al quarantesimo anno, sia per non trovarmi nella condizione di essere sbattuto fuori, sia per portare dentro di me il conforto di aver avuto la forza di lasciare la scena quando essa era ancora illuminata. Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.

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venerdì, 10 luglio 2009

ENCICLICHE E PASSIONI UMANE

 

                                           

Sul fenomeno della globalizzazione, il Papa Benedetto XVI , ha firmato la sua terza enciclica “Caritas in Veritate”.

Le encicliche sociali, e per citarne qualcuna a cui quest’ultima si potrebbe collegare, quali le pregresse “Populorum Progressio” di Paolo VI, “Sollecitudo Rei Socialis, “Laborem Exercens”, sostengono che al mondo occorrono nuove regole per dare importanza alla solidarietà tra gli uomini insieme con una crescita sicuramente materiale, ma soprattutto spirituale. La “Caritas in Veritate”, pur non essendo un’enciclica anti-capitalista, esorta “Le Autorità politiche mondiali” a fare scelte idonee, con regole cogenti, onde evitare eccessivi privilegi, enormi rendite che producono le conseguenze della mancata crescita e della ingiusta inflazione per non aggravare maggiormente le categorie di persone che non hanno voce in capitolo e non sono protette.  

Di ogni enciclica, però, noi italiani, popolo di santi, di navigatori ma anche di truffatori, non ne abbiamo fatto appieno buon uso, anzi, oggi, sul “trionfo del mercato mondiale”, ci lasciamo sopraffare da un “pensiero unico” secondo cui è  il mercato che comanda e spiega ogni evento. Accanto a ciò, tanti comportamenti individuali che, in ogni momento, pongono in atto odio, paura, risentimento, invidia, ambizione che aggravano i nostri umani rapporti; una logica del dominio del capitale, perciò, iscritta nel rapporto sociale ridotto a merce che sembra escludere ogni possibilità di vero sviluppo e di ritorno all’umano.

Sotto questi aspetti è illusorio vedere, senza una “distruzione creatrice “ per rifarsi a Schumpeter, la possibilità di un vero sviluppo. Sembra difficile per ora pensare ad un modo di fare “Politica” che possa sostituire la categoria dell’utile economico e del potere a quella della “caritas” e del mutuo aiuto. Una sostituzione che sarebbe una forzatura nell’ordine delle attuali situazioni e che potrebbe dar luogo a pericolosi fraintendimenti.

Dire che un Partito deve concorrere con gli altri per riuscire a “piazzare” il proprio prodotto, quindi la propria politica sul mercato elettorale, in fondo significa che quel partito deve comunque trovare il modo di soddisfare la domanda del suo elettorato a costi comparativamente minori. Del resto la parziale azione politica, più che giudiziaria, di Mani pulite che ha lasciato in sospeso tanti problemi, ha eliminato il baratro della questione morale che si è allargato sempre di più tra l’indifferenza generale con la propagazione attuale di offerte subdole per allettanti feste, piacere della bella vita, mondanità, donne a pagamento e viaggi lussuosi con fini nascosti, sicuramente illeciti, e con l’ampliamento anche verso chi si è servito di tali fatti per farne lotta politica ma per diventarne subito dopo vittima? Ora, ritengo, dobbiamo fare appello ai  nostri strumenti intellettuali ed avere molto coraggio per l’interpretazione individuale e collettiva - e quindi responsabile – delle tensioni, dei pericoli e delle prospettive in atto.

E’ pur vero che Don Abbondio, di manzoniana memoria, sosteneva che il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare. Bisogna però cominciare, per necessità e per legittima difesa, ad averne di più. Se è vero che l’essere “furbo” a volte diventa un vanto e che la furbizia si mette al servizio della frode che è fenomeno sempre più dilagante, non ci si pone più il problema del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso, dell’onesto e del disonesto; l’onesto, il vero, il giusto non sono più valori per i quali valga la pena spendersi e sacrificarsi e l’assuefazione ai furti, ai delitti, alle tangenti è tale che non ci sorprende più di tanto. In conclusione vorrei tanto sperare che la contraddizione del capitale possa “fondere”, proprio nel suo nocciolo, non per una crisi del capitale ma per una tendenza ad una variegata incalcolabile rivoluzione culturale e sociale.

 

lunedì, 29 giugno 2009

I FALLIMENTI DEL SUD

Ai nuovi amministratori del Sud che di recente eletti si accingono a governare sicuramente con buona volontà ed entusiasmo, va posta una riflessione profonda sugli insuccessi delle politiche implementate negli ultimi quindici anni il cui paradigma di riferimento è stato esattamente quel laisser faire sottoposto oggi a forti critiche da parte non solo dei suoi oppositori ma anche della grande stampa finanziaria anglosassone che l’aveva promosso grandemente nel mondo, per indurre ad una retrospettiva critica sulle azioni del Governo centrale e locale alla luce dei terremoti finanziari, economici e politici in atto a livello interplanetario.

Ci troviamo al cospetto di una sequenza di previsioni e proposte tutte centrate su un impianto concettuale liberista e tutte più o meno disattese e deludenti. Si pensi alla continua esaltazione degli effetti benefici per il Mezzogiorno della tanto declamata unificazione monetaria e dell’apertura dei mercati.  E’ ormai evidente che non si è stati capaci di mettere in atto politiche di “vantaggi comparati” e, anziché aiutare il rilancio del Mezzogiorno, si registra, al contrario, un inasprimento degli squilibri regionali sull’intera scala europea. Le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro che avrebbero dovuto favorire i lavoratori meridionali hanno avuto, invece, effetti analiticamente indeterminati sull’occupazione, che non hanno minimamente arrestato le emigrazioni verso il Nord e hanno generato una grave depressione salariale. Ed esaminando le politiche di privatizzazione e liberalizzazione nel settore bancario ci si accorge che hanno fatto del Mezzogiorno l’unica grande regione d’Europa priva di un proprio sistema bancario, senza che il ricarico che ogni banca decide di aggiungere al tasso di base, tra i tassi praticati agli imprenditori meridionali, si riducesse.

Ed ancora, pensiamo più in generale alle privatizzazioni, sulle quali oggi – con i paesi propugnatori del liberismo che rispondono alle crisi a furia di nazionalizzazioni –  bisognerà mettere in atto qualche seria considerazione. Politiche sostenute dalla retorica del “piccolo è bello” e delle “vocazioni locali” ( vocazioni a “morir di fame”) che in realtà hanno fatto del Mezzogiorno un’area sussidiata ed assistita come da sempre è stata. E per finire una attenta analisi sulle questioni in atto riguardanti il federalismo fiscale che potrebbe provocare conseguenze per il Mezzogiorno degne di gravissime preoccupazioni.

In definitiva, una visione strategica di nuove proposte di politica economica, dopo i tanti fallimenti di scelte per il Mezzogiorno, s’impone per un ripensamento delle decisioni delle amministrazioni locali nel rapporto con gli esecutivi centrali ed europei. I comportamenti, gli atteggiamenti, i metodi di lavoro, le relazioni personali e tutto il sistema sociale inoltre dipendono dall’applicazione o meno della moralità. Per salvaguardare i diritti è necessario rispettare i doveri e quindi le “regole”con una formazione che deve basarsi sull’educazione a comportamenti responsabili e sulla corretta informazione. Una presa di coscienza collettiva della seria necessità di inventare e sperimentare nuovi modelli progettuali e di utilizzare nuovi strumenti volti a favorire una crescita evolutiva delle giovani generazioni, si impone, in quanto esse dovranno affrontare problemi sempre più pressanti che colpiscono l’intero pianeta.

 

sabato, 30 maggio 2009

DISOCCUPATI E CASSAINTEGRATI

La relazione del Governatore di Bankitalia sollecita il Governo a sostenere la crescita economica per uscire dalla crisi con il minor danno possibile soprattutto per i meno abbienti ed in particolar modo per i disoccupati e cassaintegrati che si avvicinano ad essere intorno al 10%.

Da queste pagine, sin dal 22/aprile/’09,  nel mio articolo“Il peggio è passato?” : “Si può, con l’assunto fittizio della Confindustria “il peggio è passato”, pretendere l’allungamento dei periodi della cassa integrazione o alleggerimenti per chi decide di investire nuovi capitali senza interventi di politica economica che analizzino più da vicino una più equa distribuzione del reddito? Ed ancora il 6/marzo/’09 in un altro mio articolo “Banche ed imprese”: Sarebbe auspicabile quindi che banca ed impresa si avvicinassero per aprire al dialogo in modo nuovo con un cambiamento radicale culturale negli operatori bancari - che  guardano ormai poco alle relazioni personali ma molto ai documenti cartacei - e gli imprenditori, per riconsiderare questo rapporto con lo scopo di ragionare su una finanza d’impresa in chiave innovativa. Riconoscere, cioè, meglio gli strumenti esistenti sul mercato, usarli tutti e nel modo migliore per l’esigenze in quel momento di quell’impresa. Molto spesso l’innovazione non è altro che un’intelligente interazione tra banca ed impresa-cliente, da cui nasce o potrebbe nascere una sorta di soluzione innovativa per risolvere i problemi finanziari concreti che ha un’impresa.

Ora il Governatore di Bankitalia conferma la gravità della crisi, lanciando un appello a Governo e banche (…“con le imprese siate lungimiranti”..) perché facciano, ciascuno per la propria parte, il dovuto mestiere loro spettante senza attendere una crescita dell’economia spontanea, che pure è nelle cose, ma che intanto, senza adeguati e ponderati interventi, potrebbe, nella aspettativa inerte, farci morire un poco alla volta. Ancora il 3/aprile/’09 in un altro articolo dal titolo “G20 – legal standard?”, così recitavo: “L’economia mondiale, i Governi dei vari Paesi e gli operatori economici, a fronte della nuova realtà, necessitano di regole adeguate, di istituzioni in grado di sovrintendere al loro rispetto, di strategie adatte a fronteggiare le sfide e a cogliere opportunità. “Infatti ciò che non si riesce a decidere sono nuove regole in risposta alle emergenze in atto, un monitoraggio con la capacità ed un ruolo propositivo di far rispettare le decisioni o gli indirizzi statuiti”. (07 luglio 2008 con un articolo dal titolo “G8- la sfida planetaria”).

Problemi enormi quindi come debiti, disoccupazione, cassintegrati non si affrontano con i pannicelli caldi, ma con interventi di politica economica, organicamente intesi e coordinati, essendo ormai improcrastinabile il “dovere assoluto” di adempiere da parte di chi, spesso, ci governa in modo estemporaneo.

 

lunedì, 18 maggio 2009

SALARI E PRODUTTIVITA’

 

Cosa farò da grande? Nella risposta che si può dare si condensano aspirazioni e vocazioni, competenze e capacità, istruzione ed esperienza ed anche un pizzico di fortuna. Dal lavoro dipende la fettina di torta che ogni anno produce l’intero sistema economico. L’OCSE riferisce che i salari italiani sono più bassi tra quelli del mondo industrializzato e ciò viene legato alla produttività che va diminuendo. Partendo da questo il ministro del Welfare ha proposto di cambiare il modello contrattuale e legare le retribuzioni ai risultati della produzione anche con la partecipazione dei lavoratori all’impresa e al suo azionariato. I Sindacati, intanto, sembra stiano passando lentamente da una posizione puramente contestativa a un ruolo interlocutorio e operativo, in grado di condizionare il consenso sociale e lo sviluppo economico, assumendo una connotazione più politica. La domanda chi mi pongo diventa allora: conviene iniziare dal lavoro per esaminare la domanda dei fattori produttivi oppure, tenendo presenti le leggi economiche, cominciare dai fattori produttivi per determinare i salari?  E’ vero che il capitale è tutto ciò che serve al lavoro per aumentare la produzione come i macchinari, attrezzature, capannoni, uffici, apparecchiature, ma è altrettanto vero che il lavoro viene prima del capitale e che questo è solo frutto del lavoro. Sebbene il salario, come qualunque altro prezzo, debba sottostare alle leggi della domanda e dell’offerta, non va mai dimenticato che il lavoro è fornito da persone, con diritti e aspirazioni che vanno tutelati ed assecondati. Indubbiamente per ottenere un prodotto di qualità servono macchinari sofisticati, una perfetta organizzazione aziendale, una ricerca continua di nuovi miglioramenti e, di conseguenza, lavoratori preparati e motivati ad ottenere il miglior risultato possibile; è necessario che non si dia adito a ragioni di ingiustizia nel trattamento relativo dei diversi lavoratori, dato che questo ridurrebbe l’efficienza della squadra, ma sarebbe pure giusto che la partecipazione dei fattori ai processi produttivi venisse ricompensata attraverso la distribuzione delle fette di quella “torta”. Altre forme di coinvolgimento dei lavoratori alla vita della azienda, quali la cogestione e la partecipazione agli utili, nella realtà italiana sono ancora poco attuate, a differenza, invece, di altre realtà europee, nelle quali queste soluzioni fondate sul superamento del conflitto, sono apparse proponibili e realizzabili. Se la recessione e il ristagno economico hanno ripercussioni negative sui salari e sull’occupazione, se per adeguarsi alle nuove realtà produttive i costi sociali diventano rilevanti, sarebbe necessario che le istituzioni democratiche tendessero ad evolversi nel dare una nuova connotazione ai sistemi, soprattutto pensando ad una funzione redistributiva che gli Stati dovrebbero assolvere modificando le categorie tradizionali dei salari, dei profitti e delle rendite.

sabato, 16 maggio 2009

L'ECONOMIA E' MALATA

  

Da quando l’Istat effettua le rilevazioni trimestrali, il PIL (Prodotto Interno Lordo) non ha mai subito, variazione su base annua, pari a -5,9% ; è il dato peggiore dal 1980 che ha smentito ogni previsione fatta in precedenza. In questo periodo, tutte le variabili economiche hanno un andamento depresso e le aspettative degli operatori economici, inoltre, sono negative per cui si assiste a un ristagno degli investimenti, al fallimento di molte imprese deboli e all’aumento della disoccupazione. Il sistema economico sembra crescere in continuazione ma si ammala periodicamente in quanto è legato a milioni di decisioni prese da individui, coordinati dal mercato, con il suo corpo che funziona meno di quanto potrebbe a causa di leggi e istituzioni che ne ostacolano l’assestamento. Lo squilibrio tra risparmi ed investimenti, l’instabilità monetaria e la disoccupazione, concentrata soprattutto nel Mezzogiorno, sono le principali malattie che stanno logorando il tessuto sociale. Inoltre le vecchie e nuove povertà, la diseguaglianza sociale hanno a che fare con il funzionamento dell’economia che, in questi ultimi tempi, vorrebbe premiare l’efficienza più che l’equità producendo una società diseguale che crea sempre più divisioni e situazioni insostenibili le quali, oltre a essere moralmente inaccettabili, finiscono per ostacolare il funzionamento dell’economia e riducono il benessere collettivo. La spesa per gli investimenti, pur essendo per sua natura variabile, dipenda anche dalle condizioni creditizie, e se il PIL subisce contrazione è facile prevedere che esso inciderà negativamente sugli investimenti facendo coincidere insieme disoccupazione ed inflazione con ostacoli enormi al mercato del lavoro che non è in grado di utilizzare appieno le persone disponibili a lavorare, con maggiori difficoltà a prevenire quegli scompensi che sono connaturati al modo di essere dell’economia. E’ necessario quindi un “mettersi d’accordo” per distribuire equamente i prodotti senza scatenare quell’amara contesa sociale che corre il rischio di innescare altri guai. Si tratta di sedersi attorno al tavolo, rappresentanti dei lavoratori, degli imprenditori e dello Stato per elaborare regole idonee a distribuire la “torta” che, divisa male, può intaccare la stabilità economica, sia causando inflazione, sia agendo in maniera più diretta con scioperi o addirittura chiusura di fabbriche. A livello di intero sistema o di singolo attore, sia Stato, sia impresa, sia famiglia, i virus economici stanno colpendo ciascuno di noi con malattie serie che non essendo stati in grado di prevenire con terapie semplici e con un idoneo vaccino ora diventano curabili con medicine da cavallo, sperando che i rimedi non siano peggiori dei mali e che  la perdita di benessere non riguardi solo i già cagionevoli ma tutti, in ragione delle proprie sostanze, per una nuova stagione di crescita.

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì, 17 novembre 2008

CONDUZIONE DEGLI “AFFARI” UMANI

                                                             

Gli Stati attraversano una pericolosa fase di confusione ed indeterminatezza che, pur tuttavia, potrebbe comportare intese ampie. La necessità sempre maggiore di addivenire a qualcosa in comune a livello mondiale potrebbe essere un’altra spinta verso l’unità e la globalizzazione e, a beneficio di tutti, dovrebbe attutire il problema della fame, assicurare la protezione e lo sviluppo dei diritti umani, la salvaguardia dell’ambiente affermando, in tutti i posti di lavoro, adeguati parametri sociali. Ma se gli Stati, i governi insieme con le multinazionali ed istituzioni finanziarie non saranno sottoposti ad un effettivo controllo etico, con un’Organizzazione delle Nazioni Unite rafforzata e organizzata in modo diverso e più proficuo rispetto all’attuale, questo non potrà verificarsi. Anche un’attenta società civile, con la moltiplicazione di organizzazioni e reti non abilitate a governare ma a suggerire, nonché le iniziative in tutto il mondo a favore dei popoli più bisognosi, dovrebbero essere più determinate e, ciascuno, spinto soltanto dal “proprio egoismo”, come sinora è stato, dovrebbe capire che, continuando di questo passo, non accontentandosi solo della buona azione quotidiana, prima o poi,  potrà avere un risultato negativo per se stesso in quanto i processi di cambiamento diventerebbero sempre più lenti non potendo evitare l'aumento della pressione dei problemi globali che ricadrebbero, a pioggia, sugli abitanti della Terra, amplificando in intensità i problemi personali.

La dimensione dei problemi su scala mondiale richiede risposte universali come ogni cellula che appartiene all’organismo e continua a vivere solo se la sua resistenza alla vita è in sintonia con l’intero corpo e viceversa. Nel campo dei diritti umani vi sono tentativi che spingono a saldare i vari livelli istituzionali e, come conseguenza, la dignità della persona e la soggettività giuridica originaria delle persone e dei popoli dovrebbe essere riconosciuta ad ogni livello. Fra noi occidentali, fortunatamente ubicati nelle zone della terra più evolute ma con un’economia che non dà più sicurezza e non crea più nuovi posti di lavoro, una domanda comincia ad essere insistente: “Che senso ha, oggi, il parlare di denaro? Per chi passa il tempo giocando a monopoli con soldi veri, cioè, multinazionali, lobbie, trust, mafie, centri occulti e così via, il denaro è potere e arma di condizionamento; un giorno comprano dollari, dopo marchi, yen, i capitali vengono trasferiti a piacimento, ma dove conviene di più, per poi in un'altra ora trasferire le industrie nei paesi in via di sviluppo ove la manodopera può essere sfruttata, sfuggendo così alle normative sulla sicurezza e sulla salvaguardia dell’ambiente. Il guadagno si basa sulle speculazioni di borsa, sui cambi, sulle materie prime, sui prodotti agricoli, sullo sfruttamento della forza lavoro e così la moneta è, e resta, solo cartacea, di nessun valore intrinseco. Chi non possiede ricchezze conta niente, perché per essere bisogna possedere ad ogni costo, e si guarda con ammirazione chi emerge come che sia,  chi sa giocare in borsa, e persino chi evade il fisco, o chi approfitta, in modo più o meno palese, del prossimo. Le leggi nazionali e internazionali sanciscono la legalità delle speculazioni, arrivando agli estremi, come in Italia, dove le ultime finanziarie contano molto sulle lotterie per rimediare al deficit pubblico. In questa logica, è da orbi non vedere tanti elementi destabilizzanti che hanno come conseguenza la continua spinta verso il consumismo, ad avere più del necessario con una volontà che resta in eterno insoddisfatta. Gli utili non vengono, quasi mai, investiti per nuovi posti di lavoro, ma in modo tale da sostituire la forza umana, limitando così i costi di produzione e aumentando di conseguenza il lucro, con sempre maggiore e progressiva riduzione dell’occupazione. Il denaro, inteso come profitto è inseguito senza sosta e senza considerare la qualità della vita. Pertanto è necessario impostare un nuovo ordine economico. Le speculazioni sui cambi, in Borsa, sulle materie prime, sulle fonti energetiche, corrette dal punto di vista legale, sono perfettamente scorrette dal punto di vista etico e dell’equa distribuzione della ricchezza. L’instabilità, la eccessiva frammentazione dei sistemi economici e finanziari mondiali o cambierà - con un necessaria intesa internazionale fra i diversi paesi, con altri patti, perché sia possibile rendere efficiente un nuovo stato sociale, con una rete di protezione dei più deboli, con un governo mondiale dell’economia-  o si arriverà, come nel corpo umano, allorquando i diversi vitali organi non funzionano, al collasso finale.

 

mercoledì, 22 ottobre 2008

L’ ECONOMIA REALE

 

                                                 

L’intervento pubblico nell’economia non si dovrebbe svolgere in modo occasionale e saltuario ma secondo una linea di politica economica che sia quanto più possibile coordinata e programmata nei diversi aspetti, in modo tale da raggiungere obiettivi  economicamente razionali. Spetta agli organi politici dello Stato o degli Stati, ma anche alle decisioni locali, effettuare in proposito le scelte che, a loro volta, dipendono dall’indirizzo politico prevalente. Ma se ci dovessimo chiedere, oggi, quale politica di intervento si vuole attuare, si corre il rischio di restare confusi e perplessi in particolar modo per ciò che riguarda la politica di sviluppo che, per i paesi sviluppati, dove il tenore di vita è abbastanza alto, l’obiettivo dovrebbe essere quello di assicurare che l’attività produttiva sia sufficientemente dinamica e si accresca di pari passo con l’incremento demografico e con le innovazioni tecnologiche. Così non pare si stia facendo. Infatti la spesa per il potenziamento della ricerca scientifica che favorirebbe il progresso tecnologico e una migliore utilizzazione delle risorse naturali, la spesa per l’istruzione che dovrebbe essere indirizzata a migliorare la qualificazione professionale delle nuove generazioni, sono, in misura rilevante, sempre più ridotte per cui la politica di sviluppo, che agisce a lungo termine e che ha lo scopo di incrementare l’offerta di risorse per accrescere la capacità produttiva, diventa carente e non idonea agli scopi. Inoltre se attuare un’equa distribuzione del reddito significa anzitutto evitare che si verifichino forti concentrazioni di ricchezza nelle mani di poche persone, con conseguente stato di povertà per larghi strati della popolazione e con forti squilibri personali e sociali, anche questo tema sembra non sia stato affrontato in modo appropriato insieme anche con altri squilibri territoriali fra zone sviluppate e depresse come pure in settori dell’economia fra redditi dell’agricoltura, dell’industria e delle attività terziarie. Ora se non vi è nascosta volontà di lasciare al libero gioco delle forze di mercato che tende a svilupparsi con andamenti ciclici che alternano fasi di ripresa e di espansione a fasi di recessione e di crisi, se non si vuole far cumulare, catastroficamente, inflazione e disoccupazione, la necessità diventa quella di intervenire con una decisa politica di stabilizzazione nel fare in modo, cioè, che si incrementi nuova domanda , espandendo la spesa per consumi ed investimenti pubblici insieme con l’incentivazione dei consumi e gli investimenti privati mediante sgravi e sovvenzioni. Aspettare poi la ripresa economica per frenare la domanda complessiva, contraendo le spese pubbliche ed aumentare la pressione tributaria in modo da limitare, ma solo successivamente, la capacità di spesa dei privati. Il governatore Draghi ha sostenuto:” Calano i consumi delle famiglie sotto il peso dell’erosione del reddito disponibile” ed i sondaggi ”rilevano pessimismo tra imprese e famiglie”. I tempi sono stretti e gli interventi ponderati dello Stato non possono più farsi attendere.

giovedì, 16 ottobre 2008

RISPARMIO ENERGETICO

                                  

L’Italia riceverà il vertice G8 del 2009 presso l’isola della Maddalena. Pur potendo il governo ospitante definire gli aspetti rilevanti dell’agenda, è indubbio che l’onda lunga degli ultimi summit contribuirà ad ancorare il confronto ad alcune questioni fondamentali che riguardano l’economia e i mercati. Non sarà, però, sicuramente facile tradurre in un’iniziativa concreta e incisiva la comune aspirazione dei membri del G8, ed in particolare del G7 a dare un segnale rassicurante agli stessi. Per questi argomenti interviene anche la prassi di affidare ad organizzazioni internazionali o a gruppi di esperti l’elaborazione di studi e proposte sui temi in questione su base pluriennale, cosa questa che implica, poi, periodici esami e valutazioni dei risultati. Da qui al vertice del prossimo anno nuove situazioni prioritarie potranno emergere in relazione ad altri problemi di estrema urgenza come la recente crisi dei prezzi alimentari, che sarà uno dei temi cruciali sul tappeto. Restano le forti difficoltà a trovare una qualche possibile forma di coordinamento delle politiche valutarie delle maggiori economie del mondo, oggi connotate da squilibri molto forti – il dollaro in calo, il renminbi cinese tenuto artificialmente basso – di cui soprattutto l’Unione europea sta risentendo. Anche su altri punti cruciali, come l’energia e i fondi di investimento, non si è riusciti finora a trovare un qualche minimo accordo . Il tema dell’energia la cui rilevanza per la comunità internazionale è peraltro fortemente accentuata dalla crescita  del prezzo di petrolio e gas. Sul fronte energetico il quadro di riferimento continuerà ad essere “l’Energy Action Plan”adottato a San Pietroburgo nel 2006, che sviluppa un approccio ai problemi economici, ambientali e sociali legati alla questione energetica. Nel settore dell’energia l’Unione europea (UE) si trova di fronte a sfide senza eguali, conseguenza di una maggiore dipendenza dalle importazioni, da preoccupazioni sull’approvvigionamento di combustibili a livello mondiale. Nonostante ciò, l’Europa continua a sprecare per inefficienza almeno un quinto della sua energia. Eppure il risparmio di energia è di gran lunga il modo più efficace per migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e ridurre nel contempo le emissioni di biossido di carbonio. Il risparmio energetico contribuisce sicuramente a incrementare la competitività e a stimolare i mercati avanzati delle tecnologie e dei prodotti efficienti sotto il profilo energetico. Rispetto allo scenario attuale è necessario educare la società civile, gli operatori di mercato e i responsabili politici, e trasformare il mercato interno dell’energia in modo da fornire ai cittadini dell’UE infrastrutture, edifici, elettrodomestici e mezzi di trasporto dalla massima efficienza possibile per un serio risparmio organico del piano energetico. Per concretizzare le potenzialità di risparmio energetico dell’UE sarà necessario un cambiamento significativo del nostro approccio al consumo energetico. Su altre tematiche, invece, l’intesa tra i leader appare più problematica. Comune è l’interesse per la definizione di una strategia che assorba gli effetti negativi sull’economia mondiale di crisi localizzate che si ripercuotono però globalmente, troppo spesso a causa dell’assenza di una idonea ed adeguata regolamentazione.

Occorre un rinnovamento deciso nel modo di produrre delle nostre diverse società affinché gli europei possano utilizzare meno energia pur conservando la stessa qualità di vita. I prodotti dovranno essere confezionati con tecnologie più efficienti sul piano energetico e i consumatori dovranno essere incentivati ad acquistare tali prodotti utilizzandoli in modo più razionale. Gli europei, in definitiva, devono risparmiare energia anche considerando che si spreca almeno il 20% dell’energia che si utilizza.“Grazie ad un risparmio energetico, l’Europa, al contrario potrà contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici, nonché a ridurre i propri consumi sempre in aumento e la propria dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili dai paesi terzi», ha affermato il commissario europeo per l’Energia Andris Piebalgs nel momento in cui la Commissione ha presentato il piano d’azione per l’efficienza energetica. «L’efficienza energetica è fondamentale per l’Europa: se agiamo adesso, il costo diretto dei nostri consumi energetici potrebbe ridursi di oltre 100 miliardi di euro l’anno entro il 2020. Ci riusciremo ?

 

martedì, 07 ottobre 2008

PILE SCARICHE

                                

Il sondaggio, captato qualche anno fa dalle antenne del Censis che disegnò un paesaggio sociale desolante, non conferma un mutamento in atto nella società italiana.  L'Italia, nelle parole del presidente Giuseppe De Rita era un Paese "con le pile scariche", deluso, depresso, che soffre di una generale mancanza di aspettative, piegato su se stesso e sfiduciato rispetto al miglioramento di prospettiva.

La caduta della speranza che si conferma anche con il collasso demografico, lo sradicamento della tradizione, la mancanza di una società umana ed aperta, potrebbero farci spiegare, in parte, la meteorologia del nuovo clima ancora incerto dove sono in atto i redditi che scendono, i prezzi che salgono, le minacce di guerra e di carestia, criminalità e disordine, banche che falliscono e una declinante fiducia nella capacità di chi governa, e persino nelle istituzioni degli Stati. In questo scenario uno tra i pericoli più grandi che incombe oggi su di noi è quello di smarrire il senso complessivo del vivere non riuscendo più a mantenere una visione chiara della differenza tra ciò che è possibile fare e ciò che è lecito fare. E’ ovvio che, se questo stato di cose risponde a verità, occorre cambiare strada soprattutto per i giovani i cui problemi riguardanti il loro avvenire e il loro inserimento nella società stanno per diventare drammatici. I cittadini maturi chiedono intanto una partecipazione diretta a tutto ciò che concerne loro, sentendo il bisogno di stimolare l’iniziativa, riconoscendo, però l’ordine di alcuni grandi problemi che ci stanno davanti. I governi rappresentativi si stanno trasformando in un gigantesco e confuso processo di contrattazione tra gruppi organizzati che lascia il cittadino nella condizione di sudditanza e non certo fiero della propria partecipazione, incapace ed impotente di difendere e sviluppare i principi in base ai quali si prendono le decisioni. Il linguaggio della politica deve cessare di guardare al vantaggio della vaghezza e dell’oscurità nella lotta per la conquista della popolarità, mentre fa mostra di stare dalla parte di tutti, sbarazzandosi di ogni impegno che diventa compromettente. Come l’Unione europea insiste a dire, occorre rifarsi alle buone pratiche soddisfacenti da più punti di vista. I conflitti sociali devono tradursi in negoziati e questo non deve rappresentare solo un compromesso di spartizione, ma apprendimento di preferenze migliori e abbandono delle cattive abitudini. Con risorse finanziarie sempre più incerte, in un quadro normativo di riferimenti confuso, a causa pure di un federalismo incompiuto, sicuramente non mancano i punti di riferimento culturali e istituzionali. Ma si tratta di calare il nuovo nel contesto specifico con un’azione solidale, che ritrova e rivela le sue radici, con una capacità nuova di dare e ricevere fiducia.

Pubblicato su Quotidiano di Puglia il 28/09/'08

venerdì, 03 ottobre 2008

PAURE PLANETARIE

                                                  

Un dato ineludibile che sta emergendo e che rappresenta un vero e proprio “pretium doloris”,  riguarda la costante crescita non del benessere ma delle paure planetarie che bisogna combattere. Per questo si è aperto un confronto, a Roma, tra premi Nobel, ricercatori e studiosi per il "World Social Summit". Tema  da studiare ed approfondire che nasce dalla sempre maggiore considerazione intorno alle paure nelle società contemporanee. Uno stato d’animo provocato "non solo dall'aumento dei rischi percepiti come minacce per gli individui" dal terrorismo alla sicurezza personale passando per le minacce ambientali, "ma soprattutto dalla crescita dell'incertezza con cui sempre più ampi strati di popolazione mondiale sono costrette a confrontarsi".

 Gli italiani che fanno sempre maggiore fatica a "sbarcare il lunario" vivono in un’ Italia che compie sempre più enormi sforzi per essere competitiva nel mondo, ove la ridotta produttività annaspa a  conquistare parte di mercato e riduce il prodotto che stenta a distribuire. E gli elementi che frenano la produttività, come i poteri occulti o meno di cui sono titolari tante categorie che bloccano l' evoluzione sociale,  i privilegi, le rendite, fanno sì che a subirne le conseguenze della mancata crescita e della crescente inflazione siano soprattutto le poche categorie che non hanno voce in capitolo e non sono protette. Le previsioni della Commissione europea e il nuovo indice dei prezzi dell’ Istat confermano queste situazioni preoccupanti.
Sia a destra che a sinistra la forza del capitale prevale suonando la stessa musica: “sicurezza”.  Ma tale sicurezza non riguarda il lavoro che, mancando, si trasforma in insicurezza sociale, ma altro non è che la sicurezza per il capitale. Il processo di accumulazione capitalistico che durante le sue fasi di sviluppo esclude strati di meno abbienti , ne rende precari altri e produce migliaia di diseredati che da un continente all’altro forniscono manodopera a basso prezzo e per tutti i tipi di lavoro, anche quello nero.

In questo processo non è difficile individuare anche la tendenza all’ aumento irrefrenabile della tecnica con la conseguente inevitabile riduzione progressiva della mano d’opera; la macchina elettronica offre alla società, ai gruppi, all’industria una occasione irripetibile di rivedere sistemi sbagliati e irrazionali, ma può anche portare allo sconvolgimento di tutti i valori acquisiti  con la tendenza a regredire verso epoche che ci illudevamo fossero del tutto scomparse.

La deregulation in atto del movimento dei capitali, rimuovendo gli ultimi, deboli, ostacoli agli investimenti esteri diretti a livello globale, potrà rendere tutti meno sovrani, svuotando progressivamente, di ogni controllo, l’economia mondiale. Ancora una volta, in soltanto apparente monotonia, tornano le parole formazione e cultura per scegliere se diventare forza motrice del prossimo futuro o coda di un mezzo che marcia veloce guidato dalle nuove forze e potenze economiche orientali con uno scenario che aprirebbe la strada a nuovi rapporti negli equilibri mondiali, e , nel contempo, con un Europa che non si sa ancora quale voce forte possa avere nelle decisioni di politica internazionale. Nel 2009 la presidenza a rotazione del Gruppo degli Otto, o G8, spetterà all’Italia. Sarà un impegno per interessi economici, politici ma, si spera, possa curarsi anche di aspetti sociali per suggerire una via che comprenda l' attenuazione della cappa di insicurezza.

 

 

venerdì, 26 settembre 2008

FORMAZIONE PERMANENTE

                       

 Con progetti, fondi e obiettivi  la Commissione europea ha sollecitato gli Stati membri - dopo che il Parlamento e Consiglio EU hanno adottato la Raccomandazione della Commissione relativa al Quadro europeo delle qualifiche e dei titoli per l’apprendimento permanente (European Qualifications Framework = EQF) - a investire nel capitale umano per concorrere a realizzare la società delle conoscenze e competere nell’economia mondiale.  Il Quadro europeo delle qualifiche e dei titoli è uno schema di riferimento che consente di confrontare le qualifiche ed i titoli di studio esistenti in Europa. Esso inoltre, persegue il doppio obiettivo di promuovere la mobilità tra i paesi e facilitare l’apprendimento permanente lungo tutto l’arco della vita. L’EQF è basato su otto livelli di riferimento delle qualifiche, da un livello di base ad uno avanzato. La raccomandazione fissa al 2010 l’obiettivo di raggiungere una correlazione tra il Quadro Europeo per le Qualifiche ed i sistemi di qualifiche in vigore nei vari Paesi. A partire dal 2012, invece, titoli e diplomi nazionali dovranno menzionare il corrispondente riferimento EQF. Parallelamente all’adozione del Quadro Europeo per le Qualifiche procede l’adozione del Sistema europeo per i crediti per l’istruzione e la formazione professionale, essendo quest’ultimo incluso nella strategia del primo. A pochi giorni di distanza dalla adozione della raccomandazione dell’EQF è stata infatti presentata dalla Commissione la proposta di raccomandazione Ecvet: ( Sistema europeo di crediti per l’istruzione e la formazione professionale) un sistema che non ambisce ad armonizzare le qualifiche ed i sistemi di istruzione e di formazione professionale, ma che ha l’obiettivo di accrescere la comparabilità e compatibilità dei risultati. E’ importante sottolineare che la raccomandazione impegnerebbe gli Stati membri ad utilizzare il Sistema Ecvet su base volontaria.

Per approfondimenti su Ecvet consultare il sito dell’Unione Europea:

 http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2008:111:0001:0007:IT:PDF

 

Da questa impostazione sembra possano derivare le due concezioni estreme del mondo moderno: quella che trasforma la tecnica nel più grande strumento di liberazione dell’uomo dalle sue necessità elementari e quella che vede, nella tecnica, nella specializzazione, lo strumento della perdita della propria interiorità.  Il mondo si trasforma e si rinnova se l’uomo si inserisce in esso come forza intelligente e creativa, compenetrando del pensiero l’azione, impegnandosi nella collaborazione. E l’impegno umano, per essere razionale, quindi produttivo, richiede di essere illuminato e guidato dalla scienza, disciplinato dalla tecnica, reso creativo dall’arte. Ma sappiamo anche che un sistema di relazioni è entrato in crisi ed obbliga a ripensare il nostro modo di collocarci nel mondo della vita. Pertanto il modo di progettare per attivare le condizioni idonee a garantire equilibri plausibili e durevoli, pure va cambiato con un trattamento a più mani, in un gioco di rimandi e di verifiche, in un incrociarsi e combinarsi di ottiche molteplici attraverso cui la conoscenza diviene cultura per trarre vantaggio in termini di chiarezza, di arricchimento, di identità che debbono entrare nella dialettica dei confronti. Pure perché i termini nei quali la politica viene pensata, in tutti i Paesi occidentali, provengono da tradizioni particolari, ma vi si ritrovano le medesime dottrine e i medesimi complessi ideologici, anche se i casi e i fondamenti filosofici non sono gli stessi; ma adesso sembra che nella gerarchia del prestigio, molto meno che in quella del denaro, non siamo più rivoluzionari per poter correggere, se necessario, un apparato che potremmo definire “ neo-sistema tecnico”. Viviamo in un certo tipo di società e niente ci impedisce di prefigurare un nuovo modello migliore rispetto all’attuale, ma ciò dice pure che non si cambia solo con nuove strutture, quanto piuttosto cambiando le relazioni interpersonali con il criterio ultimo del “bene comune” da intendersi, tuttavia, non in modo statico ed empirico ma in forma dinamica, e cioè come l’insieme di tutte quelle condizioni che assicurano il massimo sviluppo possibile della personalità di tutti i cittadini.    

venerdì, 18 luglio 2008

L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO

 

 

 

 

 

E’ rimasto famoso l’episodio accaduto a Locarno nel 1925: l’accordo tra Francia e Germania fu facilitato per via di un gatto, che, strofinandosi ai calzoni di Briand e di Streseman, fece nascere tra i due statisti un’immediata simpatia. A Parigi,  durante la discussione sui punti del patto siglato per dare vita ad una possibile pace in Medio Oriente, tra i due principali attori del conflitto israelo-palestinese, Ehud Olmert e Mahmoud Abbas non c’era il gatto che faceva le fusa ma non c’erano nemmeno il re del Marocco Mohammed VI, rappresentato dal fratello, e  Muammar Gheddafi, leader libico, che, anzi, ha definito l’iniziativa, un’aberrazione. A parte gli eventi storici positivi o negativi, che pure hanno una loro parte, bisognerebbe di più guardare al bandolo della matassa nell’ingarbugliato e mai sbrigliato concetto di “Diritto internazionale”, punto di partenza di ogni soluzione veritiera. L’unica fonte del diritto internazionale scaturisce dalla volontà collettiva degli Stati interessati che si manifesta o con la forma della consuetudine o con accordi- trattati, tanto da escludere, dall’ambito del diritto, ogni elemento anteriore a quelli in cui siffatta volontà si determina. E’ ovvio che esistono tanti diritti internazionali quanti sono questi accordi. Può allora il vertice di Parigi, con una semplice trattativa, ove si configura un rapporto di società, creare modificazioni interne ad ogni Stato al punto tale che ciascuno di esso possa diventare il complemento dell’altro, e, insieme, costituire una più complessa istituzione con personalità giuridica? Si ha l’impressione, al contrario, che “il  de jure publico condendo” vada parallelamente realizzandosi in progressivi tornaconti economici, tracciati sul sistema finanziario, nello sviluppo della “ de re oeconomica condenda”, ove, a torto o a ragione, si vogliono ampliare le proprie economie, per non dover soccombere. Ciò spesso comporta una perenne discussione, senza mai addivenire ad uno status di fatto, perpetuando inevitabilmente un periodo di incertezze e di rinvii.  Il leader libico Gheddafi, che ora definisce il vertice un’aberrazione – con, intanto, migliaia di persone perseguitate o scacciate che fanno aumentare il numero dei clandestini- da tempo, infatti, si batte per un progetto di comunità economica araba, ispirato al sistema e agli statuti UE, con la formazione della CEA ( Comunità economica Araba) per creare una banca, con circolazione di nuova moneta araba, la previsione di un istituto di idrocarburi e un altro per la ricerca scientifica. Ieri è nata pure presso Ara Pacis, in Roma,  “MEDIDEA”, per una politica mediterranea e per dare all’Italia un ruolo da protagonista nell’intensificare la cooperazione delle relazioni transmediterranee. O quanta species!!!…..

La questione è che per sbrogliare il quadro generale in Medio Oriente, molto complicato, per un’Europa che voglia certezze di diritto, non si ha bisogno di vertici, più o meno qualificati,  di fondazioni per delineare “storiche opportunità” a sostenere rapporti economici più o meno intensi, ove ciascuno propaganda il suo trionfalistico appello alla pace o avanza promesse economiche per lo sviluppo di alcuno, ma di Stati potenti o super-potenti che, diversamente dal passato, allorchè furono appellati con eufemismo “colonizzatori”, non siano, non vogliano e non appaiano più come tali. L’Europa deve poter concretizzare uguaglianza e  “paritarismo”, che spesso sono parole magiche, a cui fa riscontro la “realpolitik” delle superpotenze che ne ostacolano l’attuazione, accanto ad un modo arabo di pensare, che non è certo moderato, di marca antioccidentale e che può portare a ratificare patti rischiosi in un mercato del globo che va a dismisura allargandosi, purchessia, basta che si venda il greggio. Di pari passo, oltre agli spettri commerciali e competitivi, si alternano nelle menti degli euro-partners, quelli politici, con un crescente terrorismo internazionale.

 Nei secoli essi hanno seminato dissidi e vento; l’augurio è che possano raccogliere pace, saggezza, umanità, e non più tempesta. "L’UNIONE MED", "MEDITEA" rappresentano un vero e sentito inizio di pace o, al contrario, una strategia  per la sola tutela di alcuni interessi economici? Sono una soluzione o un problema? “Ai posteri l’ardua sentenza”.  

 

 

mercoledì, 16 luglio 2008

DISORDINE ASSOLUTO

                            

La crisi in atto sui mercati e i relativi processi di globalizzazione delle attività economiche stanno dividendo illustri studiosi e manager sulle terapie e strategie, per far fronte alle necessità di realtà scabrose che potrebbero riguardare molti ordini di fattori e che, con una certa semplificazione, potrebbero essere politici, economici, tecnologici. Politici, in quanto la fine del confronto Est-Ovest, che implicava anche un certo tipo di organizzazione delle attività economiche, è cambiato; economici, per l’affermarsi di principi e di comportamenti con al centro il ruolo del mercato e la libertà d’iniziativa; tecnologici, per le possibilità offerte da informatica e telematica che consentono comportamenti e tipi di flussi economici impossibili da attuare fino a pochi anni addietro. Le azioni che si possono avviare e gli strumenti che si possono utilizzare per raggiungere obiettivi che facciano progredire l’economia sono molteplici ed estremamente differenziabili nei diversi contesti, ma è certo che, in generale, deve diventare essenziale la creazione di un contesto istituzionale che generi fiducia ai potenziali imprenditori per diffondere una cultura imprenditoriale ai fini di promuovere e valorizzare sul mercato le risorse di cui si dispone, le vocazioni e i saperi locali. Occorre facilitare l’entrata sul mercato per nuove imprese, abbassando le barriere all’entrata e promuovendo collaborazioni e reti d’imprese per sviluppare servizi collettivi ed economie esterne, avendo cura di incrementare la formazione delle risorse umane e la trasmissione dei saperi. Non ultimo diffondere l’innovazione e l’applicazione degli standard internazionali.

La laboriosità di tanti piccoli imprenditori e comunità locali che non possono essere definite a priori ma che sono frutto di un continuo interagire tra il mercato e le forze locali, devono poter accompagnare la crescita economica ordinata per rafforzare e accelerare le dinamiche del mercato che, da tempo, si va liberalizzandosi con estensione continua ed anche con crescente competizione. Con la tutela contro le contraffazioni garantite dall’accordo sulla proprietà intellettuale, il rafforzamento della normativa contro le deviazioni, ma anche la maggiore efficacia delle procedure per la soluzione delle controversie, dovrà essere reso più chiaro e coercitivo con la vigilanza  dell’ OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), oggi più conosciuta con il nome inglese World Trade Organization (WTO),  che deve poter svolgere il ruolo ad essa assegnato se non si vogliono istituzioni che non servono a nulla e che, alla fine, vale la pena di sopprimerle. In definitiva, un mercato libero, ma anche sempre più ingiusto, deve poter essere controllato in via preventiva e successiva, e non solo quando è troppo tardi, per rendere credibili le istituzioni deputate ad hoc; per il rispetto degli accordi, per la tutela dei più deboli, per una ordinata amministrazione delle cose di questo mondo che, purtroppo, diventa sempre più una torre di Babele. Se non si vuole il caos, bisogna pensarci in modo approfondito e, soprattutto, affidarsi a persone ed organi che sappiano far fronte all’emergenza e che abbiano le capacità di  usare i mezzi a disposizione, nell’interesse di tutti. Per mettere, almeno, ordine al disordine, per attuare una necessaria quanto impellente, ordinaria ed ordinata amministrazione della cosa pubblica.

 

giovedì, 10 aprile 2008

 

 

mercoledì, 09 aprile 2008

TV E SCENOGRAFIE POLITICHE

 

 

Il protagonismo della televisione per quanto riguarda, in questo periodo, la campagna elettorale in atto, ma potrei dire anche per le precedenti dell’ultimo decennio, disorienta talvolta per le frequenti oscillazioni fra il trionfalismo e la denigrazione vera e propria. Un processo iniziato da lontano che rappresenta in eguale misura effetti sia di emancipazione che di condizionamento. Appare inevitabile che il potenziamento di alcune facoltà umane di comunicazione registri perdite e restrizioni di precedenti spazi di espressione. L’informazione, attraverso la diffusione della notizia, presentata in tempi brevissimi, attraverso la ripresa diretta, viene talvolta data in maniera spregiudicata, addensando stati di incertezza e di disagio che, ingenerando tensioni, si ripercuotono nei rapporti sociali. Come divi moderni, i leader dei diversi partiti politici,bardati di stemmi partitici sui vestiti lussuosi che indossano, diventano vedette d’attualità con una informazione fatta di slogan che, privi di ogni significato politico,vorrebbero assurgere a dignità di eventi storici per far credere che in questo modo si possano promuovere e moltiplicare le relazioni umane col pubblico. I nuovi capi politici sono calamitati sia sull’immaginario che sul reale: ideali inimitabili e al tempo stesso modelli imitabili. Sembrano diventare eroi superumani nel ruolo che impersonano, molto umani nell’esistenza privata che vivono. Purtroppo danno corpo ad un Olimpo che noi comuni mortali non possiamo abitare. Fondendo la vita quotidiana e la vita olimpica, questi capi, divengono modelli di vita: sono eroi modelli ed incarnano i miti di auto realizzazione della vita privata. Effettivamente, beneficiando dello spettacolo televisivo, scontrandosi per i minuti o per le ore in cui apparire, con i molteplici gesti e comportamenti della vita filmata o in diretta, sono e diventano i grandi modelli offerti dalla cultura di massa e, senza dubbio, tendono a spodestare gli antichi modelli. Così costoro, presenti in tutti i settori, sono eroi dell’informazione trattata in termini di divismo in una società che si presenta più con l’aspetto mitologico, rispetto pure alle antiche altre società borghesi o aristocratiche, ma paradossalmente più vicine all’umanità quotidiana, piuttosto che con l’immagine della vita vera.

Sarebbe forse opportuno non guardare più queste sceneggiate per così come una volta si assisteva con compiacente simpatia alle “Tribune politiche”, in quanto potrebbero essere irreversibili i danni collaterali di pericolo e di ansia per un possibile danno psicologico: passività, conformismo, impulsività che ristagnano e sedimentano pian piano nell’animo umano. Evidentemente, poco o molto, della televisione non si può fare a meno e forse bisognerebbe arrivare a scrivere il galateo della TV e le buone maniere con un necessario discreto buon senso. 

 

postato da: giusedoria alle ore 11:28 | link | commenti

 

 

lunedì, 07 aprile 2008

TRADIZIONE E CAMBIAMENTO

Abbiamo sempre usato la ragione per giungere dall’ignoranza alla sapienza, per formarci e formare cittadini utili alla società. Ma nell’epoca in cui viviamo ci sono le condizioni fondamentali di una civiltà? Mi sembra che le varie tendenze culturali si ritrovano, oggi, solo nell’ordine di idee come “benessere, potenza, sicurezza”, ideali più fatti per dividere che per unire e tutti procedenti dall’istinto naturale, non nobilitato dallo spirito. E il discorso tra le radici fondanti della tradizione e le prospettive presenti del cambiamento, che trova una sua possibile legittimazione nella storia e nella cultura dell’Occidente, riguarda la carta vincente che è nelle mani dei giovani. “L’anziano sa che il suo ieri e il suo domani presto saranno tutt’uno”. “A questa nuova generazione il compito di tornare a dominare il mondo, di non lasciarlo morire nell’orgoglio e nella follia”. Ma la nuova generazione è debole, è pigra, è indifferente? O, al contrario, è nobile, attiva, produttiva? Non so rispondere con certezza. Chiedo, però, se vale la pena di continuare a navigare nella bufera di polemiche oziose, mai sopite, tra le secche insidiose di concezioni ideologiche più o meno di parte, quando, verificandone la scarsa efficacia, si arriva finanche a sostenerne l’inutilità; mi sembra, perciò, comportamento dannoso, al cospetto di altri gravi problemi che attanagliano la nostra comunità e che aspettano di essere risolti con responsabilità, coerenza ed abilità, persistere, con caparbietà, a voler considerare le cose peggiori del passato.

 In tale prospettiva il discorso diventa di innovazione e cambiamento sperando che, come Sisifo, non si resti nella immane, eterna e sempre vana fatica per l’incapacità di mutare la società, perché appagata nella sua funzione sociale conservativa e schematicamente cristallizzata.

S’impone, quindi, un cambiamento di ordine istituzionale e un cambiamento di ordine socio-culturale con una coscienza storica che difenda un nuovo sistema di valori collegato al precedente, in quanto è sul vecchio che il nuovo s’innesta e vi trova l’impianto per produrre le regole di una continuità che, anzitutto, è continuità di valori umani, sociali, religiosi. E’ su questo terreno che si può allestire, a mio parere, la previsione del cambiamento di una società; come sempre e per ogni cosa, però, è l’uomo che determina e guida le vicende del mondo, rinvenendo impegno, consapevolezza, responsabilità.

 La vera ricchezza che noi abbiamo siamo noi stessi che operiamo e pensiamo. Dotati di intelligenza e volontà, di ragione e di cuore, senza classificazioni di casta e di stato, dovremmo sentire, tutti indistintamente, l’esigenza di cambiare e di correggere, non adattandoci passivamente, tutto ciò che riteniamo non sia giusto, appropriato, conveniente alle esigenze di una collettività; che sia adeguato, al contrario, alle esigenze dei giovani e della società e sia, altresì, in grado di stimolare, di gestire, di  convalidare il cambiamento. Se ogni rapporto presuppone l’altro uomo e si colloquia per addivenire ad una intesa, questa non può esaurirsi con  “l’utile”, come unico movente, giacchè la dinamica dell’utile, presente nell’uomo come nelle bestie, si mescola, negli uomini, con sentimenti di abnegazione e rinuncia che sale verso il meglio. Purtroppo si può scendere anche verso il basso. Ma qui subentra l’esperienza che ci riferisce molte cose, facendoci capire quello che ancora si può e si deve conquistare, ma anche quello che non possiamo correre il rischio di perdere.

 

Pubblicato anche sul numero 2 del periodico di informazione “Partecipazione Democratica” del marzo 2008 


postato da: giusedoria alle ore 12:50 | link | commenti

 

 

 

 

 

 

venerdì, 04 aprile 2008

MINORANZE E MAGGIORANZE

 

Può accadere che il potere venga distribuito in gerarchie sociali nelle quali al vertice è presente il massimo di autorità  ove alla base non è invece conferita alcuna autorità e potere se non quello di adattarsi ad una condizione di sottomissione. Il riconoscere ad un membro del gruppo di possedere un maggior numero di informazioni può portare gli altri membri a collocarsi in una posizione di dipendenza. Lo stesso potere che hanno, ad esempio, coloro che sono reputati esperti in un determinato settore sugli altri che, per il fatto stesso di considerare loro esperti, accettano anche spiegazioni poco convincenti e paradossali. Tutto ciò non spiega perché mai gli individui debbano accettare una situazione di dipendenza, di sottomissione e non abbandonino il gruppo nel quale operano anche se non è presente una volontà coercitiva. Un’altra forma di dipendenza può riguardare il bisogno di comparare i propri giudizi, conoscenze, informazioni, con quelle degli altri. E’ un tipo di dipendenza che scaturisce dal bisogno di verificare, di ricevere conferma, attraverso lo scambio di informazioni, sull’oggettività dell’esperienza. L’espressione di tale bisogno di confronto è tanto più forte quanto più si è incerti, dubbiosi delle proprie capacità, competenze, analisi, giudizi. Nell’ambito di questo generale “ bisogno degli altri ” chi avverte con prepotenza l'esigenza di approvazione sociale, pur di non essere disapprovati, è maggiormente incline di altri ad accettare la pressione sociale verso il conformismo ed è più incline a conformarsi ai pareri della maggioranza piuttosto che rischiare l’isolamento o l’espulsione dal gruppo. Questa dimensione prevale sull’espressione autonoma dei propri giudizi, sul bisogno di differenziazione. Vi sono fatti, però, che confermano come in alcune situazioni una minoranza possa determinare una influenza sociale tale da provocare cambiamenti nelle credenze e nelle azioni della maggioranza. Le minoranze possono costituire una fonte di cambiamento sociale e di innovazione, con la condizione, però, di voler cambiare la prospettiva teorica, avere una consapevolezza dei processi in atto e coglierne le peculiarità anche a costo di diventare “pecora nera” e sopportare una situazione di marginalità ed accettare gli atteggiamenti di disprezzo e sarcasmo messi in atto da chi ha la maggioranza e detiene il potere. Ma in tal caso è probabile che la situazione cominci a mutare e che la presenza del conflitto rappresenti una condizione fondamentale  per consentire alternativa alla realtà sociale. Insomma, se è comprensibile che chi ha raggiunto uno status sociale elevato, da casta, cerchi di conservarlo attraverso i mezzi di diffusione e propaganda che ha a disposizione, non si capisce perché chi si collochi in posizioni diverse rispetto a quelle dominanti debba sempre e comunque accettarne le regole, conformandosi, e non debba invece opporsi a tale regole e cercare di cambiarle.

postato da: giusedoria alle ore 15:00 | link | commenti

 

 

 

DONNE IN POLITICA E LISTE

 

Vi è ancora in atto una inutile disputa tra il primato assoluto dell’uomo ritenuto il perfetto rappresentante della specie umana e la dignità della donna con la sua autonomia delle scelte di vita, da sempre concesse all’uomo, e oggi, ancor più rispetto a ieri, rivendicata dalle donne con una forza interiore  e capacità di affrontare il mondo con determinazione e successo che sono stati, invece, valori che venivano trasmessi ai figli maschi, ritenuti caratteristiche fondamentali ed indispensabili dell’essere umano. Ora mi sembra che la “riserva” nelle liste elettorali si stia riducendo a manifestazioni e discussioni di movimenti femministi, a volte troppo chiassose e forse controproducenti,  a tal punto che si può credere che non siano altro che “schiamazzi folkloristici più o meno isterici”. La questione, però, molto complessa, presenta problemi umani e sociali di enorme importanza ed è coinvolgente qualsiasi persona ragionevole e responsabile. Non si può escludere, infatti, l’inserimento progressivo della donna nel mondo della produzione, della cultura, della politica e di servizi sociali, da quando la grande trasformazione della società, da agricola ad industriale, ha mutato anche la realtà della famiglia, rimettendo in discussione i ruoli fissati dell’uomo e della donna e, di conseguenza i loro status, con il progressivo cambiamento della tradizionale immagine della donna e con il proliferare sempre più vasto di donne consapevoli di essere relegate in ruoli subalterni, quindi, con l’esigenza di svegliare in loro la coscienza delle proprie potenzialità umane e delle loro possibilità sociali. Il diritto di voto è costato alle donne dure lotte insieme con il riconoscimento della parità dei diritti nel campo del lavoro, non escluse le sofferenze psicologiche derivanti da pregiudizi storici contro la loro personalità. Pertanto l’esperienza dell’emancipazione non deve essere più vissuta come una conquista, ma come un modello nuovo cui uniformarsi; mi sembra, però, che l’assunzione di atteggiamenti e comportamenti nuovi siano vissuti in modo molto ambivalente. In ciò che si fa c’è il peso di una doppia identificazione di ruolo, la difficoltà di doversi continuamente riferire a mondi diversi per conciliarli, ansia per il continuo timore di non sentirsi adeguati al ruolo da svolgere. La normalità del modello di donna emancipata, cui le più giovani sembrano uniformarsi, produce forme diverse di conflittualità e ambivalenza, legate alla necessità di dovere da una parte adeguarsi alle regole del mondo e dall’altra far riferimento ad un modello di divisione del lavoro familiare, per molti versi legato a schemi tradizionali. Ora, superando le dispute e le relative motivazioni, mi sembra che prendendo sempre più forte coscienza, la civiltà potrà essere più umana - con nomi in lista o non, senza dialettiche pretestuose a danno del progresso – a condizione che l’uomo si spogli del suo istinto narcisista e maschilista in onore di una civiltà davvero appartenente ad entrambi i sessi. Sarà liberata la donna, ma anche l’uomo, perché insieme e a parità possano meglio affrontare i gravi problemi del nostro tempo con ogni risorsa dell’ingegno umano.        

postato da: giusedoria alle ore 14:20 | link | commenti

 

 

 

 

giovedì, 03 aprile 2008

DI CHI E’ IL BILANCIO ?

 

Evidentemente il bilancio preventivo di ogni Amministrazione pubblica nasce sotto una cattiva stella sia per le tormentate vicende della legge finanziaria dello Stato sia per le attese preparatorie alla sua approvazione  ed conseguenti adempimenti che riguardano l’attività di ogni Giunta comunale, le apposite Commissioni e, in ultima analisi, le approvazioni dei Consigli. Ad oggi, anche per la città di Galatone un bilancio non esiste ancora, anche per il fatto che la scadenza del termine è fissata da norme statali che, però, non vietano l’anticipazione nel deliberare, qualora non si voglia incorrere nell’esercizio e gestione provvisoria. Ove cioè, non sia stata deliberato il bilancio, è consentita esclusivamente una gestione provvisoria nei limiti dei corrispondenti stanziamenti di spesa dell’ultimo bilancio approvato (quello dell’anno scorso). Per gli interventi si possono effettuare spese in misura non superiore mensilmente ad un dodicesimo delle somme previste nel bilancio deliberato, con esclusione delle spese tassativamente regolate dalla legge o non suscettibili di pagamento frazionato in dodicesimi. La gestione è peraltro limitata all’assolvimento delle obbligazioni già assunte, al pagamento delle spese del personale, di residui passivi, di rate di mutuo, di canoni, imposte, tasse, obbligazioni derivanti da provvedimenti giurisdizionali esecutivi. Come si può ben comprendere, e siamo quasi ad aprile, nella nostra comunità l’esercizio provvisorio non permette interventi straordinari né, ad oggi, si conosce programmazione e formazione del piano esecutivo di gestione che richiede l’impegno aperto e costruttivo della giunta e dei responsabili dei servizi, del direttore generale, ciascuno nel proprio ruolo. Ora tra i principi di ogni bilancio assume particolare importanza quello riguardante la pubblicità , cioè il portare a conoscenza del maggior numero possibile di cittadini, il suo contenuto, attraverso adeguate forme di conoscenza. In realtà si tratta di un documento difficilmente consultabile, data la sua mole, zeppo di voci e numeri difficilmente comprensibili per i non addetti ai lavori. Per questo bisognerebbe cominciare a pensare a forme di sperimentazione idonee a costruire documenti sintetici e molto più semplici da leggere. In definitiva, sulle diverse politiche che la nostra Comunità vorrà adottare, dovremo aspettare sicuramente la fine del mese di maggio, circa metà anno, per capire quali sono le intenzioni sulle scelte politiche degli amministratori. Il bilancio dovrebbe essere oggetto di controllo politico- finanziario, di controllo operativo e di pianificazione finanziaria, non solo per il Consiglio comunale ma anche per i cittadini che, purtroppo, per così come si sono messe le cose, non hanno alcuna possibilità di intervento e, penso, non vi siano nemmeno le intenzioni per rendere, ai fini di una maggiore chiarezza e trasparenza, comprensibili questi documenti pubblici. Il Cavour sosteneva che i bilanci dovrebbero essere esposti in contenitori con lastre di vetro; noi qui non abbiamo né bilanci, né lastre di vetro ( semmai lastre di amianto disseminate nelle campagne).  Sono però sicuro che aumenteranno i nostri debiti ed i tributi che pagheremo e trasferiremo anche ai nostri figli e nipoti. 

postato da: giusedoria alle ore 12:10 |

mercoledì, 02 aprile 2008

AZIONE AMMINISTRATIVA

Sono stati firmati a Roma i “protocolli d’intesa” fra Ministero delle infrastrutture, Regione Puglia e Comuni (6 attualmente, ma l’apposita Commissione nazionale valuterà altri progetti) ivi compreso il Comune di Galatone che potrà mettere in cantiere i contratti di quartiere 2 per un importo di 5 milioni di euro. Questo risultato si basa su una miscela di partecipazione e concertazione a responsabilità condivise tra attori di natura diversa.

Si può rilevare quanto attualmente l’azione amministrativa, con la quale si assumono decisioni e  scelte, sia frutto di un processo nel quale intervengono numerosi attori con una evoluzione non priva di incertezze e che ha molte luci ma anche tante ombre. 

Si potrebbe rilevare che, sotto il profilo del procedimento amministrativo, pure il principio di buon andamento abbia cambiato accezione. Infatti  questo cambiamento di stile  può comportare che all’abilità e competenza tecnico scientifica si possa affiancare, come fondamento d’informazione del processo decisionale, l’acquisizione di esperienze di cui sono portatori i soggetti nel cui ambito di rilevanza si colloca il procedimento amministrativo. Viceversa, rimettersi alla negoziazione e all’accordo tra interessi privati significa rinunciare a decidere sulla base di ragioni razionali e oggettive, spegnere e confondere la responsabilità delle decisioni tra i diversi soggetti e perdere di vista il concetto guida di interesse pubblico a favore della ricerca del consenso tra interessi particolari.

Sembra ovvio che con il passaggio dalla decisione unilaterale alla negoziazione e al contemperamento degli interessi in gioco cambia radicalmente il ruolo della Pubblica Amministrazione che non può certo accontentarsi di esprimere competenze tecnico- legali, risultato di cultura prevalentemente giuridica e talvolta tecnicistica, ma deve esprimere anche capacità e competenze professionali di tipo negoziali, deve cioè arricchirsi di mediatori del confronto, di articolazione e composizione del conflitto. La procedura amministrativa, nell’ottica della contrattazione, si avvicina molto di più ad una trattativa tra diversi interessi, talvolta contrapposti, in parte pure convergenti. Questo non vuol dire che non ci sia più spazio per le competenze e abilità tecnico- scientifiche, ma anzi che c’è forse lo spazio per più di un contenuto di questo tipo, anch’esso incluso nel gioco delle parti e non sopra di esse. Un altro dato è che, per poter essere veramente equilibrato, il risultato della negoziazione deve poter dar voce ed ascolto a tutti gli interessi e a tutte le posizioni in gioco anche se non tutti gli interessi e non tutte le prospettive sono in grado di far sentire e di articolare al livello politico- amministrativo la loro voce. La capacità della società civile di entrare nel discorso politico amministrativo è fortemente differenziata, così come sono diversificate le capacità di dare rappresentanza visibile alle proprie motivazioni. Ciò, allora, richiede che le Pubbliche Amministrazioni, oltre al ruolo di mediazione e articolazione del conflitto, suggerimento di decisioni e facilitazione di processi negoziali, sappiano giocare l’importante ruolo e di mettere in campo strategie di crescita della partecipazione, in particolare presso quei gruppi che per posizione sociale tendono a rimanere esclusi dalla gestione politico amministrativa della comunità. 


postato da: giusedoria alle ore 16:15 |

lunedì, 31 marzo 2008

 

IL PROFESSORE SVOLGE LA SUA FUNZIONE?

 

Se nuovi strati sociali con eterogeneità della popolazione scolastica sono entrati nelle scuole, se ogni generazione di adolescenti porta con sé abitudini e costumi nuovi, esprimendosi con un proprio gergo, e se lo sviluppo del nuovo sembra formare una società a se stante tale da essere considerata dagli adulti con preoccupazione, mi chiedo quale possa essere il ruolo del docente e la sua corrispondente funzione educativa. D’altro canto è impossibile affermare che si può distinguere una stabile linea negli orientamenti assiologici dei giovani, non potendo disconoscere che sia cambiato qualcosa nei modi di pensare e ragionare sui valori, sui comportamenti e sulla concezione della vita.

Inoltre nel giovane vi è una presenza sempre maggiore di elementi di formazione di una identità individualistica e una presenza sempre minore di elementi di una identità collettiva. La socializzazione dal dispiegarsi nel lavoro, nella famiglia, nella fabbrica, si svolge ora nella scuola o in altre forme istituzionalizzate di formazione facendo sì che i giovani restino più a lungo relegati in un tipo di attività recettiva e in un processo di apprendimento separato dalla prassi. Oggi la fase dell’adolescenza e della gioventù è caratterizzata da un continuo allungamento della scolarità e quindi al di fuori della famiglia, l’adolescente passa la maggior parte del tempo. Quindi bisogna ripensare il sistema scolastico, la formazione professionale, l’interazione scuola-lavoro e di conseguenza il ruolo del docente che corre il rischio di restare isolato con il suo patrimonio costituito dal sapere del passato che trasmette alle nuove generazioni la “summa” di tale sapere, con noia da parte di chi ascolta. Non si può nemmeno svolgere il ruolo docente, slabbrando la singolarità dell’intervento specialistico per disciplina, con il concedere “giovanilisticamente”, anche in forma poco esemplare, incoerenza, cattivo esempio, e socializzazioni fittizie proprie di chi è poco sicuro di sé. Perdendo di autorevolezza il docente corre il rischio di essere incapace a svolgere il suo delicato ruolo, di essere strumentalizzato e, come spesso avviene, messo alla gogna con i moderni sistemi di diffusione telematica. Al contrario il professore capace è colui che svolge un ruolo  ragguardevole anche fuori dalle aule scolastiche, partecipando allo sviluppo di quelle attività che mirano a migliorare la comunità nella quale esercitano la loro professione. Diventare, cioè, parte integrante del processo che trasforma la loro società ed insegnare non soltanto nell’aiutare ad imparare ma pianificare, organizzare, usare metodi accettabili con informazioni collegate ed un atteggiamento idoneo a far sì che lo studente pervenga al successo nella area operativa della sua scelta. Un docente non solo artigiano ma professionista specializzato ed addestrato anche nel riconsiderare i suoi metodi e i termini della sua professione. 

postato da: giusedoria alle ore 14:41  

 

 

 

venerdì, 28 marzo 2008

EVASIONE E PARADISI FISCALI

 

Comportamento riprovevole sul piano morale, dal punto di vista strettamente economico l’evasione fiscale può essere considerata come un preciso calcolo di convenienza. L’evasore tiene conto da un lato dei benefici dell’evasione, della sua utilità, dall’altro dei suoi costi e decide di commettere l’illecito quando questi ultimi sono inferiori ai primi. I benefici saranno rappresentati soprattutto dall’ammontare di imposta non pagata. Provocatoriamente, se non si creasse male ad altri contribuenti che dovranno pagare, se non vi fosse lo sconvolgimento del piano di distribuzione del carico tributario, predisposto da colui che governa secondo determinati principi, (ma quali e quanti principi?) potremmo sostenere, specialmente nei nostri tempi, che l’evasione non sarebbe dannosa dal punto di vista economico. Essa diminuirebbe la parte che dovrebbe essere incassata dallo Stato (Stato pieno di sperperi) ma a vantaggio, sicuramente, dell’evasore che potrebbe spendere meglio la propria ricchezza. E ciò potrebbe essere un bene dal punto di vista economico. Del resto, si dice, che il primo effetto economico dell’imposta è proprio l’evasione. In altri termini non vi sarebbe evasione se non ci fosse imposta e sarebbe interessante indagare sul fatto che uomini incapaci di atti di disonestà nei confronti dei loro simili, quando si trovano di fronte agli accertamenti dell’imposta, non si vergognano di cessare di essere integerrimi, anzi, potendo evadere, ne fanno vanto con gli amici più fidati. Ma l’evasione costituisce un danno immediato per le finanze del paese e produce conseguenze negative sul piano economico e sociale. Chi si è rifugiato, allora, nei paradisi fiscali del Liechtenstein , con conti correnti da 200.000 a 400.000 milioni di euro, interessando 37 procure da Roma a Bolzano, deve o no essere punito da sanzioni anche per aver fatto gravare il maggiore onere d’imposta sui contribuenti che non evadono o non possono evadere ? Lo Stato, infatti, dovrà assoggettare i non evasori a una pressione fiscale molto superiore a quella che sarebbe possibile se tutti pagassero le imposte. Ciò può generare effetti incalcolabili e perversi, dal momento che, la maggiore pressione fiscale diventerà, a sua volta, causa che favorirà nuovamente altra evasione. L’evasione diventerebbe un fenomeno diffuso che è tipico dei sistemi tributari più arretrati o comunque meno efficienti. Ma chi si è rifugiato nel paradiso del LGT può stare tranquillo in quanto i reati di infedele e omessa dichiarazione dei redditi decadono in sette anni e mezzo e il periodo cui si fa riferimento è il 2002. Sicuramente tra rogatorie, accertamenti, istruttorie, il tempo passerà  e gli evasori , in beffa a chi ha pagato, avranno avuto i loro grandi vantaggi: imposte non pagate, risparmio di tempo che avrebbero dovuto dedicare alla compilazione della dichiarazione e ai versamenti, l’onorario del consulente cui avrebbe dovuto rivolgersi per calcolare l’imposta dovuta. Non pagheranno più neppure l’ansia o lo stress legato al timore di essere scoperti dal momento che, pure scoperti, a conoscenza del funzionamento della macchina della giustizia italiana, (tributaria,civile e penale) potranno uscirne indenni. Peraltro, come è già capitato, si potrà sempre addivenire ad un concordato di transazione. Evvai ! Le caste aumentano e con esse anche quelle dei furbi e degli evasori fiscali.

postato da: giusedoria alle ore 14:32 | 

 

giovedì, 27 marzo 2008

LA POLITICA DI QUESTI GIORNI

 

Basta leggere o ascoltare il linguaggio della politica di questi ultimi tempi per vedere il vantaggio della vaghezza e dell’oscurità nella lotta per la conquista della popolarità, mentre il segreto del successo consiste nel far mostra di stare dalla parte di tutti, e di sbarazzarsi di ogni impegno che diventa compromettente o di rinviarlo a quando i tempi permetteranno di far decidere chi oggi si propone per il comando. Se ideologie ancora vi fossero dovrebbero fare appello contemporaneamente alle tendenze vili e a quelle nobili dell’animo umano, in quanto fornirebbe una via d’uscita a dire tutto e il contrario di tutto. In un simile contesto i diversi partiti in gioco – in modo pari a qualsiasi altra organizzazione – si distinguono per lo specifico ambiente in cui essi svolgono una specifica attività, come un politico contemporaneo, dopo avere scartato altre tesi, ebbe a dire sulla definizione dei partiti. Questa definizione ha il pregio di mettere bene in evidenza quello che in fondo differenzia, e continuerà a differenziare, partiti e sindacati, partiti e circoli d’opinione, partiti e associazioni sia pure politiche. E ciò in riferimento ai voti, al confronto elettorale. In effetti, queste organizzazioni non esauriscono l’attività politica dei cittadini, che possono partecipare e concorrere in varie forme, anche spontanee e informali – cortei, dibattiti, discussioni e riunioni – a formare l’opinione pubblica sui principali temi della politica nazionale e internazionale. Ma solo i partiti – la cui funzione è riconosciuta dalla Costituzione all’art. 49 – esercitano in via permanente questa attività. Tutto questo, però, sta comportando il sorgere di apparati sempre più distanti dall’uomo, che per realizzare in modo efficiente le proprie finalità di potere tendono prima gradualmente, ora senza pudore, a ridurre le relazioni umane in rapporti tra oggetti, e a ridurre, fino a farli scomparire del tutto, gli spazi riservati alle comunità dialoganti. L’aspetto più pietoso di questo fatale processo è che ciò che è umano si sta traducendo in atti di ufficio le cui vittime diventano proprio i cittadini. Quali iniziative, in questo ingranaggio infatti, per discutere sui programmi politici e sugli uomini che ci rappresenteranno in Parlamento, sono state e vengono prese? Qui da noi sinora, solo qualche sporadico esempio di riunione o dibattito politico, assorbito, peraltro, da incontri non ufficiali e aperti o da qualche cena al ristorante o in pizzeria. Le conseguenze di questa forma di dominio sono, a loro volta, la causa dell’incapacità del popolo di riprendere nelle proprie mani il destino del paese, attraverso la personale e consapevole partecipazione e l’impegno che dovrebbe caratterizzare la vita democratica di un paese civile, in cui lo spirito non sia imbrigliato in una serie di istituzioni che costringono i cittadini a servire invece che porsi al servizio di costoro. Ne usciremo? Può darsi. Ma solo se dimostreremo di essere autonomi, se non ci aggrapperemo  a un “posticino” di comodo e, smascherando tutte le forme di falsa democrazia o di democrazia formale, saremo capaci di conquistare il nostro spazio di autodeterminazione.

postato da: giusedoria alle ore 11:05  

 

 

 

martedì, 25 marzo 2008

MERITO E CONCORRENZA

TuttiRaccomandati

La scuola ha messo in luce direttamente le carenze formative sotto il profilo della preparazione dei giovani e del merito di ciascuno che emergono, con sempre maggiore insistenza, in molte ricerche condotte nel nostro Paese. E’ opinione diffusa che sia chi studia ancora, sia chi ormai lavora, dalla scuola si attende una preparazione professionale, nonché un insegnamento diretto agli studenti, idoneo per inserirsi bene nel mondo del lavoro oltre all’aiuto a comprendere e sviluppare la propria personalità. Pertanto pressante è la richiesta di poter disporre di maggiori e migliori opportunità di raccordo tra mondo della scuola e mondo del lavoro, e la domanda di un sostanziale apporto dell’istruzione scolastica e universitaria, nei confronti dell’acquisizione della professionalità iniziale, costituiscono dunque due orientamenti espliciti  ormai molto diffusi. Inoltre, connesso ad essi, ancora non tanto rilevante, ma che tende ad esserlo, un altro problema che riguarda la ricerca di percorsi formativi sempre più personalizzati che sono un sintomo di quella cultura della soggettività che sta consolidandosi tra i giovani e che cerca di affermarsi anche nell’esperienza  formativa. Dopo il perfezionamento dell’educazione e dell’istruzione, la persona che possiede abilità e competenze, in gradi e modi diversi, influirà sullo svolgimento e sul risultato del lavoro. A sua volta ogni lavoro influenza l’istruzione di una persona, tramite caratteristiche organizzative, tecniche e culturali; certamente determina la sua capacità di guadagnare. Per questi diversi e molteplici fattori il lavoro può provocare cambiamenti sia nel modo concreto di vivere e nella percezione dei valori del singolo, sia nelle consuetudini che il costante comportamento fa valere nei gruppi, sia nella disponibilità delle risorse utili al benessere della società. Ogni individuo cerca continuamente di trovare l’impiego più vantaggioso per quel capitale di cui dispone e, lo studio del vantaggio proprio lo porta naturalmente, a preferire l’impiego che è il più vantaggioso per la società. Ma dov’è il merito o le terapie idonee per smontare l’appiattimento delle retribuzioni e incrementare il massimo valore del capitale umano? Anche nelle industrie delle economie più progredite si sono andate e si vanno diffondendo forme di mercato diverse dalla concorrenza e si creano e si affermano concentrazioni industriali e grandi formazioni produttive, quasi monopolistiche ed artificiali, con interventi politici protezionistici tali da mostrare una serie di trasformazioni frutto di un processo studiato e non certo accidentale. La concentrazione ha pure originato una gran varietà di piccole imprese, ma, molto spesso, queste sono diventate satelliti delle prime. Nei precedenti governi ha fatto capolino solo qualche liberalizzazione di servizi pubblici senza alcun utile risultato, anzi con conseguenze opprimenti. Addio,allora, merito e concorrenza e,  addio pure ad uno Stato la cui interferenza sia ad un tempo “generalmente utile” e “generalmente dannosa”?


postato da: giusedoria alle ore 13:34 

 

DALLA RESURREZIONE DELLA PASQUA, UN AUGURIO “PER RENDERE RAGIONE DELLA NOSTRA SPERANZA”.


postato da: giusedoria alle ore 06:41 
venerdì, 21 marzo 2008

BULLISMO E PROTEZIONE DEI DIRITTI DEL MINORE

minori- tutela- 

Gli aspetti negativi della condizione minorile e il problema relativo alla loro tutela, l’esame della situazione per porre attenzione alle varie forme di abuso, diventano ogni giorno rilevanti. Vanno intensificandosi, in certi ambienti e in certe aree del Paese, forme di abuso fisico e sessuale con le più svariare forme, pure sottili e nascoste, di abuso, dovute, a mio modo di vedere, a carenze psichiche e pedagogiche. Penso a forme di trascuratezza dei figli per l’assenza dei genitori da casa, sia per motivi di lavoro giustificati, sia per altri motivi meno giustificati; ad una certa cultura che esalta il privatismo familiare, per cui, c’è una forma di difesa degli ambiti nascosti della famiglia che impedisce interventi degli operatori sociali e comunque interventi esterni della comunità; alla strumentalizzazione dei figli, ai fini degli interessi degli adulti e del perseguimento di scopi che si basano sui simboli del prestigio, per cui ai figli vengono imposti dei ritmi di vita stressanti, passando la giornata dalla scuola all’apprendimento di una lingua straniera, alla danza, allo sport,  senza un momento di autonomia per loro, nel quale poter sviluppare la loro creatività e la loro personalità; penso pure ai tanti bambini che sono abbandonati di fronte alla televisione o adolescenti di fronte al computer e che, oggi, ricevono solo una cultura per immagini, per cui diventano incapaci anche di parlare e di comunicare verbalmente.

 Perciò se, da una parte, è cresciuta una certa cultura dell’infanzia, è cresciuto l’interesse nei confronti dei minori, e sono pure aumentati gli strumenti destinati alla loro tutela, dall’altra parte si assiste ad un incremento di abusi non solo fisici e sessuali, ma soprattutto di carattere psicologico e pedagogico. Se questo modo di fare è vero, a chi spetterebbe il compito di provvedere alla tutela dei minori? Se la famiglia, alcune volte, non si rende conto di essere scarsamente protettiva nei confronti dei figli e, anzi, può essere abusante nei loro confronti; se non si possono ignorare gli abusi che vengono commessi a livello scolastico, e ne avvengono di tutti i colori, dei quali a volte i genitori non si rendono conto, come allora porre rimedio? Manca una qualsiasi forma efficace di tutela integrativa della famiglia ed esiste una tutela sostitutiva che rende carente  la famiglia e insufficiente l’Istituto della Tutela, anche sul piano degli interessi diffusi di carattere generale, in quanto organizzazioni che si propongono appunto compiti di tutela di tali interessi e che sono, a volte, pure autorizzate ad intervenire nei giudizi, rimangono spesso inefficaci. Non possono esercitare una tutela effettiva nemmeno i servizi sociali i quali, anzitutto, hanno un potere limitato, sono sempre dipendenti dalle Amministrazioni locali, non hanno autorità per opporsi a scelte politiche e amministrative e debbono occuparsi di una serie di problemi sul territorio che insieme riguardano, anziani, minori, indigenti,diversamente abili e, perciò posti, nell’impossibilità di prestare un’attenzione specifica ai problemi dei minori a rischio, dei minori soggetti ad abuso. Alcune altre volte neppure il giudice minorile può tutelare, perché agisce solo a seguito delle segnalazioni provenienti dai familiari, dai servizi o dagli organi di polizia e non può andare certamente a reperire i casi a rischio. Non è infatti suo compito individuare situazioni a rischio o situazioni di abuso che si manifestano nel territorio di sua competenza. Un Ufficio di Tutela e di Protezione del Minore si impone quindi per sollecitare tutte le iniziative, sia pubbliche che private, per una maggiore attenzione nei confronti dell’infanzia; non per sostituirsi ai servizi e alle iniziative esistenti, ma per controllare affinché i servizi svolgano correttamente i compiti loro affidati e, contemporaneamente, operare perché gli amministratori facciano sorgere servizi, dove manchino, o possano porre rimedio, allorché gli stessi siano insufficienti o denuncino gravi carenze.


postato da: giusedoria alle ore 14:17 | 
ROVESCIARE IL ’68 0 ’68 AL FUTURO ?

rovesciare il 68 

Sono i titoli di due recenti pubblicazioni di Marcello Veneziani e Mario Capanna  ove è  trattato il problema dei giovani del tempo, oggi ultrasessantenni, con alcuni retaggi di ispirazioni del ’68, in relazione ai momenti attuali e ai giovani moderni con l’influenza di quel bagaglio culturale; quei fenomeni, in contrasto con il sistema dei valori e di tradizioni culturali, diretti a cambiare,  

con un impegno politico-culturale, le forme di potere e di autorità. E’ anche vero che tali forme di contestazione sembrano scomparse, o forse solamente sopite, ma si vuole ancora scrutare il passato per misurarsi con il presente e il futuro; continua a crescere, però, l’attenzione e comunque il rispetto per il movimento del ’68.

L’appello,oggi,  differentemente da ieri, consiste nel non continuare a credere in un “vietato vietare” ma - in un mondo che, mutando rapidamente intorno ai giovani, come segno di acquisita maturità ed autonomia – dovrebbe legare loro all’uso creativo e trasgressivo della tradizione e, contemporaneamente, far camminare il ’68 su alcune sue idee portanti, ancora attuali.

Nell’adolescenza, i due momenti sembrano oggi simultaneamente accentuati per una sorta di risonanza tra processi di sviluppo della personalità e condizioni socio-culturali, che producono un acutizzato conflitto tra bisogno di certezze e la tendenza critica verso di esse. Una vicenda a cui peraltro nessun essere umano può sfuggire se non attraverso l’indifferenza verso aspetti e problemi centrali della vita o attraverso il rifugio nella sottomissione totale a un’autorità esterna. In questi tempi oscuri della politica c’è chi sostiene che ci vorrebbe un nuovo ’68 come spinta positiva e propulsiva a dare nuova vitalità. 

 Per questo si sta girando anche un film “Il grande sogno” con “ciak sul ’68, sui gradini di architettura a Valle Giulia, dove 40 anni fa si diedero battaglia studenti e poliziotti.

Una domanda che mi pongo riguarda la possibilità, oppure no, di separare l’etica dalla verità.  Andare alla ricerca della verità, specialmente oggi,  - di fronte ad un palcoscenico ove si assiste a tante recite più o meno furbesche  - aderire ed adeguare ad essa  la propria condotta, è esigenza che ognuno avverte ed a cui non  può rinunciare, altrimenti vedrebbe compromessa la propria dignità e la propria responsabilità morale. La ricerca della verità comporta implicazioni dirette su altre forme di libertà, quali quella di associarsi, di manifestare il proprio pensiero e fede, di pari dignità di democrazia partecipata e diretta.. Per gli adolescenti, credo, le condizioni socioeconomiche e culturali sono presupposti che differenziano i giovani nello spazio e nel tempo. Non si può trascurare,oggi, l’impatto di immagini prodotte da gruppi politici,economici,sociali dominanti,che raggiungono gli adolescenti con effetti consistenti sul loro comportamento: il comportamento alimentare stesso,con il preoccupante intreccio di standard estetici, diete, conflitti inconsapevoli,  così evidenti nei casi clinici di anoressia, può essere esempio evidente, anche se estremo.

Di conseguenza, non si possono accettare teorie né dare insegnamenti che propongono l’adolescenza come un fenomeno di unica dimensione, fortemente o addirittura casualmente legato a uno o pochi processi, o come un punto d’arrivo o momento conclusivo, anche se critico, nello sviluppo di un individuo.

Il giovane quindi giudica sulla base non solo di un certo livello strutturale di ragionamento morale, ma sulla base di una più articolata e complessa definizione cognitiva e valutazioni di situazioni, norme e sistemi di norme, nonché della sua personale esperienza su quelle.

Mi sembra alla fine che la tendenza alle diversità degli adolescenti, di oggi e di ieri, non possa essere interpretata solo come un segno di una personalità ancora instabile e mutevole, né un effetto prodotto da un mondo che muta rapidamente intorno a loro; essa è anche un segno di acquisita maturità ed autonomia con una lettura, l’attuale, che potrebbe anche essere quella di considerare i giovani come attori che  continuano a criticare la società e i loro padri in nome degli stessi valori, mettendo piuttosto in discussione l’incapacità di realizzarli in pratica, concretamente.


postato da: giusedoria alle ore 14:27
mercoledì, 19 marzo 2008

ECONOMIA GLOBALIZZATA

globalizzazione 

Di fronte al fenomeno così grandioso e coinvolgente della globalizzazione dell’economia è inevitabile porsi un interrogativo cruciale: dove ci porterà questo andamento di economia politica ?

Indubbiamente l’economia globale è in grado di produrre effetti positivi sulla crescita economica, per l’apertura dei mercati che allarga gli sbocchi alle imprese, per la promozione di innovazioni tecnologiche legate all’aumento della scala produttiva, per la liberalizzazione dei movimenti di capitali che permette agli investitori, specie quelli dei paesi avanzati, di diversificare i rischi investendo in diverse aree. Ma queste nuove dinamiche che si sono messe in moto, sono coerenti con le esigenze dello sviluppo umano sostenibile o, al contrario, c’è il rischio che portino in una direzione molto distante dalle attese dei paesi in via di sviluppo e industrializzati, dalle esigenze di una maggiore equità tra persone e generazioni, dalle condizioni dell’equilibrio ambientale?

Mi sembra che accanto al vantaggio della maggiore crescita appaiono evidenti però anche i costi umani e sociali conseguenti al processo di globalizzazione dell’economia in quanto le opportunità positive non si sono distribuite equamente tra gli stati e tra gli individui, così che alcuni paesi hanno visto diminuire ulteriormente il reddito pro capite. I lavoratori pagano un costo elevato all’avanzata dell’economia globale che provoca un aumento della disoccupazione e del lavoro precario. Conseguenze maggiori e negative si verificano nei settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale, per cui il livello dei salari diventa molto basso. La liberalizzazione dei capitali ha ampliato enormemente l’instabilità dei mercati finanziari. I movimenti di capitali, soprattutto di quelli a breve termine, non incontrano più ostacoli nelle politiche dei Governi e rimangono soggetti solo alle dinamiche del mercato, in particolare alle ondate speculative. Perciò accade, e sta accadendo, che grandi masse di capitali si spostino improvvisamente in tempo reale, grazie ai circuiti telematici, da un Paese all’altro, provocando crisi finanziarie, con conseguenze a catena sui sistemi produttivi, che si ripercuotono in tutto il mondo. La globalizzazione dell’economia, lasciata allo spontaneismo dei mercati, rischia di portarci lontano dallo sviluppo umano sostenibile. Pertanto deve essere evidenziata l’esigenza di una regolazione politica delle attività economiche e, per questo, non sono più sufficienti le politiche economiche nazionali dato che le attività economiche si svolgono, ormai, in una dimensione spaziale che non coincide più con la dimensione degli Stati, si riduce sempre più la capacità dei Governi nazionali di incidere sui fenomeni economici con gli strumenti tradizionali di intervento. Si spiega così la richiesta, condivisa anche nell’ambito dell’ONU, di un governo dell’economia mondiale, fondato sulla partecipazione di tutti i Paesi, che ponga al suo centro la prospettiva dello sviluppo umano sostenibile. Qui da noi, di fronte a minimi programmi elettoralistici umoristici e comici, a volte pure simili, sarebbe necessario un coinvolgimento nuovo delle associazioni di volontariato, delle organizzazioni giovanili, dei sindacati, delle imprese, della società civile che, sensibilizzati, si aggiungano ad altri esponenti, ad altri movimenti, pure numerosi ed agguerriti, contrari a tali ingiusti processi di globalizzazione, combattendo con ogni mezzo democratico, economico e finanziario.  


postato da: giusedoria alle ore 15:24 
 
martedì, 18 marzo 2008

IL VIGILE AGGREDITO E I PARADOSSI DEL POTERE COERCITIVO

vigile 

Giorni addietro un vigile del corpo di polizia municipale, tenente vice comandante di Galatone, è stato aggredito insieme con un altro vigile,  da un cittadino, in modo eccessivo e sproporzionato. I Carabinieri e la Magistratura hanno fatto il resto. Quindi è in carcere in attesa di giudizio. Il problema che mi pongo, però, è un altro. Ragionare sulle parti in causa, espressioni di ruoli diversi ma pur sempre autori di una società organizzata. In questi giorni  il TG di rete 4 (mediaset) sta conducendo un apposito reportage che riguarda, per l’appunto, il rapporto tra alcuni vigili urbani di importanti città italiane e i rispettivi cittadini che si sentono vittime del potere coercitivo dei Vigili urbani.

Parlare della vittima può contribuire ad approfondire la conoscenza della condotta umana, partendo dal presupposto che gli uomini hanno ormai imparato a dare per scontato che nessuno di noi è libero dalla colpa per i mali che ci opprimono, nessuno cioè è esente da debolezze umane, per cui non possiamo permetterci di indagare sulle colpe, naturalmente involontarie, delle vittime, ma è opportuno, anzi doveroso indagare come, dove, e, soprattutto, perché si diventa vittima.

Si dice e si può anche sostenere che un vigile diventa un buon vigile se ed in quanto sviluppa intellettualmente capacità di comprendere la natura della sofferenza umana e, moralmente, risolvere la contraddizione di perseguire fini giusti con mezzi coercitivi.

Il riuscire a sviluppare queste due virtù, intellettuale e morale, dipende in parte dalla possibilità di riuscire a parlare, a colloquiare, nel senso più ampio del termine,  arricchendo il repertorio di risposte potenziali alla violenza e, quindi, consentendo al vigile di comprendere meglio speranze, timori e necessità dei cittadini; se si evita il colloquio, cioè il contatto con l’ambiente di vita, si correrà il rischio di prepararsi ad un’attività operativa e di continuarla in rapporto ad immagini false o stereotipate che ci si crea dentro. Inoltre il vigile ben disposto al dialogo avrà l’opportunità di socializzare, soprattutto con i suoi compagni di lavoro, e ciò, gli farà evitare quell’isolamento che lo può indurre alla fuga della realtà, poi anche all’uso della violenza e, infine, ai favoritismi; esercita la sua attività proprio tra i paradossi del potere coercitivo. La coercizione, infatti, è un mezzo per controllare il comportamento degli altri, quindi, una forma di transazione in cui uno esercita il sopruso sull’altro che lo subisce e dove l’aggressore è sempre potenziale vittima di un eventuale avversario. L’autore e la vittima, vengono coinvolte appunto in diverse prospettive, a secondo del loro grado di preparazione, di disponibilità, di aggressività e di razionalità o di irrazionalità.

Con sottile ironia, anche se spesso non appare nella realtà, potremmo anche pensare che una persona dotata di autorità, come anche chi svolge politica per professione, possa divenire malvagia?

Anche per il vigile può riproporsi un problema etico, ricordando che colui che farà ricorso al potere e alla forza , deve tener presente che da mezzi cattivi possono derivare effetti buoni, e viceversa, in funzione del fine prescelto. Il vigile può e deve avere una certa capacità di indipendenza e una buona dose di realismo, deve però tener conto degli aspetti organizzativi e pratici della polizia municipale e quindi anche delle restrizioni che lo riguardano, e poi deve saper agire con tempestività, aspetti tutti collegati alle qualità della passione, della lungimiranza e del senso di responsabilità; se non è capace di maturare in queste dimensioni, rischia di perdere l’anima o più modestamente l’immagine della propria capacità professionale, adottando stili di condotta rappresentativi di immagini non legittime.

In definitiva chiunque tratti con mezzi derivanti da potere o autorità, come può succedere al politico, espone se stesso ai paradossi della coercizione e mette a repentaglio la propria immagine morale e la dignità della propria personalità. Anche qui, purtroppo, tali comportamenti, sono in crescita.  


postato da: giusedoria alle ore 13:00 
 lunedì, 17 marzo 2008

VIVO RICORDO

aldo-moro

A trent'anni dal rapimento e assassinio da parte delle brigate rosse di Aldo Moro, il ricordo Suo vivo viene testimoniato da tante manifestazioni d'affetto e di attenzione degne di un statista la cui lezione politica e morale è ancora valida. Ne fanno fede non soltanto i tanti circoli, gruppi, associazioni e centri italiani che richiamano esplicitamente il Suo nome, ma anche studiosi e uomini politici che, pure galatei, - Galatone fu onorato di una Sua visita, in un teatro gremito di cittadini, - riflettono sul pensiero e l'opera dello statista scomparso.L'attenzione e l'attualità , sicuramente oggi riservata, si evincono dall'affetto che ad Aldo Moro rivolgono persone comuni, anche giovani, forse per trovare ispirazione adeguata a dare risposta ai tanti punti interrogativi delle nostre vicende politiche e per ricercare insieme la soluzione dei problemi che ci affliggono da tempo.  Gli anni '60 e '70 di trasformazione per l'Italia, trovarono in Aldo Moro, attraverso le cariche di Governo che Egli ricoprì, un acuto interprete che seguì i processi di cambiamento sociali, ed i rischi ad esso connessi, con un atteggiamento che si concretizzò in una Sua costante assunzione di responsabilità politica. Lo ebbi, per pochi giorni, come mio professore di Diritto Penale all'Università di Bari e notai, da subito, la Sua grande attenzione, insieme con l'allora assistente Renato dell'Andro, verso noi giovani che venivamo presi in considerazione con grande sensibilità, soprattutto per le Sue capacità di equilibrio, di ascolto, assenza di retorica, e con una serenità che trasmetteva attorno, al punto tale da suscitare un grande, spontaneo timore  di reverenza.

E vorrei riportare un passo molto importante,secondo me attuale, ma se ne potrebbero citare molti altri ancora, del Suo ultimo discorso ai gruppi parlamentari: " ...Abbiamo quindi un'emergenza economica,una emergenza politica, e io sento parlare di un'opposizione, del gioco della maggioranza e dell'opposizione....... Questa idea di una maggioranza e di un'opposizione, egualmente sacre ed intercambiabili, mi pare una cosa di grandissimo significato. Ma immaginate voi, cari amici, che cosa accadrebbe in Italia in questo momento storico se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione, da chiunque fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità continua e dalle strutture fragili fosse messo un giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo: ecco che cosa è l'emergenza ed ecco su che cosa consiglio di riflettere per trovare un modo accettabile per uscire da questa crisi". Sono parole di enorme responsabilità per far uscire il Paese dall'emergenza. Dovremmo farne tesoro. Aldo Moro, grande italiano che appartiene all'Italia, con fama internazionale, dovrebbe essere continuamente letto in quanto il Suo insegnamento e le sue opere sono contributo serio di pensiero e di esperienza politica che può essere tratto per l'oggi e per il domani.



postato da: giusedoria alle ore 12:24
venerdì, 14 marzo 2008

LE TASSE E I SALARI

salari

L’OCSE  consiglia: tagliare la spesa pubblica per ridurre la tassazione sui salari. Viceversa Confindustria puntualizza  che se avessimo veramente i salari più  bassi dell’UE, avremmo molti stranieri che investirebbero da noi e le imprese non andrebbero all’estero verso Paesi industrializzati più accoglienti del nostro. Quindi, come al solito, il problema è di divisioni sull’economia, cioè, la distribuzione della ricchezza sociale tra gli uomini in società che è un fatto morale e non soltanto industriale. E’ un rapporto da persone a persone. E’ certo, ormai, pure il fatto che i salari, nei paesi occidentali postindustriali, sono diventati , ma non dovrebbero esserlo, di sussistenza, facendo persistere fasce di povertà e di sfruttamento legate a particolari fenomeni economici di emarginazione sociale. La crescita economica che pur sostenuta dallo sviluppo  tecnologico senza precedenti nell’ultimo decennio, si è arrestata e, di conseguenza, lo scontro tra classe sociali che sembrava sopito, sta assumendo forme nuove e modalità di scontro diverse. Le Istituzioni democratiche non si evolvono e non riescono a dare una connotazione ai sistemi. La funzione redistributiva che lo Stato dovrebbe assolvere, fallisce, in quanto non si riesce a modificare le categorie tradizionali dei salari, dei profitti e delle rendite. Ora, la cosa che lo Stato dovrebbe fare,urgentemente, è quella di manovrare il mercato, non certo come è adesso, ma in modo consistente, se vuole che le imprese producano più di quei beni che i poveri acquistano e meno di quelli per i ricchi, senza alcun bisogno dello scomodo meccanismo delle assegnazioni e dei controlli. Può aumentare la tassazione sui ricchi e diminuirla per i poveri; oppure potrebbe sovvenzionare i prodotti che vuole incrementare, e tassare quelli che vuole scoraggiare. E se vuole favorire l’accumulazione del capitale a spese dei consumi può, da un lato, sia sovvenzionare gli investimenti, sia effettuarli direttamente, e dall’altro, contemporaneamente, scoraggiare il consumo mediante la tassazione. In ogni caso, si tratta di scegliere tra obblighi ed incentivi; e in ogni caso gli incentivi portano agli stessi risultati finali, senza il costo del controllo burocratico. In sostanza, quando la pianificazione si accompagna al laisser – faire, non si tratta di respingere l’economia di mercato controllata dalla domanda, ma di considerare che la domanda non è sacra, ma è controllabile dallo Stato. Infine il tema caldo della spesa pubblica che deve essere ridotta, secondo lo spirito del Trattato di Maastricht, che ha portato alla moneta unica europea, proprio per costringere gli Stati partecipanti  a ridurre l’area dell’intervento pubblico verso livelli più simili a quelli statunitensi e giapponesi, al fine di consentire all’Europa di competere ad armi pari con possibilità di successo nel mercato globale. Del resto per le prestazioni che riceviamo, sotto forma di servizi pubblici, la enorme relativa spesa occorrente , sotto ogni aspetto, non trova alcuna fondamentale giustificazione.    


postato da: giusedoria alle ore 13:37 | 
giovedì, 13 marzo 2008

CONSORZIO PER LO SVILUPPO INDUSTRIALE

 distretti

 L’Amministrazione di Galatone, attraverso la maggioranza politica, ha deciso di uscire dal Consorzio SIRSI della Provincia di Lecce. Tale scelta, a mio modo di vedere, non è stata inopportuna o sbagliata. Potrebbe essere, al contrario, l’inizio di altre e più concrete esperienze operative. Infatti l’ esperienza sinora protrattasi da parte del Consorzio ha dimostrato quali e quante disfunzioni l’attuale organizzazione interna dell’Ente ha comportato per il perseguimento dei fini di promozione industriale e le deviazioni dai fini pubblicistici per i criteri – di fatto politici – che presiedono alla composizione degli organi. Tutte le esigenze individuate e recepite dai Piani Regionali di Sviluppo, allorché hanno sempre posto in primo piano l’obiettivo del potenziamento dell’apparato produttivo, per il cui raggiungimento vengono auspicati interventi atti a favorire la formazione di una rete di servizi reali alla produzione, si sono rivelati sempre carenti. Tra le più frequenti e diffuse inadempienze del Consorzio rientra, in primo luogo, il mancato espletamento delle funzioni di promozione e assistenza alle iniziative industriali. Per una scarsa chiarezza della prescrizione normativa che non precisa né contenuti né modalità; per l’esplicazione dell’attività di promozione ed assistenza; per un’inadeguatezza della struttura consortile all’assunzione di tale compiti; per la scarsa propensione del personale all’espletamento di funzioni per le quali si richiedono competenze specialistiche e strumentazioni tecnico-finanziarie  adeguate e di cui l’organismo è privo. Sarebbe stato necessario stimolare la domanda imprenditoriale e contribuire a crearla  attraverso un’azione diretta a sollecitare le potenzialità esistenti in loco e a introdurre elementi di innovazione attraverso un’adeguata ed organica offerta di servizi. Il risultato è stato che molte imprese locali hanno preferito una localizzazione diversa da quella consortile,in conseguenza degli scarsi vantaggi ubicativi che le aree industriali potevano offrire. In particolare,l’assenza di una rete di servizi reali alla produzione è stata una delle cause della maggiore vulnerabilità dell’apparato produttivo locale, tradizionalmente carente di un’articolazione funzionale idonea a fronteggiare, autonomamente, i mutamenti ambientali, tecnologici e di mercato – prodottisi a ritmo incalzante nell’ultimo ventennio – e, quindi, tanto più bisognoso di un supporto istituzionale in grado di fornire un contributo reale, in termini di assistenza e consulenza specialistica, nelle fasi critiche che caratterizzano l’esistenza di un’impresa. Paradossalmente, mentre la domanda di servizi in termini di assistenza e di sostegno proveniente dalle imprese assume un andamento crescente, superata la fase di avviamento di attività, l’offerta istituzionale, che privilegia gli interventi di incentivazione finanziaria e fiscale e di predisposizione delle infrastrutture, si riduce progressivamente fino a diventare nulla nelle fasi più complesse della crescita e dell’eventuale trasformazione delle imprese, quando, cioè, massima è la richiesta del supporto esterno. Per il futuro? La necessità di conferire una maggiore incisività allo strumento consortile attraverso la ridefinizione delle funzioni opportunamente modellate in base alle specifiche esigenze dell’apparato produttivo locale. L’Amministrazione di Galatone, se valuterà offerte soddisfacenti, potrà riconsiderare la posizione sinora presa.

 Altrimenti, il  “Consorzio”, con la sua articolazione organizzativa, sino a quando durerà, continui pure con la sua generale incapacità, a restare fallimentare.  


postato da: giusedoria alle ore 12:35
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mercoledì, 12 marzo 2008

ANCHE GLI STUDENTI IN DEBITO

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Tra i tanti dovuti dell'Amministrazione statale anche due milioni di studenti italiani hanno debiti , nel primo quadrimestre, in quanto presentano gravi insufficienze in molte materie di studio.

Che la scuola italiana attraversi un periodo di crisi è cosa nota e risaputa e che il tono culturale si sia visibilmente abbassato per tutti gli ordini e gradi di scuola, dalle elementari, alle medie, alle superiori e all’Università, è altrettanto notorio. E poco conforto ci arreca la constatazione che anche in altri paesi dell’Occidente si riscontra  un andamento similare, a meno che non si voglia adottare, passivamente inerti, il detto “ mal comune, mezzo gaudio “, che, lungi dall’imprimere un impulso nuovo, potrebbe portare all’assuefazione e alla rinuncia. Bisogna allora inventare un progetto di rifondazione e dare un nuovo senso al sistema scolastico? Un progetto di rifondazione mi sembra di difficile attuazione; le risorse maggiori, però, sono da ritrovare nell’impegno e la consapevolezza degli educatori, per la verità scarsamente considerati e retribuiti, mediante un processo di auto rigenerazione interna, per poter rivendicare poi una posizione di centralità, superando i mali da cui è afflitta l’attività scolastica ed educativa; ma anche un’attenta valutazione delle conseguenze che tanti frettolosi e poco ponderati interventi urgenti, settoriali e parziali, frutto di legificazione strabica e risultato delle pressioni di piazza, hanno determinato sino al punto, ormai, da far perdere alla scuola il suo prestigio e, ciò che più conta, la sua efficienza. Quella burletta degli esami di stato di maturità, che avrebbe dovuto avere il carattere della provvisorietà ma che ancora persiste, è stata ed è la spinta, non la sola, in verità, ma certo determinante, che ha abbassato enormemente il livello di preparazione e di formazione dei giovani che profittano, ed è ovviamente spiegabile, della larghezza delle maglie selettive per attraversarle indenni e con poca fatica. Va detto, a loro difesa, come attenuante almeno, che, in fondo, applicano una legge economica: “il minimo mezzo”, cioè il massimo dei risultati con il minimo sforzo.

Dovremmo, pure, recitare il “nostra culpa” per aver fatto rimanere la scuola immobile, mentre la società annega senza riuscire a superare il valico delle enormi difficoltà.

Altro aborto, in altro settore, quello professionale. Questi Istituti, nati per preparare tecnici qualificati, hanno ottenuto col pretesto della sperimentazione, l’autorizzazione per istituire, dopo tre anni di qualifica, l’aggiunta di due anni, cosiddette sperimentali, col conseguente diritto all’accesso a tutte le facoltà universitarie. Saggezza e prudenza avrebbero suggerito una soluzione più meditata che prevedesse, almeno, un accertamento di cultura specifica per la facoltà scelta.

Ora è giunto il momento di cominciare a pentirsi? Faremo come l’americano prof. Spoch che,  negli anni ’50, propagandò una specie di nullismo educativo ritenendo che la natura facesse tutto da sé. Oggi, anche se non lo diciamo e anche forse incosciamente, prendiamo atto che non si possono chiudere gli occhi dinanzi allo sfacelo evidente della scuola, e dei valori vecchi e nuovi, che essa dovrebbe recuperare e trasmettere. Sono valori che non temono l’esame del tempo.   


postato da: giusedoria alle ore 12:57 |