La relazione del Governatore di Bankitalia sollecita il Governo a sostenere la crescita economica per uscire dalla crisi con il minor danno possibile soprattutto per i meno abbienti ed in particolar modo per i disoccupati e cassaintegrati che si avvicinano ad essere intorno al 10%.
Da queste pagine, sin dal 22/aprile/’09, nel mio articolo“Il peggio è passato?” : “Si può, con l’assunto fittizio della Confindustria “il peggio è passato”, pretendere l’allungamento dei periodi della cassa integrazione o alleggerimenti per chi decide di investire nuovi capitali senza interventi di politica economica che analizzino più da vicino una più equa distribuzione del reddito? Ed ancora il 6/marzo/’09 in un altro mio articolo “Banche ed imprese”: “Sarebbe auspicabile quindi che banca ed impresa si avvicinassero per aprire al dialogo in modo nuovo con un cambiamento radicale culturale negli operatori bancari - che guardano ormai poco alle relazioni personali ma molto ai documenti cartacei - e gli imprenditori, per riconsiderare questo rapporto con lo scopo di ragionare su una finanza d’impresa in chiave innovativa. Riconoscere, cioè, meglio gli strumenti esistenti sul mercato, usarli tutti e nel modo migliore per l’esigenze in quel momento di quell’impresa. Molto spesso l’innovazione non è altro che un’intelligente interazione tra banca ed impresa-cliente, da cui nasce o potrebbe nascere una sorta di soluzione innovativa per risolvere i problemi finanziari concreti che ha un’impresa”.
Ora il Governatore di Bankitalia conferma la gravità della crisi, lanciando un appello a Governo e banche (…“con le imprese siate lungimiranti”..) perché facciano, ciascuno per la propria parte, il dovuto mestiere loro spettante senza attendere una crescita dell’economia spontanea, che pure è nelle cose, ma che intanto, senza adeguati e ponderati interventi, potrebbe, nella aspettativa inerte, farci morire un poco alla volta. Ancora il 3/aprile/’09 in un altro articolo dal titolo “G20 – legal standard?”, così recitavo: “L’economia mondiale, i Governi dei vari Paesi e gli operatori economici, a fronte della nuova realtà, necessitano di regole adeguate, di istituzioni in grado di sovrintendere al loro rispetto, di strategie adatte a fronteggiare le sfide e a cogliere opportunità. “Infatti ciò che non si riesce a decidere sono nuove regole in risposta alle emergenze in atto, un monitoraggio con la capacità ed un ruolo propositivo di far rispettare le decisioni o gli indirizzi statuiti”. (07 luglio 2008 con un articolo dal titolo “G8- la sfida planetaria”).
Problemi enormi quindi come debiti, disoccupazione, cassintegrati non si affrontano con i pannicelli caldi, ma con interventi di politica economica, organicamente intesi e coordinati, essendo ormai improcrastinabile il “dovere assoluto” di adempiere da parte di chi, spesso, ci governa in modo estemporaneo.
Cosa farò da grande? Nella risposta che si può dare si condensano aspirazioni e vocazioni, competenze e capacità, istruzione ed esperienza ed anche un pizzico di fortuna. Dal lavoro dipende la fettina di torta che ogni anno produce l’intero sistema economico. L’OCSE riferisce che i salari italiani sono più bassi tra quelli del mondo industrializzato e ciò viene legato alla produttività che va diminuendo. Partendo da questo il ministro del Welfare ha proposto di cambiare il modello contrattuale e legare le retribuzioni ai risultati della produzione anche con la partecipazione dei lavoratori all’impresa e al suo azionariato. I Sindacati, intanto, sembra stiano passando lentamente da una posizione puramente contestativa a un ruolo interlocutorio e operativo, in grado di condizionare il consenso sociale e lo sviluppo economico, assumendo una connotazione più politica. La domanda chi mi pongo diventa allora: conviene iniziare dal lavoro per esaminare la domanda dei fattori produttivi oppure, tenendo presenti le leggi economiche, cominciare dai fattori produttivi per determinare i salari? E’ vero che il capitale è tutto ciò che serve al lavoro per aumentare la produzione come i macchinari, attrezzature, capannoni, uffici, apparecchiature, ma è altrettanto vero che il lavoro viene prima del capitale e che questo è solo frutto del lavoro. Sebbene il salario, come qualunque altro prezzo, debba sottostare alle leggi della domanda e dell’offerta, non va mai dimenticato che il lavoro è fornito da persone, con diritti e aspirazioni che vanno tutelati ed assecondati. Indubbiamente per ottenere un prodotto di qualità servono macchinari sofisticati, una perfetta organizzazione aziendale, una ricerca continua di nuovi miglioramenti e, di conseguenza, lavoratori preparati e motivati ad ottenere il miglior risultato possibile; è necessario che non si dia adito a ragioni di ingiustizia nel trattamento relativo dei diversi lavoratori, dato che questo ridurrebbe l’efficienza della squadra, ma sarebbe pure giusto che la partecipazione dei fattori ai processi produttivi venisse ricompensata attraverso la distribuzione delle fette di quella “torta”. Altre forme di coinvolgimento dei lavoratori alla vita della azienda, quali la cogestione e la partecipazione agli utili, nella realtà italiana sono ancora poco attuate, a differenza, invece, di altre realtà europee, nelle quali queste soluzioni fondate sul superamento del conflitto, sono apparse proponibili e realizzabili. Se la recessione e il ristagno economico hanno ripercussioni negative sui salari e sull’occupazione, se per adeguarsi alle nuove realtà produttive i costi sociali diventano rilevanti, sarebbe necessario che le istituzioni democratiche tendessero ad evolversi nel dare una nuova connotazione ai sistemi, soprattutto pensando ad una funzione redistributiva che gli Stati dovrebbero assolvere modificando le categorie tradizionali dei salari, dei profitti e delle rendite.
Da quando l’Istat effettua le rilevazioni trimestrali, il PIL (Prodotto Interno Lordo) non ha mai subito, variazione su base annua, pari a -5,9% ; è il dato peggiore dal 1980 che ha smentito ogni previsione fatta in precedenza. In questo periodo, tutte le variabili economiche hanno un andamento depresso e le aspettative degli operatori economici, inoltre, sono negative per cui si assiste a un ristagno degli investimenti, al fallimento di molte imprese deboli e all’aumento della disoccupazione. Il sistema economico sembra crescere in continuazione ma si ammala periodicamente in quanto è legato a milioni di decisioni prese da individui, coordinati dal mercato, con il suo corpo che funziona meno di quanto potrebbe a causa di leggi e istituzioni che ne ostacolano l’assestamento. Lo squilibrio tra risparmi ed investimenti, l’instabilità monetaria e la disoccupazione, concentrata soprattutto nel Mezzogiorno, sono le principali malattie che stanno logorando il tessuto sociale. Inoltre le vecchie e nuove povertà, la diseguaglianza sociale hanno a che fare con il funzionamento dell’economia che, in questi ultimi tempi, vorrebbe premiare l’efficienza più che l’equità producendo una società diseguale che crea sempre più divisioni e situazioni insostenibili le quali, oltre a essere moralmente inaccettabili, finiscono per ostacolare il funzionamento dell’economia e riducono il benessere collettivo. La spesa per gli investimenti, pur essendo per sua natura variabile, dipenda anche dalle condizioni creditizie, e se il PIL subisce contrazione è facile prevedere che esso inciderà negativamente sugli investimenti facendo coincidere insieme disoccupazione ed inflazione con ostacoli enormi al mercato del lavoro che non è in grado di utilizzare appieno le persone disponibili a lavorare, con maggiori difficoltà a prevenire quegli scompensi che sono connaturati al modo di essere dell’economia. E’ necessario quindi un “mettersi d’accordo” per distribuire equamente i prodotti senza scatenare quell’amara contesa sociale che corre il rischio di innescare altri guai. Si tratta di sedersi attorno al tavolo, rappresentanti dei lavoratori, degli imprenditori e dello Stato per elaborare regole idonee a distribuire la “torta” che, divisa male, può intaccare la stabilità economica, sia causando inflazione, sia agendo in maniera più diretta con scioperi o addirittura chiusura di fabbriche. A livello di intero sistema o di singolo attore, sia Stato, sia impresa, sia famiglia, i virus economici stanno colpendo ciascuno di noi con malattie serie che non essendo stati in grado di prevenire con terapie semplici e con un idoneo vaccino ora diventano curabili con medicine da cavallo, sperando che i rimedi non siano peggiori dei mali e che la perdita di benessere non riguardi solo i già cagionevoli ma tutti, in ragione delle proprie sostanze, per una nuova stagione di crescita.
Un’altra giornata di lotta e di memoria storica sta per essere celebrata con una manifestazione sobria e senza corteo a L’Aquila da parte dei sindacati più rappresentativi. Mi sembra, però, che il significato che essa oggi rappresenta ha valore per conservarne memoria ma non i contenuti che lasciano molto a desiderare. Nei paesi della Comunità Europea, la disoccupazione è particolarmente allarmante per i giovani e meno giovani e trovare lavoro di primo impiego è difficile nella maggioranza dei paesi con prospettive per l’occupazione che non sono certo ottimistiche; per coloro che vedono prolungarsi il periodo di transizione verso il mercato del lavoro, l’attuale problema della disoccupazione diventa il problema della disoccupazione degli adulti di domani. L’apprensione deve essere considerata anche nella diffusione della gravità del fenomeno. Si assiste ormai non alla difficoltà di un gruppo poco esteso e circoscritto ma ad un’inquietudine che è grave e che si somma alle disseminate necessità, alla quantità di persone coinvolte che vengono a scuotere tutto l’assetto sociale al punto da diventare “emergenza sociale”. La preoccupazione del fenomeno nasce, quindi, non solo da una disoccupazione giovanile vista come una realtà contingente, ma come un problema strutturale che esprime una contraddizione oggettiva e fondamentale delle società industrializzate. Se il lavoro significa per i giovani autonomia economica e quindi accesso all’indipendenza, viceversa, allontanandosi da questa affermazione, si genera un conflitto corrosivo specialmente quando manca un tipo di impiego stabile, messo di continuo in questione strutturalmente, che possa offrire condizione indispensabile per l’assunzione di tutti gli altri ruoli di adulto.
Il 1* maggio, visto non solo come celebrazione, dovrebbe ricordare a chi ci governa che i cambiamenti strutturali della nostra società, in particolare sotto l’effetto della crisi, tendono ad indebolire ancor più i deboli, i giovani delle classi meno abbienti, coloro che subiscono più duramente un’esclusione dal mercato del lavoro, rafforzando i forti. Anche a parità di merito e di livello di istruzione chi può resistere di più e più a lungo sul mercato, in attesa dell’impiego buono, sono i più forti; chi può aspettare di meno è reso debole e costretto a prendere ciò che capita. Un tempo al lavoro poteva pure essere attribuito il prestigio, la carriera, la sicurezza del posto; oggi, le aspettative e le motivazioni servono a dare al lavoro una dimensione più umana, a superare impostazioni conflittuali e di anonimato sociale e comportare quindi un’impostazione economicistica in grado di rendere il lavoro umanamente più comprensibile e vivibile.
Se c’è il timore che il peggio sta per arrivare siamo portati a non spendere soldi e quindi a risparmiare. Ma così facendo non si stimola la crescita della domanda se non vengono introdotti prodotti nuovi o nuove qualità e varietà di prodotti vecchi, cioè se non vi è innovazione. Ma si può incappare anche, nel perseguire l’equilibrio, in crisi di sovrapproduzione, in situazioni di sottoconsumo, nella disoccupazione, nel deficit del Bilancio dello Stato, nel disavanzo dei conti con l’estero, nell’inflazione. Le situazioni reali si presentano profondamente variegate e l’analisi dello sviluppo economico non può prescindere dall’internazionalizzazione dell’economia, la cui azione è sempre più determinante nel sistema dei prezzi e nella struttura economica dei singoli paesi. Ora lo stimolo messo in atto per sostenere gli acquisti del consumatore ed il conseguente aumento del fatturato delle imprese può far ritenere che il peggio sia passato? Il presupposto delle crisi odierne, che si individua nelle modalità di funzionamento dei mercati oligopolistici, ancora inalterato, con una capacità produttiva non sempre pienamente sfruttata, può essere cambiato o riformato? Se ancora oggi persiste un ristagno degli investimenti in quanto le aspettative degli operatori sono negative, se si assiste al fallimento di molte imprese deboli e all’aumento della disoccupazione, e se la domanda globale cresce molto più lentamente del PNL(Prodotto nazionale lordo), indipendentemente se i fattori produttivi sono in Italia o all'estero, si può affermare che non siamo più in fase di recessione? I consumi privati sono la componente principale della domanda totale interna, ma la determinante principale dei consumi delle famiglie è il reddito, la cui distribuzione, nella situazione attuale dell’economia, è molto sperequata. Si può, con l’assunto fittizio della Confindustria “il peggio è passato”, pretendere l’allungamento dei periodi della cassa integrazione o alleggerimenti per chi decide di investire nuovi capitali senza interventi di politica economica che analizzino più da vicino una più equa distribuzione del reddito?
La banconota euro ha un grado di liquidità scarso ed il risparmio della stessa non viene remunerato in modo adeguato per cui la “roba”, come nei romanzi del Verga, potrebbe essere intaccata per trasformarla in moneta; ma questa operazione non è affatto semplice in quanto bisogna stimarla, stabilire il prezzo che si vuole incassare e cercare un compratore che sia disposto a pagare quel prezzo. Tutto questo richiede tempo, e non è detto che si trovi il compratore per quel prezzo, essendo costretti, a volte, ad accettarne uno inferiore.
La realtà economica che cambia nel tempo deve essere “catturata” in modo appropriato ed ha bisogno di una contabilità nazionale che tenga il passo, ma soprattutto di interventi di politica economica che non siano parzialmente diretti a favorire qualcuno a danno di altri.
Se si pensa che alcuni Paesi crescono più di altri o che il Nord cresce sempre più rispetto al Sud, viene spontaneo porsi una domanda. Da dove spunta la crescita e quali fattori possono mettere in moto l’economia? Se ci fermiamo a fare un’analisi prettamente economica potremmo rispondere che la crescita ha due grandi motori che si sostengono vicendevolmente: l’innovazione tecnologica e l’allargamento dei mercati. L’innovazione aiuta ad ampliare i mercati e l’allargamento dei mercati rafforza l’introduzione di nuove tecnologie. L’innovazione, con l’introduzione di prodotti nuovi, stimola la domanda e le imprese si possono avventurare in progetti innovativi. Ma qui si ha bisogno di un imprenditore che sia finanziato attraverso il credito e che si in grado di passare dalla ricerca al prodotto con un valido progetto industriale e, soprattutto, che egli ci creda e investa in esso. Ma esiste, oggi, una “imprenditorialità” che spinga le persone a prendersi il rischio di nuove iniziative che producano i mutamenti necessari, rompano gli equilibri per innovare? Vi sono “spiriti animali” che sentono “l’impulso spontaneo all’azione piuttosto che rimanere inoperosi”? Se si considera poi che le innovazioni non avvengono a getto continuo, ancor più si può spiegare una instabilità che è connaturata al modo di funzionamento e di crescita, che avviene ad “ondate”, di un sistema economico moderno. Se bastassero gli investimenti a fare la crescita,”soldi veri” o “verissimi” , se cioè fosse sufficiente mettere insieme un po’ di macchinari in qualche capannone o in qualche ufficio, peraltro a volte in modo truffaldino, avremmo una crescita ben distribuita tra le diverse aree e regioni. In realtà, l’unica “regolarità” che si osserva è “l’irregolarità” dei tassi di crescita, non solo nel tempo, ma anche nello spazio. E qui tornano in primo piano la storia, le istituzioni, i valori condivisi di un luogo. Sono questi gli elementi che potrebbero rendere un’area più dinamica di un’altra, che potrebbero attrarre investimenti, effettuati sia da imprese locali che da imprese esterne.
Gli ingredienti dello sviluppo si possono trovare nelle parole usate da un economista italiano, intellettuale rigoroso e di grande sensibilità umana e sociale Giacomo Becattini, che, a lungo e in modo approfondito, ha studiato la relazione tra luoghi e sviluppo economico. “ E’ nel nucleo di valori, conoscenze e aspirazioni, nella forma mentis dominante, nel grumo culturale e istituzionale di un luogo, che è racchiuso il ventaglio dei sentieri di sviluppo aperti, in ogni dato momento, a una comunità. Sarà l’incontro di esso con le circostanze “esterne” in senso lato a determinare quale, tra le diverse storie possibili, diverrà quella effettiva”. Abbiamo noi questi ingredienti ben radicati?
Sono cominciati i giochi per le competizioni elettorali ed intanto non ci si vuole accorgere che viviamo in una situazione di diffuso malessere, che si fa pure finta non sorprenda più di tanto, e che vi sono strati sociali in cui non vi è disponibilità del minimo necessario per la sopravvivenza.
Cent’anni or sono si avevano condizioni di vita generalmente povere; vi erano presenti, ovviamente, importanti eccezioni non certo casuali, ma la maggior parte della gente poteva essere considerata povera. Il Meridione si trovava in una condizione relativamente peggiore, ma la povertà era diffusa anche nel Centro e nel Nord. I bassi redditi di cui si disponeva, facevano soffrire di malnutrizione, di analfabetismo pressoché totale, di abitazioni malsane e non certo confortevoli, di malattie largamente diffuse. In una situazione di diffuso malessere era inoltre possibile individuare persone, famiglie e gruppi sociali emarginati, le cui condizioni di vita erano ancora peggiori di quelle della generalità della popolazione e che vivevano in vera e propria miseria. Oggi le condizioni di depressione strutturale del Mezzogiorno, delle campagne, delle diverse città rimaste ai margini di un’industrializzazione mai nata o territorialmente circoscritta, ingrossano la schiera dei poveri. Il reddito netto reale per abitante, i consumi, il sistema di alimentazione, gli alloggi, lo stato di salute, la possibilità di partecipazione sociale, il sistema di garanzie per i lavoratori e di sicurezza sociale per i cittadini, stanno a dimostrare che senza uno sviluppo ordinato, equilibrato, continuo, aumentano le file dei “più poveri”. Si incontrano ancora situazioni di povertà di persone, famiglie, gruppi emarginati, in parte retaggio del ritardo nello sviluppo accumulato nel tempo, in parte conseguenza delle trasformazioni disordinate, in parte risultante di quei processi di impoverimento che sembrano riprodursi o comunque manifestarsi anche nelle aree più favorite e persino nelle situazioni ambientali caratterizzate da maggiore benessere. Vi sono tentativi per uscire da condizioni di vita che cominciano a diventare insopportabili per una nuova povertà, che era l’esperienza di un tempo e che ora comincia a diffondersi? Il tenore di vita generale che è cresciuto, i sacrifici di molti sopportati e che si sopportano, essendo costretti ad emigrare ancora e a vivere sradicati dalle loro famiglie e dalle loro culture, sono problemi di rilevante dimensioni? La carenza di servizi sociali, l’inadeguatezza delle pensioni minime, l’inadeguata disponibilità di alloggi a basso canone, rappresentano, ancora oggi, persistenza di condizioni di povertà, talvolta di miseria ove manca il minimo necessario per sostenersi? Uno Stato, un’amministrazione comunale, organizzazioni che coordinano politicamente una società per raggiungere fini specifici, tutelano, riconoscono, nei limiti della propria funzione politica, o sopprimono ed annullano, con svariate pratiche artificiose, i diritti naturali dell’uomo?
La povertà, oggi, esiste ancora con un popolo che dovrebbe agire nella solidarietà della sua attività ma che vaga, forse inutilmente, alla ricerca di partiti e correnti politiche che si avvicinino ai suoi bisogni, che operino in conseguenza, che siano in grado di lottare, cadendo o vincendo, secondo i momenti storici delle esigenze del divenire umano.
Da parte delle imprese si stanno elevando grida di allarme e di dolore per le pratiche applicate dal sistema bancario, anche perché si lamenta il problema delle insolvenze. La gente ha paura di rischiare nella proprietà di azioni, nel ricordo, oggi nuovamente avvertito, del panico del 1929 e del crollo in Wall Street che portò la lunga e difficile grande depressione degli anni trenta. Ora il rapporto impresa-banca è centrale per lo sviluppo dell’economia imprenditoriale e questo rapporto, però, deve basarsi sulla trasparenza reciproca. Sarebbe auspicabile quindi che banca ed impresa si avvicinassero per aprire al dialogo in modo nuovo con un cambiamento radicale culturale negli operatori bancari - che guardano ormai poco alle relazioni personali ma molto ai documenti cartacei - e gli imprenditori, per riconsiderare questo rapporto con lo scopo di ragionare su una finanza d’impresa in chiave innovativa. Riconoscere, cioè, meglio gli strumenti esistenti sul mercato, usarli tutti e nel modo migliore per l’esigenze in quel momento di quell’impresa. Molto spesso l’innovazione non è altro che un’intelligente interazione tra banca ed impresa-cliente, da cui nasce o potrebbe nascere una sorta di soluzione innovativa per risolvere i problemi finanziari concreti che ha un’impresa. E’ un processo che non è imposto per legge, ma che scaturisce, spontaneo, dal basso. Le imprese, però, molto spesso, piccole o grandi, che si danno da fare in modo egregio, non richiedono tanto un’innovazione negli strumenti finanziari, quanto un rapporto innovativo di supporto al loro sviluppo, con un contenuto di servizio molto forte, per il quale, diverse banche si devono attrezzare ancor più e meglio. Erogare credito non è un dovere assoluto in quanto un’impresa bancaria deve agire liberamente sul mercato del credito, deve scontrarsi con la concorrenza di altri istituti, deve erogare finanziamenti in modo responsabile, assumendosi i rischi del mestiere. Se l’offerta della banca, però, si caratterizza dalla presenza di soggetti, che hanno fatto e fanno un buon lavoro, ma anche da numerosi soggetti in posizione oligopolistica e con finalità istituzionali confuse, derivanti da un assetto azionario gravato da pesanti eredità del passato, da soggetti che hanno abusato di posizioni di connivenza, che hanno attuato pratiche scorrette e da altri ancora bistrattati dal sistema in un contesto generale di scarsa professionalità e trasparenza, allora c’è da sperare poco in un momento in cui è accesa la bagarre sul costo del denaro, nel mentre si celebrano intese e matrimoni fra alcune banche ed alcune grosse imprese; così il sistema diventa fragile quanto un castello di carte, scoppiano le bolle di sapone soffiate dalla speculazione e, i propri sogni, purtroppo, saranno sostituiti dai propri incubi.
Il Gruppo dei Sette (G7), riunito a Roma, comincia a prendere atto che c’è assoluto bisogno di “nuove regole globali” per i mercati finanziari e le attività economiche. Già il 7 luglio
Infatti ciò che non si riesce a decidere sono nuove regole in risposta alle emergenze in atto, un monitoraggio con la capacità ed un ruolo propositivo di far rispettare le decisioni o gli indirizzi statuiti.”
Oggi, il pericolo che si corre è anche quello che riguarda la forte tentazione di un atteggiamento “protezionistico” che porrebbe in essere, in un momento di gravi difficoltà come questo, azioni che disincentivano le importazioni che provocherebbero un effetto positivo sul saldo commerciale con l’estero. Ma in tal modo, le risorse verrebbero convogliate verso le imprese interne, magari poco efficienti, e, nonostante che in seguito alla diminuita propensione a importare migliorino i conti con il resto del mondo, la perdita per il sistema sarebbe evidente. Il protezionismo infatti avvantaggia senz’altro i produttori interni, ma i consumatori subiscono un notevole aggravio in quanto aumentano i prezzi e diminuisce il loro potere d’acquisto reale. Esso deprime anche lo sviluppo economico internazionale, perché contrasta con i criteri di specializzazione e divisione internazionale del lavoro, innescando vere e proprie guerre commerciali che, a lungo andare, possono privare le imprese di fonti energetiche e materie prime indispensabili o bloccare l’inserimento in nuovi mercati, favorendo situazioni di potere monopolistico interno da parte delle grandi imprese. Per questo i ministri del G7 stanno già facendo circolare “bozze” con cui si impegnano a lottare contro il protezionismo e, contemporaneamente “a mettere in atto ulteriori azioni per ripristinare fiducia nei mercati finanziari”. Sinora, però, le proposte di “legal standard” e l’esigenza di cambiare le regole per la trasparenza con misure adeguate , con i vari “forum” di G8, (Paesi più industrializzati) G7, (vertice dei Capi di Governo delle sette nazioni più industrializzate) G4, (Gruppo di paesi più industrializzati all’interno del G8) G20, (Gruppo per favorire l'internazionalità economica e la concertazione tenendo conto delle nuove economie in sviluppo), hanno prodotto scarsi risultati rispetto alle intenzioni di tanti grandi e grossi organismi, in quanto ciò che occorre cambiare è, a mio modo di vedere, una politica economica che viene determinata da un “liberismo sfrenato”, da un libero scambio con pochi controlli insieme con la mappa di tanti “principali accordi” che, molto spesso, sono disattesi e violati.
Il Comune, chiamato a rappresentare la propria comunità, dovrebbe curare gli interessi e promuovere lo sviluppo dei cittadini avendo l’obbligo di porre, come fine generale, la promozione dello sviluppo, scopo ritenuto fondamentale dallo stesso ordinamento delle autonomie. Tra gli interessi pubblici primari, quindi, vi è la “promozione dello sviluppo economico, la valorizzazione dei sistemi produttivi e la promozione della ricerca applicata” che lo Stato, le regioni, le province, i comuni e gli altri enti locali assicurano nell’ambito delle rispettive competenze, nel rispetto delle esigenze della salute, della sicurezza pubblica e la tutela dell’ambiente. L’attribuzione dei compiti di maggiore incidenza nella gestione dello spazio economico, costituito dal territorio comunale, nonché nel dare supporto agli attori ivi operanti, comporta una forte responsabilità degli enti locali. E tutto ciò risulta tanto più significativo ove si consideri il momento storico attuale e le difficoltà che il governo centrale dimostra di avere nel raggiungere risultati per la promozione dello sviluppo economico delle realtà territoriali, non soltanto di quelle in condizioni più svantaggiate, e, in particolare, dell’occupazione. L’ente locale, tra non molto, con il cosiddetto federalismo, ancor più, a mio modo di vedere, dovrebbe giocare e vincere una partita fondamentale per il pieno riconoscimento del suo ruolo e, di riflesso, della sua autonomia. Questa missione per ogni amministrazione costituirà uno dei compiti fondamentali che, dalle nostre parti, ma il fenomeno si estende sempre più, viene concepita, al contrario, come sperpero di denaro qua e là, dispersione di energie e risorse con incarichi clientelari, con scambi illeciti tra soggetti non legittimati ad intervenire, con negoziazioni e accordi informali, con il condizionamento di gruppi di pressione palesi ed occulti. Se si volesse trovare una strategia da adottare e quindi un disegno per far rendere al massimo il valore competitivo del territorio, in modo che la propria comunità riesca a creare più ricchezza e, dunque, realizzi il proprio sviluppo, si resterebbe amaramente delusi. Si trovano offerte di luoghi fisici da adibire alle attività produttive senza criterio ma non trovi disponibilità di personale qualificato, con fattori suscettibili di miglioramento, per adeguate politiche di formazione professionale; non hai presenza di soggetti economici già operanti in grado di integrarsi verticalmente od orizzontalmente con le imprese interessate all’insediamento nello stesso territorio; non vi è ancora traccia di semplificazione delle procedure amministrative e un maggior grado di efficienza delle strutture. Trovi, al contrario, una maggiore pressione tributaria con un processo decisionale che non permette ancora di unificare un sistema integrato con una strategia che porti alla valutazione delle prestazioni dei diversi responsabili. Di questo passo…poveri noi che resteremo ancor più mortificati, continuando ad esprimere giudizi sul grado di soddisfazione uguale a zero, attendendo che la “Provvidenza non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.
Un obiettivo principale delle politiche strutturali e di coesione dell’Unione Europea è quello di contribuire alla riduzione delle disparità di trattamento economiche e sociali, sostenendo le politiche nazionali e regionali nelle regioni più deboli e le politiche occupazionali perseguite a livello regionale e nazionale. Spetta in primo luogo agli Stati membri e alle regioni definire le rispettive priorità di sviluppo. Per migliorare l’efficacia del sistema di attuazione delle politiche in generale, occorrono quindi metodi di programmazione basati su un approccio integrato allo sviluppo, mediante la valutazione, in sede di pianificazione, dei loro effetti potenziali sulla situazione riguardante una determinata scelta. Ciò significa che per migliorare la competitività e potenziare l’occupazione bisogna creare idonee condizioni di base ed un ambiente favorevole alla libera impresa; cioè bisogna disporre di infrastrutture materiali, telecomunicazioni e tecnologie dell’informazione, ricerca, sviluppo tecnologico ed innovazione. Ora se sono validi questi presupposti, non mi sembra che la programmazione dell’Amministrazione comunale di Galatone, sulla vicenda di una zona artigianale o industriale bis, possa considerarsi opportuna nè razionalmente collegata a finanziamenti POR, (programmi operativi regionali) FESR (fondo europeo di sviluppo regionale), FSE (fondo sociale europeo), per la semplice considerazione che le autorità responsabili dei programmi devono assicurare che gli interventi abbiano chiari indirizzi di convergenza economica e sociale. Se si considera che la stessa Regione Puglia, tramite i consorzi SISRI, ha già un vasto programma per affrontare il problema e che pur disponendo di ingenti risorse POR da utilizzare insieme con gli enti locali, alle imprese e ai cittadini per la crescita economica in riferimento ad incapacità precedente a spendere, come mai potrà assecondare programmi che si accavallano a tutto danno della semplificazione ed efficacia delle procedure di attuazione? Il sovrapporsi di nodi procedurali, sia dei programmi comunitari sia di quelli ordinari, renderà ancor più difficile la capacità di investire soldi della comunità europea che, peraltro, non dureranno a lungo. Se poi si pensa alla seria mancanza di chiarezza nella definizione di quali debbano essere gli strumenti e i documenti con cui si esplica la funzione di programmazione e di indirizzo strategico della politica di sviluppo regionale il cui esercizio è di competenza dell’organo Consiglio regionale e quali siano, invece, gli strumenti, documenti, atti e decisioni, d’attuazione della programmazione regionale che è di competenza della Giunta, ancora più ardua diventa la funzione di mettere assieme questi intrecci per agevolare la semplificazione delle procedure. Ho l’impressione pertanto che le scelte che si stanno per compiere, pure in riferimento alla dubbia regolarità e legittimità degli atti, rappresentano “la classica montagna che sta per partorire un topolino”.
Si comincia finalmente a percepire oggi che non basta più occuparsi dell’esistenza umana nel quadro sociale e in quello economico e che è necessario anche occuparsi dell’uomo nel suo ambiente. Ma troppa cosiddetta ecologia umana si sta limitando ad una sorta di sociologia. Diventa necessario, e mi auguro che lo si comprenda più chiaramente in molti altri settori, curare la intera società nella realtà totale dell’ambiente. L’egoismo cieco di chi non percepisce l’istanza di solidarietà che oggi non sorge più dalla singola sensibilità della coscienza ma da una tragica realtà naturale che ci coinvolge tutti e le punizioni di una natura che si vendica di intollerabili oppressioni, deve per forza di cose far cambiare il quadro delle realtà ecologiche condotte per vie che appaiono ancor più difficili da percorrere di tutte quelle indicate e tentate nel passato. Cioè una nuova filosofia dell’ambiente dal punto di vista non più di ciò che l’uomo impone ad esso, ma dei conti che l’ambiente sta imponendo all’uomo, il quale deve mutare di conseguenza le sue posizioni e le abituali prospettive sul mondo che lo circonda. Si fanno strada, in qualche paese avanzato, pratiche di risparmio e di riciclo, e comincia ad aumentare, in particolare, la consapevolezza di tutta una cultura della parsimonia, dettata pure dalla necessità economica, che molte associazioni, leghe, fondazioni, circoli e confraternite, diffondono fra i loro seguaci. Vi sono molti esempi di stratagemmi e consigli grazie ai quali uomini e donne di buona volontà, fra le mura domestiche, come negli uffici o nelle associazioni di quartiere, agiscono per riciclare l’uso di carta stagnola, recipienti di latta, bottiglie di vetro, involucri di plastica, carta, in un mondo in cui le risorse diminuiscono e si comincia a riscoprire la grande miniera dimenticata del risparmio. Insomma la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di prevedere i processi ecologici, per non lamentarci poi nel momento in cui diventiamo destinatari dei capricci dell’ambiente, su cui non sapremmo avanzare ipotesi e suggerire “leggi”. Basta dunque con le grette e malintese tutele nazionali difese con rapace egoismo a difesa privilegiata di alcuni settori minoritari della collettività e preoccupiamoci di assicurare un benessere sociale che presuppone, però, trasformazioni psicologiche, senza le quali non si può sperare in un migliore equilibrio distributivo, né in una migliore amministrazione delle tanto devastate risorse naturali.
Ad inizio d’anno nuovo, si ritiene assolutamente indispensabile, dopo l’impegno proficuo di ristrutturazione del nostro Palazzo, coagulando intorno ad esso gli interventi di ogni componente interessata, Comune, imprenditori, associazionismo culturale e del tempo libero, ciascuna per la parte di propria competenza, pensare per riuscire a rendere l’intera struttura la più idonea a porre in essere iniziative capaci di gestire investimenti di grande portata. Oggi l’impatto con il mercato è talmente complesso che non possiamo fermarci su due o tre piccole, insignificanti proposte turistiche, ma bisogna esprimersi con una managerialità ed efficienza pubblica per presentare grandi progetti di sviluppo. Il tipo di turismo di piccole o medie imprese non si può più fare, perché anche la piccola e media impresa è diventata un grosso investimento. Inoltre non essendo stati capaci di tenere il passo con quanto è avvenuto altrove, rimaniamo un paese che registra la minore utilizzazione di capitale fisso investito nel turismo. Esistono centinaia di città che vivono della loro struttura congressuale, della loro struttura fieristica, della loro capacità di organizzare un sistema commerciale che vive ed opera per tutto l’anno, ma qui a Galatone, pare che il turismo debba continuare a restare indietro, spiegando con ciò le deficienze nel bilancio pubblico, pur dovendo essere l’ente locale il vero asse portante della politica del turismo, se si vuole scegliere anche questa cultura dello sviluppo e considerare il turismo un elemento di qualità e di progresso per la crescita del Paese. Abbiamo perciò bisogno di proposizioni da parte di chi è responsabile istituzionalmente allo sviluppo e alla promozione del settore per analizzare attentamente scelte che organi pubblici ed anche imprenditori privati devono attuare nell’immediato futuro, senza improvvisazione per ciò che, nel campo turistico, è diventato una scienza del turismo mentre qui si continua ad operare semplicemente con le buone intenzioni. Mi chiedo allora in quanto tempo un programma potrà essere realizzato, quale sarà il coinvolgimento dei vari soggetti attivi interessati per risolvere questo dilemma senza scaricare la responsabilità su nessuno, ma per domandarsi quali siano le soluzioni che, immediatamente, possiamo attuare e da chi dipenda la loro decisione. Proposte da fare? Mi sembra che siano tutte implicite nel mio assunto. Ma voglio ancora ribadire che è importante che tutti ci sensibilizziamo a questi problemi e che tutti, politici, amministratori,studiosi e privati cittadini, collaboriamo reciprocamente per andare avanti e riporre speranze per un recupero e riutilizzazione di uno spazio prezioso.
Nei sentieri nascosti di questa nostra modernità, trovano posto molti interrogativi e tra questi le forme di produzione economica che attraversano gli Stati travalicandone il carattere nazionale, non solo sotto l’aspetto accaparratore e apache del capitalismo ma soprattutto sotto l’aspetto di maggior rottura e conflitto tra ragioni diverse intorno all’uso delle risorse. Infatti il più delle volte i termini sviluppo e crescita vengono usati come sinonimi ma, a ben riflettere, non sono poi la stessa cosa. Per crescita si dovrebbe intendere la dimensione quantitativa dei risultati di un sistema economico, misurati attraverso alcuni indicatori, quali produzione o reddito; mentre per sviluppo dovrebbe intendersi un riferimento anche ad elementi di tipo qualitativo, quali la distribuzione del reddito, la distribuzione dei consumi ed anche altri aspetti, non strettamente economici, come la risposta a bisogni del tipo, istruzione e sanità. Se allora si fa riferimento al valore della produzione espressa in termini reali e non correnti, con riferimento cioè alle quantità di beni e servizi prodotti e non ai valori monetari, quali effetti riteniamo di aver raggiunto? Penso che non si possa più dubitare sul fatto che maggiore disponibilità di beni equivalga in ogni caso a migliori condizioni di vita che farebbe emergere la necessità di avere una diversa sensibilità per la qualità dei prodotti e per la loro distribuzione. Diventa necessario perciò considerare quali beni sono prodotti e che non è la stessa cosa, pertanto, accrescere la produzione di beni alimentari e quella di beni superflui. Una misura quantitativa della crescita della produzione non ci dice nulla su quali beni si produce, sulla loro rispondenza alle esigenze effettive della popolazione. Il processo di sviluppo può significare poi aumento di ricchezza solo per alcuni soggetti o tra alcune aree territoriali di una zona del paese; accade pure, ormai troppo spesso, che la crescita di un tipo di reddito avvenga a scapito di altri ove, al contrario, potrebbero crescere i salari, pur rimanendo costante il reddito complessivo, diminuendo la quota che va ai profitti. Una ripartizione, quindi, del reddito complessivo tra le diverse tipologie e tra le categorie di soggetti economici per una più equa distribuzione dei beni e della ricchezza, è l’altro aspetto importante per valutare la condizione di benessere di una collettività nel cui interno occupa molto spazio un ceto medio, sicuramente diversificato, ma sostanzialmente all’unisono per ciò che riguarda la domanda politica di intervento ad incrementare il suo livello di sviluppo. Di di tutto ciò, in un momento grave di depressione, i nostri rappresentanti, ad ogni livello, persistono a non volerne tener conto. Ma sino a quando?
L’intervento pubblico nell’economia non si dovrebbe svolgere in modo occasionale e saltuario ma secondo una linea di politica economica che sia quanto più possibile coordinata e programmata nei diversi aspetti, in modo tale da raggiungere obiettivi economicamente razionali. Spetta agli organi politici dello Stato o degli Stati, ma anche alle decisioni locali, effettuare in proposito le scelte che, a loro volta, dipendono dall’indirizzo politico prevalente. Ma se ci dovessimo chiedere, oggi, quale politica di intervento si vuole attuare, si corre il rischio di restare confusi e perplessi in particolar modo per ciò che riguarda la politica di sviluppo che, per i paesi sviluppati, dove il tenore di vita è abbastanza alto, l’obiettivo dovrebbe essere quello di assicurare che l’attività produttiva sia sufficientemente dinamica e si accresca di pari passo con l’incremento demografico e con le innovazioni tecnologiche. Così non pare si stia facendo. Infatti la spesa per il potenziamento della ricerca scientifica che favorirebbe il progresso tecnologico e una migliore utilizzazione delle risorse naturali, la spesa per l’istruzione che dovrebbe essere indirizzata a migliorare la qualificazione professionale delle nuove generazioni, sono, in misura rilevante, sempre più ridotte per cui la politica di sviluppo, che agisce a lungo termine e che ha lo scopo di incrementare l’offerta di risorse per accrescere la capacità produttiva, diventa carente e non idonea agli scopi. Inoltre se attuare un’equa distribuzione del reddito significa anzitutto evitare che si verifichino forti concentrazioni di ricchezza nelle mani di poche persone, con conseguente stato di povertà per larghi strati della popolazione e con forti squilibri personali e sociali, anche questo tema sembra non sia stato affrontato in modo appropriato insieme anche con altri squilibri territoriali fra zone sviluppate e depresse come pure in settori dell’economia fra redditi dell’agricoltura, dell’industria e delle attività terziarie. Ora se non vi è nascosta volontà di lasciare al libero gioco delle forze di mercato che tende a svilupparsi con andamenti ciclici che alternano fasi di ripresa e di espansione a fasi di recessione e di crisi, se non si vuole far cumulare, catastroficamente, inflazione e disoccupazione, la necessità diventa quella di intervenire con una decisa politica di stabilizzazione nel fare in modo, cioè, che si incrementi nuova domanda , espandendo la spesa per consumi ed investimenti pubblici insieme con l’incentivazione dei consumi e gli investimenti privati mediante sgravi e sovvenzioni. Aspettare poi la ripresa economica per frenare la domanda complessiva, contraendo le spese pubbliche ed aumentare la pressione tributaria in modo da limitare, ma solo successivamente, la capacità di spesa dei privati. Il governatore Draghi ha sostenuto:” Calano i consumi delle famiglie sotto il peso dell’erosione del reddito disponibile” ed i sondaggi ”rilevano pessimismo tra imprese e famiglie”. I tempi sono stretti e gli interventi ponderati dello Stato non possono più farsi attendere.