Il fenomeno della pirateria, pur essendo molto antico e pur avendo oggi tipologie e modi diversi per indicare illeciti, porta alla mente alcune teorie sociologiche che partono dal presupposto che il delinquente non sia un individuo isolato, quanto piuttosto un prodotto dell’ambiente in cui vive, per cui le cause del delitto vanno ricercate, anche e soprattutto, nelle influenze sociali o nell’anormalità della esistenza sociale. In realtà un messaggio politico i pirati, “di mare e di fame”, lo hanno già proclamato per bocca di chi sostiene che la pirateria nasce dalla necessità e per precise responsabilità nazionali ed internazionali.
La pirateria è un fenomeno ancora attuale che agisce con armi sofisticate pur usando le stesse tecniche di abbordaggio. Si attaccano navi mercantili disarmate e inoffensive e, in alcuni casi, si uccidono marinai per impossessarsi del carico.
Ora il sequestro di un rimorchiatore italiano, sta attirando l’attenzione su alcuni pirati della Somalia della quale non si parla molto, nonostante abbia tante tragedie e sia rimasta per più di quindici anni senza un governo, e senza che nessuno abbia controllato le sue acque territoriali che sono state invase da pescherecci di paesi industrializzati per farne un immondezzaio internazionale e un luogo di destinazione preferito per seppellire rifiuti tossici e nocivi.
La mancanza o la carenza di norme sociali può mai portare ad un coordinamento di mete culturali e dei mezzi istituzionalizzati? Sicuramente i pirati sono criminali, nemici della legge e dell’ordine, sono anche nemici del benessere e della nostra tranquillità, ma le loro immagini non corrispondono spesso alla realtà; non potrebbe pure esserci anche scarso interesse per il destino dei poveri, specialmente se sono negri, con una comunità internazionale che non ha alcuna influenza in Somalia e che da anni vive di riflesso le sole iniziative politiche americane? Così i sequestri continuano con ogni forma di abbordaggio e con navi che trasportano petrolio, armi ed altro, ove lo stimolo e le motivazioni restano connesse alle questioni socio-economiche ma anche psico-sociali che influenzano la dinamica di questo modo di sottrarre cose altrui per trarne un utile legato a motivi di povertà e al bisogno di ottenere altre soddisfazioni economiche.
La pirateria al largo della Somalia, attività che si va sempre più estendendo, potrebbe essere fermata o arginata con una stabile vigilanza e misure idonee di prevenzione e di sicurezza sulla terraferma, ma la questione, che ha le sue radici a terra, suggerirebbe ogni ed altro tentativo di ripristinare un controllo centrale diverso dall’attuale anarchia che perdura ormai da più di quindici anni.
Nella “comunità internazionale” si è pensato poco nel cercare di soccorrere quelle persone; per quel popolo di pescatori che hanno perso mare e pesce e la cui voce non ci è stata mai trasmessa appieno, tra le varie componenti dello spazio di vita, nello spazio sempre più stretto tra individuo ed ambiente, gli attacchi di pirateria rappresentano uno sbocco anche se, spesso, perpetrati in modo improvvisato e di scarso risultato ma con effetti pericolosi e con possibili sviluppi di tragedie che potrebbero andare molto al di là del puro e semplice impatto sugli scambi commerciali globali, attraverso le rotte di navigazione, e far diventare la Somalia una terra di nessuno.
Gli Stati attraversano una pericolosa fase di confusione ed indeterminatezza che, pur tuttavia, potrebbe comportare intese ampie. La necessità sempre maggiore di addivenire a qualcosa in comune a livello mondiale potrebbe essere un’altra spinta verso l’unità e la globalizzazione e, a beneficio di tutti, dovrebbe attutire il problema della fame, assicurare la protezione e lo sviluppo dei diritti umani, la salvaguardia dell’ambiente affermando, in tutti i posti di lavoro, adeguati parametri sociali. Ma se gli Stati, i governi insieme con le multinazionali ed istituzioni finanziarie non saranno sottoposti ad un effettivo controllo etico, con un’Organizzazione delle Nazioni Unite rafforzata e organizzata in modo diverso e più proficuo rispetto all’attuale, questo non potrà verificarsi. Anche un’attenta società civile, con la moltiplicazione di organizzazioni e reti non abilitate a governare ma a suggerire, nonché le iniziative in tutto il mondo a favore dei popoli più bisognosi, dovrebbero essere più determinate e, ciascuno, spinto soltanto dal “proprio egoismo”, come sinora è stato, dovrebbe capire che, continuando di questo passo, non accontentandosi solo della buona azione quotidiana, prima o poi, potrà avere un risultato negativo per se stesso in quanto i processi di cambiamento diventerebbero sempre più lenti non potendo evitare l'aumento della pressione dei problemi globali che ricadrebbero, a pioggia, sugli abitanti della Terra, amplificando in intensità i problemi personali.
La dimensione dei problemi su scala mondiale richiede risposte universali come ogni cellula che appartiene all’organismo e continua a vivere solo se la sua resistenza alla vita è in sintonia con l’intero corpo e viceversa. Nel campo dei diritti umani vi sono tentativi che spingono a saldare i vari livelli istituzionali e, come conseguenza, la dignità della persona e la soggettività giuridica originaria delle persone e dei popoli dovrebbe essere riconosciuta ad ogni livello. Fra noi occidentali, fortunatamente ubicati nelle zone della terra più evolute ma con un’economia che non dà più sicurezza e non crea più nuovi posti di lavoro, una domanda comincia ad essere insistente: “Che senso ha, oggi, il parlare di denaro? Per chi passa il tempo giocando a monopoli con soldi veri, cioè, multinazionali, lobbie, trust, mafie, centri occulti e così via, il denaro è potere e arma di condizionamento; un giorno comprano dollari, dopo marchi, yen, i capitali vengono trasferiti a piacimento, ma dove conviene di più, per poi in un'altra ora trasferire le industrie nei paesi in via di sviluppo ove la manodopera può essere sfruttata, sfuggendo così alle normative sulla sicurezza e sulla salvaguardia dell’ambiente. Il guadagno si basa sulle speculazioni di borsa, sui cambi, sulle materie prime, sui prodotti agricoli, sullo sfruttamento della forza lavoro e così la moneta è, e resta, solo cartacea, di nessun valore intrinseco. Chi non possiede ricchezze conta niente, perché per essere bisogna possedere ad ogni costo, e si guarda con ammirazione chi emerge come che sia, chi sa giocare in borsa, e persino chi evade il fisco, o chi approfitta, in modo più o meno palese, del prossimo. Le leggi nazionali e internazionali sanciscono la legalità delle speculazioni, arrivando agli estremi, come in Italia, dove le ultime finanziarie contano molto sulle lotterie per rimediare al deficit pubblico. In questa logica, è da orbi non vedere tanti elementi destabilizzanti che hanno come conseguenza la continua spinta verso il consumismo, ad avere più del necessario con una volontà che resta in eterno insoddisfatta. Gli utili non vengono, quasi mai, investiti per nuovi posti di lavoro, ma in modo tale da sostituire la forza umana, limitando così i costi di produzione e aumentando di conseguenza il lucro, con sempre maggiore e progressiva riduzione dell’occupazione. Il denaro, inteso come profitto è inseguito senza sosta e senza considerare la qualità della vita. Pertanto è necessario impostare un nuovo ordine economico. Le speculazioni sui cambi, in Borsa, sulle materie prime, sulle fonti energetiche, corrette dal punto di vista legale, sono perfettamente scorrette dal punto di vista etico e dell’equa distribuzione della ricchezza. L’instabilità, la eccessiva frammentazione dei sistemi economici e finanziari mondiali o cambierà - con un necessaria intesa internazionale fra i diversi paesi, con altri patti, perché sia possibile rendere efficiente un nuovo stato sociale, con una rete di protezione dei più deboli, con un governo mondiale dell’economia- o si arriverà, come nel corpo umano, allorquando i diversi vitali organi non funzionano, al collasso finale.

Un dato ineludibile che sta emergendo e che rappresenta un vero e proprio “pretium doloris”, riguarda la costante crescita non del benessere ma delle paure planetarie che bisogna combattere. Per questo si è aperto un confronto, a Roma, tra premi Nobel, ricercatori e studiosi per il "World Social Summit". Tema da studiare ed approfondire che nasce dalla sempre maggiore considerazione intorno alle paure nelle società contemporanee. Uno stato d’animo provocato "non solo dall'aumento dei rischi percepiti come minacce per gli individui" dal terrorismo alla sicurezza personale passando per le minacce ambientali, "ma soprattutto dalla crescita dell'incertezza con cui sempre più ampi strati di popolazione mondiale sono costrette a confrontarsi".
Gli italiani che fanno sempre maggiore fatica a "sbarcare il lunario" vivono in un’ Italia che compie sempre più enormi sforzi per essere competitiva nel mondo, ove la ridotta produttività annaspa a conquistare parte di mercato e riduce il prodotto che stenta a distribuire. E gli elementi che frenano la produttività, come i poteri occulti o meno di cui sono titolari tante categorie che bloccano l' evoluzione sociale, i privilegi, le rendite, fanno sì che a subirne le conseguenze della mancata crescita e della crescente inflazione siano soprattutto le poche categorie che non hanno voce in capitolo e non sono protette. Le previsioni della Commissione europea e il nuovo indice dei prezzi dell’ Istat confermano queste situazioni preoccupanti.
Sia a destra che a sinistra la forza del capitale prevale suonando la stessa musica: “sicurezza”. Ma tale sicurezza non riguarda il lavoro che, mancando, si trasforma in insicurezza sociale, ma altro non è che la sicurezza per il capitale. Il processo di accumulazione capitalistico che durante le sue fasi di sviluppo esclude strati di meno abbienti , ne rende precari altri e produce migliaia di diseredati che da un continente all’altro forniscono manodopera a basso prezzo e per tutti i tipi di lavoro, anche quello nero.
In questo processo non è difficile individuare anche la tendenza all’ aumento irrefrenabile della tecnica con la conseguente inevitabile riduzione progressiva della mano d’opera; la macchina elettronica offre alla società, ai gruppi, all’industria una occasione irripetibile di rivedere sistemi sbagliati e irrazionali, ma può anche portare allo sconvolgimento di tutti i valori acquisiti con la tendenza a regredire verso epoche che ci illudevamo fossero del tutto scomparse.
La deregulation in atto del movimento dei capitali, rimuovendo gli ultimi, deboli, ostacoli agli investimenti esteri diretti a livello globale, potrà rendere tutti meno sovrani, svuotando progressivamente, di ogni controllo, l’economia mondiale. Ancora una volta, in soltanto apparente monotonia, tornano le parole formazione e cultura per scegliere se diventare forza motrice del prossimo futuro o coda di un mezzo che marcia veloce guidato dalle nuove forze e potenze economiche orientali con uno scenario che aprirebbe la strada a nuovi rapporti negli equilibri mondiali, e , nel contempo, con un Europa che non si sa ancora quale voce forte possa avere nelle decisioni di politica internazionale. Nel 2009 la presidenza a rotazione del Gruppo degli Otto, o G8, spetterà all’Italia. Sarà un impegno per interessi economici, politici ma, si spera, possa curarsi anche di aspetti sociali per suggerire una via che comprenda l' attenuazione della cappa di insicurezza.
Nell’agenda dell’Organizzazione mondiale del commercio, con il pretesto della facilitazione degli scambi, la trasparenza negli appalti, le regole sulla concorrenza, rientreranno, i diritti degli investitori e quindi la liberalizzazione del settore degli investimenti. Un modo di fare “monopolio decisionale” su ciò che concerne le sorti economiche e sociali di chi è amministrato.
Le multinazionali europee sono molto interessate ad avere sintonia sugli investimenti che possa permettere loro di inserirsi in mercati dove, senza regole ed accorgimenti specifici, le imprese locali verrebbero fagocitate in pochi mesi, e con forza sostengono energicamente questa linea e l’alternativa di trovare altre forme che limitino la presenza di imprese straniere, almeno per vincolarle alla collaborazione con realtà locali e ai trasferimenti di tecnologie, così necessarie per una crescita sana delle economie dei paesi in via di sviluppo, non è, per ora, presa in considerazione.
Procedendo in questo modo, quindi con una totale liberalizzazione degli investimenti, si correrebbe il serio pericolo che nei paesi del Sud del mondo verrebbe anche eliminata tutta una serie di vincoli sociali ed ambientali. Di questo rischio se ne rendono ben conto proprio i paesi in via di sviluppo, di cui circa la metà, ma che non è maggioranza, si dicono contrari all’allargamento dell’agenda WTO (Organizzazione mondiale del commercio) agli investimenti. Allora se i paesi poveri sono contro, quelli ricchi e soprattutto le loro multinazionali a favore, quando parliamo di sviluppo e di vantaggi generati dalla liberalizzazione degli investimenti a chi ci riferiamo e allo sviluppo di quali realtà ?
L’impietoso rapporto Istat 2007 fotografa una situazione dalla quale emerge, in primis, un dato facilmente riscontrabile secondo cui parlare di povertà sembra a tutti strano perché concretamente parliamo di “povertà nell’abbondanza”.
C’è un problema di povertà ma c’è anche un problema di eccessiva ricchezza che riguarda una parte limitata della nostra popolazione che detiene la potestà decisionale sulla sorte economica e finanziaria del mondo intero. La ricchezza è una delle cause della povertà e gliene va accreditata parte della responsabilità sia pure attraverso la mediazione degli organi istituzionali che fanno spesso scelte politiche spregiudicate con ricadute sociali drammatiche. E’ in questo senso che appare urgentissima una più equa distribuzione delle risorse per ridurre la forbice tra chi fatica ad arrivare a fine mese e chi invece sperpera a dismisura. Infatti vi sono i tanti rappresentanti del popolo, che dovrebbero dare esempi diversi dagli attuali, smascherati da Rizzo e Stella sugli sperperi e sui lussi incontrollati dei politici italiani, che sono anche quelli che, dalle pagine dei giornali o dai palchi dei comizi elettorali, piangono poi ipocritamente per i poveri sfortunati che hanno un lavoro precario o i poveri pensionati in difficoltà persino per comprare le medicine; a conferma di un detto che spesso tiene banco tra i discorsi della gente comune in merito al nuovo andamento della vita economica, per la quale ormai il ceto medio non esiste più.
La povertà oggi in Europa è dunque una realtà anche quando non significa morire di fame o non avere soldi. Esiste una zona limite abitata da tanti dove povertà significa anche fragilità di relazioni, insicurezza sociale, instabilità lavorativa, inadeguatezza che, nell’acutizzarsi delle diseguaglianze sociali, crea una situazione nella quale molti rischiano sempre più spesso di trovarsi e dove, se non è ancora ammissibile parlare di povertà, è indubbia una realtà di insicurezza sociale percepita e vissuta.
Perciò la povertà diventa una sensazione non così distante da noi e dalla nostra società; una povertà intesa non solo come condizione oggettivamente misurabile ma come senso di insicurezza o di vergogna che emargina e crea disagi all’interno di vite che non vivono ma sopravvivono, nell’emarginazione da un sistema sociale nel quale la voce dei più deboli è sempre più raramente sentita.

E’ rimasto famoso l’episodio accaduto a Locarno nel 1925: l’accordo tra Francia e Germania fu facilitato per via di un gatto, che, strofinandosi ai calzoni di Briand e di Streseman, fece nascere tra i due statisti un’immediata simpatia. A Parigi, durante la discussione sui punti del patto siglato per dare vita ad una possibile pace in Medio Oriente, tra i due principali attori del conflitto israelo-palestinese, Ehud Olmert e Mahmoud Abbas non c’era il gatto che faceva le fusa ma non c’erano nemmeno il re del Marocco Mohammed VI, rappresentato dal fratello, e Muammar Gheddafi, leader libico, che, anzi, ha definito l’iniziativa, un’aberrazione. A parte gli eventi storici positivi o negativi, che pure hanno una loro parte, bisognerebbe di più guardare al bandolo della matassa nell’ingarbugliato e mai sbrigliato concetto di “Diritto internazionale”, punto di partenza di ogni soluzione veritiera. L’unica fonte del diritto internazionale scaturisce dalla volontà collettiva degli Stati interessati che si manifesta o con la forma della consuetudine o con accordi- trattati, tanto da escludere, dall’ambito del diritto, ogni elemento anteriore a quelli in cui siffatta volontà si determina. E’ ovvio che esistono tanti diritti internazionali quanti sono questi accordi. Può allora il vertice di Parigi, con una semplice trattativa, ove si configura un rapporto di società, creare modificazioni interne ad ogni Stato al punto tale che ciascuno di esso possa diventare il complemento dell’altro, e, insieme, costituire una più complessa istituzione con personalità giuridica? Si ha l’impressione, al contrario, che “il de jure publico condendo” vada parallelamente realizzandosi in progressivi tornaconti economici, tracciati sul sistema finanziario, nello sviluppo della “ de re oeconomica condenda”, ove, a torto o a ragione, si vogliono ampliare le proprie economie, per non dover soccombere. Ciò spesso comporta una perenne discussione, senza mai addivenire ad uno status di fatto, perpetuando inevitabilmente un periodo di incertezze e di rinvii. Il leader libico Gheddafi, che ora definisce il vertice un’aberrazione – con, intanto, migliaia di persone perseguitate o scacciate che fanno aumentare il numero dei clandestini- da tempo, infatti, si batte per un progetto di comunità economica araba, ispirato al sistema e agli statuti UE, con la formazione della CEA ( Comunità economica Araba) per creare una banca, con circolazione di nuova moneta araba, la previsione di un istituto di idrocarburi e un altro per la ricerca scientifica. Ieri è nata pure presso Ara Pacis, in Roma, “MEDIDEA”, per una politica mediterranea e per dare all’Italia un ruolo da protagonista nell’intensificare la cooperazione delle relazioni transmediterranee. O quanta species!!!…..
La questione è che per sbrogliare il quadro generale in Medio Oriente, molto complicato, per un’Europa che voglia certezze di diritto, non si ha bisogno di vertici, più o meno qualificati, di fondazioni per delineare “storiche opportunità” a sostenere rapporti economici più o meno intensi, ove ciascuno propaganda il suo trionfalistico appello alla pace o avanza promesse economiche per lo sviluppo di alcuno, ma di Stati potenti o super-potenti che, diversamente dal passato, allorchè furono appellati con eufemismo “colonizzatori”, non siano, non vogliano e non appaiano più come tali. L’Europa deve poter concretizzare uguaglianza e “paritarismo”, che spesso sono parole magiche, a cui fa riscontro la “realpolitik” delle superpotenze che ne ostacolano l’attuazione, accanto ad un modo arabo di pensare, che non è certo moderato, di marca antioccidentale e che può portare a ratificare patti rischiosi in un mercato del globo che va a dismisura allargandosi, purchessia, basta che si venda il greggio. Di pari passo, oltre agli spettri commerciali e competitivi, si alternano nelle menti degli euro-partners, quelli politici, con un crescente terrorismo internazionale.
Nei secoli essi hanno seminato dissidi e vento; l’augurio è che possano raccogliere pace, saggezza, umanità, e non più tempesta. "L’UNIONE MED", "MEDITEA" rappresentano un vero e sentito inizio di pace o, al contrario, una strategia per la sola tutela di alcuni interessi economici? Sono una soluzione o un problema? “Ai posteri l’ardua sentenza”.
La crisi in atto sui mercati e i relativi processi di globalizzazione delle attività economiche stanno dividendo illustri studiosi e manager sulle terapie e strategie, per far fronte alle necessità di realtà scabrose che potrebbero riguardare molti ordini di fattori e che, con una certa semplificazione, potrebbero essere politici, economici, tecnologici. Politici, in quanto la fine del confronto Est-Ovest, che implicava anche un certo tipo di organizzazione delle attività economiche, è cambiato; economici, per l’affermarsi di principi e di comportamenti con al centro il ruolo del mercato e la libertà d’iniziativa; tecnologici, per le possibilità offerte da informatica e telematica che consentono comportamenti e tipi di flussi economici impossibili da attuare fino a pochi anni addietro. Le azioni che si possono avviare e gli strumenti che si possono utilizzare per raggiungere obiettivi che facciano progredire l’economia sono molteplici ed estremamente differenziabili nei diversi contesti, ma è certo che, in generale, deve diventare essenziale la creazione di un contesto istituzionale che generi fiducia ai potenziali imprenditori per diffondere una cultura imprenditoriale ai fini di promuovere e valorizzare sul mercato le risorse di cui si dispone, le vocazioni e i saperi locali. Occorre facilitare l’entrata sul mercato per nuove imprese, abbassando le barriere all’entrata e promuovendo collaborazioni e reti d’imprese per sviluppare servizi collettivi ed economie esterne, avendo cura di incrementare la formazione delle risorse umane e la trasmissione dei saperi. Non ultimo diffondere l’innovazione e l’applicazione degli standard internazionali.
La laboriosità di tanti piccoli imprenditori e comunità locali che non possono essere definite a priori ma che sono frutto di un continuo interagire tra il mercato e le forze locali, devono poter accompagnare la crescita economica ordinata per rafforzare e accelerare le dinamiche del mercato che, da tempo, si va liberalizzandosi con estensione continua ed anche con crescente competizione. Con la tutela contro le contraffazioni garantite dall’accordo sulla proprietà intellettuale, il rafforzamento della normativa contro le deviazioni, ma anche la maggiore efficacia delle procedure per la soluzione delle controversie, dovrà essere reso più chiaro e coercitivo con la vigilanza dell’ OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), oggi più conosciuta con il nome inglese World Trade Organization (WTO), che deve poter svolgere il ruolo ad essa assegnato se non si vogliono istituzioni che non servono a nulla e che, alla fine, vale la pena di sopprimerle. In definitiva, un mercato libero, ma anche sempre più ingiusto, deve poter essere controllato in via preventiva e successiva, e non solo quando è troppo tardi, per rendere credibili le istituzioni deputate ad hoc; per il rispetto degli accordi, per la tutela dei più deboli, per una ordinata amministrazione delle cose di questo mondo che, purtroppo, diventa sempre più una torre di Babele. Se non si vuole il caos, bisogna pensarci in modo approfondito e, soprattutto, affidarsi a persone ed organi che sappiano far fronte all’emergenza e che abbiano le capacità di usare i mezzi a disposizione, nell’interesse di tutti. Per mettere, almeno, ordine al disordine, per attuare una necessaria quanto impellente, ordinaria ed ordinata amministrazione della cosa pubblica.
L’economia mondiale, i Governi dei vari Paesi e gli operatori economici, a fronte della nuova realtà, necessitano di regole adeguate, di istituzioni in grado di sovrintendere al loro rispetto, di strategie adatte a fronteggiare le sfide e a cogliere opportunità. I processi di globalizzazione delle attività economiche rappresentano certamente uno dei fenomeni più importanti dell’economia mondiale che comportano sfide e opportunità molto complesse per gli operatori e per i Governi dei vari Paesi, al punto che le loro strategie sono sempre più condizionate da tali realtà in atto. L’emergere di nuovi soggetti particolarmente dinamici come vari Paesi del Sud-Est asiatico e
Scienza e tecnologia non sono considerate in Italia investimenti da tenere in grande considerazione, come avviene, al contrario in America, e tanto meno una nuova cultura, come avviene in Germania o in Francia, ma veri e propri “optional ” cui si devono interessare solo gli esperti. E’ un grande errore. Un Paese industrializzato richiede una cultura tecnologica, altrimenti si corre il rischio che la nostra generazione lasci ai figli non solo il peso insostenibile del debito pubblico, ma anche una struttura industriale ormai tecnologicamente impoverita, estremamente leggera e quindi effimera. I nuovi fenomeni della società industriale avanzata, da quelli del consumo a quelli dell’automazione, la diversa e più sottile divisione del lavoro, i nuovi simboli di prestigio sociale, hanno portato altri elementi da valutare all’interno dello schema dello sviluppo attraverso i conflitti di classe. I mercati finanziari non sono più quelli di una volta in quanto sono invasi da nuovi padroni che detengono fondi incommensurabili con un mercato,spesso fittizio, che sposta ingenti capitali senza adeguati controlli e, contemporaneamente, con debiti pubblici investiti su scommesse di società incapaci di rientrare dal proprio indebitamento. La globalizzazione sta producendo tali enormi problemi tanto da far parlare di un mercato mondiale impazzito. Il prof. Guido Rossi, filosofo del diritto, padre dell’antitrust, ex presidente Consob, sostiene infatti, e a giusta ragione, nel suo ultimo libro “Perché filosofia” che ” il capitalismo globale sta diventando da un lato antidemocratico e dall’altro nemico delle classi medie”. Crede nell’Europa che sarebbe la nostra salvezza nonostante i segnali di fragilità che sono arrivati dall’Irlanda, ma è preoccupato anche da una rivincita del nazionalismo del protezionismo. Ora si può essere d’accordo, come nel sistema democratico ateniese, che una vita realmente civile può essere vissuta nell’ambito di una città ( poliz ), oggi, nell’ambito di una Europa; ma è questa, come lo era la poliz, un centro abitato di modeste dimensioni, con un suo territorio, in ogni parte del quale il cittadino poteva avere la sua casa, la sua indipendenza economica? No, di certo. I giganteschi agglomerati dei tempi moderni, le estensioni territoriali, la mancanza di indipendenza e libertà economica e di pensiero, rappresentano una continua difficoltà da cui scaturiscono enormi problemi culturali e sociali di ogni tipo. Si trova oggi un luogo, come nell’antico sistema democratico ateniese, ove fu scoperta non solo la democrazia ma anche la stessa politica, quel tipo di arte di conseguire decisioni mediante la discussione pubblica e poi obbedire a quelle decisioni in quanto condizione necessaria di una convivenza civile? La più importante caratteristica esterna alla polis era l’indipendenza politica (autonomia), il cui principio era oggetto di devozione quasi fanatica da parte dei Greci antichi perché ciò distingueva la vera polis non asservita ad altre città, ad un signore o ad una potenza straniera. Essere ridotti a tanto implicava un marchio di vergogna. Ora noi come siamo ridotti? Purtroppo, a differenza di uno Stato greco noi non ci vergogniamo e, ciò che è peggio, non sentiamo dolorosamente che la perdita dell’autonomia comporta anche quella della libertà personale. All’interno, il governo poteva essere di qualsiasi forma; cosa che non incideva sullo stato della città. Ma per il diritto di sceglierlo o di cambiarlo, lottarono sempre strenuamente. Quando anche noi propenderemo verso un sentimento che non sia diretto verso la vergogna e a lottare strenuamente per scegliere o cambiare le situazioni avverse?
Negli ultimi trent’anni la produzione agricola mondiale è raddoppiata, gli scambi si sono triplicati ma, ancora oggi, un miliardo di esseri umani soffrono di denutrizione.